Inutile nasconderselo: da qualche mese Carlo Calenda ha imposto con un’abile campagna che utilizza largamente i social-network la sua candidatura, non soltanto a sindaco di Roma, ma in realtà a “sindaco d’Italia” (per utilizzare un vecchio slogan di Mario Segni di trent’anni fa). Lo fa argomentando in maniera convincente in netta controtendenza rispetto al mainstream corrente della politica nostrana, basato su approssimazioni, fake news, scambi di insulti, volgarità di vario genere.
I liberali lo seguono con simpatia e qualche perplessità, anche se il personaggio non si è mai dichiarato “liberale” in senso ideologico ma piuttosto appartenente a un più largo ambito culturale che potremmo definire liberal-democratico.
La sua originalità (e la conseguente attrattività) consiste proprio nel rifiuto delle gabbie ideologiche e partitiche che continuamente vengono riproposte sotto mentite spoglie, e spingere invece la riflessione sulle azioni piuttosto che sulle idee astratte: non a caso il suo movimento si chiama “Azione”. Il problema centrale del Paese, secondo Calenda, non è “fare cose di sinistra” piuttosto che “cose di destra” (salvo capire cosa ciò significhi realmente), ma semplicemente fare qualcosa.
La sua vis polemica si indirizza all’incapacità della politica di realizzare i propri progetti, qualunque siano: non per responsabilità di una burocrazia inerte e depotenziata, non per colpe altrui, ma per avere perso l’abilità di utilizzare gli strumenti e le strutture esistenti (e le condizioni esterne più o meno favorevoli) al fine di conseguire obiettivi chiari, riconoscibili, su cui i cittadini possano compiere scelte consapevoli. Qualunque liberale autentico non può che avere un riflesso positivo, come il cane di Pavlov quando sente la campanella: gli si presenta subito davanti il volto accigliato di Camillo Benso di Cavour. Purtroppo con una differenza, che Cavour muoveva su una scacchiera complessa forze non sempre omogenee facendole convergere su un obiettivo comune avendo dietro di sé sostegni che gli consentivano di passare rapidamente dal pensiero all’azione, la monarchia, l’esercito, la parte più colta e influente non soltanto del Piemonte ma (attraverso la Società Nazionale) anche degli altri regni italiani, senza parlare della nascente borghesia imprenditoriale che dell’unificazione vedeva tutti i possibili vantaggi. Calenda invece, anche quando dice cose condivisibili appare un isolato, guardato con diffidenza dal partito democratico che in lui teme un nuovo Renzi, detestato da Renzi per la stessa ragione, troppo debole per attivare un consenso deciso da parte di un mondo imprenditoriale indebolito e scottato da precedenti endorsment non corrisposti, e considerato pericoloso dai sindacati sempre timorosi di perdere potere contrattuale senza il mantenimento di quei riti defatiganti che non sembrano compatibili col messaggio calendiano.

Sindaco di Roma?
Così stando le cose il leader di Azione (forte della sua militanza nel gruppo social-democratico del Parlamento Europeo) ha fatto la mossa del cavallo: non ha aspettato che eventuali trattative sottobanco tra Zingaretti e Di Maio si concludessero abbandonando una capitale ingovernabile al dilettantismo dei Cinque Stelle in cambio di altre possibili “conquiste” del PD (Torino, Napoli, Palermo?). Pettegolezzi, fake, falsità, smentirebbero subito i vertici del Nazareno, ma, come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma qualche volta ci si azzecca.
Non c’è dubbio comunque che la mossa di Calenda ha messo in difficoltà il partito democratico anche perchè la sua candidatura, debitamente appoggiata, sarebbe l’unica in grado di battere la destra, e tutti lo sanno. Da parte sua Calenda rischia poco: da un lato affronta una campagna che gli dà grande visibilità , d’altra parte costringe il PD – anche in vista di elezioni politiche che potrebbero arrivare subito dopo l’elezione del nuovo Capo dello Stato nel 2022, a definire la vera natura dei suoi rapporti (secondo Calenda incestuosi) col movimento Cinque Stelle.

Il Liberale Qualunque sta a guardare: un po’ scettico, un po’ divertito, un po’ ammirato. Ma in fondo al cuore ha una speranza: e se ce la dovesse fare?

 

Franco Chiarenza
1 dicembre 2020

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