TIZIANA FABI / AFP

La “Dichiarazione sull’avvenire dell’Europa” sottoscritta pochi giorni fa da sedici partiti nazionalisti di destra (tra cui la Lega e Fratelli d’Italia) è stata analizzata da Sergio Fabbrini in un interessante articolo sul “Sole 24 ore. L’autore ha rilevato come elementi positivi (e certamente lo sono) il fatto che per la prima volta partiti nati contestando l’integrazione europea ammettano la necessità di un’unione europea e di una sua collocazione nei valori occidentali euro-americani, il che non era scontato, considerando certi ammiccamenti nei confronti di Putin. Ed è quindi certamente importante e positivo che la critica alle istituzioni europee si muova nell’ambito di un riconoscimento della sua esistenza. Ma gli aspetti positivi della Dichiarazione si fermano qui.

Il punto nodale di questa sorta di “patto” tra nazionalisti è la supremazia delle sovranità nazionali su ogni altra considerazione e, di conseguenza, il rifiuto di qualsiasi cessione di poteri e competenze che non siano revocabili; il che di fatto significa respingere qualunque ipotesi di federazione, comunque configurata. Il corollario di tale impostazione ha un inequivocabile contenuto ideologico: “proteggere la cultura e la storia delle nazioni europee, il rispetto dell’eredità giudeo-cristiana dell’Europa dei valori comuni che uniscono le nazioni europee”. Il che significa in pratica non riconoscere altri principi di riferimento che non derivino dalla tradizione “giudaico-cristiana”, con tanti saluti ai diritti umani, alla laicità dello Stato e alla tutela del pluralismo. Una sorta di riedizione della “Santa Alleanza” del 1815 in funzione di sostegno all’autoritarismo; non a caso i modelli a cui i partiti sovranisti guardano sono quelli che si sono insediati in Polonia e in Ungheria e che sono ormai in aperto conflitto con l’Unione Europea. Anche Orban e Kaczynski però devono affrontare sulla questione europea ostacoli non indifferenti: all’interno per il prevalere di posizioni europeiste e liberal-democratiche nelle grandi città (non a caso sia Varsavia che Budapest hanno amministrazioni “liberal”), nei rapporti con l’Unione che si sono irrigiditi e potrebbero provocare contraccolpi economici pericolosi per la stabilità politica dei loro regimi, per quanto puntellata da una gestione autoritaria del potere.
Quella espressa dai movimenti nazionalisti è oggi una posizione minoritaria in Europa (in quanto non condivisa da popolari, socialisti, liberali e verdi) che però non va sottovalutata. Essa potrebbe infatti saldarsi con una diversa rivendicazione del primato della sovranità nazionale, molto diffusa in Scandinavia, per la quale la salvaguardia dei diritti umani e le protezioni sociali sarebbero meglio garantiti dal mantenimento di una piena autonomia degli stati nazionali, rieccheggiando in qualche modo alcune delle ragioni che in Inghilterra hanno fatto prevalere la Brexit.

In tale situazione, mentre nel resto del mondo si stanno ridefinendo i rapporti di forza tra Stati Uniti, Russia e Cina, l’Europa dei “piccoli passi” appare velleitaria e impotente, costretta ancora una volta a rifugiarsi sotto le ali protettive di Washington che, con la presidenza Biden, le ha aperte fin troppo generosamente.
Da questa situazione di dipendenza obbligata non si esce con le parole e i proclami, occorre fare un salto coraggioso; chi lo vuole compiere ben venga, prima o poi l’intendence suivra. Comunque vadano le elezioni in Germania a settembre e in Francia nella primavera prossima, toccherà ai vecchi fondatori della Comunità Europea (Francia, Germania, Benelux e Italia), integrati dai paesi iberici e da altri che lo vorranno, segnare modi e tempi di una ripartenza che senza ambiguità metta insieme le politiche estere e militari completando l’unione economica di fatto già operante tra i paesi che hanno adottato la moneta comune. Non c’è più tempo da perdere. L’asta per effettuare il salto con successo potrebbe essere rappresentata in questo momento dall’Italia di Mario Draghi; Salvini però ci faccia capire da che parte sta, se con la dichiarazione dei sovranisti o con un’Europa che parli all’esterno con una voce sola. E prima di rispondere si consulti con Giorgetti e Zaia.

Franco Chiarenza
20 luglio 2021

Le uniche parole di buon senso che ho letto sulla vicenda sempre più complicata del progetto di legge Zan sono quelle pronunciate da Ettore Rosato, esponente di spicco del piccolo partito dei renziani, quando ha affermato che quando sui problemi veri si cominciano ad appiccicare bandierine ideologiche è il modo peggiore di venirne a capo in maniera efficace e condivisa.
E’ appunto il caso del progetto Zan che scaturisce da un problema reale (la tutela dei diritti di quanti hanno tendenze sessuali diverse da quelle considerate normali) ma sul quale i partiti di sinistra e di destra hanno scatenato una pretestuosa contrapposizione ideologica. Letta infatti continua nella sua strategia di allargamento del consenso rivendicando per il suo partito il ruolo di protettore delle minoranze e degli esclusi, Salvini e Meloni si propongono come difensori della famiglia tradizionale minacciata, non si capisce perché, dal riconoscimento di tutele rafforzate alle identità di genere diverse. Quando poi, in maniera quanto meno prematura, è sceso in campo anche il Vaticano sollevando problemi di compatibilità col Concordato (e quindi di natura costituzionale per l’infelice decisione dei costituenti nel 1947 di inserire i patti lateranensi nella Costituzione con il famoso articolo 7) la questione si è ancor più complicata.
Per venirne a capo bisognerebbe avere l’umiltà di sedersi attorno a un tavolo e esaminare le ragioni di ciascuno, fermo restando che sulle finalità ultime della legge tutti (anche il Vaticano) dicono di essere d’accordo. Cos’è allora che impedisce un’intesa? Ve lo dico io: un incrocio di processi alle intenzioni e la voglia di criminalizzare gli avversari in vista delle prossime elezioni politiche. Ma a questo modo di fare politica i liberali dovrebbero dichiararsi estranei.

Le ragioni della Chiesa
Il motivo per cui la Chiesa, dopo qualche titubanza, ha deciso di scendere in campo, anche col rischio di essere accusata di ingerenza negli affari interni del nostro Paese, è il timore che la legge, con le sue durissime sanzioni penali, possa essere utilizzata per imporre il principio dell’equivalenza tra il matrimonio eterosessuale e altre forme di convivenza civile (matrimonio omosessuale, unioni civili, ecc.). E che pertanto la libertà della Chiesa di sostenere la loro illiceità religiosa possa essere messa in discussione per l’infelice formulazione del reato di “istigazione all’odio” che appare nel testo. Un timore che, per la verità, prescinde dal Concordato e riguarda invece il rapporto tra libertà di espressione e dottrine religiose (non soltanto cattolica perché condivisa sostanzialmente da tutte le religioni monoteiste).
Naturalmente si tratta di un problema che riguarda soltanto i fedeli e non lo Stato il quale, rivendicando la sua laicità, come ha fatto Draghi con fermezza, è libero di fare le leggi che ritiene opportune senza vincoli esterni che non siano quelli di ordine costituzionale che ne regolano la validità.
Si capisce però che se la Chiesa ottenesse precise garanzie che le norme della legge Zan non si applicano agli istituti religiosi e ai corsi di insegnamento della religione cattolica che purtroppo il Concordato affida alla vigilanza dei vescovi, la sua opposizione probabilmente verrebbe meno.

