Foto: Governo Italiano – Presidenza del Consiglio dei Ministri

Il teatrino cui stiamo assistendo in questi giorni mostra quanto in basso sia caduta la nostra stampa; giornali considerati a suo tempo autorevoli alimentano un gossip senza fine sulle intenzioni di voto dei circa mille grandi elettori chiamati a gennaio a scegliere il nuovo presidente della Repubblica. Pronostici senza senso si intrecciano con manovre poco trasparenti per rendere ancora più difficile una decisione che, per un insieme di circostanze, assume un’importanza maggiore che in passato.
La scadenza del settennato di Mattarella coincide infatti con un passaggio fondamentale dell’azione di governo di Draghi, quello in cui l’Unione Europea avrà i primi elementi per verificare la credibilità del nostro Paese nell’utilizzazione dei fondi straordinari (PNRR) che vengono messi a disposizione per avviare incisive riforme di struttura. A questo si aggiunge una difficile fase della politica internazionale in cui gli Stati Uniti sono passati dall’isolazionismo di Trump all’attivismo di Biden, con le conseguenti tensioni in Ucraina e a Taiwan, mentre l’Europa dopo la costituzione del nuovo governo tedesco attende di conoscere il risultato delle elezioni francesi l’anno prossimo per capire se attraverso una saldatura strategica tra Germania, Italia e Francia essa potrà tornare ad avere voce in capitolo. Al centro di questi intrecci, decisivi per il nostro futuro, c’è Mario Draghi, il solo che ha il prestigio internazionale per fare dell’Italia, per la prima volta da molti anni, un protagonista della partita e non una semplice comparsa.

Di tutto ciò nessuno dubita. Il problema è: da quale palazzo Draghi potrà meglio svolgere il ruolo che le circostanze gli impongono?
La risposta più logica porta a scegliere il Quirinale soprattutto per le garanzie di stabilità e di indipendenza che i sette anni di mandato garantiscono al Capo dello Stato; ma chi potrà con la stessa autorevolezza prendere il suo posto a palazzo Chigi, dove comunque, a costituzione invariata, si attuano le strategie politiche nazionali?
Attualmente, stando ai sondaggi più credibili, nuove elezioni non sarebbero in grado di assicurare maggioranze stabili: il Paese è diviso in due schieramenti contrapposti entrambi al di sotto della soglia di governabilità, il che prefigura uno scenario di variabilità politica come quello che già abbiamo vissuto recentemente con Conte e le sue maggioranze intercambiabili. Uno scenario che ci farebbe perdere tutta la credibilità internazionale faticosamente conquistata.
La soluzione migliore sarebbe quindi che Draghi restasse a palazzo Chigi il tempo sufficiente per avviare la seconda fase del Recovery Plan e il suo trasloco al Quirinale venisse rinviato alla fine dell’anno prossimo quando di fatto il governo sarà comunque paralizzato dalle divisioni tra i partiti impegnati nella campagna elettorale. Un trasferimento che potrebbe servire anche ad accelerare di qualche mese la scadenza elettorale.
Ma per ottenere questo risultato Mattarella dovrebbe accettare una rielezione che andrebbe incontro al desiderio di gran parte della pubblica opinione ma che il Capo dello Stato ha però, a più riprese, escluso, lasciando intendere che la soluzione va trovata a Montecitorio dove i partiti devono decidere – di fatto – se procedere nell’esperimento Draghi (lasciandolo a palazzo Chigi e individuando una candidatura accettabile e più defilata per il Quirinale) oppure “resettare” la maggioranza di governo imbalsamando Draghi al Quirinale. Questo, per lo meno è ciò che sembra, ma non è detto che le cose stiano davvero così.
Sergio Mattarella infatti è un uomo politico di lungo corso, conosce le trappole e i sentieri meno visibili dell’arte di governo, e sa che la carta di un’eventuale rielezione per essere attendibile va giocata all’ultimo momento, quando si è verificato sul campo che non vi sono alternative possibili e non deve scaturire da un accordo preventivo tra i partiti. Non prima quindi della quarta votazione a Montecitorio.

In effetti, al momento attuale, non si vede una candidatura che abbia serie possibilità di riuscita: non Berlusconi che sa di non potere contare su molti voti della destra, al di là di quelli che dovrebbe raccogliere nel magma confuso dei Cinque Stelle; non Marta Cartabia che sconta l’avversione del “partito dei giudici” nascosto ma presente in tutto il centro-sinistra; non Giuliano Amato per ragioni anagrafiche ma soprattutto per quel “fumus” di craxismo che non lo rende simpatico al PD e ai Cinque Stelle; non Gentiloni, la cui presenza a Bruxelles è in questo momento di cruciale importanza. Né vedo tra le “soluzioni B” di cui parlano i giornali altre candidature in grado di superare la soglia fatidica necessaria all’elezione; senza contare che un presidente eletto faticosamente dopo molte votazione apparirebbe una soluzione inadeguata alla gravità del momento.

I frequentatori delle prime dei teatri lirici non rappresentano certo la realtà del Paese, ma le ovazioni della Scala e del San Carlo con la richiesta di un bis che non riguardava gli spettacoli in scena forse sono più significative di quanto possa sembrare; ci sono stati nella nostra storia altri momenti in cui le platee teatrali hanno indicato la strada da percorrere, come il nostro presidente sa bene.

 

Franco Chiarenza
30 dicembre 2021

Caduto, tra polemiche più o meno pretestuose, il ddl Zan, si può cominciare un confronto serio sui suoi contenuti, o meglio, sulla tutela delle minoranze sessuali che costituisce la motivazione del controverso disegno di legge. A noi “liberali qualunque” tocca affrontarlo dal nostro punto di vista. Per farlo in modo chiaro e comprensibile rispondiamo ad alcune domande:

  • Chiunque abbia seguito anche superficialmente le polemiche che hanno accompagnato la mancata approvazione del ddl Zan ha avuto l’impressione che oggi nell’ordinamento italiano le minoranze sessuali non siano tutelate e di conseguenza chi si oppone al ddl Zan sia sostanzialmente un omofobo o quanto meno una persona insensibile alla parità di diritti e di riconoscimento sociale estesa a omosessuali, bisessuali e ogni altro orientamento sessuale che rientra nella libertà di ciascuno di noi. E’ così?

No, non è così, anche se si è lasciato credere che di questo si trattasse. La normativa esistente, anche a prescindere dalla discutibile legge Mancino, se applicata con giusta severità, è in grado di tutelare i diritti di ogni minoranza e quindi anche di quelle caratterizzate da orientamenti sessuali minoritari e legittimi (quindi sempre tra maggiorenni). Tutt’al più si potrebbero apportare alcune modifiche al codice penale per venire incontro alla maggiore sensibilità su questi temi che deriva dalle profonde trasformazioni sociali di questi ultimi anni. Mi riferisco in particolare a una migliore definizione delle minoranze di genere e alle procedure accusatorie. Ma per fare questo non c’è alcun bisogno di leggi speciali. Il ddl Zan persegue infatti una finalità diversa, quella di contrastare penalmente le espressioni di “istigazione all’odio” dirette alle minoranze sessuali e di inasprire le pene nei confronti di chi se ne rende responsabile.

  • Non esiste già una legge (cosiddetta legge Mancino del 1993) che prevede una tutela rafforzata delle minoranze? non basterebbe integrarla comprendendovi le minoranze sessuali?

