Ancora su Russia, ieri, oggi, domani – La risposta di Franco Chiarenza alla lettera di Raffaello Morelli

Caro Raffaello,

innanzi tutto ti ringrazio per l’attenzione che hai dedicato al mio scritto e scusami per il ritardo nel risponderti. Confrontarsi tra noi liberali è sempre utile; farlo con te richiede attente riflessioni perchè le tue idee non sono mai banali.
Vengo ai punti di contestazione che mi pare siano sostanzialmente due: la mancata autonomia al Donbass e la campagna anti-russa pregiudizialmente ostile.

Per quanto riguarda il Donbass è innegabile che gli accordi di Minsk prevedevano la concessione di un’autonomia speciale che, di fatto, non è stata nemmeno messa all’ordine del giorno da parte del governo ucraino. Dimentichi tuttavia che la guerra civile era già in corso e non si è arrestata in seguito agli accordi; anche ammesso (e non concesso) che la Russia non fosse già direttamente coinvolta nel conflitto, resta il fatto che esso è servito come pretesto per un’invasione che è andata ben oltre la questione delle minoranze russofone, mettendo in discussione gli stessi accordi di Helsinki sulla intangibilità dei confini. Addirittura Putin ha contestato la stessa legittimità dell’esistenza di uno stato ucraino, malgrado con esso esistessero da molti anni regolari relazioni diplomatiche. Il che fa presumere che altri stati dove vivono minoranze russofone (come i paesi baltici) corrano il rischio di vedere contestata la loro indipendenza. Naturalmente l’appartenenza alla NATO fa la differenza e questo spiega almeno in parte perchè Putin abbia scatenato una guerra preventiva per impedire che l’Ucraina ne seguisse l’esempio.
In effetti questo è il punto geo-politico: ha diritto una grande potenza nucleare di limitare la sovranità di uno stato confinante per garantire la propria sicurezza? Secondo Putin evidentemente sì, ma questa convinzione apre uno scenario inquietante se la sicurezza di uno stato è valutata dal governo del paese che ritiene di essere minacciato. La sicurezza può diventare il pretesto per condizionamenti di altro tipo (politici ed economici per esempio) che di fatto limiterebbero il diritto dei popoli di scegliere il modello di società che preferiscono. E poi in cosa consiste la minaccia alla sicurezza russa? Non certo nelle forze armate ucraine o baltiche; consiste nella NATO e in particolare negli USA che nell’alleanza sono preponderanti. Questo dunque è il vero nodo della questione: la Russia vuole allontanare la NATO dai propri confini perchè la ritiene un’alleanza ostile; ma è lecito il sospetto che il timore di Putin non sia limitato all’aspetto militare (anche perchè le forze schierate sono equivalenti e semmai in favore dell’armata rossa) ma piuttosto coinvolga una sfera di influenza che comprende il sistema politico e i contesti economici e sociali, esattamente come avveniva durante il regime comunista.
E’ quindi comprensibile e legittimo che le nazioni interessate non siano d’accordo e cerchino di difendersi. Quando un paese piccolo ha la sventura di confinare con uno grande che vuole imporre la sua egemonia ha due scelte: o accettarne una sostanziale subordinazione oppure allearsi con una grande potenza alternativa che funzioni da deterrente, come fece infatti (con successo) Fidel Castro quando si alleò con l’URSS per sfuggire alla colonizzazione americana. La resistenza ucraina quindi potrebbe essere spiegata non tanto per mantenere all’interno dei propri confini la Crimea e il Donbas quanto per la volontà di differenziarsi dall’involuzione politica ed economica della Russia.
Putin ha ragione quando sostiene che la cultura russa e quella ucraina hanno molti aspetti in comune; ma non quando ne trae come conclusione che non esista un’identità nazionale ucraina, la quale invece affonda le sue radici nei ruteni che hanno fatto parte per secoli dell’impero asburgico e che, diversamente dai russi, erano prevalentemente cattolici. Fu Stalin, con metodi brutali che ricordano sinistramente quelli che sta utilizzando l’attuale autocrate russo, a stroncare la resistenza ucraina e imporre la “russificazione” del paese.

Per quanto riguarda l’inopportunità di un ritorno alla guerra fredda e al clima di reciproca delegittimazione che l’avevano caratterizzata, posso convenire con le tue preoccupazioni ma rilevo che non si tratta soltanto del risultato di una campagna mediatica occidentale ma di un preciso obiettivo di Putin (da lui chiaramente enunciato) di tornare a una contrapposizione frontale per evitare contaminazioni che contrasterebbero il suo progetto di sperimentare nuove forme di democrazia plebiscitaria in grado di prendere il posto di quelle liberali ormai superate dalla storia (sempre parole di Putin).
Non bisogna dimenticare che la guerra fredda è stata una guerra come tutte le altre, anche se non combattuta sul campo, ed è stata vinta dall’alleanza occidentale anti-sovietica, piaccia o no; il che non poteva non comportare nuovi equilibri nell’Europa dell’Est anche per rispondere a una pressante richiesta di quei governi liberamente eletti, i quali nella dimensione economica dell’Unione Europea e in quella militare della NATO intendevano tutelare la loro sicurezza che non era certo minacciata dagli americani. Oppure conta soltanto la sicurezza della Russia che in realtà viene spesso confusa con quella del regime di Putin?

Non ho difficoltà ad ammettere che dopo la caduta del sistema comunista sovietico la NATO (e quindi pure noi) perse l’occasione di trasformare l’alleanza in un patto di non aggressione e di sicurezza che garantisse stabilità anche a contesti geo-politici in fase di trasformazione (Medio Oriente, Africa, ecc.). Il presupposto di tale nuova Alleanza però non poteva che essere l’accettazione dei principi di uno stato di diritto liberal-democratico (che nulla ha a che fare con l’esportazione della democrazia) almeno al proprio interno; se il progetto fallì fu responsabilità degli opposti estremismi con cui i liberali purtroppo devono sempre fare i conti.
Vi furono errori da parte della Nato? Certamente, a cominciare dall’infelice intervento contro la Serbia dopo l’implosione della Federazione Jugoslava. Ma non possono essere usati in nessun modo per giustificare quello che Putin sta facendo in Ucraina.
Se accettiamo il principio della liceità di interventi armati a tutela della propria presunta sicurezza si aprirebbe un vaso di Pandora incontrollabile: la Turchia di Erdogan contro i curdi, l’Iraq contro gli sciti, India contro Pakistan, Cina per riprendersi Taiwan. Anche noi potremmo schierare le nostre armate contro la Slovenia per riprenderci Capodistria e fare una guerra preventiva contro il Tirolo per difendere gli italiani di Bolzano! Il che guasterebbe i miei progetti di villeggiatura nel Renon.

Cordiali saluti

Franco

PS Naturalmente sarò lieto di pubblicare sul mio blog la tua lettera con la mia risposta. F.

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