Le perplessità dei liberali (o almeno di un liberale qualunque come credo di essere).
Diverse sono le ragioni per cui molti liberali sono diffidenti nei confronti di un progetto di legge che appare in alcune sue parti come un tentativo di rendere obbligatoria una concezione etica che può anche essere condivisa ma non imposta con sanzioni penali (oltretutto quantitativamente irragionevoli). Per i liberali le leggi penali puniscono i comportamenti che danneggiano le libertà altrui, non le intenzioni o il dissenso. L’istigazione all’odio è una categoria giuridica illiberale perché si presta nel merito alle valutazioni più diverse (e potenzialmente estensive); poco conta quali fossero le intenzioni dei proponenti, la legge, come è noto, ha una autonomia propria affidata alle interpretazioni giurisprudenziali. Oltre tutto non si capisce la necessità di una nuova legge per regolare una materia già trattata dalla legge Mancino del 1993 che bastava estendere alla tutela dei diversi orientamenti sessuali. L’unica differenza che colgo è l’introduzione di un reato di istigazione all’odio che, per le ragioni già dette, mi pare passibile di pericolose estensioni per analogia. Per chi crede in uno stato di diritto le opinioni, anche le meno condivisibili, devono potersi esprimersi liberamente, almeno fin quando non costituiscano esse stesse un’istigazione a compiere un reato. Ma l’istigazione a un reato comporta la configurazione del reato stesso e non può essere un concetto generico come l’odio. Dove finisce il dissenso e comincia l’odio, e chi lo stabilisce? La variabile giurisprudenza di una magistratura come la nostra, intrisa purtroppo di ideologismo e contiguità politiche? Chi può garantire che il prete che dal pulpito ricorda che le unioni omosessuali comportano per chi le pratica la commissione di un peccato mortale non venga denunciato per “istigazione all’odio” ? E anche la prevista giornata di sensibilizzazione come verrà realizzata nelle scuole – soprattutto in quelle dell’obbligo – come richiamo al principio di tolleranza nei confronti di ogni genere di minoranza o come propaganda di comportamenti eterodossi che in molte famiglie potrebbero generare conflitti anche gravi?

In conclusione: da un’attenta lettura del progetto ho tratto l’impressione (mi auguro sbagliata) che attraverso questa legge si voglia imporre un cambiamento culturale; purtroppo però le vere trasformazioni non avvengono minacciando le manette a chi non le condivide. Occorre un lavoro di persuasione che passi attraverso il confronto, il dialogo e soprattutto, nel caso in oggetto, introducendo nelle scuole di ogni ordine e grado (anche parificate) l’educazione civica come materia fondamentale e, in essa, quei principi di tolleranza e di rispetto per le diversità che caratterizzano la nostra cultura occidentale. Il rischio della legge Zan è nel suo “dopo”, nel modo cioè in cui verrà applicata, al netto dei passaggi che ancora l’attendono dal contenzioso con lo Stato Vaticano al vaglio della Corte costituzionale dove, prima o poi, finirà per approdare. Ne valeva la pena?

Franco Chiarenza
2 luglio 2021

Sempre in cerca di visibilità e convinto che per marcare le distanze da un ingombrante alleato di governo (sia pure transitorio) come Salvini occorra “fare cose di sinistra” su cui la Lega non possa inseguirlo, Letta è andato a toccare una delle cose più sentite dagli italiani, il diritto di lasciare ai figli il proprio patrimonio (che, essendo nella maggioranza dei casi immobiliare, si intreccia con la propensione a investire nella casa). Ancora una volta, come in altri casi, si tratta di una proposta giusta in linea di principio ma sbagliata nei tempi e nei modi in cui viene proposta e che Draghi ha fatto benissimo a troncare sul nascere. Vediamo perché.

Strumento di perequazione economica?

Quando Einaudi ne sosteneva l’opportunità anche da un punto di vista liberale era a questo aspetto che si riferiva. Convinto assertore della meritocrazia e dell’iniziativa privata trovava l’ereditarietà dei grandi patrimoni un ostacolo allo sviluppo e un immobilizzo di risorse finanziarie paragonabile alla “mano morta” agricola dei grandi latifondi. Una adeguata e progressiva imposta di successione poteva rimettere in circolo adeguate risorse e ridurre i proventi da rendite passive che potevano ostacolare il rinnovamento generazionale. In linea di principio quindi, nel più assoluto rispetto dei principi liberali, una tassa di successione ben calibrata non dovrebbe scandalizzare nessuno anche senza trasformarla in una improbabile tassa di scopo (giovani, diciottenni, ecc.).
Bisogna però oggi fare i conti con la complessità finanziaria prodotta dalla globalizzazione che consente ai grandi patrimoni di sfuggire facilmente anche alla normale imposizione fiscale, figurarsi a una imposta patrimoniale! La parte maggiore della riscossione di una tassa di successione ricadrebbe oggi sui piccoli e medi risparmiatori che hanno investito nel mattone o in titoli di Stato (che verosimilmente verrebbero esentati). I costi di accertamento per patrimoni che superano i cinque milioni (dopo la correzione in corsa di una proposta che era partita da una soglia di un milione) sarebbero molto elevati e si verrebbe a creare un contenzioso di lunga durata, come è sempre avvenuto in esperienze precedenti.

Strumento per avvantaggiare i giovani?

E’ la parte più nebulosa della proposta di Letta. Quali giovani, in base a quali criteri, come si controlla l’uso che verrà fatto delle somme assegnate, quanto costeranno le verifiche per evitare scorrettezze fin troppo evidenti; sarà un bis del reddito di cittadinanza, riuscito come misura assistenziale, fallito come incentivo al lavoro? Ricompare ancora una volta dietro questa idea che vuole essere accattivante una concezione ingenua e paternalistica; i giovani come categoria sociale sono soltanto un fatto anagrafico (come diceva Benedetto Croce). Per il resto sono come gli adulti: ci sono quelli intelligenti e laboriosi ed altri che non lo sono, ci sono gli onesti e gli imbroglioni, ci sono quelli che hanno avuto vantaggi di partenza e non li hanno utilizzati e altri che invece fortemente svantaggiati (come tanti immigrati) hanno saputo affermarsi ugualmente. E’ vero che in Italia è urgente riattivare l’ascensore sociale e garantire di più l’uguaglianza dei punti di partenza ma si tratta di una questione molto complessa che non si risolve con misure demagogiche che potrebbero rivelarsi controproducenti se dovessero essere percepite come una minaccia al risparmio privato. Abbiamo sempre rimproverato Salvini per la disinvoltura con cui si esprimeva in materie economicamente sensibili per le ripercussioni che le dichiarazioni di un leader della maggioranza potevano avere sui mercati; e ora ci si mette anche Letta?

