Ai sovranisti di ogni latitudine la risposta più convincente è venuta dal Coronavirus. Sprezzante dei divieti di Erdogan e di Putin ha superato ogni confine e si è diffuso senza chiedere il permesso ai governi nazionali, come d’altronde avevano fatto in passato i suoi antenati Sars, Asiatica, Spagnola, Aviaria, e via enumerando. Come sempre i tentativi di isolamento sono falliti, la condivisione di ricerche su farmaci e vaccini è stata invece risolutiva. Il Covid 19 non rappresenta la condanna della globalizzazione come qualcuno ha sostenuto ma, al contrario, la conferma della sua validità.
Chiudere di nuovo i popoli dentro angusti confini non è soltanto poco conveniente è semplicemente inutile. Tutte le cose che contano viaggiano oggi al di sopra delle frontiere: malattie infettive ma anche ricerca di contrasto, capitali finanziari ma anche regole per garantirne un utilizzo virtuoso, scambi e mercati ma anche norme per assicurare una concorrenza imparziale, multinazionali prepotenti ma anche adeguate imposizioni fiscali, riscaldamento globale ma anche comportamenti efficaci per limitarlo, reti di comunicazione ma anche strumenti per contrastarne un uso scorretto, flussi migratori ma anche misure per regolamentarli . Non c’è oggi un solo problema, tra quelli che contano davvero per il nostro futuro, che non passi attraverso soluzioni globali perché ogni provvedimento a livello nazionale si rivela impotente. Chi può negare che le cose stiano così?

Eppure sono in tanti in America, in Europa e altrove a pensare che, avendo raggiunto un elevato tenore di vita, l’unico modo di mantenerlo salvandolo da incursioni predatorie esterne sia quello del “fai da te”, tornando alle politiche protezioniste del “tutti contro tutti”. Si tratta di un’idea miope e controproducente anche per i grandi paesi che per le loro dimensioni e ricchezza possono illudersi di non avere bisogno degli altri, ma semplicemente suicida per piccoli stati come il nostro, con un mercato interno limitato e un indebitamento drammatico, e che si è permesso il lusso di utilizzare le poche risorse disponibili per distribuzioni assistenziali. Il nostro interesse quindi è il contrario di quanto sostengono i “sovranisti”: occorre battersi in ogni sede perchè regole globali consentano il libero gioco della concorrenza competitiva. Anche per questo partecipare all’Unione Europea e rafforzare la sua capacità rappresentativa è per noi molto importante. Tornare ai bracci di ferro e alle guerre commerciali può inizialmente soddisfare un po’ di amor proprio ma quando il virus del nazionalismo autarchico (ben più dannoso di quelli influenzali) avrà drammaticamente dimostrato ai consumatori che a pagare il prezzo di queste esibizioni muscolari alla fine sono loro, si tornerà a invocare il fairplay delle organizzazioni internazionali e a chiedere regole comuni. Perché le regole, da che mondo è mondo, servono a proteggere i più deboli; i più forti ne hanno ugualmente bisogno ma possono più facilmente illudersi di poterne fare a meno perché mettono sulla bilancia il peso della loro superiorità (economica, politica, militare, tecnologica).