Certamente sì. Visto che una legge speciale per tutelare le minoranze (razziali, religiose, ecc.) già esiste non si capisce perché non si proceda semplicemente a modificarla comprendendovi anche le minoranze sessuali, ed è questa infatti una delle critiche che vengono mosse al ddl Zan anche da chi non si ritiene né omofobo né intollerante. Da liberale però devo aggiungere che anche la legge Mancino, pur essendo una legge dello Stato e come tale da rispettare, non corrisponde ai principi di uno stato di diritto per almeno due ragioni: la prima è proprio la “specialità” delle tutele previste che collide col principio di generalità per il quale tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Perché mai insultare un omosessuale deve essere diversamente considerato dal farlo nei confronti di qualsiasi cittadino? Tutt’al più può rappresentare un’ aggravante per le presunte condizioni di inferiorità dell’aggredito e per le sue spregevoli motivazioni (ma questo è già previsto dal codice penale). La seconda ragione per cui la legge Mancino non piace ai liberali è perché introduce il principio di incitamento all’odio come reato, a prescindere da ogni intento a delinquere. Un concetto generico, pericoloso per le interpretazioni estensive che potrebbero entrare in contrasto con la libertà di espressione tutelata dall’art. 21 della Costituzione; dubbi che restano immutati perché finora la sua applicazione è rimasta abbastanza sporadica e la Corte costituzionale non ha ancora avuto occasione per esprimersi in proposito.

  • I manifestanti a favore della legge Zan inalberavano un cartello in cui era scritto che “l’odio non è un’opinione”. Non hanno ragione?

Lo slogan “l’odio non è un’opinione”, che riprende il titolo di una nota ricerca del COSPE, è suggestivo ma parziale; certamente l’odio non è un’opinione perchè è un sentimento, e quindi irrazionale per definizione, ma anche i sentimenti se non sono tali da indurre alla commissione di reati sono tutelati dalla libertà di espressione. Pure l’amore è un sentimento e nessuno si sognerà mai di sanzionarlo finchè non produce danni e limitazioni concrete nei confronti di altri (come lo stalking). Quando si propone che l’istigazione all’odio diventi un reato punibile con sei anni di galera bisogna fare attenzione perchè l’estensione interpretativa del concetto di odio può diventare un boomerang di cui per primi potrebbero dolersi gli attuali sostenitori della legge Zan. Le leggi sono pericolose: partono con precise finalità nelle intenzioni del legislatore ma poi vivono di vita propria e si trasformano per analogia in interpretazioni giurisprudenziali talvolta utilizzate per scopi ben diversi da quelli che le avevano ispirate. Per questa ragione – sia detto per inciso – la cultura giuridica anglosassone, che si esprime attraverso la common law, diffida dell’abuso della funzione legislativa preferendo ad essa un aggiornamento pragmatico dei precedenti giurisprudenziali adattandoli, nel quadro di principi generali incontrovertibili, caso per caso.

  • Nella realtà concreta però le minoranze sessuali sono di fatto discriminate, perseguitate o nel migliore dei casi, emarginate. Non far nulla non può sembrare una forma di tolleranza per gli intolleranti?

Cambiare in profondità (cioè ben oltre la borghesia illuminata che detta le regole del polically correct) atteggiamenti e culture fondati da secoli sulla prassi ipocrita per cui le cose si fanno ma di nascosto, richiede tempi lunghi; soprattutto quando certi pregiudizi sono radicati nelle famiglie. Cercare di mutare le culture dominanti attraverso le sanzioni penali non è soltanto illiberale ma anche inutile e controproducente. Oggi però la pervasività dei nuovi mezzi di comunicazione consente una forte accelerazione del cambiamento, che, in questo caso, sarebbe positiva. Anche se non bisogna dimenticare che i nostri valori di tolleranza e inclusione valgono soltanto per una parte dell’umanità; la grande maggioranza (nei paesi islamici, nell’Estremo Oriente o in Africa) ne è invece ancora molto lontana. Sono ancora tanti i paesi in cui l’omosessualità maschile è punita con sanzioni penali anche rilevanti.

  • Allora bisogna lasciare le cose come stanno?

Ci sono casi eccezionali in cui anche i liberali ammettono la necessità di leggi speciali che possono incidere sui diritti fondamentali (tra cui essenziale quello della libertà di espressione) ma devono corrispondere ad alcune condizioni: emergenze conclamate, temporaneità delle misure adottate, ecc.; non è questo il caso del ddl Zan che investe invece una questione più generale, la tutela delle minoranze socialmente (non giuridicamente) discriminate. Esso ha riaperto un dibattito sui rischi legati a leggi speciali mirate a proteggere determinate istituzioni, categorie, minoranze in maniera rafforzata rispetto alla normale applicazione delle norme vigenti; una querelle antica che risale a Locke (uno dei padri del liberalismo moderno) il quale voleva discriminare i cattolici, continua con le varie specie di contrasto penale al “negazionismo”, fino allo hate speech e alla cancel culture dei nostri giorni. Per quanti non sono particolarmente interessati alle complicazioni giuridiche (e alle relative scuole di pensiero) riassumo in termini essenziali la questione (scusandomi coi giuristi per l’approssimazione): da una parte c’è il diritto di esprimere liberamente la propria opinione (qualunque essa sia) tutelato in tutti gli ordinamenti liberal-democratici, dall’altra l’esigenza di proteggere le minoranze razziali, religiose, sessuali, ecc, da un uso improprio di tale libertà anche quando non si concretizza in uno specifico delitto già previsto dalla legge ordinaria (ingiurie, offese, diffamazione, istigazione a commettere reati, ecc.) oppure rafforzando le sanzioni già previste. Bisogna fare attenzione che i due piatti della bilancia restino in equilibrio; se si eccede nelle tutele rafforzate si rischia di cadere, al di là delle migliori intenzioni, nel reato di opinione, tipico di una concezione etica dello Stato che un liberale non può condividere. Il perno su cui si gioca questo equilibrio nel caso nostro è rappresentato da una sola parola: l’odio (cioè cosa esattamente si intende per tale) e il ddl Zan appare in proposito squilibrato e chiaramente ispirato da intenti punitivi esorbitanti. Per noi liberali si ricorre a nuove leggi quando quelle esistenti si dimostrano inadeguate, per molti altri invece ciò che conta è sbandierare nuove leggi anche quando non ce n’è bisogno (perché basterebbe applicare quelle che già ci sono), per potersene attribuire il merito.

  • Perché è stata tanto osteggiata l’idea (contenuta nella legge Zan) di sensibilizzare i giovani alla tolleranza delle diversità (anche sessuali)?

Perché si trattava di un’idea giusta formulata male. L’idea giusta è che la tolleranza e il rispetto delle diversità sono valori che si dovrebbero imparare a scuola nell’ambito di un’educazione civica (da noi invece inspiegabilmente trascurata); istituire una giornata nazionale ad hoc, oltre che poco efficace, preoccupa le famiglie più tradizionaliste che vi scorgono un’indebita invasione di campo dello Stato nell’educazione dei figli e naturalmente (anche se a noi liberali interessa meno) agita il mondo cattolico che teme un conflitto tra norme civili e dottrina cristiana all’interno delle prerogative che lo sciagurato Concordato (inserito nella Costituzione) riconosce alla Chiesa in materia di insegnamento religioso.

  • La legge Zan è diventata motivo di contrapposizione politica; non si poteva evitare?

Si poteva ma non si è voluto. La politica diventa tanto più irragionevole quanto più i partiti che la rappresentano sono deboli (come in questo momento). Alla ricerca disperata di identità i partiti spingono alle estremizzazioni e leggi che potrebbero essere partecipate da tutti (anche tenendo conto di alcune criticità incontestabili) si trasformano in pugni in faccia all’avversario, le cui ragioni non vengono nemmeno prese in considerazione. In Italia le leggi hanno quasi sempre un sottinteso politico contingente; al di là del loro contenuto nessuno si cura della loro applicabilità, delle conseguenze di eventuali strumentalizzazioni, della ripetizione di norme già esistenti, perché l’importante è piantare una bandierina e rivendersela al proprio presunto elettorato. Quante volte ho sentito dire che la legge Zan andava votata senza se e senza ma perché l’importante era sconfiggere Salvini; e per converso quanti sostenere che la legge andava bocciata come “prova generale” contro eventuali accordi tra PD e Cinque Stelle per il Quirinale! Salvo poi confessare – gli uni e gli altri – che dei suoi contenuti (al di là di una generica “tutela degli omosessuali dalle discriminazioni”) nulla sapevano né gli interessava !!! E’ successo altre volte; in un recente passato la riforma istituzionale proposta da Renzi fu bocciata non per i suoi contenuti (molto discutibili) ma soltanto per colpire chi l’aveva proposta.