Il riequilibrio

Lo stop di Draghi non ha riguardato le comprensibili ragioni della proposta, ma piuttosto il momento e il modo con cui il leader del PD l’ha formulata. Il governo sta studiando un riassetto complessivo di tutto il sistema fiscale per uscire dalle logiche dei tamponi e affrontare il problema in maniera organica, per la prima volta dopo la riforma Vanoni del 1951. Occorre infatti rovesciare l’ottica che è stata utilizzata dal fisco fino ad oggi: non partire dalle necessità della pubblica amministrazione ma piuttosto dalla compatibilità del carico fiscale (complessivamente considerato) con le attività che producono ricchezza (ivi inclusi i servizi). Altrimenti il sistema continuerà ad essere squilibrato tra la tassazione del lavoro dipendente troppo elevata (ma difficile da evadere) e una colossale economia sommersa (o solo parzialmente emersa) di cui non si riesce nemmeno a conoscere la reale estensione. In tale contesto, accanto ad altre misure perequative, una ragionevole tassazione sulle successioni ereditarie che non comprometta gli assett gestionali ben collaudati delle imprese e non incida troppo sulla propensione al risparmio degli italiani che è strettamente legata ai passaggi generazionali, è opportuna anche per ragioni di moralità finanziaria alle quali la tradizione liberale non è mai stata indifferente.
Quanto alla destinazione ai giovani, altre sono le misure che si devono prendere: si chiamano borse di studio, prestiti d’onore garantiti dallo Stato, facilitazioni fiscali per le assunzioni, sistemi scolastici adeguati alle esigenze del mondo produttivo, sostegni familiari da erogare attraverso servizi efficienti (asili nido, aiuti domestici, strutture per anziani). Altro che “tesoretti di 10.000 euro da regalare ai diciottenni per sondare la loro capacità di utilizzarli saggiamente! Troppa grazia, Sant’ Enrico!

Franco Chiarenza
4 giugno 2021

Il disegno di legge che porta il nome del deputato Alessandro Zan, al di là dei fattori emotivi e delle strumentalizzazioni politiche cui si è inevitabilmente prestato, suscita qualche perplessità, non naturalmente per le sue intenzioni che, anzi, volendo tutelare le minoranze e ogni orientamento sessuale, rientrano nella sensibilità di ogni persona civile, ma per gli strumenti repressivi di cui si avvale per il raggiungimento dello scopo che si propone. Ciò che infatti soprattutto colpisce in questo testo è il chiaro intento pedagogico che lo pervade, per la concezione paternalistica dello Stato che presuppone, come se le idee considerate sbagliate possano essere cambiate per legge senza correre il rischio di finire nel precipizio dello stato autoritario “a fin di bene” (come tutti i regimi repressivi pretendono di essere). Bisogna sempre fare attenzione ai mezzi che si utilizzano per raggiungere determinati fini onde evitare che in essi vengano stabiliti principi e precedenti che possono poi essere impiegati per scopi assai diversi; insomma, come dice un noto proverbio, la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Premesso dunque che le finalità che il ddl Zan si propone sono condivisibili ci si chiede se sia davvero necessario fare una nuova legge quando già quelle esistenti (a cominciare dalla Mancino del 1993) tutelano abbondantemente le minoranze etniche, religiose e sessuali, soprattutto se tale disegno di legge contiene norme che sotto diversi profili appaiono di dubbia costituzionalità. La prima obiezione infatti – certamente la più grave – riguarda la libertà di esprimere liberamente le proprie opinioni (per sbagliate che possano sembrare) messa in pericolo dall’ambigua formulazione del concetto giuridico di “incitazione all’odio”; il confine tra libertà di espressione e “incitazione all’odio” è molto sottile e si presta a interpretazioni variabili a seconda dei punti di vista e della diversa sensibilità del magistrato giudicante. Se l’incitazione comporta azioni penalmente rilevanti essa è già prevista dal codice penale come istigazione a delinquere (art.414 cp), in caso contrario il sospetto che si vogliano attraverso l’azione penale conculcare opinioni ritenute lesive di una concezione politicamente corretta appare fondato. In uno stato di diritto che trae la sua legittimità da una cultura liberale sono le azioni che vanno punite (quando danneggiano la libertà o gli interessi di qualcuno), mai le idee, altrimenti si configura un classico esempio di reato d’opinione, di dubbia costituzionalità. Vero è che nel ddl è stato inserito (probabilmente per eludere le obiezioni “garantiste”) un articolo che ribadisce la libertà di opinione (art. 4) ma essa è condizionata al fatto che “tali idee non siano idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori e violenti”. Un articolo che di fatto modifica l’art. 21 della Costituzione perchè mentre è superfluo per quanto riguarda gli atti discriminatori e violenti già puniti dalle leggi esistenti (compresa l’istigazione), subordina per altro verso la libertà di esprimere le proprie idee a una valutazione ex ante della loro pericolosità, introducendo una sorta di censura preventiva. Per di più gli articoli successivi del ddl contraddicono platealmente la prima parte dell’art. 4 dando la netta impressione che con questa legge non si voglia tutelare le minoranze ma costringere tutti a condividere determinate opinioni; il che configura una funzione etica dello Stato che ogni liberale dovrebbe temere anche per le estensioni che potrebbe assumere. Tale impressione è confermata d’altronde dalla sproporzione delle pene previste e dalle modalità che condizionano la loro sospensione vincolate in sostanza all’accertamento che il “colpevole” abbia cambiato idea; tutti elementi che dimostrano l’intenzione pedagogica (non a caso accompagnata da punizioni “esemplari”) tipica di una concezione di etica pubblica del tutto estranea alla tradizione giuridica liberale.
Aggiungo due considerazioni di minore rilievo: la prima riguarda la possibile censura della Corte costituzionale (come avvenne negli Stati Uniti in un caso in parte analogo con una famosa sentenza della Corte Suprema) che avrebbe effetti controproducenti ai fini delle “buone intenzioni” del deputato Zan, la seconda un probabile referendum abrogativo che avrebbe molte probabilità di essere vinto dai partiti che si oppongono a questo ddl spesso per ragioni che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni che ho espresso. Vale la pena correre questo rischio per la soddisfazione di infliggere qualche anno di carcere agli imbecilli che ancora chiamano “froci” gli omosessuali?

Un conto è dunque il contrasto all’omofobia, che va realizzato soprattutto con mezzi e modalità adatti a modificare pregiudizi culturali purtroppo assai diffusi (scuole, associazioni, campagne di informazione), altro mettere in atto strumenti di repressione penale che colpiscono la libertà di non condividere idee che noi riteniamo giuste. Salvini e Meloni, sostenitori del superamento dello stato liberale, a ben vedere dovrebbero approvare le concezioni contenute nel ddl Zan: stabilire il principio che lo Stato decide cosa è bene e cosa è male e punisca di conseguenza chi la pensa diversamente, apre la strada alla trasformazione della nostra democrazia fragilmente liberale in quel modello dichiaratamente illiberale che i loro amici stanno realizzando in alcuni paesi dell’Europa orientale. Basterà conquistare la maggioranza parlamentare e saranno loro a stabilire il confine tra opinioni lecite e proibite, e a definire “incitamento all’odio” ogni idea incompatibile con le loro visioni nazionaliste, sovraniste, plebiscitarie.

L’intolleranza non si combatte imitandone, a parti rovesciate, i metodi. Ma come spiegarlo in un paese come il nostro che da secoli continua a ritenere inconcepibili le diversità di opinioni e considera la politica soltanto come un mezzo per distruggere gli avversari?

