E’ presto per fare un primo credibile bilancio? Forse sì, ma considerati i tempi stretti di una politica che deve fare i conti con tante emergenze si può tentare una prima riflessione soprattutto per capire cosa è cambiato rispetto al governo precedente.

Emerge innanzi tutto una diversa modalità di esercitare la funzione di capo del Governo. Mario Draghi ascolta tutti rispettosamente ma poi decide sulle cose essenziali assumendosene la responsabilità e soprattutto facendo attenzione che le inevitabili discrasie connesse alla natura stessa di un governo tanto composito vengano rapidamente ricomposte. Per ora il metodo ha funzionato abbastanza bene e le insofferenze di una parte della maggioranza (soprattutto Salvini) sono state tenute fuori dalla porta. La prova del nove si avrà quando si conoscerà in dettaglio il Recovery plan da sottoporre a Bruxelles; il presidente ha concentrato il potere reale di scelta in poche mani di tecnici di sua fiducia estromettendone di fatto i partiti, ma in sede parlamentare le tentazioni assistenziali pre-elettorali potrebbero riemergere. Draghi si è mostrato però molto duttile sul condono fiscale, ed è quello probabilmente il terreno su cui sarà possibile negoziare con i partiti ulteriori margini di flessibilità.
Sul contrasto alla pandemia la svolta impressa da Draghi è stata netta: superare le dispute sulle precedenze nella somministrazione dei vaccini e concentrare gli sforzi nelle forniture, entrando anche in polemica con la Commissione dell’UE per come è stata gestita la campagna acquisti. Tanti vaccini da distribuire e somministrare ovunque e comunque coinvolgendo soggetti privati (farmacie, ambulatori, studi dentistici, ecc.) inspiegabilmente rimasti esclusi dai piani precedenti. Anche i rapporti con le Regioni hanno subito una svolta; Draghi ha rivendicato allo Stato ogni potere decisionale che vada oltre l’ordinaria amministrazione.
Sui problemi della giustizia che laceravano il governo Conte la scelta di Marta Cartabia al ministero di via Arenula si è dimostrata appropriata e si va verso una soluzione “europea” che di fatto supera i contrasti sulla prescrizione che agitavano da tempo i rapporti tra PD e Cinque Stelle. Si spera adesso che si possa andare oltre mettendo a fuoco l’indispensabile riforma del CSM che, dopo le rivelazioni di Palamara, ha perso ogni credibilità. Servirebbe di più, soprattutto nella velocizzazione della giustizia civile, ma intanto bisogna partire da una radicale riforma nella composizione del CSM facendo entrare aria fresca nel palazzo dei Marescialli.
Novità importanti vanno registrate nella politica estera la cui direzione, come era prevedibile, è rimasta nelle mani di palazzo Chigi, almeno per le questioni essenziali. Draghi ha imposto una linea fortemente filo-atlantica, facilitato anche dalla svolta impressa da Biden alla politica estera americana. In Europa, in attesa degli esiti elettorali in Germania e in Francia, Draghi ha intanto rafforzato una stretta cooperazione con la Francia in modo da trasformare, almeno in prospettiva, l’asse Parigi – Berlino in un triangolo che comprenda anche Roma. Non è una strada facile per il contenzioso che si è accumulato con la Francia dal respingimento degli immigrati in poi, ma è l’unica che al momento si può percorrere. E che si tratti della giusta direzione lo dimostra il deciso sostegno al nuovo governo libico che Draghi ha voluto condividere con Francia e Germania superando la logica conflittuale che in passato ha contribuito a rendere instabile la situazione politica in Libia; un monito anche per Turchia ed Egitto perchè non contino in futuro sulle divisioni europee. Il duro attacco di Draghi ad Erdogan si muove nel solco di quello sferrato da Biden a Putin: sui diritti umani non si fanno sconti, anche se le convenienze economiche interverranno inevitabilmente a raffreddare i toni.
E, a proposito di immigrati clandestini, qualcuno ha notato come l’opera silenziosa ed efficace della ministra Lamorgese abbia dato risultati migliori delle roboanti declamazioni di Salvini quando dal Viminale brandiva in una mano la spada e nell’altra il rosario?

Tutto bene, dunque?
Le ombre ci sono e se ne vedono le tracce. Cominciando proprio dalle inquietudini di Salvini che disperatamente cerca visibilità in un contesto che non è nelle sue corde. Il leader della Lega deve affrontare due pericoli: quello interno al suo partito dove l’asse Giorgetti – Zaia sembra configurarsi sempre più come un’alternativa moderata, e quello esterno della Meloni, la quale, forte anche della sua posizione di “opposizione costruttiva” che Draghi abilmente incoraggia, mostra ancora una volta capacità tattiche che il suo concorrente di destra non possiede. Del suo disagio è prova evidente il goffo tentativo di creare un comune fronte anti-europeo con i leader di Ungheria e Polonia, destinato a infrangersi con interessi molto divergenti e con il nodo dei rapporti con la Russia di Putin, il cui legame con Salvini non è visto di buon occhio nell’Europa orientale.
Il punto di svolta per capire quanto potrà durare Draghi è rappresentato dalle elezioni amministrative di ottobre, soprattutto a Roma dove la destra gioca la sua carta decisiva. E’ qui che Letta dovrà dimostrare le sue capacità politiche costringendo Zingaretti a presentare la sua candidatura. Soltanto così sarà possibile fare ritirare dalla corsa la sindaca uscente Virginia Raggi e il suo accanito oppositore Carlo Calenda, e avere quindi qualche speranza di vincere al ballottaggio con il candidato della destra.

Franco Chiarenza
12 aprile 2021

Con l’arrivo di Biden alla Casa Bianca il “grande gioco” planetario ha assunto un nuovo aspetto. Alla strategia ambigua di Trump fondata sulla supremazia degli interessi americani declinata soprattutto in termini di vantaggi a breve termine (non propriamente isolazionista perché non escludeva interventi e alleanze bilaterali), è subentrata una diversa visione degli equilibri mondiali che in certa misura si rifà alle concezioni di Obama (del quale – non si dimentichi – Biden è stato vice-presidente per otto anni).
Di questo cambiamento hanno dovuto prendere atto i leader delle principali potenze globali, in particolare la Russia e la Cina che avevano “tarato” la loro politica estera sulla possibilità di trattare con gli Stati Uniti in termini di scambi ed equilibri puramente commerciali. Ciò che ha colto di contropiede è stata la rapidità della svolta, che ha contraddetto le previsioni di tutti i commentatori politici i quali avevano immaginato una sostanziale continuità di politica estera almeno per i primi mesi.
Non è stato così: la nuova presidenza ha voluto subito mettere alla prova i grandi players mondiali rovesciando i tavoli delle intese di basso profilo (fondate su scambi bilanciati in una dimensione prevalentemente  bilaterale) e riprendendo il concetto della superiorità morale delle democrazie liberali come bussola obbligata di un nuovo multilateralismo entro il quale ricondurre tutte le diversità nazionali e culturali: una strategia che un po’ forzatamente definirei neo-kennediana. Il messaggio è chiaro: Mosca e Pechino dovranno misurarsi con obiettivi che vanno ben oltre la dimensione economica. La sfida torna ad essere ideologica, un terreno su cui i democratici americani si trovano più a loro agio.