Quel che oggi si può fare è trovare un ragionevole compromesso, lasciando da parte i toni da crociata e tornando al merito della questione. I nodi da sciogliere a mio parere sono:

  1. definire le minoranze sessuali e inserirne la menzione nella legge Mancino, oggi applicabile soltanto per analogia;
  2. abolire ogni riferimento all’art. 21 della Costituzione, in quanto pleonastico. Tutte le leggi dello Stato devono essere compatibili con la Costituzione. Men che meno è accettabile che la sua applicazione venga sottoposta a condizioni limitative con una legge ordinaria;
  3. definire con esattezza cosa si intende per “incitamento all’odio” per evitare che discutibili interpretazioni giurisprudenziali lo trasformino in una censura ideologica; il codice penale già prevede la punibilità di chi incita o favorisce concretamente la commissione di reati, ma non a caso evita che la semplice espressione di idee non conformi (anche ai principi costituzionali) possa essere sanzionata (e in questo senso si è espressa la Corte costituzionale in merito a leggi che vietano la ricostituzione del partito fascista). Rischiamo altrimenti che un prete che ricordi pubblicamente che la dottrina cattolica considera peccato mortale una convivenza tra persone dello stesso sesso (figurarsi il matrimonio!) possa essere incriminato per “incitamento all’odio”;
  4. abolire la giornata di sensibilizzazione nelle scuole. Il modo corretto di sollecitare la riflessione dei giovani senza rischiare fratture tra famiglie e scuola è di accelerare l’introduzione dell’educazione civica come materia autonoma e fondamentale sin dalle scuole medie e in quel contesto dare il rilievo dovuto al rispetto e alla tutela di ogni minoranza, anche sessuale.

Per i liberali nelle leggi non si deve cercare la perfezione (che ciascuno interpreta a modo suo) ma piuttosto trovare un ragionevole compromesso tra tutti gli interessi legittimi che hanno diritto di essere tutelati. Nel nostro caso bisogna mettere insieme: la protezione delle minoranze sessuali da ogni possibile discriminazione, la preoccupazione dei liberali che, al di là delle intenzioni dei proponenti, si introducano nell’ordinamento norme restrittive sul diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni, l’esigenza del mondo cattolico di sostenere le proprie convinzioni etiche e morali senza correre il rischio di essere incriminati, il timore di molte famiglie che su un momento sensibile della crescita degli adolescenti lo Stato interferisca nelle modalità educative che sono parte essenziale della responsabilità genitoriale, la necessità per uno stato liberal-democratico di promuovere attraverso la scuola quei valori di tolleranza e di rispetto che devono caratterizzare l’esercizio delle libertà individuali senza trasformare la diversità di opinioni in risse scomposte.

Si può? Sì, se si vuole. Si vuole? O si preferisce ricominciare il gioco delle bandierine dove gli avversari tornano ad essere nemici non da convincere ma da delegittimare, i testi delle leggi diventano icone intangibili “a prescindere” dai loro contenuti perché l’importante è distruggere chi non la pensa come noi? Ma noi come la pensiamo veramente?

Franco Chiarenza
28 novembre 2021

Di Sconosciuto – [1], Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15871438

Il fascismo è stato molte cose. Innanzi tutto un regime fondato sull’autoritarismo carismatico di un dittatore e su una concezione razzista della società che ha governato in alcuni paesi europei (Italia, Germania, Spagna) nella prima metà del secolo scorso. Esso fu il prodotto di un disagio profondo che attraversò l’Europa dopo la prima guerra mondiale infrangendo i precedenti equilibri politici e sociali. La sua ideologia derivava da una lettura deformata delle filosofie di Nietzsche e di Sorel e si esprimeva ostentando sentimenti di radicale ostilità nei confronti dei sistemi liberal-democratici, ragion per cui essa si iscrive a giusto titolo (insieme al comunismo leninista e al radicalismo islamico) nelle teorie totalitarie che pretendono di permeare ogni aspetto della vita civile come in una gigantesca caserma abitata da automi obbedienti.

Ma al di là di questi aspetti “culturali” che – almeno in Occidente – sono stati sepolti dalle rovine della seconda guerra mondiale, è rimasto ed è tuttora vitale un metodo di fare politica che dal fascismo deriva e che riesce ancora oggi a esercitare una certa attrazione nelle persone più fragili, nelle minoranze smarrite che popolano i margini di ogni sistema sociale strutturato su regole di convivenza, nei giovani abbagliati dal mito della forza fisica e dalla voglia di comparire ad ogni costo perchè solo così si sentono vivi. E’ il metodo fascista e resta tale chiunque lo utilizzi, destra, sinistra, centro, a prescindere dalle motivazioni, quasi sempre peraltro ambigue e confuse. E’ il ritorno alla barbarie cavernicola dell’età della pietra quando per prevalere le diverse tribù si spaccavano le rispettive teste, fin quando scoprirono – come ricordava ironicamente Einaudi – che piuttosto che rompersele reciprocamente era meglio – per risolvere i conflitti – contarle. Ed è da allora che cominciò la lunga marcia delle democrazie e dello stato di diritto dove le controversie sono regolate dalle leggi e il governo trae la sua legittimità dal principio di maggioranza (che i liberali hanno temperato, per contrastare possibili deviazioni populiste, con i diritti personali imprescindibili).

Quello che è successo in molte città italiane – a cominciare da Roma – non è una novità. Esistono gruppi organizzati di facinorosi che spacciano la violenza teppistica per rivoluzioni politiche (che sono altra cosa perchè indirizzate a rovesciare regimi illiberali e oppressivi) pronti a cogliere ogni occasione per contrapporsi al potere legittimo dello Stato. Cambiano nome (black block, gilet gialli, naziskin, combattenti proletari, ecc,), indossano divise di colore diverso, ma sono tutti metodologicamente fascisti perchè non tollerano il pluralismo delle idee e le regole che lo governano.

Contro costoro, comunque si chiamino, qualunque sia il pretesto di cui si servono, lo Stato ha il diritto e il dovere di intervenire senza remore, e i partiti devono smettere di denunciare i gruppi eversivi soltanto quando la loro presunta ispirazione ideologica è lontana dalla propria. Il fascismo rosso non è diverso da quello nero e i movimenti che legittimamente mobilitano i loro militanti dovrebbero fare attenzione a non consentire mai ai provocatori in servizio permanente di strumentalizzare le loro ragioni. Basterebbe questo e i teppisti resterebbero isolati nel loro narcisismo criminale mentre la giustizia farebbe il suo corso senza la preoccupazione di alimentare un ingiustificabile vittimismo come quello che ostentano alcuni capi-bastone quando ricevono ciò che meritano: la condanna penale prevista dalla legge.
Punto e basta.