Franco Chiarenza
26 aprile 2021

E’ presto per fare un primo credibile bilancio? Forse sì, ma considerati i tempi stretti di una politica che deve fare i conti con tante emergenze si può tentare una prima riflessione soprattutto per capire cosa è cambiato rispetto al governo precedente.

Emerge innanzi tutto una diversa modalità di esercitare la funzione di capo del Governo. Mario Draghi ascolta tutti rispettosamente ma poi decide sulle cose essenziali assumendosene la responsabilità e soprattutto facendo attenzione che le inevitabili discrasie connesse alla natura stessa di un governo tanto composito vengano rapidamente ricomposte. Per ora il metodo ha funzionato abbastanza bene e le insofferenze di una parte della maggioranza (soprattutto Salvini) sono state tenute fuori dalla porta. La prova del nove si avrà quando si conoscerà in dettaglio il Recovery plan da sottoporre a Bruxelles; il presidente ha concentrato il potere reale di scelta in poche mani di tecnici di sua fiducia estromettendone di fatto i partiti, ma in sede parlamentare le tentazioni assistenziali pre-elettorali potrebbero riemergere. Draghi si è mostrato però molto duttile sul condono fiscale, ed è quello probabilmente il terreno su cui sarà possibile negoziare con i partiti ulteriori margini di flessibilità.
Sul contrasto alla pandemia la svolta impressa da Draghi è stata netta: superare le dispute sulle precedenze nella somministrazione dei vaccini e concentrare gli sforzi nelle forniture, entrando anche in polemica con la Commissione dell’UE per come è stata gestita la campagna acquisti. Tanti vaccini da distribuire e somministrare ovunque e comunque coinvolgendo soggetti privati (farmacie, ambulatori, studi dentistici, ecc.) inspiegabilmente rimasti esclusi dai piani precedenti. Anche i rapporti con le Regioni hanno subito una svolta; Draghi ha rivendicato allo Stato ogni potere decisionale che vada oltre l’ordinaria amministrazione.
Sui problemi della giustizia che laceravano il governo Conte la scelta di Marta Cartabia al ministero di via Arenula si è dimostrata appropriata e si va verso una soluzione “europea” che di fatto supera i contrasti sulla prescrizione che agitavano da tempo i rapporti tra PD e Cinque Stelle. Si spera adesso che si possa andare oltre mettendo a fuoco l’indispensabile riforma del CSM che, dopo le rivelazioni di Palamara, ha perso ogni credibilità. Servirebbe di più, soprattutto nella velocizzazione della giustizia civile, ma intanto bisogna partire da una radicale riforma nella composizione del CSM facendo entrare aria fresca nel palazzo dei Marescialli.
Novità importanti vanno registrate nella politica estera la cui direzione, come era prevedibile, è rimasta nelle mani di palazzo Chigi, almeno per le questioni essenziali. Draghi ha imposto una linea fortemente filo-atlantica, facilitato anche dalla svolta impressa da Biden alla politica estera americana. In Europa, in attesa degli esiti elettorali in Germania e in Francia, Draghi ha intanto rafforzato una stretta cooperazione con la Francia in modo da trasformare, almeno in prospettiva, l’asse Parigi – Berlino in un triangolo che comprenda anche Roma. Non è una strada facile per il contenzioso che si è accumulato con la Francia dal respingimento degli immigrati in poi, ma è l’unica che al momento si può percorrere. E che si tratti della giusta direzione lo dimostra il deciso sostegno al nuovo governo libico che Draghi ha voluto condividere con Francia e Germania superando la logica conflittuale che in passato ha contribuito a rendere instabile la situazione politica in Libia; un monito anche per Turchia ed Egitto perchè non contino in futuro sulle divisioni europee. Il duro attacco di Draghi ad Erdogan si muove nel solco di quello sferrato da Biden a Putin: sui diritti umani non si fanno sconti, anche se le convenienze economiche interverranno inevitabilmente a raffreddare i toni.
E, a proposito di immigrati clandestini, qualcuno ha notato come l’opera silenziosa ed efficace della ministra Lamorgese abbia dato risultati migliori delle roboanti declamazioni di Salvini quando dal Viminale brandiva in una mano la spada e nell’altra il rosario?

Tutto bene, dunque?
Le ombre ci sono e se ne vedono le tracce. Cominciando proprio dalle inquietudini di Salvini che disperatamente cerca visibilità in un contesto che non è nelle sue corde. Il leader della Lega deve affrontare due pericoli: quello interno al suo partito dove l’asse Giorgetti – Zaia sembra configurarsi sempre più come un’alternativa moderata, e quello esterno della Meloni, la quale, forte anche della sua posizione di “opposizione costruttiva” che Draghi abilmente incoraggia, mostra ancora una volta capacità tattiche che il suo concorrente di destra non possiede. Del suo disagio è prova evidente il goffo tentativo di creare un comune fronte anti-europeo con i leader di Ungheria e Polonia, destinato a infrangersi con interessi molto divergenti e con il nodo dei rapporti con la Russia di Putin, il cui legame con Salvini non è visto di buon occhio nell’Europa orientale.
Il punto di svolta per capire quanto potrà durare Draghi è rappresentato dalle elezioni amministrative di ottobre, soprattutto a Roma dove la destra gioca la sua carta decisiva. E’ qui che Letta dovrà dimostrare le sue capacità politiche costringendo Zingaretti a presentare la sua candidatura. Soltanto così sarà possibile fare ritirare dalla corsa la sindaca uscente Virginia Raggi e il suo accanito oppositore Carlo Calenda, e avere quindi qualche speranza di vincere al ballottaggio con il candidato della destra.

Franco Chiarenza
12 aprile 2021

Con l’arrivo di Biden alla Casa Bianca il “grande gioco” planetario ha assunto un nuovo aspetto. Alla strategia ambigua di Trump fondata sulla supremazia degli interessi americani declinata soprattutto in termini di vantaggi a breve termine (non propriamente isolazionista perché non escludeva interventi e alleanze bilaterali), è subentrata una diversa visione degli equilibri mondiali che in certa misura si rifà alle concezioni di Obama (del quale – non si dimentichi – Biden è stato vice-presidente per otto anni).
Di questo cambiamento hanno dovuto prendere atto i leader delle principali potenze globali, in particolare la Russia e la Cina che avevano “tarato” la loro politica estera sulla possibilità di trattare con gli Stati Uniti in termini di scambi ed equilibri puramente commerciali. Ciò che ha colto di contropiede è stata la rapidità della svolta, che ha contraddetto le previsioni di tutti i commentatori politici i quali avevano immaginato una sostanziale continuità di politica estera almeno per i primi mesi.
Non è stato così: la nuova presidenza ha voluto subito mettere alla prova i grandi players mondiali rovesciando i tavoli delle intese di basso profilo (fondate su scambi bilanciati in una dimensione prevalentemente  bilaterale) e riprendendo il concetto della superiorità morale delle democrazie liberali come bussola obbligata di un nuovo multilateralismo entro il quale ricondurre tutte le diversità nazionali e culturali: una strategia che un po’ forzatamente definirei neo-kennediana. Il messaggio è chiaro: Mosca e Pechino dovranno misurarsi con obiettivi che vanno ben oltre la dimensione economica. La sfida torna ad essere ideologica, un terreno su cui i democratici americani si trovano più a loro agio.