Biden
Cosa sta facendo in sostanza Biden (affiancato dal segretario di Stato Blinken)? Sta cancellando l’immagine trumpiana di una potenza attenta soltanto ai propri interessi economici e quindi disponibile a ignorare ogni altra considerazione di carattere politico e ideologico, per sostituirla con quella vecchia e collaudata di paese guida non soltanto per la sua superiorità economica e militare ma soprattutto simbolo di una concezione neo-liberale fondata sui diritti umani fondamentali, naturalmente aggiornati alle sensibilità delle nuove generazioni (parità di genere, ambientalismo, rifiuto delle discriminazioni etniche). Puro ideologismo strumentale, rozzo tentativo ormai logoro di contrabbandare gli interessi per valori universali? Forse; ma anche consapevolezza che i veri interessi americani a lungo termine passano attraverso la proposizione di un modello più rispondente alle esigenze del futuro dell’umanità, vincendo la sfida sul piano dei valori oltre che dei rapporti di forza, come è avvenuto nel secolo passato prima nei confronti del totalitarismo nazifascista poi di quello comunista sovietico. Una contrapposizione che in realtà non è mai venuta meno anche dopo il crollo del muro di Berlino per la scarsa affidabilità del regime russo che era succeduto a quello comunista e, per quanto riguarda la Cina, dopo la tragedia di Tien An Men che segnava limiti invalicabili alla liberalizzazione del sistema maoista.
Perché questa strategia di Biden abbia successo occorrono però due condizioni: la prima è la credibilità di chi la propone che si misura sulla capacità del nuovo gruppo dirigente di rassicurare il ceto medio americano della sostenibilità di tale politica anche nei tempi brevi; ci sono soltanto due anni di tempo perché le elezioni di metà mandato nel 2022 potrebbero cambiare le maggioranze alla Camera e al Senato. La seconda è di produrre in tempi brevi alcuni effetti di politica estera non soltanto confermando le tradizionali alleanze (come la NATO) e i rapporti con le nazioni amiche in Oriente (a cominciare dal Giappone e dalla Corea del Sud) ma anche rinnovandone i principi ispiratori, superando la dimensione del contenimento politico e militare nei confronti della Russia e della Cina e approfondendone la caratterizzazione ideologica, anche a costo di mettere in evidenza certe palesi contraddizioni di alcuni paesi come la Turchia di Erdogan, la Polonia di Kazinski e l’Ungheria di Orban che nell’assoluta indifferenza di Trump hanno continuato a scivolare verso una trasformazione autoritaria e illiberale delle loro nazioni in aperto contrasto con i valori che furono alla base dell’alleanza atlantica (e soprattutto con quelli che dovrebbero caratterizzarla in futuro).

Putin
Tutti gli osservatori diplomatici si sono chiesti quanto ci fosse di incidentale o di premeditato nell’accusa lanciata da Biden contro Putin di essere “un assassino”. Resta il fatto che nulla ha fatto l’amministrazione americana per ridurre la portata dell’incidente mentre sorprendente è stata la reazione molto contenuta del presidente russo che si è limitato al “richiamo” dell’ambasciatore a Washington mentre nella replica veniva inserito l’invito a un incontro tra i due presidenti. Putin si trova evidentemente in imbarazzo di fronte al rovesciamento della politica estera americana: il ritorno in primo piano della questione ideologica, in un momento in cui la credibilità democratica del presidente russo è seriamente messa in discussione dal caso Navalny mentre il conflitto con l’Ucraina sembra lontano da una composizione, non lascia molti margini al governo di Mosca. Per di più la pressione americana rischia di destabilizzare i rapporti tra Russia e Germania (gasdotto Nordstream) e crea inquietudine nei paesi scandinavi (facendo riaffacciare la possibilità di un’entrata della Svezia nella NATO). Anche in Medio Oriente e in Libia il ritorno sulla scena degli Stati Uniti cambia la situazione rimettendo in difficoltà il regime siriano mentre mutano radicalmente i rapporti con l’Arabia Saudita, segnata dall’incredibile scandalo dell’omicidio dell’oppositore Kashoggi.
Naturalmente Putin sa bene che le vere difficoltà per Biden vengono da Israele, abituato a ricevere da Trump un appoggio incondizionato, e dai rapporti con l’Iran da cui dipende in larga misura la stabilizzazione di tutta l’area, e in questo nuovo scenario la Russia ha ancora molte carte da giocare. E’ probabile che sarà proprio questo il terreno d’incontro per una parziale intesa tra le due grandi potenze quando ricominceranno a parlarsi.

Xi Jinping
La Cina non è abituata ai cambiamenti rapidi che talvolta caratterizzano le democrazie occidentali. I suoi rapporti con gli Stati Uniti erano già deteriorati nell’ultimo biennio della presidenza di Trump ma probabilmente Xi contava su una sostanziale continuità che avrebbe consentito di trovare un soddisfacente compromesso bilaterale fondato su un maggiore equilibrio della bilancia commerciale. L’indifferenza di Trump per le intese multilaterali aveva consentito al governo cinese di mettere a segno un ottimo colpo nel 2020 con l’accordo di libero scambio tra quindici paesi orientali, ivi compresi alcuni tradizionalmente legati alle alleanze occidentali come il Giappone, l’Australia e la Nuova Zelanda. La nuova politica americana inaugurata nel vertice cino-americano di Anchorage in Alaska poche settimane fa ha mostrato chiaramente l’intenzione di Biden di confrontarsi a muso duro, ma ciò che preoccupa maggiormente la dirigenza comunista di Pechino è il capovolgimento dei parametri del confronto con gli Stati Uniti decisi a ripercorrere la strada della contrapposizione ideologica, facendo tornare al centro della scena mondiale i diritti umani violati a Hong Kong, nel Xinjiang e soprattutto rimettendo in discussione lo “status” di Taiwan, che la Cina continua a considerare parte integrante del suo territorio. Un ritorno al passato, reso ancor più drammatico dalla repressione militare in Birmania (notoriamente legata alla Cina), che inquieta i cinesi i quali ovviamente avrebbero preferito tenere separate le ragioni della finanza e dell’economia da quelle politiche e ideologiche. La possibilità che si ricostituisca quella catena di contenimento della Cina che partendo dalla Corea arriva all’Indonesia, non può che preoccupare il regime comunista di Pechino. Naturalmente, pure in questo caso, Biden andrà incontro a molte difficoltà anche perchè – proprio per il fatto di essere politicamente condizionato – il portafoglio cinese è molto più generoso di quello americano. Ma in ogni caso i giochi sono di nuovo aperti e la nuova dirigenza di Washington tenta di stabilirne le nuove regole: che, per diversi motivi, non sono quelle che Putin e Xi avrebbero preferito.