Franco Chiarenza
14 ottobre 2021

© Carlo Calenda/Twitter

  1. Perché è l’unico candidato che rifiuta i genericismi ideologici (è di destra o di sinistra?) ma affronta i problemi concreti suggerendo soluzioni pragmatiche (dove, quando, perché, con quali risorse).
  2. Perché ha rifiutato i condizionamenti clientelari che si celano dietro le svariate “liste di supporto” che affiancano Michetti e Gualtieri.
  3. Perché è netto nella sua opposizione all’operato della Giunta Raggi e non accetterebbe mai un’alleanza coi grillini per il ballottaggio (come invece probabilmente farà Gualtieri su indicazione di Letta).
  4. Perché è venuto il momento di scegliere gli uomini di governo per la loro competenza e affidabilità lasciando ai globetrotters dei social il gossip delle apparenze per nascondere quanta poca sostanza hanno le loro argomentazioni.
  5. Perché non ha nulla a che fare né con gli apparati di sottogoverno cittadino che la Meloni ha ereditato da Alemanno né con quelli speculari che sotto l’ala protettiva di Bettini hanno sempre fatto il bello e cattivo tempo nelle giunte di centro-sinistra (Rutelli e Veltroni ne sanno qualcosa!).
  6. Perché è l’unico a dire chiaramente che i termovalorizzatori non sono tumorifici e risolvono in gran parte il problema della spazzatura (che la Raggi è stata costretta a piazzare a caro prezzo nei “tumorifici” esistenti oppure ad abbandonarla per strada, come i romani sanno bene).
  7. Perché è l’unico a dire chiaramente che bisogna investire nelle metropolitane, nelle tramvie protette e veloci, e non soltanto in piste ciclabili maltenute e poco protette o in improbabili funivie che avrebbero costi di costruzione e di esercizio sproporzionati rispetto alla loro utilità.
  8. Perché fa meno demagogia degli altri candidati e non liscia il pelo alle corporazioni che soffocano da sempre lo sviluppo della Capitale (a cominciare dai tassisti e dalle categorie protette per finire allo scandalo delle licenze e dei permessi dietro il cui rilascio si cela una diffusa corruzione).
  9. Perché anche se porta il Rolex e vive ai Parioli (il che in realtà non risulta) è una persona per bene. Ma perchè se ad abitare ai Parioli e indossare orologi preziosi sono personaggi della sinistra nessuno ha nulla da ridire
  10. Perché viene criminalizzato da tutti coloro che temono l’arrivo a Roma di qualcuno che adotti lo stesso metodo di governo di Draghi: ascoltare tutti e decidere assumendosene la piena responsabilità. E gli intrugli, le connivenze, i parentadi, gli scambi di favori, le centinaia di inutili poltrone e poltroncine, dove andrebbero a finire? Meglio Michetti e Gualtieri, con loro ci si può intendere.

Un voto inutile? obiettano molti che pur ne condividono il programma. Non lo è in nessun caso, anche se è molto probabile che al ballottaggio vadano Gualtieri e Michetti, perché un’affermazione di Calenda a Roma segnerebbe l’esistenza di uno spazio elettorale anche a livello nazionale nettamente differenziato dall’asse Letta/Conte promosso dal PD e ancor di più dall’alleanza Salvini/Meloni che non lascia più posto a una destra moderata (soprattutto dopo la scomparsa politica di Berlusconi).

Per queste ragioni – a mio avviso – i liberali dovrebbero votare Calenda, lasciando da parte le tante etichette pretestuosamente liberali che spesso nascondono soltanto modeste ambizioni personali, o certi “distinguo” terminologici (è azionista, è liberal-socialista, ecc.) che non hanno più alcuna ragione di essere. Al di là degli esami del sangue oggi è liberale chi sostiene proposte serie e compatibili con lo stato di diritto e l’economia di mercato. Il resto è fuffa.

Franco Chiarenza
01 ottobre 2021

Nel 1939 il pretesto per l’avvio della seconda guerra mondiale fu la questione di Danzica, il porto prussiano sul Baltico che il trattato di Versailles aveva assegnato alla Polonia per assicurarle uno sbocco al mare ma di cui, per ragioni storiche ed etniche, la Germania rivendicava la restituzione già prima dell’avvento del nazismo. “Morire per Danzica?” fu la domanda retorica che i pacifisti europei ponevano ai loro governi quando la Francia e la Gran Bretagna, alleate della Polonia, furono costrette a intervenire per arginare le spinte aggressive di Hitler. Per nostra fortuna l’interrogativo rimase senza risposta perché non era per Danzica che le democrazie occidentali mandavano i loro figli a morire ma per salvaguardare in futuro la loro libertà.
E’ passato molto tempo; oggi, sollecitati dalle immagini drammatiche che arrivano dall’Afghanistan, ci chiediamo se possediamo ancora motivazioni ideali talmente forti da giustificare il sacrificio della vita; senza di che – sostiene Galli della Loggia nell’articolo che ha dato il via a questo dibattito – la proposizione del nostro modello politico e sociale perde credibilità nei confronti di chi è ancora riluttante ad adottarlo.
La questione è apparentemente semplice. Viviamo in una società che si riconosce abbastanza stabilmente in alcuni valori: stato di diritto, parità di genere, rispetto delle minoranze, libertà di espressione, servizi pubblici (più o meno estesi ma comunque presenti), scambi commerciali aperti (seppure regolati da norme che tutelino la concorrenza), ecc. Siamo pure convinti (anche se lo diciamo sottovoce per non sembrare politicamente scorretti) che la civiltà che abbiamo costruito tra grandi difficoltà e contraddizioni in tremila anni, a partire dalla filosofia greca fino alla rete internet, sia superiore ad ogni altra, almeno dal punto di vista dei risultati raggiunti in termini di libertà individuali e tenore di vita. Da tale convinzione scaturisce come logica conseguenza che abbiamo il diritto (e forse il dovere) di trasferire anche ai popoli che non hanno percorso il nostro processo di sviluppo non soltanto le tecniche che ci hanno consentito di aumentare il nostro benessere ma anche i valori che l’hanno accompagnato. Si tratta di un riflesso condizionato ben noto agli studiosi del colonialismo unanimi nel convenire che questo aspetto di “promozione culturale” ha avuto grande importanza nella giustificazione morale dell’espansione europea in Africa e in Asia. Persino lo sfruttamento delle materie prime, che era la vera ragione di molte conquiste coloniali, veniva spiegato come un vantaggio reciproco per l’incapacità delle popolazioni indigene di valorizzarlo. D’altronde il fatto stesso che insieme alle occupazioni militari gli europei “esportassero” attraverso le “missioni” anche le loro religioni (cattoliche nelle colonie francesi, italiane, belghe e portoghesi, protestanti o anglicane in quelle inglesi o olandesi) dimostra l’importanza che veniva data all’aspetto culturale di un fenomeno che, nel bene o nel male, ha comunque cambiato la storia di grandi territori che erano rimasti esclusi dal nostro modello di civilizzazione.

Fino a che punto?
Dopo la seconda e la terza (mancata) guerra mondiale è cambiato tutto ma negli Stati Uniti, usciti vincenti dal confronto, è rimasta molto radicata l’idea che i cardini su cui si fonda la nostra civiltà abbiano una validità universale e pertanto sia giusto favorirne l’espansione ovunque possibile. I risultati sono stati ambivalenti: India, Giappone, Corea del Sud e Taiwan hanno percorso, seppure con le necessarie modifiche, la strada maestra delle democrazie liberali; altri paesi hanno creato sistemi ibridi dove la preesistente cultura tribale (prevalentemente musulmana) si è adattata ai modelli occidentali consentendo in qualche misura un certo pluralismo politico e religioso (come in Pakistan e in Indonesia). Insomma si può dire che in molti stati sorti dalle ceneri della colonizzazione bene o male sono stati avviati processi di modernizzazione che, anche quando non hanno prodotto sistemi liberal-democratici, rientrano comunque in un processo di sviluppo compatibile coi modelli occidentali. La stessa Cina – come è ben noto – si dibatte tra l’accettazione dell’economia capitalistica e il rifiuto dei suoi presupposti liberali che trovano nello stato di diritto la loro espressione; una contraddizione che sta emergendo con la crescita del potere personale di Xi Jinpiang e l’accantonamento della teoria della convivenza di modelli politici e sociali diversi all’interno di un unico stato comunista.
Le maggiori resistenze alla modernizzazione si sono manifestate in Medio Oriente attraverso il fondamentalismo islamico che contesta un principio essenziale del nostro modello comunitario, la distinzione tra Stato e religione (oggi ampiamente riconosciuto ma al quale anche l’Occidente è pervenuto attraverso lotte e conflitti durati tre secoli). Il fondamentalismo, basato su una lettura integralista del Corano (peraltro contestata da parti consistenti dell’Islam), è riuscito a imporsi in due paesi molto importanti (per popolazione, risorse energetiche, posizione geografica), l’Iran e l’Arabia Saudita. Nel primo il clero scita ha creato uno stato islamico che, pur tentando in una certa misura di conciliare limitate forme di democrazia con le prescrizioni coraniche, di fatto resta una teocrazia appena mascherata da un pallido pluralismo, nel secondo soltanto da qualche anno la dinastia regnante sta cercando di uscire dalla frammentazione tribale e accantonare la fede wahabita su cui ha fondato il suo potere.
In altre nazioni (prevalentemente arabe) il fondamentalismo religioso ha tentato a più riprese di conquistare il potere trovando soltanto nell’esercito un ostacolo insuperabile (per esempio in Egitto, Algeria, Giordania). Spesso però la tutela militare si esprime attraverso regimi autoritari che certamente non corrispondono ai modelli democratici occidentali; e tuttavia, piaccia o no (e ai puristi del politically correct non piace) le ridotte laiche in campo musulmano sono sempre state presidiate dalle dittature militari e dove esse sono venute meno si è immediatamente riaffacciato l’estremismo islamico. Già dagli anni ’50 i regimi militari hanno comunque consentito (anche per effetto della diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione) una penetrazione della cultura occidentale che ha prodotto intermediazioni sociali che contestano l’integralismo islamico, come avvenne per il “socialismo arabo” promosso da Nasser in Egitto. Le stesse “primavere arabe” del 2010, seppure fallite nel tentativo di creare forme di democrazia compatibili con i nostri valori, hanno lasciato un’eredità laica di sensibilità ai diritti umani di cui ogni successivo governo ha dovuto tenere conto, soprattutto nei grandi centri urbani dove le nuove generazioni riescono in certa misura a imporre cambiamenti culturali significativi.

