Foto di Mstyslav Chernov – Wikimedia – CC BY-SA 4.0

Salvini c’è riuscito. Riportare la questione degli immigrati al centro dell’attenzione in un momento in cui le preoccupazioni degli italiani erano rivolte altrove poteva sembrare un azzardo, ma con l’aiuto involontario delle ONG e di Macron c’è riuscito. Ha messo in difficoltà la Meloni costringendola ad arretrare sul passato, ha messo in difficoltà i rapporti con l’Europa proprio quando la presidente del Consiglio voleva ammorbidirli, ha lanciato un messaggio chiaro ai militanti della destra su chi nel governo dettava l’agenda. Una gara che fa tanto ricordare la famosa scena del film di Chaplin “Il dittatore” quando il Duce e il Fuhrer spingono in alto le poltrone da barbiere. Il che conferma che i suoi veri avversari la leader di “Fratelli d’Italia” dovrà cercarli all’interno della sua maggioranza, tanto più che dall’opposizione parlamentare per ora non ha nulla da temere. E dire che per scansare il pericolo la neo-presidente le aveva pensate tutte: allontanare Salvini dal Viminale, silenziarlo con l’atlantismo, collocarlo lontanissimo dalla Farnesina, creare un apposito ministero del mare affidandolo a un berlusconiano per impedirgli l’accesso al Papeete da dove magari tra un bagno e l’altro poteva ordinare di affondare i barchini carichi di immigrati che sbarcavano sulle coste; affidandogli le infrastrutture pensava al vecchio inoffensivo ministero dei trasporti che di fatto si occupava di ferrovie (e arrivare in treno da Roma a Mosca era complicato (dovendo passare dall’Ucraina). Ma ahimè era inciampata sui porti. Porti = navi = ong = immigrazione. L’avevano fregata.

La questione
Naturalmente nulla nasce dal nulla. Il problema degli immigrati clandestini esiste e quello dei comportamenti ambigui delle ONG che si accompagna all’indifferenza dei partner europei pure.
Covid e guerra in Ucraina con tutte le conseguenze drammatiche che ne sono derivate hanno fatto giustamente passare in secondo piano le paure irrazionali che avevano in passato terrorizzato larghi settori dell’opinione pubblica che i neri li voleva sì per coltivare i pomodori ma non gradiva vederli girare liberamente per strada spaventando i loro bambini. Ironia a parte, erano arrivati problemi più seri e degli immigrati che sbarcavano in clandestinità per due anni non ha parlato più nessuno. Ma il problema esiste e non si risolve resuscitando venti nazionalistici (che ne suscitano altrove altrettanti) ma affrontando pragmaticamente la questione partendo da alcuni dati di fatto:

  1. Gli immigrati rappresentano in prospettiva una risorsa e non un onere. Tutti gli esperti concordano che con l’invecchiamento della popolazione la nostra economia non potrà funzionare senza l’apporto di centinaia di migliaia di immigrati, neanche se le nostre donne tornassero a fare figli con la stessa intensità del secolo scorso (il che pare irrealistico, anche con gli incentivi che la Meloni, memore forse dei fasti demografici mussoliniani, promette per sostenere la maternità).
  2. La questione quindi non è se abbiamo bisogno degli immigrati ma come regolarne i flussi di entrata in modo da renderli coerenti con un dignitoso collocamento (anche nel loro interesse). Lo stesso problema hanno avuto (e hanno) Francia, Germania e Spagna anch’esse soggette a una forte pressione immigratoria.
  3. L’Unione Europea – in quanto istituzione regolata dal trattato di Maastricht e da quelli successivi che lo hanno modificato – non ha competenza in materia. Può soltanto esercitare – per quel che vale – una moral suasion accompagnandola con qualche incentivo economico.
  4. Fino ad oggi la maggior parte dei partner europei si sono dichiarati contrari ad estendere il potere regolamentare dell’Unione in materia di immigrazione. Ogni decisione in proposito passa quindi attraverso l’unanimità dei suoi ventisei membri.
  5. Ciò nonostante la Germania è riuscita cinque anni fa a coinvolgere l’Unione in un accordo con la Turchia che ha consentito di bloccare l’invasione di profughi che in seguito alle guerre in Medio Oriente stavano rovesciandosi in Europa. Un accordo costato alcuni miliardi di euro ma che – attenzione! – non riguardava una generica immigrazione economica ma il salvataggio di profughi vittime di conflitti armati che erano sotto gli occhi di tutti. Qualcosa di simile sta accadendo per i profughi ucraini che dopo l’aggressione di Putin al loro paese hanno invaso la Polonia e sono stati giustamente accolti in tutta l’Europa (Italia compresa).
  6. Un fragile accordo che prevedeva il ricollocamento di alcune migliaia di migranti economici in alcuni paesi europei, chiesto dall’Italia e accettato da Francia e Germania, aveva carattere volontario e di fatto si è risolto in un fallimento.
  7. L’instabilità politica e militare della Libia aggrava la situazione, ma non è la sola ragione di quanto avviene nel Mediterraneo. Flussi costanti di migranti provengono anche dal Magreb, dall’Egitto e dal Medio Oriente. Una politica di contenimento e di selezione da sviluppare in Africa settentrionale – come proponeva la Meloni – urta contro due ostacoli: deve essere fatta dall’Unione Europea o quanto meno in stretta cooperazione dai paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo (oltre al nostro Spagna, Francia e Grecia e altri minori), e deve trovare accoglienza e collaborazione nelle nazioni arabe interessate (Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco). Di tutto ciò non si scorgono nemmeno le premesse. Gli unici soggetti che fanno politica in Africa esercitando un discreto potere di pressione sono le compagnie petrolifere (compresa, per fortuna, la nostra ENI) che sono tra loro in aspra competizione.