E l’Europa?
Chiamata, non risponde, come già lamentava Kissinger negli anni ’70. E Biden pazientemente la richiama alla coerenza delle alleanze mentre si accinge a sottolinearne tutta la fragilità concedendo qualche migliaia di vaccini anti-Covid non utilizzati in America e promettendo la riapertura dei mercati che Trump aveva parzialmente chiusi nell’illusione di riequilibrare la bilancia commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Perché Biden e Janet Yellen (responsabile della politica economica nella nuova amministrazione) sanno bene che il deficit americano è un prezzo politico che, entro certi limiti, gli Stati Uniti devono accettare per mantenere stabile l’Europa, in attesa che l’Europa faccia da sé. Anche in questo caso back to the past!

Franco Chiarenza
28 marzo 2021

 

Come era prevedibile il terremoto suscitato dalla creazione del governo Draghi continua a investire le forze politiche costringendole a cambiamenti traumatici: dopo il “commissariamento” dei Cinque Stelle con la probabile ascesa al vertice di Giuseppe Conte anche il partito democratico si affida a un cavaliere bianco richiamando dal suo esilio parigino Enrico Letta. A destra la situazione sembra più tranquilla dopo che i settori più moderati e “nordisti” della Lega sono stati accontentati con la collocazione di Giorgetti al governo in una posizione di rilievo; ma il fuoco cova sotto la cenere soprattutto nei gruppi parlamentari (italiani ed europei) e il nervosismo di Salvini appare evidente nel tentativo di riportare al centro della scena un problema, come quello dell’immigrazione clandestina, oggi assai meno sentito. La Meloni gioca invece (anche in Europa) la carta dell’opposizione “ragionevole” e trova in Draghi un interlocutore attento e disponibile.

Non è difficile scorgere dietro queste scelte la regia occulta di Mattarella, sempre attento a non farsi coinvolgere in dispute che comprometterebbero il suo ruolo istituzionale, ma anche consapevole del suo potere tanto più ampio quanto più le altre istituzioni appaiono impaurite e lesionate (a cominciare dal parlamento e dalla magistratura), in attesa che il “semestre bianco” congeli il panorama politico e la pandemia cessi di condizionare le fondamentali libertà dei cittadini.
Fa riflettere il fatto che i protagonisti di questa nuova stagione abbiano lontane origini abbastanza comuni, più vicine alla cultura cattolica di sinistra che non alle tecnocrazie liberali (Andreatta piuttosto che Carli, tanto per intenderci). Non fa eccezione Enrico Letta ed è curioso che il salvatore del poco che resta del post-comunismo italiano sia un cattolico; Berlinguer (ma soprattutto alcuni suoi ispiratori come Franco Rodano) sarebbero contenti.
Ma al di là di Mattarella (e forse suo tramite) si intravedono anche le preoccupazioni dei partner europei di blindare la politica estera europeistica e atlantica in attesa che in novembre la nuova leadership tedesca che scaturirà dalle elezioni succedendo al lungo regno della Merkel riveli le sue intenzioni.

Il problema di fondo però, al di là dell’emergenza Covid e della gestione del Recovery Fund, resta per noi quello della riforma istituzionale senza la quale i meccanismi decisionali e operativi resteranno bloccati dalla prassi devastante dei veti incrociati e delle convenienze elettorali a breve termine.
Sappiamo di cosa si tratta: non di riscrivere la Costituzione (per cui mancano le condizioni politiche e temporali) ma di concentrarsi su quattro punti essenziali sui quali è possibile trovare subito soluzioni concordate tra le principali forze politiche.

  1. una nuova legge elettorale chiara, comprensibile a tutti, che consenta a ogni elettore di capire quali saranno le conseguenze del suo voto. I partiti la vorrebbero proporzionale per essere tutti partecipi delle scelte di governo ma gli elettori devono sapere che più è ampio lo spettro della rappresentanza meno si riesce a concretizzare un progetto di governo a medio e lungo termine che vada oltre l’ordinaria amministrazione. Siamo l’unico paese tra le democrazie occidentali che cambia governo e maggioranze ogni anno e in cui la principale attività di ogni nuovo governo consiste nell’annullare ciò che aveva intrapreso il precedente. Il sistema ideale per assicurare la governabilità è l’uninominale che, tra l’altro, ha il vantaggio di ristabilire un legame diretto tra elettori e deputati che li rappresentano, come dimostrano le felici esperienze dei paesi che lo adottano (e che, non a caso, ha assicurato stabilità anche ai nostri enti locali). I partiti non lo vogliono perché temono di perdere il controllo sui gruppi parlamentari? Si possono trovare soluzioni intermedie purché siano condivise e tradotte in norma costituzionale per evitare che ogni maggioranza si faccia una legge elettorale su misura delle proprie (vere o presunte) convenienze.
  2. una riforma del Senato che lo riconduca a quel ruolo di “seconda Camera” che storicamente ha sempre avuto (e che mantiene in molte costituzioni europee). I senatori potrebbero essere eletti dai consigli regionali (non al loro interno) e decadere in occasione di ogni elezione regionale (come avviene per il Bundesrat tedesco). Il loro numero dovrebbe essere molto contenuto (uno per mezzo milione di abitanti?) e i loro poteri limitati alle modifiche costituzionali, al controllo delle leggi che incidono sulle competenze regionali e degli enti locali, alla seconda lettura di leggi già approvate dalla Camera per suggerire eventuali modifiche, e poco altro. Insieme ai deputati i senatori continuerebbero ad esercitare i poteri che la Costituzione attribuisce loro congiuntamente: elezione del presidente della Repubblica, dei giudici della Corte Costituzionale, dei componenti laici del CSM, delle Autorità indipendenti.
  3. la riforma del titolo V della Costituzione per ridisegnare i poteri delle Regioni, distinguendo nettamente quelli che esse possono esercitare in via esclusiva da quelli che devono restare all’amministrazione centrale dello Stato, evitando il più possibile le cosiddette “competenze concorrenti” che hanno rappresentato in questi anni la “via crucis” di ogni governo e di ogni Regione, ingolfando la Corte Costituzionale di ricorsi che rendono ancor più difficile il rispetto della certezza del diritto.
  4. la regolamentazione costituzionale degli stati di emergenza in modo da evitare che alcuni diritti fondamentali vengano sospesi con semplici decreti del presidente del Consiglio, rischiando un contenzioso che si prolungherà negli anni. Le soluzioni possono essere diverse e contemperare le esigenze di rapidità negli interventi con la necessità che i diritti civili trovino la loro salvaguardia non soltanto nelle variabili maggioranze parlamentari ma anche in alcuni organi di garanzia già presenti nel nostro ordinamento (presidente della Repubblica, Corte costituzionale, ecc.).

