Lo si dice sempre tutti gli anni. Tuttavia quello che è iniziato sarà davvero importante, non soltanto per le elezioni italiane, le quali, al di là del tradizionale teatrino a chi la spara più grossa, rivestono nel contesto europeo un rilievo indiscutibile, ma soprattutto per i cambiamenti che porterà negli equilibri internazionali. Vediamo.

Stati Uniti
La linea politica di Trump tesa a disfare a colpi di maglio la complessa rete di relazioni internazionali che aveva consentito a tutti i suoi predecessori di inserire l’egemonia militare americana in un contesto di crescita globale mantenendo una funzione se non di guida quanto meno di arbitraggio obbligato, comincerà a far sentire i suoi effetti negativi. Non produrrà vantaggi economici per gli Stati Uniti (anche se Trump cercherà di dimostrare il contrario) e determinerà turbolenze che i mercati finanziari registreranno con fastidio. La presidenza di Trump appare debole, incerta e sottoposta ad attacchi che ormai non provengono più soltanto dall’opposizione democratica ma anche da estremisti di destra come Bannon, le cui rivelazioni sui rapporti tra la famiglia Trump e il Cremlino non possono che creare sgomento nei settori più tradizionali del partito repubblicano. E’ troppo presto per parlare seriamente di impeachment, (anche perché un subentro del vice-presidente Mike Pence è considerato dagli stessi ambienti repubblicani una sciagura peggiore di Trump) ma non bisogna dimenticare che il 2018 è anche l’anno delle elezioni parlamentari di mezzo termine e Trump rischia seriamente di perderle, trasformandosi così in quella che nel colorito gergo politico americano si chiama “un’anatra zoppa”, cioè un presidente non più in grado di dirigere il paese senza un accordo con l’opposizione.

Europa
Per l’Europa l’anno che arriva è davvero cruciale. Il nodo tedesco che l’ha tenuta paralizzata nella seconda metà dell’anno scorso comunque si scioglierà, probabilmente con un nuovo accordo tra democristiani e socialisti o, in caso contrario, con una nuova consultazione elettorale. Le istituzioni di Bruxelles sono da tempo inceppate e occorre un salto di qualità che soltanto Macron e Merkel possono imprimergli anche per affrontare con decisione il problema posto dal gruppo di Visegard (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) che si configura sempre più non soltanto animato da tendenze anti-europee e neo-nazionaliste ma anche pericolosamente incline a adottare forme di governo poco compatibili col modello dello stato di diritto che caratterizza l’Unione. Il tutto in un contesto in cui i radicali cambiamenti che si preannunciano in Medio Oriente richiederebbe una forte presenza europea che certo non può essere assicurata dalla signora Mogherini.

Medio Oriente
La “rivoluzione bianca” intrapresa dal giovane erede al trono dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman per spingere il suo paese verso la modernizzazione utilizzando le rendite petrolifere – sempre più incerte – per incentivare lo sviluppo di un’economia differenziata, abbandonando il regime semi-feudale e l’integralismo religioso wahabita, ha buone probabilità di riuscire perché corrisponde a una forte spinta che arriva dalle zone più urbanizzate del regno saudita (Riyad, Medina, Gedda, Dhahran, ecc.) le quali si riconoscono sempre più in modelli di vita occidentali, dai giovani (che rappresentano la grande maggioranza degli abitanti) e soprattutto dalle donne intenzionate a liberarsi dai vincoli feudali dell’estremismo islamico. In Iran, in modi diversi e circostanze non paragonabili, si assiste a ribellioni che provengono dal basso, spesso tra loro contraddittorie nelle motivazioni e negli obiettivi, ma che dimostrano la crisi ormai evidente del regime imposto dal clero scita e l’impossibilità di arrestare i processi di trasformazione che, partendo dalla borghesia urbana di Teheran e delle grandi città, stanno modernizzando la mentalità e la cultura dei giovani. In Turchia, fallito il tentativo di agganciare il paese all’Europa, Erdogan sta gradualmente imponendo un regime autoritario personale di stampo islamico che tuttavia deve fare i conti – ancora una volta – con la parte più progredita e attiva della Turchia ormai definitivamente laicizzata e che rappresenta la maggior parte delle popolazioni urbanizzate (soprattutto nella fascia mediterranea) dove si concentrano cultura e ricchezza. In questo rimescolamento di carte che verrà prepotentemente alla luce con la sconfitta definitiva dell’incubo dell’ISIS resta centrale la questione palestinese in tutta la sua complessità ma non vi è dubbio che – ancora una volta – se Trump distruggerà quegli equilibri che il suo predecessore, pur tra molti errori, cercava in qualche modo di garantire (congelamento della questione di Gerusalemme, graduale revoca delle sanzioni all’Iran, delegittimazione di Assad, questione curda, ecc.) si apriranno scenari inquietanti dominati da una grande instabilità.

Estremo Oriente
Infine vi è l’Estremo Oriente. La minaccia nucleare della Corea del nord si sta rivelando quel bluff che molti avevano previsto; non perché non sia reale ma semplicemente perché conferma il suo carattere strumentale. Kim Jong un, il monarca comunista di Pyongyang, stretto tra una Cina che rafforza sempre più la sua presenza egemonica nell’area del Pacifico, e un’area di influenza occidentale incardinata sul Giappone e sulla Corea del sud, vuol vender cara la pelle. Se Trump avesse fatto meno chiasso una soluzione sarebbe stata trovata prima.
Ma le bravate contrapposte di Kim e di Donald lasciano comunque conseguenze che non possono che preoccupare gli equilibri dell’Estremo Oriente, e, tra queste, fondamentale, l’avvio del riarmo del Giappone; una prospettiva inquietante per la Cina ma anche per altri paesi di quell’area. Realizzandosi la quale l’impero del Sol Levante rimette anche in moto la sua economia ormai statica e caratterizzata da una stagnazione decennale.

Ce n’è dunque abbastanza per non annoiarci neanche nel 2018. Auguri di buon anno.

 

Franco Chiarenza
5 gennaio 2018

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