Biden
Cosa sta facendo in sostanza Biden (affiancato dal segretario di Stato Blinken)? Sta cancellando l’immagine trumpiana di una potenza attenta soltanto ai propri interessi economici e quindi disponibile a ignorare ogni altra considerazione di carattere politico e ideologico, per sostituirla con quella vecchia e collaudata di paese guida non soltanto per la sua superiorità economica e militare ma soprattutto simbolo di una concezione neo-liberale fondata sui diritti umani fondamentali, naturalmente aggiornati alle sensibilità delle nuove generazioni (parità di genere, ambientalismo, rifiuto delle discriminazioni etniche). Puro ideologismo strumentale, rozzo tentativo ormai logoro di contrabbandare gli interessi per valori universali? Forse; ma anche consapevolezza che i veri interessi americani a lungo termine passano attraverso la proposizione di un modello più rispondente alle esigenze del futuro dell’umanità, vincendo la sfida sul piano dei valori oltre che dei rapporti di forza, come è avvenuto nel secolo passato prima nei confronti del totalitarismo nazifascista poi di quello comunista sovietico. Una contrapposizione che in realtà non è mai venuta meno anche dopo il crollo del muro di Berlino per la scarsa affidabilità del regime russo che era succeduto a quello comunista e, per quanto riguarda la Cina, dopo la tragedia di Tien An Men che segnava limiti invalicabili alla liberalizzazione del sistema maoista.
Perché questa strategia di Biden abbia successo occorrono però due condizioni: la prima è la credibilità di chi la propone che si misura sulla capacità del nuovo gruppo dirigente di rassicurare il ceto medio americano della sostenibilità di tale politica anche nei tempi brevi; ci sono soltanto due anni di tempo perché le elezioni di metà mandato nel 2022 potrebbero cambiare le maggioranze alla Camera e al Senato. La seconda è di produrre in tempi brevi alcuni effetti di politica estera non soltanto confermando le tradizionali alleanze (come la NATO) e i rapporti con le nazioni amiche in Oriente (a cominciare dal Giappone e dalla Corea del Sud) ma anche rinnovandone i principi ispiratori, superando la dimensione del contenimento politico e militare nei confronti della Russia e della Cina e approfondendone la caratterizzazione ideologica, anche a costo di mettere in evidenza certe palesi contraddizioni di alcuni paesi come la Turchia di Erdogan, la Polonia di Kazinski e l’Ungheria di Orban che nell’assoluta indifferenza di Trump hanno continuato a scivolare verso una trasformazione autoritaria e illiberale delle loro nazioni in aperto contrasto con i valori che furono alla base dell’alleanza atlantica (e soprattutto con quelli che dovrebbero caratterizzarla in futuro).

Putin
Tutti gli osservatori diplomatici si sono chiesti quanto ci fosse di incidentale o di premeditato nell’accusa lanciata da Biden contro Putin di essere “un assassino”. Resta il fatto che nulla ha fatto l’amministrazione americana per ridurre la portata dell’incidente mentre sorprendente è stata la reazione molto contenuta del presidente russo che si è limitato al “richiamo” dell’ambasciatore a Washington mentre nella replica veniva inserito l’invito a un incontro tra i due presidenti. Putin si trova evidentemente in imbarazzo di fronte al rovesciamento della politica estera americana: il ritorno in primo piano della questione ideologica, in un momento in cui la credibilità democratica del presidente russo è seriamente messa in discussione dal caso Navalny mentre il conflitto con l’Ucraina sembra lontano da una composizione, non lascia molti margini al governo di Mosca. Per di più la pressione americana rischia di destabilizzare i rapporti tra Russia e Germania (gasdotto Nordstream) e crea inquietudine nei paesi scandinavi (facendo riaffacciare la possibilità di un’entrata della Svezia nella NATO). Anche in Medio Oriente e in Libia il ritorno sulla scena degli Stati Uniti cambia la situazione rimettendo in difficoltà il regime siriano mentre mutano radicalmente i rapporti con l’Arabia Saudita, segnata dall’incredibile scandalo dell’omicidio dell’oppositore Kashoggi.
Naturalmente Putin sa bene che le vere difficoltà per Biden vengono da Israele, abituato a ricevere da Trump un appoggio incondizionato, e dai rapporti con l’Iran da cui dipende in larga misura la stabilizzazione di tutta l’area, e in questo nuovo scenario la Russia ha ancora molte carte da giocare. E’ probabile che sarà proprio questo il terreno d’incontro per una parziale intesa tra le due grandi potenze quando ricominceranno a parlarsi.

Xi Jinping
La Cina non è abituata ai cambiamenti rapidi che talvolta caratterizzano le democrazie occidentali. I suoi rapporti con gli Stati Uniti erano già deteriorati nell’ultimo biennio della presidenza di Trump ma probabilmente Xi contava su una sostanziale continuità che avrebbe consentito di trovare un soddisfacente compromesso bilaterale fondato su un maggiore equilibrio della bilancia commerciale. L’indifferenza di Trump per le intese multilaterali aveva consentito al governo cinese di mettere a segno un ottimo colpo nel 2020 con l’accordo di libero scambio tra quindici paesi orientali, ivi compresi alcuni tradizionalmente legati alle alleanze occidentali come il Giappone, l’Australia e la Nuova Zelanda. La nuova politica americana inaugurata nel vertice cino-americano di Anchorage in Alaska poche settimane fa ha mostrato chiaramente l’intenzione di Biden di confrontarsi a muso duro, ma ciò che preoccupa maggiormente la dirigenza comunista di Pechino è il capovolgimento dei parametri del confronto con gli Stati Uniti decisi a ripercorrere la strada della contrapposizione ideologica, facendo tornare al centro della scena mondiale i diritti umani violati a Hong Kong, nel Xinjiang e soprattutto rimettendo in discussione lo “status” di Taiwan, che la Cina continua a considerare parte integrante del suo territorio. Un ritorno al passato, reso ancor più drammatico dalla repressione militare in Birmania (notoriamente legata alla Cina), che inquieta i cinesi i quali ovviamente avrebbero preferito tenere separate le ragioni della finanza e dell’economia da quelle politiche e ideologiche. La possibilità che si ricostituisca quella catena di contenimento della Cina che partendo dalla Corea arriva all’Indonesia, non può che preoccupare il regime comunista di Pechino. Naturalmente, pure in questo caso, Biden andrà incontro a molte difficoltà anche perchè – proprio per il fatto di essere politicamente condizionato – il portafoglio cinese è molto più generoso di quello americano. Ma in ogni caso i giochi sono di nuovo aperti e la nuova dirigenza di Washington tenta di stabilirne le nuove regole: che, per diversi motivi, non sono quelle che Putin e Xi avrebbero preferito.

E l’Europa?
Chiamata, non risponde, come già lamentava Kissinger negli anni ’70. E Biden pazientemente la richiama alla coerenza delle alleanze mentre si accinge a sottolinearne tutta la fragilità concedendo qualche migliaia di vaccini anti-Covid non utilizzati in America e promettendo la riapertura dei mercati che Trump aveva parzialmente chiusi nell’illusione di riequilibrare la bilancia commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Perché Biden e Janet Yellen (responsabile della politica economica nella nuova amministrazione) sanno bene che il deficit americano è un prezzo politico che, entro certi limiti, gli Stati Uniti devono accettare per mantenere stabile l’Europa, in attesa che l’Europa faccia da sé. Anche in questo caso back to the past!