Difficile? Sì. Possibile? Sì, se si coglie l’occasione di un governo in cui quasi tutti sono intorno allo stesso tavolo e anche l’opposizione pare disponibile al dialogo.

Franco Chiarenza
13 marzo 2021

Cosa pensa il liberale qualunque del nuovo governo presieduto da Mario Draghi?
Poche cose, ma fondamentali.

I) – Il governo, per come è costituito e per come ci si è arrivati, non rappresenta la “salvezza della democrazia” ma, al contrario, un momento buio e drammatico che ha messo in luce i problemi strutturali del nostro sistema politico. Quando bisogna affidarsi a un chirurgo, per bravo che sia, vuol dire che gli anticorpi non sono riusciti a impedire alla malattia di diffondersi; per tornare in buona salute l’operazione non basta, occorre rimuovere le cause che hanno prodotto la malattia.

II) – Proprio per questo il governo Draghi, mettendo insieme, volenti o nolenti, tutti i partiti con la sola esclusione di Fratelli d’Italia, costituisce un’occasione forse unica per mettere mano ad alcune riforme strutturali che, per essere efficaci, richiedono un consenso molto ampio che le sottragga alla tentazione di speculazioni elettorali. Si tratta di cose di non poco conto: una riforma della magistratura che restituisca credibilità e prestigio alla funzione giudiziaria (gravemente compromessi da quanto è emerso clamorosamente col “caso Palamara”), una riforma della scuola in senso meritocratico che consenta alle nuove generazioni di confrontarsi a parità di conoscenze e competenze con quelle che emergono dagli altri paesi, una riforma del Senato che differenzi i suoi compiti rispetto a quelli primari della Camera dei deputati realizzando quel monocameralismo di fatto che caratterizza tutte le democrazie parlamentari del mondo, una legge elettorale che (almeno per la Camera) garantisca la governabilità e trovi definitiva sistemazione (per lo meno nei suoi principi generali) nella Costituzione, una riforma del titolo V della Carta che chiarisca definitivamente poteri e limiti delle Regioni eliminando le incongruenze e i difetti che la sciagurata riforma del 2001 ha introdotto (con evidenti ripercussioni anche nella gestione dell’epidemia Covid 19).

III) – La scelta dell’ex-presidente della BCE per guidare un governo d’emergenza è ovviamente dovuta alla priorità dei problemi economici. Si tratta in sostanza di condurre in porto il piano italiano per il “Recovery fund” in maniera efficiente e funzionale rispetto agli obiettivi fissati dal progetto “Next generation” di Ursula von der Leyen, secondo le compatibilità fissate dal Consiglio Europeo (e quindi anche dal nostro governo) e le indicazioni operative approvate dal Parlamento Europeo. Che Draghi voglia gestire questo compito fondamentale senza eccessivi condizionamenti esterni appare evidente dalla composizione del ministero dove gli incarichi strategici sono stati assegnati a Daniele Franco (Banca d’Italia), Roberto Cingolani (fisico responsabile dell’innovazione tecnologica di “Leonardo”, ex Finmeccanica) al quale spetterà coordinare quella transizione ecologica (probabilmente assorbendo qualche delega dal ministero dello Sviluppo economico e da quello delle infrastrutture) che sta tanto a cuore a Grillo e che non è incompatibile con gli obiettivi di Draghi, Vittorio Colao (ex dirigente di diverse aziende attive nella comunicazione) all’innovazione tecnologica, Enrico Giovannini (economista, ex presidente dell’Istituto centrale di statistica, già ministro nel governo Letta) alle infrastrutture. E’ questa infatti la squadra che compilerà nel dettaglio il piano italiano del “Recovery fund”.

IV) – La conferma di Speranza al ministero della sanità indica che sulla questione della lotta contro la pandemia il nuovo governo intende muoversi in sostanziale continuità con quello precedente. L’attribuzione dell’importante dicastero dello Sviluppo economico a Giancarlo Giorgetti (anche se privato probabilmente di qualche competenza a favore della transizione ecologica) indica non soltanto l’ampiezza della svolta impressa alla Lega ma anche l’intenzione di Draghi di privilegiare una nuova intesa tra i soggetti della produzione (imprese e sindacati) che consenta all’iniziativa privata, sorretta da investimenti infrastrutturali pubblici, di rilanciare l’occupazione. La nomina di Andrea Orlando, infaticabile mediatore del partito democratico, al ministero del lavoro potrebbe facilitare tale strategia.

V) – La scelta di un giurista indipendente come Roberto Garofoli nell’incarico cruciale di sottosegretario alla presidenza indica l’intenzione di Draghi di mantenersi al di sopra delle parti anche nella quotidianità dei rapporti intergovernativi (spesso affidata al suo “braccio destro”).

VI) – La discesa in campo di Draghi ha “sparigliato” i tradizionali schieramenti politici: se questo era davvero l’obiettivo di Renzi è perfettamente riuscito. A destra la clamorosa “conversione” della Lega da una linea nazionalistica e sovranista a un’altra più moderata, filo-europea e certamente più consona agli interessi imprenditoriali della Lega nelle regioni settentrionali, segna il ritorno alla tradizione nordista di quel partito e probabilmente l’attenuazione dei toni populistici anti-immigrati che hanno caratterizzato la leadership di Salvini. I primi riflessi si sono avuti a Strasburgo dove i deputati della Lega hanno votato a favore del “Recovery plan” in discontinuità col passato. Al centro Grillo, malgrado il prestigio di cui gode all’interno del suo movimento, ha dovuto faticare molto per portare la maggioranza del gruppo parlamentare ad appoggiare Draghi, fino al referendum sulla piattaforma Rousseau che, malgrado il quesito già incorporasse la risposta, non ha superato il 60% dei consensi, mettendo in evidenza una fronda (guidata da Di Battista e Casaleggio) che potrebbe presto trasformarsi in scissione; un fatto importante in grado di accelerare la trasformazione del movimento in un partito ecologista compatibile con i partiti “verdi” che in Europa hanno assunto un peso elettorale rilevante. E che tale sia la tendenza lo dimostra l’insistenza di Grillo per i temi della “transizione ecologica” mentre passano in secondo piano i moralismi giustizialisti su cui i “Cinque Stelle” avevano in gran parte fondato il loro consenso (e non a caso Bonafede è rimasto escluso dal governo).
Non è poco. Resta l’incognita di Giuseppe Conte; se prenderà la guida del movimento oppure vorrà lanciarsi “in proprio” nella competizione elettorale, forte di quel 15% che tuttora i sondaggi gli attribuiscono.

VII) – Il governo Draghi ha un anno di tempo, non di più. Dovrà gestire le elezioni amministrative (che sarebbe opportuno rinviare a settembre) con i risvolti politici che ne deriveranno ma non potrà andare oltre la scadenza del mandato di Mattarella (febbraio 2022). A quel punto, chiunque sia il futuro presidente della Repubblica, nuove elezioni politiche saranno inevitabili. Il compito di Draghi è di arrivarci non soltanto avendo varato il Recovery fund ma anche, almeno in parte, riattivato gli anticorpi demandati al salvataggio della nostra fragile democrazia.

