Non sapendo come differenziarsi in maniera comprensibile e senza utilizzare quei linguaggi criptici e quelle affermazioni generiche che richiamano i riti partitocratici del passato, la sinistra alternativa per smentire la calunnia che la propria alterità consista soltanto in una avversione personale nei confronti di Renzi, ha riesumato il fatidico articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, modificato in maniera sostanziale dal cosiddetto Jobs Act varato dal governo nel 2015. Per tornare a discutere di un eventuale accordo elettorale la sua restaurazione nella forma originaria sembra essere per questi movimenti conditio sine qua non, venendo così incontro alla richieste della CGIL che prosegue senza esitazioni nella sua lotta contro ogni forma di flessibilità nel lavoro.

Un feticcio ormai superato?
Molti politici e qualche economista sostengono che quello dell’articolo 18 sia un problema ormai scarsamente rilevante e che hanno torto coloro che lo sventolano come una bandiera (ormai un po’ consunta) ma anche quanti hanno pensato che eliminando i licenziamenti senza giusta causa (ché di questo sostanzialmente si tratta) sarebbero tornati gli investimenti e con essi nuovi posti di lavoro. Ragionamento che di fatto suggerisce di essere condiscendenti su tale questione se questo è il prezzo da pagare per un’intesa tra le diverse componenti della sinistra.
Se con ciò si intende affermare che le cause della disoccupazione sono altre e riguardano questioni complesse a cui non si è mai seriamente messo mano (formazione non corrispondente alla domanda, sperequazioni regionali, scarsa attrattività per gli investimenti industriali, eccesso di controlli e ostacoli burocratici, difesa di interessi corporativi, ecc.) chi sostiene tale tesi ha perfettamente ragione. Ma davvero l’articolo 18 è un residuo ideologico del passato che si può trattare con indifferenza per la sua sostanziale irrilevanza?
In realtà, a quanto mi hanno spiegato diversi imprenditori, il problema non riguarda tanto le grandi e medie imprese (quelle, per intenderci, che superano i cento dipendenti) dove in effetti i diritti dei lavoratori sono abbastanza garantiti, i contratti di lavoro vengono rispettati, e i tempi delle discriminazioni politiche (che avevano allora spinto all’adozione dell’art. 18) sono finiti da un pezzo. Diversa invece è la situazione delle piccole imprese, soprattutto di quelle dove la dimensione quasi artigianale ancora consente un contatto diretto della proprietà con i lavoratori; in esse il venir meno dell’elemento fiduciario, comunque motivato (non sempre con ragioni dimostrabili giuridicamente) rende impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro.
Ecco perché la trasformazione del diritto automatico alla riassunzione in indennizzo economico è stato accolto con favore e non ha suscitato, se non in alcuni elementi legati alla CGIL, particolari reazioni negative.
Il mantenimento del Jobs Act, quindi, al di là di qualche aggiustamento marginale, è fondamentale per il sistema imprenditoriale italiano (notoriamente costituito da aziende di dimensioni medio-piccole) e coinvolge un punto qualificante del programma di Renzi tendente a diminuire la conflittualità sindacale e consentire un aumento della produttività, unica seria ricetta per richiamare gli investimenti (e quindi creare nuovi posti di lavoro).

Politiche del lavoro
Di “politiche del lavoro” tutti si riempiono la bocca, ma quando si arriva al dunque le misure proposte appaiono incongrue perché non affrontano il problema alla radice.
Il dilemma è semplice e le forze politiche farebbero bene a renderlo chiaro prima delle elezioni politiche: la globalizzazione è quello che è, può piacere o no, ci ha dato internet con tutte le sue applicazioni, ha aumentato i consumi, ha mantenuto bassi i prezzi. La libera circolazione dei capitali e delle persone però ha anche prodotto una competizione che, in mancanza di una efficace regolamentazione internazionale, genera un aumento della precarietà e una diminuzione dei posti di lavoro non qualificati; tendenza che sarà rafforzata dalle nuove tecnologie robotiche che nei prossimi anni sostituiranno molta mano d’opera non specializzata.
Si può rifiutare la globalizzazione? Certamente sì ma bisogna comprenderne le conseguenze che non sono quelle che i populisti in cerca di facili consenso fanno credere. Chiudersi nei propri confini e regolare con dazi, dogane, accordi bilaterali, la circolazione di persone e merci comporta una probabile diminuzione delle esportazioni, la fuga di molti capitali all’estero, e, in tempi non molto lunghi, un aumento dei prezzi al consumo e una diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie; inoltre per compensare la diminuzione dell’iniziativa privata e per garantire quella sicurezza del posto di lavoro che i demagoghi hanno promesso è probabile che si dovrà allargare ulteriormente l’intervento pubblico. Insomma c’è il rischio concreto che – realizzando il sogno di Zalone – finiremo tutti felicemente poveri ma con la certezza di un posto fisso (pubblico naturalmente).

Europa
Io sono europeista per ragioni ideali, culturali, politiche e via enumerando. Ma quello che mi stupisce è che ci siano ancora tanti che invece di vedere nell’Europa la soluzione dei problemi che ci mettono in balìa di una globalizzazione incontrollabile, la considerano un nemico da rimuovere per rifugiarsi nelle proprie presunte certezze nazionali – e magari regionali – senza capire che al di fuori di sistemi che garantiscono e regolano il libero scambio sarebbero condannati a subire le decisioni e le regole imposte da chi, per dimensioni, per potenza finanziaria, per influenza politica internazionale, è in grado di farlo.
La soluzione del problema quindi, se vogliamo mantenere quanto abbiamo e trasmettere ai nostri figli qualche certezza, è duplice: fare pulizia a casa nostra (non soltanto su corruzione e malavita) e portare avanti il processo di integrazione europea; qualcuno non ci sta? Avanti lo stesso, vedrete che prima o poi si accodano scodinzolando.

 

Franco Chiarenza
13 novembre 2017

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