Essere convinti che processi globali vadano regolati con accordi multinazionali e significative cessioni di sovranità non significa però che non si possano mettere in atto alcuni strumenti di garanzia per proteggersi da pratiche distorsive che producono danni irreversibili all’economia nazionale; ma essi servono soltanto da tampone e hanno una scarsa efficacia nei tempi lunghi. Più è grande la dimensione politica in cui ci si colloca e meglio si potranno garantire gli interessi strategici; per questo l’unità europea non è un’opzione ma una strada obbligata. Il futuro sarà dominato da grandi blocchi che graviteranno non soltanto intorno agli Stati Uniti d’America ma anche alla Cina e probabilmente all’India e alla Russia. L’Europa potrà svolgere in tale contesto un ruolo importante soltanto se sarà unita e avrà titolo e forza per tutelare i propri interessi; e sarà meglio per tutti se ciò avverrà nell’ambito di strumenti multilaterali a livello globale in grado di difenderci dalla prepotenza dei mercati finanziari, dall’inquinamento globale, dalla minaccia che proviene da un uso scorretto delle nuove tecnologie informatiche, dalle emigrazioni indiscriminate di milioni di esseri umani spinti dalle guerre e dalla fame, ecc. Occorre mettersi insieme, potenziare le strutture sovranazionali che esistono e, se necessario, costruirne delle altre.
Certo, esiste, e non da oggi, la necessità di mettere all’ordine del giorno la riforma di alcuni degli organismi già esistenti, non soltanto in Europa ma anche a livello globale. A cominciare dall’ONU, che, per esercitare un ruolo più incisivo deve essere sottratta dal ricatto dell’”uno vale uno” che rischia sempre di paralizzare ogni decisione. Perchè se, per esempio, il voto di Malta (400,000 abitanti) può paralizzare l’Europa (446, milioni di abitanti) oppure il voto del Togo (6 milioni di abitanti) bloccare le Nazioni Unite (che rappresentano circa sette miliardi di esseri umani) c’è qualcosa che non va. Non bastano le soluzioni empiriche, spesso poco trasparenti, che hanno consentito fino ad oggi di andare avanti, occorre affrontare il problema in maniera chiara e in base a principi innovativi che non siano soltanto improntati all’uguaglianza giuridica e formale delle nazioni. Sono stati studiati per esempio sistemi istituzionali ponderati in cui il principio di nazionalità viene bilanciato da altri criteri di valutazione (popolazione, pil,ed eventualmente altri purché oggettivamente misurabili). L’importante è dare nuovo vigore alle istituzioni sovranazionali più significative realizzate nel secolo scorso dopo gli orrori della seconda guerra mondiale le quali, malgrado i loro limiti, hanno comunque ottenuto in molti casi risultati positivi.

Quando nel 1945 l’America era in grado di imporre a tutto il mondo occidentale, all’Africa decolonizzata e a una parte rilevante dell’Oriente (a cominciare dal Giappone) il suo modello politico ed economico, i suoi governanti fecero una scelta intelligente. Imposero sì quel modello (che d’altronde si era dimostrato vincente) ma ne proposero una gestione condivisa: una partnership che si concretizzò negli accordi monetari di Bretton Woods, nella creazione del WTO (per regolare gli scambi commerciali), nella Banca Mondiale, nel FMI e in numerose altre organizzazioni, alcune delle quali facenti capo all’ONU e in gran parte finanziate dal governo di Washington (UNESCO, FAO, OMS, ILO, ecc.) con lo scopo di affrontare insieme i problemi posti dai cambiamenti universali e promuovere regole comuni su ogni aspetto della vita umana. Persino nella difesa militare durante la guerra fredda gli USA preferirono coinvolgere i partner in un trattato (NATO) che, per molti aspetti, ha caratteristiche multinazionali. Questo grandioso progetto, riuscito solo in parte, era comunque nuovo nella storia più recente e dimostrava la consapevolezza della potenza egemone che i problemi dell’umanità si risolvono tutti insieme o non si risolvono. Quest’epoca, tra alti e bassi durata settant’anni, sembra finita con la presidenza Obama. Con l’avvento di Trump, al di là della volgarità del personaggio, l’America pare avere voltato le spalle a questa mirabile costruzione e preferire richiudersi in se stessa, come già aveva fatto negli anni dell’isolazionismo tra le due guerre mondiali. Eleggendo Trump (sia pure con i limiti di una votazione poco convincente) gli americani hanno inteso chiudere l’epoca del multilateralismo che essi stessi avevano promosso, convinti forse di non avere bisogno di nessuno e comunque certi che ciò che occorre si può comprare senza cedere una briciola del proprio potere. Speriamo si tratti soltanto di una parentesi, non mancano indizi di resipiscenza e il sistema americano dei contrappesi sembra funzionare ancora, ma il segnale “sovranista” e autarchico si è diffuso ovunque e minaccia la stabilità più seriamente del “coronavirus”. Perché, come diceva Bastiat, dove non passano le merci, prima o poi, passano i cannoni.

 

Franco Chiarenza
4 maggio 2020

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