Franco Chiarenza
28 marzo 2021

 

Come era prevedibile il terremoto suscitato dalla creazione del governo Draghi continua a investire le forze politiche costringendole a cambiamenti traumatici: dopo il “commissariamento” dei Cinque Stelle con la probabile ascesa al vertice di Giuseppe Conte anche il partito democratico si affida a un cavaliere bianco richiamando dal suo esilio parigino Enrico Letta. A destra la situazione sembra più tranquilla dopo che i settori più moderati e “nordisti” della Lega sono stati accontentati con la collocazione di Giorgetti al governo in una posizione di rilievo; ma il fuoco cova sotto la cenere soprattutto nei gruppi parlamentari (italiani ed europei) e il nervosismo di Salvini appare evidente nel tentativo di riportare al centro della scena un problema, come quello dell’immigrazione clandestina, oggi assai meno sentito. La Meloni gioca invece (anche in Europa) la carta dell’opposizione “ragionevole” e trova in Draghi un interlocutore attento e disponibile.

Non è difficile scorgere dietro queste scelte la regia occulta di Mattarella, sempre attento a non farsi coinvolgere in dispute che comprometterebbero il suo ruolo istituzionale, ma anche consapevole del suo potere tanto più ampio quanto più le altre istituzioni appaiono impaurite e lesionate (a cominciare dal parlamento e dalla magistratura), in attesa che il “semestre bianco” congeli il panorama politico e la pandemia cessi di condizionare le fondamentali libertà dei cittadini.
Fa riflettere il fatto che i protagonisti di questa nuova stagione abbiano lontane origini abbastanza comuni, più vicine alla cultura cattolica di sinistra che non alle tecnocrazie liberali (Andreatta piuttosto che Carli, tanto per intenderci). Non fa eccezione Enrico Letta ed è curioso che il salvatore del poco che resta del post-comunismo italiano sia un cattolico; Berlinguer (ma soprattutto alcuni suoi ispiratori come Franco Rodano) sarebbero contenti.
Ma al di là di Mattarella (e forse suo tramite) si intravedono anche le preoccupazioni dei partner europei di blindare la politica estera europeistica e atlantica in attesa che in novembre la nuova leadership tedesca che scaturirà dalle elezioni succedendo al lungo regno della Merkel riveli le sue intenzioni.

Il problema di fondo però, al di là dell’emergenza Covid e della gestione del Recovery Fund, resta per noi quello della riforma istituzionale senza la quale i meccanismi decisionali e operativi resteranno bloccati dalla prassi devastante dei veti incrociati e delle convenienze elettorali a breve termine.
Sappiamo di cosa si tratta: non di riscrivere la Costituzione (per cui mancano le condizioni politiche e temporali) ma di concentrarsi su quattro punti essenziali sui quali è possibile trovare subito soluzioni concordate tra le principali forze politiche.

  1. una nuova legge elettorale chiara, comprensibile a tutti, che consenta a ogni elettore di capire quali saranno le conseguenze del suo voto. I partiti la vorrebbero proporzionale per essere tutti partecipi delle scelte di governo ma gli elettori devono sapere che più è ampio lo spettro della rappresentanza meno si riesce a concretizzare un progetto di governo a medio e lungo termine che vada oltre l’ordinaria amministrazione. Siamo l’unico paese tra le democrazie occidentali che cambia governo e maggioranze ogni anno e in cui la principale attività di ogni nuovo governo consiste nell’annullare ciò che aveva intrapreso il precedente. Il sistema ideale per assicurare la governabilità è l’uninominale che, tra l’altro, ha il vantaggio di ristabilire un legame diretto tra elettori e deputati che li rappresentano, come dimostrano le felici esperienze dei paesi che lo adottano (e che, non a caso, ha assicurato stabilità anche ai nostri enti locali). I partiti non lo vogliono perché temono di perdere il controllo sui gruppi parlamentari? Si possono trovare soluzioni intermedie purché siano condivise e tradotte in norma costituzionale per evitare che ogni maggioranza si faccia una legge elettorale su misura delle proprie (vere o presunte) convenienze.
  2. una riforma del Senato che lo riconduca a quel ruolo di “seconda Camera” che storicamente ha sempre avuto (e che mantiene in molte costituzioni europee). I senatori potrebbero essere eletti dai consigli regionali (non al loro interno) e decadere in occasione di ogni elezione regionale (come avviene per il Bundesrat tedesco). Il loro numero dovrebbe essere molto contenuto (uno per mezzo milione di abitanti?) e i loro poteri limitati alle modifiche costituzionali, al controllo delle leggi che incidono sulle competenze regionali e degli enti locali, alla seconda lettura di leggi già approvate dalla Camera per suggerire eventuali modifiche, e poco altro. Insieme ai deputati i senatori continuerebbero ad esercitare i poteri che la Costituzione attribuisce loro congiuntamente: elezione del presidente della Repubblica, dei giudici della Corte Costituzionale, dei componenti laici del CSM, delle Autorità indipendenti.
  3. la riforma del titolo V della Costituzione per ridisegnare i poteri delle Regioni, distinguendo nettamente quelli che esse possono esercitare in via esclusiva da quelli che devono restare all’amministrazione centrale dello Stato, evitando il più possibile le cosiddette “competenze concorrenti” che hanno rappresentato in questi anni la “via crucis” di ogni governo e di ogni Regione, ingolfando la Corte Costituzionale di ricorsi che rendono ancor più difficile il rispetto della certezza del diritto.
  4. la regolamentazione costituzionale degli stati di emergenza in modo da evitare che alcuni diritti fondamentali vengano sospesi con semplici decreti del presidente del Consiglio, rischiando un contenzioso che si prolungherà negli anni. Le soluzioni possono essere diverse e contemperare le esigenze di rapidità negli interventi con la necessità che i diritti civili trovino la loro salvaguardia non soltanto nelle variabili maggioranze parlamentari ma anche in alcuni organi di garanzia già presenti nel nostro ordinamento (presidente della Repubblica, Corte costituzionale, ecc.).

Difficile? Sì. Possibile? Sì, se si coglie l’occasione di un governo in cui quasi tutti sono intorno allo stesso tavolo e anche l’opposizione pare disponibile al dialogo.

Franco Chiarenza
13 marzo 2021

Cosa pensa il liberale qualunque del nuovo governo presieduto da Mario Draghi?
Poche cose, ma fondamentali.

I) – Il governo, per come è costituito e per come ci si è arrivati, non rappresenta la “salvezza della democrazia” ma, al contrario, un momento buio e drammatico che ha messo in luce i problemi strutturali del nostro sistema politico. Quando bisogna affidarsi a un chirurgo, per bravo che sia, vuol dire che gli anticorpi non sono riusciti a impedire alla malattia di diffondersi; per tornare in buona salute l’operazione non basta, occorre rimuovere le cause che hanno prodotto la malattia.