Che fare?
Fin qui, si potrebbe dire, nulla di nuovo che già non si sapesse. Dove sta il problema messo in luce con tanta preoccupazione da Galli della Loggia? Nel fatto che con l’abbandono dell’Afghanistan l’Occidente scopre la sua fragilità e, finalmente, si interroga sulle vere cause che la determinano e comincia a temere della solidità del suo modello e soprattutto della sua capacità di difenderlo senza ricorrere a sua volta a fondamentalismi intolleranti contrapposti (come vorrebbero alcuni “neo cristiani” che brandiscono il crocefisso come una clava).
Galli della Loggia ci ricorda che le grandi idealità per essere credibili vanno difese mettendo in gioco la vita; e, in effetti, le grandi religioni monoteiste si sono affermate anche perchè la loro narrazione dell’Aldilà facilitava il sacrificio di esistenze spesso miserabili e ingenue. Inutile qui ricordare i martirologi cristiani; anche i kamikaze musulmani vengono chiamati martiri.
I processi di secolarizzazione in Occidente hanno fortemente attenuato tale narrazione e la vita, unica e inimitabile, è tornata al centro dell’attenzione, talvolta anche in forme quasi ossessive per prolungarne la durata oltre il limite dell’autocoscienza. La vita è oggi da tutti considerata un valore che non può essere messo in gioco neanche per difendere idealità forti come ancora furono quelle che hanno animato le due guerre mondiali. Gli americani che morivano in Europa per difenderla dal nazifascismo erano convinti di sacrificarsi per un ideale alto e condiviso, quello della libertà.

Dove si colloca dunque l’asticella oltre la quale val la pena morire?
La risposta tentata dagli americani quando il problema ha cominciato ad evidenziarsi nella guerra del Vietnam (che fu vinta a Washington più che a Saigon quando gli studenti americani, sostenuti da una parte consistente dell’opinione pubblica, rifiutarono di andare a combattere) è stata di carattere tecnologico. Oggi la guerra si può fare senza sacrificare vite umane attraverso nuovi armamenti sempre più sofisticati, e dove fosse assolutamente necessario tramite l’impiego di mercenari ben addestrati e che hanno messo in conto (con laute ricompense) il rischio di perdere la vita.
Ma le contraddizioni di questa soluzione sono subito apparse evidenti per i danni collaterali che provocava nelle popolazioni civili, ma soprattutto quando il “nemico” si presentava allo scontro con motivazioni ideali e religiose talmente forti da non temere il sacrificio della vita; quando cioè i nemici sono i kamikaze, i terroristi, quei poveri disgraziati che si immolano per la loro fede ignorando che difendono semplicemente gli interessi e i privilegi dei loro sceicchi (i cui figli non mi risulta si siano mai fatti saltare in aria).
Come può difendersi un Occidente che ha mandato in soffitta con la leva obbligatoria gli eserciti popolari, passaggio obbligato in passato per costruire un’identità nazionale condivisa? Anche noi liberali salutammo come doveroso il superamento della “ferma”: anni buttati, non servono a nulla, bisogna immettere nella vita lavorativa i figli più presto possibile. E’ stata la scelta giusta per loro e per il Paese?
Domande inutili: tornare indietro è impossibile. Altre risposte vanno quindi cercate, ma quali?

Apriamo una seria riflessione possibilmente esente da ipocrisie e strumentalizzazioni. Al fanatismo di minoranze irresponsabili si risponde con la diffusione delle conoscenze che i nuovi mezzi di comunicazione, utilizzati correttamente, consentono coma mai in precedenza. Tempi lunghi; e nel frattempo?

Franco Chiarenza
05 settembre 2021

Quel che è stato è stato e, dopo la conferma di Biden che gli americani si sarebbero ritirati dall’Afghanistan, stupisce soltanto la rapidità con cui l’occupazione talebana si è completata.
Prova evidente che, come abbiamo visto in molte altre occasioni, gli innesti culturali prodotti artificialmente non riescono mai, anche quando si tratta di comportamenti politically correct che a noi sembrano avere una validità universale.
L’Occidente deve abituarsi a dialogare con culture diverse, spesso sedimentate in tradizioni religiose chiuse in difesa di un’ortodossia che, a torto o a ragione, sentono minacciata; il che vale sopratutto per l’Islam alle prese con un lento e faticoso processo di evoluzione che, per molti aspetti, somiglia a quello che dall’Illuminismo in poi ha dovuto affrontare il cristianesimo e che – non dimentichiamolo – si è concluso (se si è concluso davvero) soltanto con il Concilio Vaticano II negli anni ’60 del secolo scorso. Naturalmente le condizioni storiche sono molto diverse, le conseguenze sociali del colonialismo si innestano su realtà etniche assai diverse, la globalizzazione e i nuovi mezzi di comunicazione sono ovviamente percepiti come strumenti di subordinazione non soltanto politica ed economica ma anche e soprattutto culturale.

Le tre vie
Quello che l’Occidente può fare oggi è soltanto favorire i processi endogeni che, tra molte contraddizioni, sono avvertibili nel mondo islamico, il quale, nelle sue componenti intellettuali più avanzate è ben consapevole che con la modernità occidentale – piaccia o no – bisogna fare i conti, se non altro per una superiorità tecnologica impossibile da mettere in discussione.

Le strade che possono essere scelte (e in parte già sono in fase di avanzamento) possono essere riassunte in tre tipologie (anche se le diverse realtà storiche, economiche e sociali ne consentono molte variabili): 1) la prima è quella filo-occidentale che punta decisamente sulla compatibilità tra la tradizione islamica e i valori laici della cultura europea: tutto il Nord Africa, dal Magreb all’Egitto, si muove sostanzialmente in tale direzione con modalità diverse ma obiettivi convergenti. Però per contenere le spinte integraliste al loro interno questi paesi hanno bisogno di forti supporti come quello assicurato in Marocco da una monarchia illuminata ma religiosamente legittimata, in Algeria e in Tunisia da eserciti “figli” della rivoluzione anti-francese degli anni ’50 ma formati nel contesto culturale europeo, in Egitto – dove peraltro un’importante minoranza cristiana copta svolge un ruolo rilevante – un apparato costruito ai tempi di Nasser che non è soltanto militare ma anche politico ed economico. Anche alcuni paesi del Medio Oriente, malgrado le drammatiche disavventure che hanno dovuto subire in conseguenza della ferita lacerante che la creazione dello Stato di Israele in Palestina ha determinato nel mondo arabo, si muovono sostanzialmente nella stessa direzione: così il Libano, alle prese con un difficile equilibrio tra le componenti musulmane e quelle cristiane, l’Iraq e la Siria (soprattutto nelle regioni abitate dai curdi). Lontano dall’Europa e dal Mediterraneo grandi comunità musulmane come il Pakistan e l’Indonesia sono alle prese con difficili processi di modernizzazione ma si può affermare che anche in Asia, almeno fino ad ora, il fondamentalismo islamico non è riuscito a prevalere sulle preesistenti eredità culturali derivate dal periodo coloniale. 2) La seconda strada è quella degli integralisti di varie scuole islamiche (a cominciare dai wahabiti) per i quali la religione di Maometto deve restare intangibile anche attraverso una lettura formalistica del Corano e le uniche intese possibili con l’Occidente sono limitate alle convenienze economiche. I suoi sostenitori non nascondono velleità espansionistiche non soltanto nell’Africa Equatoriale e in alcuni paesi dell’Estremo Oriente (come le Filippine) ma anche attraverso la rigorosa difesa delle usanze islamiche nelle comunità emigrate in Europa o negli Stati Uniti, in pratica osteggiando ogni forma di integrazione. 3) C’è una terza via che invece punta a una revisione profonda della dottrina islamica per mantenerne le caratteristiche essenziali ma aggiornandole ai mutamenti sociali che non possono più essere contrastati in un tempo in cui i mezzi di comunicazione interpersonali hanno assunto le attuali dimensioni. In questa prospettiva (fatta propria soprattutto dalla minoranza moderata degli sciiti) la condizione femminile è molto diversa da quella della tradizione sunnita e persino alcune forme di democrazia controllata vengono tollerate (come avviene in Iran, in Iraq e Azerbaigian).