Così la pensa il liberale qualunque che sono io.

 

Franco Chiarenza
16 febbraio 2021

La locuzione white knight è utilizzata dagli economisti per indicare qualcuno che interviene a salvare un’azienda pericolante. In politica lo chiamiamo enfaticamente “salvatore della Patria” ma il concetto è lo stesso.
Ogni qualvolta il sistema politico italiano si inceppa (per le ragioni più diverse) il Capo dello Stato chiama un “cavaliere bianco” a scioglierne i nodi: è successo con Guido Carli (ministro del tesoro negli anni difficili della lira dal 1989 al 1992), con Carlo Azeglio Ciampi e Lamberto Dini nella lunga crisi istituzionale che segnò il passaggio dalla prima alla seconda repubblica (dal 1993 al 1996), con Mario Monti nel 2011 quando il Paese pareva avviato a precipitare in un default finanziario ed economico senza precedenti. I “cavalieri bianchi” devono avere alcune caratteristiche: essere esperti di economia (e conseguentemente quasi sempre provenienti dalla Banca d’Italia), rivestire incarichi accademici prestigiosi, godere di buona considerazione negli ambienti politici europei e nella finanza internazionale, conoscere quanto basta i complicati meccanismi del sistema politico italiano senza lasciarsene troppo condizionare. Mario Draghi, giunto nel 2011 a presiedere la Banca Centrale Europea inserendosi abilmente come soluzione di mediazione nel conflitto che divideva francesi e tedeschi sulla politica monetaria europea, risponde perfettamente a tali requisiti.

Draghi
Naturalmente ogni cavaliere bianco costituisce una storia a sé; Draghi è stato convocato al Quirinale in condizioni assai differenti dai precedenti che ho ricordato e chiamato a risolvere problemi del tutto diversi. Non si tratta di imporre sacrifici ma, al contrario, di spendere bene le importanti risorse già acquisite in sede europea senza disperderle in tanti rivoli assistenziali e clientelari per concentrarle su alcune leve fondamentali per il futuro del Paese: infrastrutture materiali (trasporti, reti di comunicazione) e culturali (scuola e ricerca), rimodulazione fiscale che favorisca le imprese che generano occupazione stabile, efficienza della giustizia civile, modifica delle procedure decisionali ed esecutive per renderle più rapide e fluide. Se poi il “cavaliere bianco” riesce ad avere sufficiente consenso potrà anche avviare quelle riforme istituzionali di cui tutti riconoscono la necessità ma che sempre si arenano tra veti e convenienze elettorali di poco conto: per esempio una riforma del Senato che faccia uscire l’Italia (unica in Europa) da un paralizzante bicameralismo “perfetto”, una revisione del titolo V della Costituzione che chiarisca le competenze delle Regioni e degli enti locali, una definitiva legge elettorale “costituzionalizzata” che metta fine allo scandalo ricorrente delle leggi elettorali “su misura”, ecc.
Non si tratta di compiti facili. Dietro ogni questione si nascondono interessi consolidati, resistenze corporative, abitudini clientelari che utilizzano il ricatto elettorale per garantire privilegi acquisiti, localismi anche legittimi che rischiano tuttavia di sottrarre risorse alle priorità nazionali. Anche per questo il “cavaliere bianco” deve saper prendere le distanze non dai partiti ma dai loro calcoli elettorali richiamandoli alla loro funzione stabilita dall’art. 49 della Costituzione di “determinare con metodo democratico la politica nazionale” e non di difendere gli egoismi degli interessi particolari.
Naturalmente facile a dirsi, difficile a farsi. Davanti a Draghi tutti finiranno per aprire i cancelli delle rispettive ridotte; gli ostacoli verranno dopo quando il capo del governo dovrà schivare le trappole che verranno nascoste sul suo cammino. Nel suo compito potrà contare sull’aiuto di Mattarella, non tanto nelle sue funzioni di Capo dello Stato quanto piuttosto come esperto navigatore politico da tanti anni impegnato a mediare le complessità del nostro sistema politico.
“In bocca ai lupi” caro Draghi. Il tuo mandato durerà un anno e verrà inevitabilmente a cessare con l’elezione del successore di Mattarella nel febbraio del 2022; a quel punto o salirai al Quirinale spinto da un plauso generale, come fu per Ciampi, oppure andrai a fare compagnia a Monti in quelche oscura saletta di palazzo Madama.

 

Franco Chiarenza

7 febbraio 2021

Ci sono miliardi di stelle in cielo e soltanto cinque nel nostro panorama politico, ma ci bastano. Anche perchè non somigliano alla costellazione che tutti conosciamo, l’Orsa minore, ben nota da secoli perchè nella sua coda brilla la stella polare, rotta sicura per naviganti incerti o dispersi. Quello che manca alle nostre Cinque Stelle è proprio la stella polare: dove andare, con chi, per che cosa. Stanno fisse, immobili, senza che alcun chiarimento ne definisca orientamenti e prospettive. Non costituiscono un problema, sono il problema, se non altro perchè occupano la maggioranza relativa dei seggi parlamentari.

Grillo: se ci sei batti un colpo
E’ lui – insieme a Casaleggio – che ha messo in moto lo tsunami con il famoso “vaffa” del 2007 con l’intento di mandare a spasso l’intero sistema politico per sostituirlo con una democrazia diretta che nelle loro intenzioni poteva essere realizzata attraverso le nuove reti di comunicazione interattive. I suoi discepoli sono arrivati in parlamento dichiarando di volerlo aprire come una scatola di sardine, i suoi ministri sono passati da un’alleanza all’altra sul presupposto che i compagni di viaggio, di qualunque colore fossero, non gli avrebbero impedito di realizzare il loro programma anti-progressista, confusamente ispirato alle teorie della “decrescita felice”. Sono riusciti in effetti a impedire molte cose ma ne hanno realizzate poche, a parte il reddito di cittadinanza che, per come è stato attuato, è consistito in una costosa distribuzione di sussidi senza accompagnarsi a una credibile strategia di rilancio dell’occupazione (che per noi liberali è l’unico modo serio di combattere la povertà e contribuire alla crescita del Paese). Divisi al loro interno tra un’ala “movimentista” che trova in Di Battista il suo personaggio di riferimento, e settori più riflessivi che si sono dovuti confrontare con le difficoltà reali di governo, traumatizzati da sondaggi che prevedono il dimezzamento della loro consistenza elettorale, i Cinque Stelle si interrogano sul loro futuro. Ma ciò che conta realmente, almeno per noi, non è il loro futuro ma il loro presente, considerando che la paura di andare a una incerta verifica elettorale paralizza il partito democratico. E poiché sembrano incapaci di esprimere una leadership condivisa (o almeno maggioritaria) tutti si chiedono se il “fondatore” Beppe Grillo sia in grado di uscire dalle nebbie delle allusioni vaghe, delle battute imbarazzanti, e andare oltre la dimensione demagogica dei “vaffa” e dei “tumorifici” che ha condannato il Paese all’inerzia e alcune grandi città alla sporcizia permanente.