II) – Proprio per questo il governo Draghi, mettendo insieme, volenti o nolenti, tutti i partiti con la sola esclusione di Fratelli d’Italia, costituisce un’occasione forse unica per mettere mano ad alcune riforme strutturali che, per essere efficaci, richiedono un consenso molto ampio che le sottragga alla tentazione di speculazioni elettorali. Si tratta di cose di non poco conto: una riforma della magistratura che restituisca credibilità e prestigio alla funzione giudiziaria (gravemente compromessi da quanto è emerso clamorosamente col “caso Palamara”), una riforma della scuola in senso meritocratico che consenta alle nuove generazioni di confrontarsi a parità di conoscenze e competenze con quelle che emergono dagli altri paesi, una riforma del Senato che differenzi i suoi compiti rispetto a quelli primari della Camera dei deputati realizzando quel monocameralismo di fatto che caratterizza tutte le democrazie parlamentari del mondo, una legge elettorale che (almeno per la Camera) garantisca la governabilità e trovi definitiva sistemazione (per lo meno nei suoi principi generali) nella Costituzione, una riforma del titolo V della Carta che chiarisca definitivamente poteri e limiti delle Regioni eliminando le incongruenze e i difetti che la sciagurata riforma del 2001 ha introdotto (con evidenti ripercussioni anche nella gestione dell’epidemia Covid 19).

III) – La scelta dell’ex-presidente della BCE per guidare un governo d’emergenza è ovviamente dovuta alla priorità dei problemi economici. Si tratta in sostanza di condurre in porto il piano italiano per il “Recovery fund” in maniera efficiente e funzionale rispetto agli obiettivi fissati dal progetto “Next generation” di Ursula von der Leyen, secondo le compatibilità fissate dal Consiglio Europeo (e quindi anche dal nostro governo) e le indicazioni operative approvate dal Parlamento Europeo. Che Draghi voglia gestire questo compito fondamentale senza eccessivi condizionamenti esterni appare evidente dalla composizione del ministero dove gli incarichi strategici sono stati assegnati a Daniele Franco (Banca d’Italia), Roberto Cingolani (fisico responsabile dell’innovazione tecnologica di “Leonardo”, ex Finmeccanica) al quale spetterà coordinare quella transizione ecologica (probabilmente assorbendo qualche delega dal ministero dello Sviluppo economico e da quello delle infrastrutture) che sta tanto a cuore a Grillo e che non è incompatibile con gli obiettivi di Draghi, Vittorio Colao (ex dirigente di diverse aziende attive nella comunicazione) all’innovazione tecnologica, Enrico Giovannini (economista, ex presidente dell’Istituto centrale di statistica, già ministro nel governo Letta) alle infrastrutture. E’ questa infatti la squadra che compilerà nel dettaglio il piano italiano del “Recovery fund”.

IV) – La conferma di Speranza al ministero della sanità indica che sulla questione della lotta contro la pandemia il nuovo governo intende muoversi in sostanziale continuità con quello precedente. L’attribuzione dell’importante dicastero dello Sviluppo economico a Giancarlo Giorgetti (anche se privato probabilmente di qualche competenza a favore della transizione ecologica) indica non soltanto l’ampiezza della svolta impressa alla Lega ma anche l’intenzione di Draghi di privilegiare una nuova intesa tra i soggetti della produzione (imprese e sindacati) che consenta all’iniziativa privata, sorretta da investimenti infrastrutturali pubblici, di rilanciare l’occupazione. La nomina di Andrea Orlando, infaticabile mediatore del partito democratico, al ministero del lavoro potrebbe facilitare tale strategia.

V) – La scelta di un giurista indipendente come Roberto Garofoli nell’incarico cruciale di sottosegretario alla presidenza indica l’intenzione di Draghi di mantenersi al di sopra delle parti anche nella quotidianità dei rapporti intergovernativi (spesso affidata al suo “braccio destro”).

VI) – La discesa in campo di Draghi ha “sparigliato” i tradizionali schieramenti politici: se questo era davvero l’obiettivo di Renzi è perfettamente riuscito. A destra la clamorosa “conversione” della Lega da una linea nazionalistica e sovranista a un’altra più moderata, filo-europea e certamente più consona agli interessi imprenditoriali della Lega nelle regioni settentrionali, segna il ritorno alla tradizione nordista di quel partito e probabilmente l’attenuazione dei toni populistici anti-immigrati che hanno caratterizzato la leadership di Salvini. I primi riflessi si sono avuti a Strasburgo dove i deputati della Lega hanno votato a favore del “Recovery plan” in discontinuità col passato. Al centro Grillo, malgrado il prestigio di cui gode all’interno del suo movimento, ha dovuto faticare molto per portare la maggioranza del gruppo parlamentare ad appoggiare Draghi, fino al referendum sulla piattaforma Rousseau che, malgrado il quesito già incorporasse la risposta, non ha superato il 60% dei consensi, mettendo in evidenza una fronda (guidata da Di Battista e Casaleggio) che potrebbe presto trasformarsi in scissione; un fatto importante in grado di accelerare la trasformazione del movimento in un partito ecologista compatibile con i partiti “verdi” che in Europa hanno assunto un peso elettorale rilevante. E che tale sia la tendenza lo dimostra l’insistenza di Grillo per i temi della “transizione ecologica” mentre passano in secondo piano i moralismi giustizialisti su cui i “Cinque Stelle” avevano in gran parte fondato il loro consenso (e non a caso Bonafede è rimasto escluso dal governo).
Non è poco. Resta l’incognita di Giuseppe Conte; se prenderà la guida del movimento oppure vorrà lanciarsi “in proprio” nella competizione elettorale, forte di quel 15% che tuttora i sondaggi gli attribuiscono.

VII) – Il governo Draghi ha un anno di tempo, non di più. Dovrà gestire le elezioni amministrative (che sarebbe opportuno rinviare a settembre) con i risvolti politici che ne deriveranno ma non potrà andare oltre la scadenza del mandato di Mattarella (febbraio 2022). A quel punto, chiunque sia il futuro presidente della Repubblica, nuove elezioni politiche saranno inevitabili. Il compito di Draghi è di arrivarci non soltanto avendo varato il Recovery fund ma anche, almeno in parte, riattivato gli anticorpi demandati al salvataggio della nostra fragile democrazia.

Così la pensa il liberale qualunque che sono io.

 

Franco Chiarenza
16 febbraio 2021

La locuzione white knight è utilizzata dagli economisti per indicare qualcuno che interviene a salvare un’azienda pericolante. In politica lo chiamiamo enfaticamente “salvatore della Patria” ma il concetto è lo stesso.
Ogni qualvolta il sistema politico italiano si inceppa (per le ragioni più diverse) il Capo dello Stato chiama un “cavaliere bianco” a scioglierne i nodi: è successo con Guido Carli (ministro del tesoro negli anni difficili della lira dal 1989 al 1992), con Carlo Azeglio Ciampi e Lamberto Dini nella lunga crisi istituzionale che segnò il passaggio dalla prima alla seconda repubblica (dal 1993 al 1996), con Mario Monti nel 2011 quando il Paese pareva avviato a precipitare in un default finanziario ed economico senza precedenti. I “cavalieri bianchi” devono avere alcune caratteristiche: essere esperti di economia (e conseguentemente quasi sempre provenienti dalla Banca d’Italia), rivestire incarichi accademici prestigiosi, godere di buona considerazione negli ambienti politici europei e nella finanza internazionale, conoscere quanto basta i complicati meccanismi del sistema politico italiano senza lasciarsene troppo condizionare. Mario Draghi, giunto nel 2011 a presiedere la Banca Centrale Europea inserendosi abilmente come soluzione di mediazione nel conflitto che divideva francesi e tedeschi sulla politica monetaria europea, risponde perfettamente a tali requisiti.