E intanto?
I talebani con la loro rapida avanzata si trovano a gestire una situazione molto difficile che forse avrebbero preferito affrontare con maggiore gradualità; tanto che sorge il sospetto che gli americani – una volta deciso l’abbandono – l’abbiano favorita. A fronte del successo di immagine all’interno del mondo musulmano i talebani devono risolvere alcuni problemi abbastanza complicati, a cominciare dalla sopravvivenza economica e dalla necessità di accordarsi con tutte le etnie che compongono il complesso mosaico afgano. Hanno bisogno di alleati che non siano soltanto le frange wahabite più estreme: possono trovarli in Cina o in Russia, interessate per ragioni geo-politiche, oppure in Iran (dove peraltro la diversità religiosa rappresenterebbe un ostacolo di non poco conto). Però i prezzi da pagare sarebbero elevati. Alla fine potrebbero essere proprio gli occidentali gli interlocutori con cui avviare un processo di distensione: una conclusione paradossale ma meno inverosimile di quanto possa sembrare, anche perché è quanto in certa misura è avvenuto in Vietnam. In tal caso però la questione dei diritti umani fondamentali diventerebbe una condizione che sin d’ora dovrebbe essere in qualche misura garantita, e in questa direzione i talebani dovrebbero inviare segnali inequivocabili per accreditarsi come un componente aperta (almeno relativamente) al confronto. Soltanto così, cominciando dalla tutela delle minoranze che hanno collaborato con la NATO per avviare la modernizzazione del paese, si può superare il momento di contrapposizione e avviare un dialogo che sia credibile per le opinioni pubbliche occidentali.

Franco Chiarenza
18 agosto 2021

Foto: Governo Italiano – Presidenza del Consiglio dei Ministri

Conte: la sesta stella
E’ una stella spuntata dal nulla chiamata a molteplici funzioni: inizialmente per mediare tra Grillo e Salvini, poi per mediare tra Grillo e Zingaretti, infine per trarre il movimento di Grillo fuori dalla palude in cui si è impantanato. In realtà non ha nulla da spartire con l’autentica cultura grillina fatta di giustizialismo a buon mercato, autoritarismo carismatico, assistenzialismo, decrescita più o meno felice. E infatti con Grillo può al massimo spartire una spigola al sale.

Letta: mission impossible
Cattolico disobbediente, chiamato a risollevare le sorti del partito democratico dotandolo finalmente di una leggibile carta d’identità. Impresa impossibile (non ci riuscì nemmeno Veltroni) perchè il PD è inesorabilmente il partito degli ex (ex comunisti, ex cattolici di sinistra, ex socialisti a cui si aggiunge qualche ex proveniente da altre sponde politiche, persino liberali). Ha deciso di copiare la carta d’identità disegnata a suo tempo da Pannella, ma c’è qualche errore di stampa.

Salvini: destra di lotta e di governo
Dice tutto e il suo contrario, da sempre. Sa che l’analfabetismo politico degli italiani, sorretto da difficoltà di memoria, lo protegge. Non manca occasione per schierarsi dalla parte di chi può portargli qualche voto in più, ma non sempre il gioco riesce: da qualche tempo i sondaggi dimostrano che la sua leadership è in fase calante. Partecipa appassionatamente al governo europeista e filo-atlantico di Draghi ma firma manifesti anti-europei, si barcamena tra rosari e santini eppure non sa a che santo votarsi.

Meloni: dimmi con chi vai
Nasce (politicamente) neo-fascista. Dopo la svolta finiana di Fiuggi diventa post-fascista. Unica oppositrice formale del governo Draghi rivendica la sua coerenza nell’ostilità a governi “tecnici” o comunque apolitici e, approfittando delle contraddizioni della Lega, ne erode pazientemente la base elettorale. Sostiene un’unione europea disunita fondata sulla intangibilità delle sovranità nazionali, e perciò guarda con simpatia al regime ungherese di Orban. Spezzerà le reni a Ursula van der Leyen?

Renzi: tra il dire e il fare….
Dice cose sensate e condivisibili persino da un liberale, ma liberale non è. Anche perchè essere liberali si misura dai comportamenti concreti, e i suoi si prestano sempre a qualche fondata riserva. Come quando flirta con bin Salman Saud, il quale sarà pure un riformatore in Arabia Saudita ma ha adottato un’interpretazione spregiudicata di Machiavelli facendo uccidere gli oppositori. Sarà per questo che Renzi ha parlato di “rinascimento arabo”.

Calenda: la troppa (concretezza) stroppia
E’ presuntuoso, il che in politica non sarebbe un difetto. Lui però pretende niente meno di cambiare gli italiani costringendoli a misurarsi sulle soluzioni concrete dei problemi, cosa che tutti aborrono per paura di perdere la loro “identità”, da sempre affidata al vecchio gioco dei guelfi contro i ghibellini; chi si è mai preoccupato delle ragioni per cui si combattevano? Tanto basta per considerarlo un alieno; per di più è “pariolino” e di famiglia agiata, cosa che viene perdonata soltanto se si è estremisti di sinistra.

Speranza: senza speranza
E’ uno che crede ancora nelle idee, sballottato in un mondo senza idee. Per questo suscita simpatia. Purtroppo però le sue idee sono vecchie e sbagliate, incapaci di intercettare le nuove priorità dell’elettorato giovanile, al quale prevalentemente si rivolge. E’ uno di quelli che dice che dopo il Covid cambierà tutto (intendendo la fine del capitalismo e il trionfo di un nuovo collettivismo pseudo-socialista). Intanto però per imporre il quasi-obbligo vaccinale ha dovuto accettare la guida di un generale scelto da Draghi. Un po’ imbarazzante per un aspirante rivoluzionario.

E poi c’è Draghi. Il quale, nonostante le apparenze (è presidente del Consiglio dei ministri), non è un leader italiano perchè il suo prestigio internazionale, la sua preparazione, il suo modo paziente ma deciso di governare, fanno di lui un leader europeo. Travaglio non è d’accordo, lo insulta e lo ritiene un incompetente ma gli italiani (stando ai sondaggi) sono favorevolmente sorpresi: Draghi ascolta, si confronta, cerca mediazioni accettabili (necessarie in un governo emergenziale ad ampio spettro come quello che dirige), ma poi decide assumendosene la responsabilità, e da quel momento in poi non si torna indietro.
Altrimenti venga qualcun’altro a palazzo Chigi; lui è pronto a trasferirsi al colle Quirinale che è più comodo e da cui si gode un panorama impareggiabile sulla Città Eterna, al netto dei miasmi che l’avvolgono da quando una signora incompetente e presuntuosa è stata eletta ad amministrarla. Monito ai sostenitori della “democrazia diretta”.