L’errore di Renzi (se tale è stato) non è consistito nell’ostinarsi a pretendere la testa di Conte ma nel credere che questo fosse il problema. Prendersela col mediatore perchè una delle parti è poco affidabile è un gioco pericoloso, a meno che non si voglia in realtà fare fallire l’intesa. Immaginare una soluzione tecnica o super-partes sponsorizzata dal Capo dello Stato non mi sembra una strada praticabile e si rivelerebbe un viottolo scosceso con molte probabilità di sfociare comunque in elezioni anticipate. E non è detto che il voto produrrebbe in termini di governabilità un parlamento molto diverso da quello attuale, specialmente se, come è possibile, Giuseppe Conte, forte della sua popolarità, scendesse in campo con una propria lista.

 

Franco Chiarenza
27 gennaio 2021

 

Ps: Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul Corriere del 22 gennaio un forte articolo sulla necessità di riformare il nostro sistema politico, indicando anche alcune soluzioni. In quanto liberale qualunque, e ben sapendo che Galli della Loggia rifiuterebbe la qualifica di liberale, mi congratulo e tengo a dire che del suo articolo condivido tutto. Se non vuole accettare il conferimento onorario di liberale accolga almeno quello di “italiano qualunque” (che è il contrario di “qualunquista”).
Fch.

Ansiosi di assistere il 20 gennaio a una bella scena stile farwest con Trump asserragliato nella Casa Bianca con le corna in testa e il mitra spianato mentre Biden e i suoi dai tetti circostanti cercano di farlo sgombrare, gli italiani si sono distratti dalle noiose vicende politiche di casa nostra; forse perché sono sempre uguali e molto meno pittoresche (ve lo immaginate Renzi armato di pistola che entra a palazzo Chigi e costringe Conte a saltare dal famoso balcone dove Di Maio brindava alla fine della povertà?).
E però in attesa che Renzi si procuri un’arma che sia in grado di sparare non a salve, delle manovre in corso nei palazzi della politica italiana bisogna pure occuparsi al di là della tipica consuetudine nostrana di dire/non dire, alludere, lanciare attacchi e accuse per poi prontamente smentirli, minacce, ricatti, ecc.. Una cosa è certa: la maggior parte dell’opinione pubblica è quanto meno perplessa perché non capisce come a fronte del problema che maggiormente preoccupa (ed è ancora la pandemia) si apra sostanzialmente una crisi di governo fondata su alchimie poco comprensibili. Anche coloro che criticano il governo per la sua inadeguatezza (tra cui il sottoscritto) pensano che non ci siano alternative praticabili se non un rimpasto che francamente non pare decisivo per le sorti della Repubblica. A meno che non si voglia arrivare ad elezioni anticipate in primavera (ultima scadenza utile prima del “semestre bianco”), eventualità che tutte le componenti della maggioranza dicono di escludere.

Odore di soldi
La verità è che tutto gira intorno ai 200 miliardi del Recovery Fund. Chi deve gestirli e come. Una volta tanto il problema è serio e non riguarda le solite logiche spartitorie connaturate al sistema politico italiano ma qualcosa di più importante, quale idea di Paese si vuole privilegiare in questa irripetibile occasione. Da questo punto di vista la partita è effettivamente decisiva: non si tratta di poltrone e strapuntini da ridistribuire e le opzioni di fondo (a prescindere dai soliti “distinguo” e dalle perenni ovvietà onnicomprensive) sono abbastanza chiare. Da un lato coloro che ritengono che i fondi europei, in consonanza col “Next generation” di Ursula van der Leyen, debbano essere destinati agli investimenti strutturali di cui l’Italia ha bisogno per tornare a crescere recuperando gli anni perduti, dall’altra parte quanti guardano al passato (più immaginario che reale), a nostalgie ingiustificate e pericolose, in esse cercando una protezione dagli inevitabili cambiamenti che ci attendono. Una posizione quest’ultima che mortificando l’innovazione e ridimensionando il rischio imprenditoriale si affida a un salvifico e invasivo intervento dello Stato senza preoccuparsi troppo se con esso si finiscano per accettare limiti e condizioni alla nostra libertà individuale.
Chi come me si riconosce nella cultura liberal-democratica non può che sostenere la prospettiva indicata dall’Unione Europea e si attende dal governo una chiara indicazione delle priorità e dei modi e tempi della loro realizzazione. E quando parla di strutture intende non soltanto quelle fisiche come i trasporti o le reti digitali ma anche riforme da lungo tempo attese come quella del fisco che faccia uscire il nostro Paese da un sistema primitivo di balzelli e sussidi variamente distribuiti secondo le convenienze elettorali per raggiungere finalmente l’obiettivo di rendere trasparenti e prevedibili i prelievi, condizione indispensabile per facilitare gli investimenti.
Next Generation per chi non lo sappia significa “future generazioni” ed è a loro vantaggio che dovrebbe essere indirizzata la maggior parte dei fondi che l’Unione ci ha assegnato: quindi soprattutto la scuola e la formazione in generale che vanno riprogettate in funzione delle sfide del futuro. Per muoversi velocemente in questa direzione occorre un piano dettagliato che rispecchi una filosofia di sviluppo sostenibile in sintonia col nuovo modello europeo che si cerca di costruire per metterlo in grado di fare la sua parte nei processi di globalizzazione che la pandemia potrà cambiare ma non fermare. Purtroppo – ed è questo il vero problema – il maggior partito di governo, cioè i Cinque Stelle, non ha ancora deciso da che parte stare, né la loro recente “convention” è servita a fare chiarezza.
Giuseppe Conte è al centro di questa tenaglia: si è impegnato con Bruxelles a portare avanti a oltranza la prima opzione ma deve quotidianamente mediare con le ambiguità dei Cinque Stelle e di alcune componenti dello stesso PD che non vedono di malocchio un’espansione ulteriore dello stato assistenziale. Renzi è entrato nella questione a gamba tesa nel modo spavaldo che gli è proprio ma ha almeno il merito di avere scoperchiato la pentola in ebollizione consentendo agli odori (più o meno maleodoranti) di uscire dalla cucina.