Sic rebus stantibus
Così stando le cose non basta sperare che le cose cambino e le opinioni pubbliche della Norvegia o dell’Olanda diventino più sensibili alle nostre preoccupazioni, e nemmeno esercitare pressioni muscolari (come la chiusura dei porti) o sollevare infinite controversie di diritto sulle bandiere che battono le ONG.Dobbiamo invece predisporre un piano B (che diventerà presto l’unico praticabile) per regolare l’accoglienza e il collocamento anche senza l’aiuto dei partner europei. Si può fare cambiando alcune leggi assurde che regolano cittadinanza e residenza, modificando l’accesso ai concorsi, collaborando coi sindacati per smantellare l’economia sommersa che prospera sull’immigrazione clandestina. Si può fare ma bisogna volerlo sedendosi intorno a un tavolo, anche presieduto da Giorgia Meloni. Meglio non invitare Salvini.

 

Franco Chiarenza
16 novembre 2022

 Foto: https://www.quirinale.it/

Il neonato governo Meloni non mi preoccupa. So con questa affermazione di scandalizzare gli amici liberali e, naturalmente, quelli di sinistra; ne spiego quindi la ragione.

Le radici, la cultura politica, la storia di Giorgia Meloni sarebbero preoccupanti se davvero potessero incidere in maniera significativa sull’azione di governo; in realtà ciò non può avvenire e se di qualcosa si deve dare atto alla giovane leader è di averlo compreso sfuggendo alla facile retorica paternalistica di Salvini e Berlusconi (i quali oltretutto – e questa è una sorpresa – non ne hanno ricavato alcun vantaggio). Un governo si qualifica per tre cose fondamentali: la politica estera, l’intervento pubblico nell’economia, la sicurezza. Il resto riguarda il funzionamento ottimale della pubblica amministrazione e può essere modificato soltanto con profonde riforme di struttura che per essere valide richiedono un consenso più ampio delle effimere maggioranze parlamentari; anche perchè rischiano di essere molto costose, non tanto in termini economici, quanto di consenso elettorale: parlo di giustizia, scuola, sanità, previdenza e assistenza (ivi compresa l’annosa questione dell’età pensionabile).