 

Franco Chiarenza
04 agosto 2021

TIZIANA FABI / AFP

La “Dichiarazione sull’avvenire dell’Europa” sottoscritta pochi giorni fa da sedici partiti nazionalisti di destra (tra cui la Lega e Fratelli d’Italia) è stata analizzata da Sergio Fabbrini in un interessante articolo sul “Sole 24 ore. L’autore ha rilevato come elementi positivi (e certamente lo sono) il fatto che per la prima volta partiti nati contestando l’integrazione europea ammettano la necessità di un’unione europea e di una sua collocazione nei valori occidentali euro-americani, il che non era scontato, considerando certi ammiccamenti nei confronti di Putin. Ed è quindi certamente importante e positivo che la critica alle istituzioni europee si muova nell’ambito di un riconoscimento della sua esistenza. Ma gli aspetti positivi della Dichiarazione si fermano qui.

Il punto nodale di questa sorta di “patto” tra nazionalisti è la supremazia delle sovranità nazionali su ogni altra considerazione e, di conseguenza, il rifiuto di qualsiasi cessione di poteri e competenze che non siano revocabili; il che di fatto significa respingere qualunque ipotesi di federazione, comunque configurata. Il corollario di tale impostazione ha un inequivocabile contenuto ideologico: “proteggere la cultura e la storia delle nazioni europee, il rispetto dell’eredità giudeo-cristiana dell’Europa dei valori comuni che uniscono le nazioni europee”. Il che significa in pratica non riconoscere altri principi di riferimento che non derivino dalla tradizione “giudaico-cristiana”, con tanti saluti ai diritti umani, alla laicità dello Stato e alla tutela del pluralismo. Una sorta di riedizione della “Santa Alleanza” del 1815 in funzione di sostegno all’autoritarismo; non a caso i modelli a cui i partiti sovranisti guardano sono quelli che si sono insediati in Polonia e in Ungheria e che sono ormai in aperto conflitto con l’Unione Europea. Anche Orban e Kaczynski però devono affrontare sulla questione europea ostacoli non indifferenti: all’interno per il prevalere di posizioni europeiste e liberal-democratiche nelle grandi città (non a caso sia Varsavia che Budapest hanno amministrazioni “liberal”), nei rapporti con l’Unione che si sono irrigiditi e potrebbero provocare contraccolpi economici pericolosi per la stabilità politica dei loro regimi, per quanto puntellata da una gestione autoritaria del potere.
Quella espressa dai movimenti nazionalisti è oggi una posizione minoritaria in Europa (in quanto non condivisa da popolari, socialisti, liberali e verdi) che però non va sottovalutata. Essa potrebbe infatti saldarsi con una diversa rivendicazione del primato della sovranità nazionale, molto diffusa in Scandinavia, per la quale la salvaguardia dei diritti umani e le protezioni sociali sarebbero meglio garantiti dal mantenimento di una piena autonomia degli stati nazionali, rieccheggiando in qualche modo alcune delle ragioni che in Inghilterra hanno fatto prevalere la Brexit.

In tale situazione, mentre nel resto del mondo si stanno ridefinendo i rapporti di forza tra Stati Uniti, Russia e Cina, l’Europa dei “piccoli passi” appare velleitaria e impotente, costretta ancora una volta a rifugiarsi sotto le ali protettive di Washington che, con la presidenza Biden, le ha aperte fin troppo generosamente.
Da questa situazione di dipendenza obbligata non si esce con le parole e i proclami, occorre fare un salto coraggioso; chi lo vuole compiere ben venga, prima o poi l’intendence suivra. Comunque vadano le elezioni in Germania a settembre e in Francia nella primavera prossima, toccherà ai vecchi fondatori della Comunità Europea (Francia, Germania, Benelux e Italia), integrati dai paesi iberici e da altri che lo vorranno, segnare modi e tempi di una ripartenza che senza ambiguità metta insieme le politiche estere e militari completando l’unione economica di fatto già operante tra i paesi che hanno adottato la moneta comune. Non c’è più tempo da perdere. L’asta per effettuare il salto con successo potrebbe essere rappresentata in questo momento dall’Italia di Mario Draghi; Salvini però ci faccia capire da che parte sta, se con la dichiarazione dei sovranisti o con un’Europa che parli all’esterno con una voce sola. E prima di rispondere si consulti con Giorgetti e Zaia.

Franco Chiarenza
20 luglio 2021

Le uniche parole di buon senso che ho letto sulla vicenda sempre più complicata del progetto di legge Zan sono quelle pronunciate da Ettore Rosato, esponente di spicco del piccolo partito dei renziani, quando ha affermato che quando sui problemi veri si cominciano ad appiccicare bandierine ideologiche è il modo peggiore di venirne a capo in maniera efficace e condivisa.
E’ appunto il caso del progetto Zan che scaturisce da un problema reale (la tutela dei diritti di quanti hanno tendenze sessuali diverse da quelle considerate normali) ma sul quale i partiti di sinistra e di destra hanno scatenato una pretestuosa contrapposizione ideologica. Letta infatti continua nella sua strategia di allargamento del consenso rivendicando per il suo partito il ruolo di protettore delle minoranze e degli esclusi, Salvini e Meloni si propongono come difensori della famiglia tradizionale minacciata, non si capisce perché, dal riconoscimento di tutele rafforzate alle identità di genere diverse. Quando poi, in maniera quanto meno prematura, è sceso in campo anche il Vaticano sollevando problemi di compatibilità col Concordato (e quindi di natura costituzionale per l’infelice decisione dei costituenti nel 1947 di inserire i patti lateranensi nella Costituzione con il famoso articolo 7) la questione si è ancor più complicata.
Per venirne a capo bisognerebbe avere l’umiltà di sedersi attorno a un tavolo e esaminare le ragioni di ciascuno, fermo restando che sulle finalità ultime della legge tutti (anche il Vaticano) dicono di essere d’accordo. Cos’è allora che impedisce un’intesa? Ve lo dico io: un incrocio di processi alle intenzioni e la voglia di criminalizzare gli avversari in vista delle prossime elezioni politiche. Ma a questo modo di fare politica i liberali dovrebbero dichiararsi estranei.

Le ragioni della Chiesa
Il motivo per cui la Chiesa, dopo qualche titubanza, ha deciso di scendere in campo, anche col rischio di essere accusata di ingerenza negli affari interni del nostro Paese, è il timore che la legge, con le sue durissime sanzioni penali, possa essere utilizzata per imporre il principio dell’equivalenza tra il matrimonio eterosessuale e altre forme di convivenza civile (matrimonio omosessuale, unioni civili, ecc.). E che pertanto la libertà della Chiesa di sostenere la loro illiceità religiosa possa essere messa in discussione per l’infelice formulazione del reato di “istigazione all’odio” che appare nel testo. Un timore che, per la verità, prescinde dal Concordato e riguarda invece il rapporto tra libertà di espressione e dottrine religiose (non soltanto cattolica perché condivisa sostanzialmente da tutte le religioni monoteiste).
Naturalmente si tratta di un problema che riguarda soltanto i fedeli e non lo Stato il quale, rivendicando la sua laicità, come ha fatto Draghi con fermezza, è libero di fare le leggi che ritiene opportune senza vincoli esterni che non siano quelli di ordine costituzionale che ne regolano la validità.
Si capisce però che se la Chiesa ottenesse precise garanzie che le norme della legge Zan non si applicano agli istituti religiosi e ai corsi di insegnamento della religione cattolica che purtroppo il Concordato affida alla vigilanza dei vescovi, la sua opposizione probabilmente verrebbe meno.