Draghi
Naturalmente ogni cavaliere bianco costituisce una storia a sé; Draghi è stato convocato al Quirinale in condizioni assai differenti dai precedenti che ho ricordato e chiamato a risolvere problemi del tutto diversi. Non si tratta di imporre sacrifici ma, al contrario, di spendere bene le importanti risorse già acquisite in sede europea senza disperderle in tanti rivoli assistenziali e clientelari per concentrarle su alcune leve fondamentali per il futuro del Paese: infrastrutture materiali (trasporti, reti di comunicazione) e culturali (scuola e ricerca), rimodulazione fiscale che favorisca le imprese che generano occupazione stabile, efficienza della giustizia civile, modifica delle procedure decisionali ed esecutive per renderle più rapide e fluide. Se poi il “cavaliere bianco” riesce ad avere sufficiente consenso potrà anche avviare quelle riforme istituzionali di cui tutti riconoscono la necessità ma che sempre si arenano tra veti e convenienze elettorali di poco conto: per esempio una riforma del Senato che faccia uscire l’Italia (unica in Europa) da un paralizzante bicameralismo “perfetto”, una revisione del titolo V della Costituzione che chiarisca le competenze delle Regioni e degli enti locali, una definitiva legge elettorale “costituzionalizzata” che metta fine allo scandalo ricorrente delle leggi elettorali “su misura”, ecc.
Non si tratta di compiti facili. Dietro ogni questione si nascondono interessi consolidati, resistenze corporative, abitudini clientelari che utilizzano il ricatto elettorale per garantire privilegi acquisiti, localismi anche legittimi che rischiano tuttavia di sottrarre risorse alle priorità nazionali. Anche per questo il “cavaliere bianco” deve saper prendere le distanze non dai partiti ma dai loro calcoli elettorali richiamandoli alla loro funzione stabilita dall’art. 49 della Costituzione di “determinare con metodo democratico la politica nazionale” e non di difendere gli egoismi degli interessi particolari.
Naturalmente facile a dirsi, difficile a farsi. Davanti a Draghi tutti finiranno per aprire i cancelli delle rispettive ridotte; gli ostacoli verranno dopo quando il capo del governo dovrà schivare le trappole che verranno nascoste sul suo cammino. Nel suo compito potrà contare sull’aiuto di Mattarella, non tanto nelle sue funzioni di Capo dello Stato quanto piuttosto come esperto navigatore politico da tanti anni impegnato a mediare le complessità del nostro sistema politico.
“In bocca ai lupi” caro Draghi. Il tuo mandato durerà un anno e verrà inevitabilmente a cessare con l’elezione del successore di Mattarella nel febbraio del 2022; a quel punto o salirai al Quirinale spinto da un plauso generale, come fu per Ciampi, oppure andrai a fare compagnia a Monti in quelche oscura saletta di palazzo Madama.

 

Franco Chiarenza

7 febbraio 2021

Ci sono miliardi di stelle in cielo e soltanto cinque nel nostro panorama politico, ma ci bastano. Anche perchè non somigliano alla costellazione che tutti conosciamo, l’Orsa minore, ben nota da secoli perchè nella sua coda brilla la stella polare, rotta sicura per naviganti incerti o dispersi. Quello che manca alle nostre Cinque Stelle è proprio la stella polare: dove andare, con chi, per che cosa. Stanno fisse, immobili, senza che alcun chiarimento ne definisca orientamenti e prospettive. Non costituiscono un problema, sono il problema, se non altro perchè occupano la maggioranza relativa dei seggi parlamentari.

Grillo: se ci sei batti un colpo
E’ lui – insieme a Casaleggio – che ha messo in moto lo tsunami con il famoso “vaffa” del 2007 con l’intento di mandare a spasso l’intero sistema politico per sostituirlo con una democrazia diretta che nelle loro intenzioni poteva essere realizzata attraverso le nuove reti di comunicazione interattive. I suoi discepoli sono arrivati in parlamento dichiarando di volerlo aprire come una scatola di sardine, i suoi ministri sono passati da un’alleanza all’altra sul presupposto che i compagni di viaggio, di qualunque colore fossero, non gli avrebbero impedito di realizzare il loro programma anti-progressista, confusamente ispirato alle teorie della “decrescita felice”. Sono riusciti in effetti a impedire molte cose ma ne hanno realizzate poche, a parte il reddito di cittadinanza che, per come è stato attuato, è consistito in una costosa distribuzione di sussidi senza accompagnarsi a una credibile strategia di rilancio dell’occupazione (che per noi liberali è l’unico modo serio di combattere la povertà e contribuire alla crescita del Paese). Divisi al loro interno tra un’ala “movimentista” che trova in Di Battista il suo personaggio di riferimento, e settori più riflessivi che si sono dovuti confrontare con le difficoltà reali di governo, traumatizzati da sondaggi che prevedono il dimezzamento della loro consistenza elettorale, i Cinque Stelle si interrogano sul loro futuro. Ma ciò che conta realmente, almeno per noi, non è il loro futuro ma il loro presente, considerando che la paura di andare a una incerta verifica elettorale paralizza il partito democratico. E poiché sembrano incapaci di esprimere una leadership condivisa (o almeno maggioritaria) tutti si chiedono se il “fondatore” Beppe Grillo sia in grado di uscire dalle nebbie delle allusioni vaghe, delle battute imbarazzanti, e andare oltre la dimensione demagogica dei “vaffa” e dei “tumorifici” che ha condannato il Paese all’inerzia e alcune grandi città alla sporcizia permanente.

L’errore di Renzi (se tale è stato) non è consistito nell’ostinarsi a pretendere la testa di Conte ma nel credere che questo fosse il problema. Prendersela col mediatore perchè una delle parti è poco affidabile è un gioco pericoloso, a meno che non si voglia in realtà fare fallire l’intesa. Immaginare una soluzione tecnica o super-partes sponsorizzata dal Capo dello Stato non mi sembra una strada praticabile e si rivelerebbe un viottolo scosceso con molte probabilità di sfociare comunque in elezioni anticipate. E non è detto che il voto produrrebbe in termini di governabilità un parlamento molto diverso da quello attuale, specialmente se, come è possibile, Giuseppe Conte, forte della sua popolarità, scendesse in campo con una propria lista.

 

Franco Chiarenza
27 gennaio 2021

 

Ps: Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul Corriere del 22 gennaio un forte articolo sulla necessità di riformare il nostro sistema politico, indicando anche alcune soluzioni. In quanto liberale qualunque, e ben sapendo che Galli della Loggia rifiuterebbe la qualifica di liberale, mi congratulo e tengo a dire che del suo articolo condivido tutto. Se non vuole accettare il conferimento onorario di liberale accolga almeno quello di “italiano qualunque” (che è il contrario di “qualunquista”).
Fch.