La politica estera
Giorgia Meloni ha subito sgombrato il campo da ogni ambiguità: la fedeltà all’alleanza atlantica ne resta il caposaldo con ciò guadagnandosi almeno la neutralità dei sospettosi americani che non avevano gradito le frequentazioni putiniane di Salvini e Berlusconi. Per quanto riguarda l’Europa l’avversione di Fratelli d’Italia ad ogni forma di ulteriore integrazione era troppo nota per essere platealmente contraddetta, ma in un momento in cui la solidarietà europea (di cui abbiamo estremo bisogno) è messa in crisi non dal gruppo di Visegrad ma dall’asse tedesco-olandese, tutto lascia pensare che il suo sovranismo, almeno per ora, finirà abbastanza ridimensionato. La nomina di Tajani a ministro degli Esteri e il lungo colloquio con Macron che “casualmente” si trovava a Roma nel giorno dell’insediamento del nuovo governo sembrano confermare la continuità con la linea Draghi.
Il resto non conta, salvo la Libia. Ma anche lì ogni azione che non sia velleitaria passa fatalmente dall’Europa e in particolare da un comunità d’intenti con Francia e Spagna di cui finora non si è vista traccia.

L’intervento pubblico in economia
L’assegnazione a Giorgetti del ministero dell’Economia risponde a tre diverse esigenze che la scelta del nuovo presidente in qualche modo soddisfa: ridimensionare il ruolo di Salvini, evitare la nomina di un tecnico, assicurare i mercati e le imprese che si manterrà salda la barra della “governance” economica dentro i parametri fissati dall’U.E. Il nome di Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico con Draghi, offre in proposito qualche fondata garanzia.
Per il resto, al di là delle demagogiche difese dei concessionari abusivi delle nostre spiagge che ci hanno afflitto questa estate, i paletti del trattato di Maastricht sono abbastanza rigidi da rendere inoffensivo qualsiasi attacco. Ci sarà qualche sbavatura, qualche “salvinata” ad uso e consumo di elettori futuri. Ma nulla di più.

La sicurezza
E’ un problema serio per qualsiasi governo anche per i riflessi che ha sulla pubblica opinione; forse ha rappresentato un elemento decisivo nell’affermazione di un movimento con radici autoritarie.
La realtà delle cose ci dice però che in una società aperta – come per fortuna è la nostra – poco si può aggiungere a quanto già si è fatto; se Giorgia Meloni dovesse cedere a tentazioni da “stato di polizia” si avventurerebbe sul terreno scivoloso della riduzione delle garanzie individuali seguendo i pessimi precedenti che hanno portato la Polonia e l’Ungheria a restare emarginati all’interno dell’Unione. Ed è infatti sui diritti e sulle garanzie che il governo è atteso al varco. Ed è in quel momento – che non sarà domani – che si capirà se la parola “responsabilità”, tanto spesa dal premier in campagna elettorale, avrà il significato che gli elettori moderati gli hanno attribuito: la consapevolezza di guidare un paese profondamente diviso che soltanto una infelice legge elettorale gli consente di governare. Lo si può fare in due modi: o con la contrapposizione generatrice di violenza e sbocchi autoritari oppure cercando possibili intese senza venir meno al mandato elettorale della maggioranza parlamentare.

Le riforme di struttura
Che siano necessarie tutti lo dicono; sul come farle la confusione (anche metodologica) regna sovrana. Se non si vogliono ripetere gli errori commessi in passato (Renzi compreso) occorre predisporle una alla volta (evitando i “pacchetti” che uniscono inevitabilmente gli eterni avversari di ogni cambiamento), confrontarle apertamente con le opposizioni per cercare soluzioni condivise, e non attribuirsene ad ogni costo la paternità per finalità elettorali. Giorgia Meloni si era già espressa per un confronto aperto e deve insistere. A cominciare da alcune revisioni costituzionali (Senato, Regioni, legge elettorale, giustizia).
Qualcuno obietterà che si chiede alla Meloni di fare ciò che i suoi predecessori di centro-sinistra (con l’eccezione di Renzi) non hanno mai fatto. Ebbene sì; col suo curriculum la nuova presidente del Consiglio deve assumersi l’onere della prova.

Riuscirà Giorgia Meloni?
La domanda quindi è: riuscirà la giovane leader ad avviare un puzle così complesso? La sua inesperienza e le radici politiche non giocano a suo favore; ma paradossalmente, anche per il modo in cui ha saputo gestire la transizione, senza arroganza, sempre richiamandosi al principio di responsabilità, diversamente dal populismo straccione di Salvini e da quello paternalistico di Berlusconi, Giorgia Meloni si presenta chiedendo un’apertura di credito che una società liberale non può negare.
Ma – come dice il proverbio – dai nemici mi guardi Iddio, dagli amici devo guardarmi io. E lei di “amici” pericolosi ne ha tanti.