Cinque stelle sono troppe
Al centro di tutto, come al solito, ci sono loro: i Cinque Stelle. Forti di una maggioranza parlamentare che non corrisponde più agli umori del Paese, decisi a mantenere le posizioni fino alla fine, ma anche loro intrappolati perchè il loro potere si identifica necessariamente con la persona del presidente del Consiglio e per questo non acconsentiranno mai a sostituirlo, come vorrebbe Renzi. E’ prevedibile che presto le carte torneranno in mano a Mattarella, politico consumato e tutt’altro che “super partes”, ma forte di un ampio prestigio che ha saputo conquistare e certamente consapevole che il suo ruolo istituzionale non gli consente soluzioni che non dispongano di una chiara maggioranza parlamentare. Altrimenti ci sono le elezioni col rischio però che il loro risultato non cambi molto la situazione e anche l’Italia cada in una sindrome politica come quelle che abbiamo visto in Spagna e in Israele: elezioni ripetute alla ricerca di una maggioranza stabile introvabile, prova evidente della incapacità dei sistemi elettorali proporzionali di assicurare quella governabilità di cui hanno bisogno più che mai le democrazie liberali contemporanee.

 

Franco Chiarenza
11 gennaio 2021

Presi dalle inevitabili usanze natalizie e dalle restrizioni da Covid che le hanno rese un po’ più originali del solito non ci siamo quasi accorti dell’unica cosa importante di questo fine d’anno: raggiunto in “zona Cesarini” un accordo, dal 1 gennaio la Gran Bretagna non farà più parte dell’Unione Europea. Trovare un’intesa in tempo utile sembrava ormai impossibile, e il no deal (cioè l’uscita senza accordo) pareva inevitabile. Poi, dopo il volo improvviso di Johnson a Bruxelles, il barometro ha volto al bello e la convenzione che consentirà di mantenere un’area di libero scambio tra tutti i 27 paesi è stato firmato. La domanda è: come mai? E quella successiva: chi ci ha guadagnato (e chi ci rimette)?

Accordo necessario
La prima risposta è relativamente semplice: un no deal avrebbe messo in forti difficoltà Johnson, soprattutto nei tempi brevi. Troppe circostanze giocavano contro di lui: il timore di un’improvvisa impennata dei prezzi di alcuni generi di prima necessità importati dal continente (erano già cominciati gli accaparramenti, migliaia di autocarri sostavano a Calais per raggiungere l’Inghilterra prima che i dazi si facessero sentire), l’allarme della finanza che continuava a traslocare dalla City di Londra in cerca di siti più accoglienti, le nuove fibrillazioni indipendentiste della Scozia, la stessa elezione di Biden che faceva venir meno l’asse preferenziale (più presunto che vero) con Trump. In tali circostanze il volo di Johnson tra le braccia di Ursula von der Leyen sembrava quasi una disperata richiesta di aiuto.
Tuttavia la risposta alla seconda domanda è in netta contraddizione con la prima perchè, almeno in apparenza, chi esce vincente dal compromesso è proprio Johnson, il quale, non a caso, ha subito lanciato messaggi trionfalistici.
Le questioni ancora sul tappeto dopo un anno di trattative erano infatti tre: la frontiera irlandese, i diritti di pesca nel mare del nord e le regole del libero scambio per evitare che di fatto gli operatori britannici potessero fruire di un vantaggio non concorrenziale (come un fisco più favorevole, eventuali aiuti di Stato o normative meno onerose in campo ambientale, ecc.). Di questi problemi il più importante è il terzo (non certo la pesca che interessa una percentuale trascurabile degli scambi) e la soluzione trovata che esclude la competenza giurisdizionale dell’UE rimettendo eventuali (inevitabili) controversie a un indefinito “arbitrato internazionale” sembra accogliere le richieste britanniche. Johnson sembra quindi avere ottenuto quanto voleva: il mantenimento di una zona di libero scambio (che conviene al Regno Unito, importatore netto) senza regole vincolanti per gli imprenditori britannici che non siano passate da Westminster. C’è di più: un accordo così favorevole mette in crisi il progetto secessionista degli indipendentisti scozzesi per la difficoltà di dimostrare la convenienza di tornare a far parte dell’Unione. Perchè dunque tanta improvvisa accondiscendenza da parte della von der Leyen (e, dietro di lei, dell’asse Macron – Merkel) nei confronti del governo di Londra?
L’ovvia risposta che un’intesa qualsivoglia conviene a tutti i partner non spiega perchè se ciò è vero non si sia chiusa l’intesa molto prima. Resta da capire se qualcosa di nuovo è intervenuto e in tal caso di che si tratti.

Europa a due velocità
Forse la vera risposta arriverà nel corso del prossimo anno e consistere nel rilancio di un’Europa a due velocità: da una parte una zona di libero scambio molto ampia (che potrebbe comprendere anche paesi che oggi non fanno parte dell’Unione come la Norvegia, la Svizzera, l’Ucraina, la Serbia, l’Albania) con istituzioni in grado di regolarne gli scambi commerciali, dall’altra una più solida confederazione politica e militare, dotata di una moneta comune e di una autentica costituzione fondata sul riconoscimento delle regole dello stato di diritto (tale quindi da spingere paesi esplicitamente illiberali e intolleranti come la Polonia e l’Ungheria a decidere definitivamente da che parte stare). Se di questo si tratta si capisce meglio perchè anche un accordo apparentemente vantaggioso per il Regno Unito può essere accettato dall’Unione Europea. Tanto più se – come ci si augura – l’amministrazione Biden rilancerà il multilateralismo democratico non soltanto rafforzando la NATO ma anche costruendo nuovi rapporti di alleanza con i paesi che in Occidente e in Oriente si riconoscono nei principi dello stato liberale e che non sono soltanto quelli legati da tradizioni di origine anglosassone (come nel caso di Canadà, Australia, Nuova Zelanda) ma anche altri che hanno ormai da molto tempo inserito quei valori nelle proprie culture politiche e sociali.

 

Franco Chiarenza
28 dicembre 2020

La domanda che mi sono posto subito dopo il vertice dell’Unione che ha sbloccato il piano di rilancio economico “Next generation” (con annesso Recovery Fund) su cui i governi di Polonia e Ungheria minacciavano di porre il veto è stata: chi ha vinto (o perso) nel tiro alla fune che da molti giorni contrapponeva Angela Merkel ai premier di Budapest e Varsavia?
Poco se ne capisce dai nostri media tutti concentrati al sollievo per la conferma dei 200 miliardi (sul cui utilizzo già si sta litigando) che parevano compromessi dall’ostinazione di alcuni partner europei (e del Parlamento di Strasburgo) di condizionare gli aiuti europei al rispetto delle regole dello stato di diritto, principio apertamente contestato da paesi che ostentatamente dichiarano di essere democrazie populiste lontane dal modello liberal-democratico degli altri 25 partner. A leggere certi giornali sembra che agli italiani interessi soprattutto incassare i soldi e che per il resto si tratti di impuntature di scarsa importanza. Ma per i liberali non è così: il rispetto dello stato di diritto vale più di qualsiasi finanziamento.

