La vicenda TAV, giunta al momento dei bandi per gli appalti, aveva due sole possibili soluzioni: il loro avvio, impossibile senza una crisi di governo perchè farebbe perdere la faccia ai Cinque Stelle, oppure un ennesimo rinvio. Azzerare tutto non è possibile: lo sanno anche i Cinque Stelle freschi di un sondaggio che vede al nord quasi la metà della sua base favorevole al progetto (sia pure ridotto), e lo dice l’Unione Europea che ha pubblicato un’analisi sui benefici dell’opera a livello continentale che dovrebbe far vergognare Toninelli e quanti si sono assunti la responsabilità di stilare un’analisi costi/benefici campata per aria. Ma poiché Salvini ha deciso evidentemente che non è ancora venuto il momento di chiedere il divorzio da Di Maio, il presidente Conte ha varato l’unica soluzione praticabile, peraltro tipicamente italiana: una formula bizantina che si risolve sostanzialmente in un rinvio.
Però deve essere chiaro che la TAV è soltanto la punta di un iceberg che prima o poi sarà impossibile evitare. Non è difficile capirne il perché.

Adesso cominciano i guai
Salvini ha incassato il consenso (giunto a mio parere al punto massimo) sulle politiche della sicurezza (legittima difesa, decreto sicurezza e la stessa immigrazione, percepita dalla maggior parte del suo elettorato soprattutto come un problema di sicurezza) nonché sull’anticipo delle pensioni che, riguardando in prevalenza la pubblica amministrazione, gli assicura una rendita elettorale anche nel centro-sud. Da adesso in poi però dovrà fare i conti con altri problemi più difficili da risolvere, cominciando dagli interessi dei piccoli e medi imprenditori del centro-nord che vivono con preoccupazione la tendenza dei Cinque Stelle a penalizzare la produzione manifatturiera, e di cui l’ostilità nei confronti delle grandi infrastrutture costituisce la “cartina di tornasole”. Le tasse continuano ad essere molto elevate, i costi energetici più alti di quelli di altri paesi, la mano d’opera ingabbiata in normative che impediscono qualsiasi forma di flessibilità, tutte questioni su cui i due partner di governo hanno sensibilità diverse.
Di Maio ha portato a casa il reddito di cittadinanza ma ha dovuto cedere su molte altre questioni che la base militante del suo movimento riteneva importanti per la propria identità. Il futuro per lui non si presenta bene: la realizzazione concreta del reddito di cittadinanza mostra numerose criticità dovute anche alla fretta con cui è stato attuato il provvedimento ed esiste il rischio concreto che esso si trasformi in un boomerang, non soltanto al nord dove è visto malissimo ma anche al sud dove potrebbe facilmente trasformarsi in una sorta di sussidio generalizzato a sostegno dell’economia sommersa. I sondaggi e le elezioni regionali in Abruzzo e in Sardegna mostrano peraltro un forte ridimensionamento del consenso elettorale dei Cinque Stelle tanto da richiedere urgenti restauri all’organizzazione stessa del movimento (e ad alcuni suoi presupposti ideologici).
Entrambi i partner tuttavia avevano messo in conto di andare avanti fino alle elezioni europee: Salvini per capire se un’ipotesi alternativa di maggioranza di centro-destra (con Berlusconi, Meloni e frattaglie) sia effettivamente praticabile, Di Maio per arginare l’emorragia sventolando il reddito di cittadinanza. Le scadenze della TAV (peraltro ben note) sono state soltanto un incidente di percorso, amplificato dal clamore mediatico che la vicenda ha creato e che entrambi i “dioscuri” avevano sottovalutato al momento di stringere l’accordo di governo.

La crisi economica
Il vero problema che angoscia entrambi i partiti di maggioranza (e tutti gli italiani responsabili) è un altro: come affrontare la crisi economica che si sta riaffacciando in Europa (e con particolare intensità nel nostro Paese). Una revisione delle previsioni di bilancio (comunque la si voglia denominare) potrebbe rendersi necessaria a breve e mettere a rischio le risorse impegnate per il reddito di cittadinanza e per le pensioni anticipate; l’alternativa sarebbe un nuovo duro confronto con la Commissione dell’UE che potrebbe sfociare in una procedura d’infrazione. Una patata bollente che Salvini e Di Maio passerebbero volentieri ad altri e questo spiegherebbe perchè la partita che si è aperta somiglia tanto al gioco del cerino: chi si brucerà le dita? Forse, per ora, nessuno; basta buttare per terra il cerino. Ma non è detto che si spenga.

 

Franco Chiarenza
11 marzo 2019

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