Nei giorni scorsi ho pubblicato sul mio blog un articolo in cui cercavo di capire quanto corrispondesse a verità lo slogan del “cambiamento”, continuamente ripetuto dalla nuova maggioranza. L’articolo ha suscitato molte reazioni, più di quante immaginassi, fino a raggiungere un numero di interazioni per me senza precedenti. Ne sono lusingato ma mi sono anche chiesto perché e ho quindi cercato di analizzare le risposte e i dialoghi che ne sono scaturiti, al netto naturalmente degli insulti e delle dichiarazioni di fede che sono per me ovviamente irrilivanti. Premesso dunque che i consensi e le contestazioni si dividono circa a metà, interessa esaminare le motivazioni dei contestatori che ho cercato di riassumere in quattro punti.

Cambiamento purchessia
Un primo gruppo di interlocutori non nasconde che il cambiamento è importante per sé stesso, a prescindere dai risultati. Occorreva cambiare radicalmente la classe dirigente e se per farlo bisogna anche pagare un prezzo in termini di esperienza di governo non importa. Il giudizio finale andrà dato al termine dell’esperienza di governo e se sarà necessario si potrà sempre cambiare di nuovo.

Le colpe del PD
Molti hanno espresso – anche in termini piuttosto violenti – un forte rancore nei confronti del partito democratico. Le ragioni sono sostanzialmente sintetizzabili in tre punti: 1) il PD ha tradito le ragioni di giustizia sociale con leggi che hanno danneggiato le parti più deboli del Paese. 2) Il PD (e soprattutto Renzi) ha tollerato la corruzione e la disonestà, si è alleato con i “poteri forti” contro il popolo. 3)La disastrosa situazione economica e sociale è imputabile all’alleanza tra PD, banche voraci e dissestate, e sottomissione all’Europa dominata dagli interessi della finanza internazionale. Qualcuno attribuisce all’”inciucio” tra Renzi e Berlusconi la ragione dell’inaffidabilità del PD.

L’onestà vale anche un po’ di incompetenza
Sul tasto dell’onestà insistono in molti. La figura di Renzi viene accostata agli intrecci familiari con Banca Etruria, mentre i vitalizi per deputati e senatori e “pensioni d’oro” sono meno presenti nei commenti di quanto immaginassi. Qualcuno ammette che errori di ingenuità e di incompetenza sono stati compiuti nei primi mesi del nuovo governo ma che essi vadano messi in conto all’inevitabile inesperienza dei nuovi arrivati e che bisogna dare loro il tempo necessario. La colpa non è loro se hanno ereditato una situazione così difficile.

Immigrazione e orgoglio nazionale
Il consenso sulla politica di contrasto all’immigrazione è stato ovviamente totale, con punte spiacevole di razzismo e ripetizione di fakenews da tempo smentite. Su questo tema si innesta un forte anti-europeismo (inteso come responsabilità dell’Unione per non avere aiutato l’Italia) e una rivendicazione dell’orgoglio nazionale che i precedenti governi, asserviti alla Germania e alla Francia, avrebbero colpevolmente ignorato.
Nessun accenno alle grandi opere infrastrutturali. Qualche puntualizzazione difensiva sugli effetti espansivi del “reddito di cittadinanza” e dei pensionamenti anticipati.

Conclusioni
L’impressione che il voto di marzo sia stato determinato in larga misura da un rancore profondo nei confronti di una classe politica ritenuta incapace di gestire la crisi economica resta confermata; ad essa si aggiunge un profondo fastidio per i riti politici e parlamentari della vecchia maggioranza. In sostanza nessun progetto alternativo, molta rabbia contro i governanti precedenti, richiamo continuo all’onestà come valore predominante (quindi adesione ai tagli ai vitalizi, agli stipendi, alle pensioni d’oro, ecc,).
Colpisce, nei commenti negativi, l’assenza quasi totale delle problematiche di bilancio: il debito pubblico, le opere pubbliche, la riforma fiscale, ecc. L’Europa è vista sempre in proiezione negativa ma si nota chiaramente che di essa nulla si sa: quali siano i suoi poteri, come funziona, quali ricadute ha sul sistema produttivo italiano, ecc. I sostenitori della Lega ribadiscono che il partito di Salvini è cosa diversa dalla vecchia Lega di Bossi; si conferma quindi la percezione che essa abbia svolto una funzione di raccolta in chiave nazionalistica, estranea alla cultura politica dei Cinque Stelle, e questo spiega il riposizionamento, confermato dai sondaggi più recenti, che vede la Lega molto al di sopra dei pentastellati. In pratica c’è una parte di elettorato che ha votato per il partito di Grillo che oggi preferirebbe Salvini (e tale tendenza potrebbe aumentare se gli esiti concreti del reddito di cittadinanza dovessero produrre qualche delusione) ma cambiati gli addendi il totale resta uguale: le soluzioni per il futuro sono diversificate, spesso confuse, ma il rifiuto del passato è netto e condiviso.
Se questo è vero il PD, anche a guida Zingaretti, è destinato a restare sotto la quota del 20% e si apre invece uno spazio al centro dello schieramento politico che non si sa da chi potrà essere occupato; non certo da Berlusconi. Dal partito che verrà?

Franco Chiarenza
16 gennaio 2019

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