Il compromesso Merkel
Alla fine il compromesso che la leader tedesca ha strappato ha consentito alla Germania di chiudere con un successo non scontato il semestre della sua presidenza dell’Unione. Ma a quale prezzo? Come ne esce la credibilità politica e – diciamolo pure – ideologica di quella che dovrebbe avviarsi a diventare (soprattutto dopo la Brexit) una vera e propria confederazione fondata su principi condivisi? Per capirlo bisognerebbe analizzare il contenuto del compromesso, cosa che i nostri giornali non fanno in maniera adeguata.
Per quel che ne ho capito e fatte salve le inevitabili precisazioni che arriveranno mi pare si possa affermare:
a) – che sulla questione di principio (riconoscimento dello stato di diritto come fondamento dell’Unione) gli altri 25 paesi dell’Unione non hanno fatto alcun passo indietro.
b) – che sulla clausola che condiziona la distribuzione dei fondi europei al rispetto di tale principio la Merkel ha dovuto cercare un compromesso perchè purtroppo i trattati prevedono in molti casi (tra cui quello in oggetto) l’unanimità dei consensi e Polonia e Ungheria hanno minacciato di farla mancare. Portare avanti lo scontro fino alle estreme conseguenze avrebbe comportato una rottura dannosa soprattutto per le popolazioni polacche e ungheresi, in quanto entrambi i paesi sono beneficiari netti delle varie erogazioni europee. Si è preferito, almeno per il momento, evitare il peggio.
c) – che il compromesso è basato su un’interpretazione del vincolo non retroattiva e anzi spostata in avanti al momento in cui eventuali violazioni dello stato di diritto saranno confermate da pronunce definitive della Corte di giustizia europea. Clausola a cui teneva molto il leader ungherese Orban che l’anno prossimo dovrà affrontare elezioni politiche il cui esito non appare del tutto scontato, malgrado i condizionamenti posti ai mezzi di informazione non allineati.
d) – che infine Ungheria e Polonia hanno ottenuto (e questa sarebbe la cosa più grave) che la condizionalità del rispetto dello stato di diritto sia limitata al piano “Next generation” votato dal Parlamento europeo e non ad altri finanziamenti e vantaggi di cui già godevano.
Se questa mia lettura dell’accordo è corretta bisogna riconoscere che per non provocare una frattura dagli esiti incerti si è accettato di pagare un prezzo elevato in termini di credibilità politica. I liberali avrebbero certamente preferito una soluzione più drastica ma la Merkel e Macron (che anche in questa occasione hanno confermato la loro intesa strategica) hanno optato per una soluzione ispirata alla prudenza della “real-politik” nella convinzione che anche i partiti populisti al potere in alcuni paesi europei capiscano che c’è un limite al principio di sovranità oltre il quale scatta inevitabilmente l’incompatibilità con l’appartenenza all’Unione Europea.
A buon intenditor……

 

Franco Chiarenza
14 dicembre 2020

 

Inutile nasconderselo: da qualche mese Carlo Calenda ha imposto con un’abile campagna che utilizza largamente i social-network la sua candidatura, non soltanto a sindaco di Roma, ma in realtà a “sindaco d’Italia” (per utilizzare un vecchio slogan di Mario Segni di trent’anni fa). Lo fa argomentando in maniera convincente in netta controtendenza rispetto al mainstream corrente della politica nostrana, basato su approssimazioni, fake news, scambi di insulti, volgarità di vario genere.
I liberali lo seguono con simpatia e qualche perplessità, anche se il personaggio non si è mai dichiarato “liberale” in senso ideologico ma piuttosto appartenente a un più largo ambito culturale che potremmo definire liberal-democratico.
La sua originalità (e la conseguente attrattività) consiste proprio nel rifiuto delle gabbie ideologiche e partitiche che continuamente vengono riproposte sotto mentite spoglie, e spingere invece la riflessione sulle azioni piuttosto che sulle idee astratte: non a caso il suo movimento si chiama “Azione”. Il problema centrale del Paese, secondo Calenda, non è “fare cose di sinistra” piuttosto che “cose di destra” (salvo capire cosa ciò significhi realmente), ma semplicemente fare qualcosa.
La sua vis polemica si indirizza all’incapacità della politica di realizzare i propri progetti, qualunque siano: non per responsabilità di una burocrazia inerte e depotenziata, non per colpe altrui, ma per avere perso l’abilità di utilizzare gli strumenti e le strutture esistenti (e le condizioni esterne più o meno favorevoli) al fine di conseguire obiettivi chiari, riconoscibili, su cui i cittadini possano compiere scelte consapevoli. Qualunque liberale autentico non può che avere un riflesso positivo, come il cane di Pavlov quando sente la campanella: gli si presenta subito davanti il volto accigliato di Camillo Benso di Cavour. Purtroppo con una differenza, che Cavour muoveva su una scacchiera complessa forze non sempre omogenee facendole convergere su un obiettivo comune avendo dietro di sé sostegni che gli consentivano di passare rapidamente dal pensiero all’azione, la monarchia, l’esercito, la parte più colta e influente non soltanto del Piemonte ma (attraverso la Società Nazionale) anche degli altri regni italiani, senza parlare della nascente borghesia imprenditoriale che dell’unificazione vedeva tutti i possibili vantaggi. Calenda invece, anche quando dice cose condivisibili appare un isolato, guardato con diffidenza dal partito democratico che in lui teme un nuovo Renzi, detestato da Renzi per la stessa ragione, troppo debole per attivare un consenso deciso da parte di un mondo imprenditoriale indebolito e scottato da precedenti endorsment non corrisposti, e considerato pericoloso dai sindacati sempre timorosi di perdere potere contrattuale senza il mantenimento di quei riti defatiganti che non sembrano compatibili col messaggio calendiano.

Sindaco di Roma?
Così stando le cose il leader di Azione (forte della sua militanza nel gruppo social-democratico del Parlamento Europeo) ha fatto la mossa del cavallo: non ha aspettato che eventuali trattative sottobanco tra Zingaretti e Di Maio si concludessero abbandonando una capitale ingovernabile al dilettantismo dei Cinque Stelle in cambio di altre possibili “conquiste” del PD (Torino, Napoli, Palermo?). Pettegolezzi, fake, falsità, smentirebbero subito i vertici del Nazareno, ma, come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma qualche volta ci si azzecca.
Non c’è dubbio comunque che la mossa di Calenda ha messo in difficoltà il partito democratico anche perchè la sua candidatura, debitamente appoggiata, sarebbe l’unica in grado di battere la destra, e tutti lo sanno. Da parte sua Calenda rischia poco: da un lato affronta una campagna che gli dà grande visibilità , d’altra parte costringe il PD – anche in vista di elezioni politiche che potrebbero arrivare subito dopo l’elezione del nuovo Capo dello Stato nel 2022, a definire la vera natura dei suoi rapporti (secondo Calenda incestuosi) col movimento Cinque Stelle.

Il Liberale Qualunque sta a guardare: un po’ scettico, un po’ divertito, un po’ ammirato. Ma in fondo al cuore ha una speranza: e se ce la dovesse fare?

 

Franco Chiarenza
1 dicembre 2020