Le perplessità dei liberali (o almeno di un liberale qualunque come credo di essere).
Diverse sono le ragioni per cui molti liberali sono diffidenti nei confronti di un progetto di legge che appare in alcune sue parti come un tentativo di rendere obbligatoria una concezione etica che può anche essere condivisa ma non imposta con sanzioni penali (oltretutto quantitativamente irragionevoli). Per i liberali le leggi penali puniscono i comportamenti che danneggiano le libertà altrui, non le intenzioni o il dissenso. L’istigazione all’odio è una categoria giuridica illiberale perché si presta nel merito alle valutazioni più diverse (e potenzialmente estensive); poco conta quali fossero le intenzioni dei proponenti, la legge, come è noto, ha una autonomia propria affidata alle interpretazioni giurisprudenziali. Oltre tutto non si capisce la necessità di una nuova legge per regolare una materia già trattata dalla legge Mancino del 1993 che bastava estendere alla tutela dei diversi orientamenti sessuali. L’unica differenza che colgo è l’introduzione di un reato di istigazione all’odio che, per le ragioni già dette, mi pare passibile di pericolose estensioni per analogia. Per chi crede in uno stato di diritto le opinioni, anche le meno condivisibili, devono potersi esprimersi liberamente, almeno fin quando non costituiscano esse stesse un’istigazione a compiere un reato. Ma l’istigazione a un reato comporta la configurazione del reato stesso e non può essere un concetto generico come l’odio. Dove finisce il dissenso e comincia l’odio, e chi lo stabilisce? La variabile giurisprudenza di una magistratura come la nostra, intrisa purtroppo di ideologismo e contiguità politiche? Chi può garantire che il prete che dal pulpito ricorda che le unioni omosessuali comportano per chi le pratica la commissione di un peccato mortale non venga denunciato per “istigazione all’odio” ? E anche la prevista giornata di sensibilizzazione come verrà realizzata nelle scuole – soprattutto in quelle dell’obbligo – come richiamo al principio di tolleranza nei confronti di ogni genere di minoranza o come propaganda di comportamenti eterodossi che in molte famiglie potrebbero generare conflitti anche gravi?

In conclusione: da un’attenta lettura del progetto ho tratto l’impressione (mi auguro sbagliata) che attraverso questa legge si voglia imporre un cambiamento culturale; purtroppo però le vere trasformazioni non avvengono minacciando le manette a chi non le condivide. Occorre un lavoro di persuasione che passi attraverso il confronto, il dialogo e soprattutto, nel caso in oggetto, introducendo nelle scuole di ogni ordine e grado (anche parificate) l’educazione civica come materia fondamentale e, in essa, quei principi di tolleranza e di rispetto per le diversità che caratterizzano la nostra cultura occidentale. Il rischio della legge Zan è nel suo “dopo”, nel modo cioè in cui verrà applicata, al netto dei passaggi che ancora l’attendono dal contenzioso con lo Stato Vaticano al vaglio della Corte costituzionale dove, prima o poi, finirà per approdare. Ne valeva la pena?

Franco Chiarenza
2 luglio 2021

Sempre in cerca di visibilità e convinto che per marcare le distanze da un ingombrante alleato di governo (sia pure transitorio) come Salvini occorra “fare cose di sinistra” su cui la Lega non possa inseguirlo, Letta è andato a toccare una delle cose più sentite dagli italiani, il diritto di lasciare ai figli il proprio patrimonio (che, essendo nella maggioranza dei casi immobiliare, si intreccia con la propensione a investire nella casa). Ancora una volta, come in altri casi, si tratta di una proposta giusta in linea di principio ma sbagliata nei tempi e nei modi in cui viene proposta e che Draghi ha fatto benissimo a troncare sul nascere. Vediamo perché.

Strumento di perequazione economica?

Quando Einaudi ne sosteneva l’opportunità anche da un punto di vista liberale era a questo aspetto che si riferiva. Convinto assertore della meritocrazia e dell’iniziativa privata trovava l’ereditarietà dei grandi patrimoni un ostacolo allo sviluppo e un immobilizzo di risorse finanziarie paragonabile alla “mano morta” agricola dei grandi latifondi. Una adeguata e progressiva imposta di successione poteva rimettere in circolo adeguate risorse e ridurre i proventi da rendite passive che potevano ostacolare il rinnovamento generazionale. In linea di principio quindi, nel più assoluto rispetto dei principi liberali, una tassa di successione ben calibrata non dovrebbe scandalizzare nessuno anche senza trasformarla in una improbabile tassa di scopo (giovani, diciottenni, ecc.).
Bisogna però oggi fare i conti con la complessità finanziaria prodotta dalla globalizzazione che consente ai grandi patrimoni di sfuggire facilmente anche alla normale imposizione fiscale, figurarsi a una imposta patrimoniale! La parte maggiore della riscossione di una tassa di successione ricadrebbe oggi sui piccoli e medi risparmiatori che hanno investito nel mattone o in titoli di Stato (che verosimilmente verrebbero esentati). I costi di accertamento per patrimoni che superano i cinque milioni (dopo la correzione in corsa di una proposta che era partita da una soglia di un milione) sarebbero molto elevati e si verrebbe a creare un contenzioso di lunga durata, come è sempre avvenuto in esperienze precedenti.

Strumento per avvantaggiare i giovani?

E’ la parte più nebulosa della proposta di Letta. Quali giovani, in base a quali criteri, come si controlla l’uso che verrà fatto delle somme assegnate, quanto costeranno le verifiche per evitare scorrettezze fin troppo evidenti; sarà un bis del reddito di cittadinanza, riuscito come misura assistenziale, fallito come incentivo al lavoro? Ricompare ancora una volta dietro questa idea che vuole essere accattivante una concezione ingenua e paternalistica; i giovani come categoria sociale sono soltanto un fatto anagrafico (come diceva Benedetto Croce). Per il resto sono come gli adulti: ci sono quelli intelligenti e laboriosi ed altri che non lo sono, ci sono gli onesti e gli imbroglioni, ci sono quelli che hanno avuto vantaggi di partenza e non li hanno utilizzati e altri che invece fortemente svantaggiati (come tanti immigrati) hanno saputo affermarsi ugualmente. E’ vero che in Italia è urgente riattivare l’ascensore sociale e garantire di più l’uguaglianza dei punti di partenza ma si tratta di una questione molto complessa che non si risolve con misure demagogiche che potrebbero rivelarsi controproducenti se dovessero essere percepite come una minaccia al risparmio privato. Abbiamo sempre rimproverato Salvini per la disinvoltura con cui si esprimeva in materie economicamente sensibili per le ripercussioni che le dichiarazioni di un leader della maggioranza potevano avere sui mercati; e ora ci si mette anche Letta?

Il riequilibrio

Lo stop di Draghi non ha riguardato le comprensibili ragioni della proposta, ma piuttosto il momento e il modo con cui il leader del PD l’ha formulata. Il governo sta studiando un riassetto complessivo di tutto il sistema fiscale per uscire dalle logiche dei tamponi e affrontare il problema in maniera organica, per la prima volta dopo la riforma Vanoni del 1951. Occorre infatti rovesciare l’ottica che è stata utilizzata dal fisco fino ad oggi: non partire dalle necessità della pubblica amministrazione ma piuttosto dalla compatibilità del carico fiscale (complessivamente considerato) con le attività che producono ricchezza (ivi inclusi i servizi). Altrimenti il sistema continuerà ad essere squilibrato tra la tassazione del lavoro dipendente troppo elevata (ma difficile da evadere) e una colossale economia sommersa (o solo parzialmente emersa) di cui non si riesce nemmeno a conoscere la reale estensione. In tale contesto, accanto ad altre misure perequative, una ragionevole tassazione sulle successioni ereditarie che non comprometta gli assett gestionali ben collaudati delle imprese e non incida troppo sulla propensione al risparmio degli italiani che è strettamente legata ai passaggi generazionali, è opportuna anche per ragioni di moralità finanziaria alle quali la tradizione liberale non è mai stata indifferente.
Quanto alla destinazione ai giovani, altre sono le misure che si devono prendere: si chiamano borse di studio, prestiti d’onore garantiti dallo Stato, facilitazioni fiscali per le assunzioni, sistemi scolastici adeguati alle esigenze del mondo produttivo, sostegni familiari da erogare attraverso servizi efficienti (asili nido, aiuti domestici, strutture per anziani). Altro che “tesoretti di 10.000 euro da regalare ai diciottenni per sondare la loro capacità di utilizzarli saggiamente! Troppa grazia, Sant’ Enrico!

Franco Chiarenza
4 giugno 2021