 

Franco Chiarenza
31 ottobre 2022

Foto: sito www.fratelli-italia.it

La vittoria di Giorgia Meloni è stata netta e inequivocabile, inutile girarci troppo intorno.
Vale la pena invece fare qualche riflessione sulle ragioni del suo successo e sui rischi che presenta questo nuovo quadro politico per una società che noi liberali vorremmo aperta e integrata nelle istituzioni europee.
E non a caso dico “vittoria di Giorgia Meloni” e non del suo partito Fratelli d’Italia perché credo che in questo caso la specificità della leadership sia stata determinante.

Perché ha vinto
Tutti (compresi i suoi alleati dello schieramento di destra) attribuiscono la ragione principale del successo di FdI al fatto di essere rimasto sempre all’opposizione, anche nell’intera scorsa legislatura quando si è passati disinvoltamente attraverso maggioranze multicolori tra loro ideologicamente poco compatibili. L’opposizione paga sempre e certamente anche in questo caso il suo peso è stato fondamentale; ma bisogna essere ciechi per non vedere che c’è dell’altro, anche perché la storia, le radici, i punti di riferimento culturali della Meloni sono assai più netti di quelli espressi da movimenti effimeri come i Cinque Stelle, Italia Viva, e la stessa Lega che da “partito del nord” si era trasformata in un movimento populista nazionale. Certamente Giorgia Meloni ha saputo destreggiarsi nei labirinti della politica con maggiore abilità del suo più diretto concorrente Matteo Salvini il quale ha infilato una serie impressionante di errori a partire dal Papeete del 2019 fino alle ambiguità che hanno caratterizzato la partecipazione al governo Draghi, nei cui confronti invece la leader di FdI aveva costruito un rapporto di opposizione responsabile che ricordava il fair play della prassi parlamentare britannica (chiaramente apprezzata dal presidente del consiglio). Anche i Cinque Stelle, concentrando sul reddito di cittadinanza e sugli inceneritori buona parte della loro identità, hanno perso nel centro nord più consensi di quanti ne abbiano mantenuti al sud, lasciando campo libero alla Meloni che i suoi punti di forza in Lombardia li ha sempre avuti. In questo modo si è prodotto un incredibile rovesciamento dei ruoli che ha confinato la Lega “nazionale” a simbolo di un estremismo plebiscitario e sovranista (che fino a poco tempo prima pareva appartenere soprattutto all’estrema destra post-fascista) mentre il movimento fondato da Meloni, Crosetto e Larussa sulle ceneri di Alleanza Nazionale indossava un più rassicurante abito moderato (anche se qualche strappo di fanatismo nostalgico fuori controllo ogni tanto spuntava fuori). Una trasformazione che una parte consistente dell’elettorato leghista delle regioni settentrionali ha colto immediatamente esprimendo col voto alla Meloni il suo dissenso nei confronti di un estremismo anti-occidentale che di colpo era diventato la nuova carta d’identità della Lega nazional-populista; persino nell’aspetto fisico Salvini con la volgarità dei suoi social, con gli slogan di cartapesta insignificanti per chiunque avesse un livello conoscitivo medio, sembrava ricordare il Mussolini dei primi tempi. Anche Berlusconi ha fatto la sua parte: la consistenza parlamentare di Forza Italia deriva dagli accordi preliminari con i partner di destra ma il suo fallimento come punto di raccolta della destra moderata è dovuto alle ambiguità filo-putiniane e alla mancanza di un progetto in cui i ceti medi che avevano appoggiato il governo Draghi potessero riconoscersi. Alla fine la fermezza “senza se e senza ma” con cui la Meloni ha proclamato la fedeltà all’alleanza atlantica è risultata vincente perché rappresentava un’affidabile dimostrazione di serietà.
Molti hanno rilevato l’importanza del fattore “donna”, e hanno ragione. La novità (per l’Italia) di un capo del governo declinato al femminile ha certamente orientato il voto di molte donne soprattutto perché contrapposto al maschilismo volgarmente esibito da Salvini e Berlusconi.

Chi l’ha votata?
Le analisi del voto sono quasi unanimi: pensionati, anziani, prevalentemente ceto medio, distribuiti in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale; pochi giovani. Ma in un paese di vecchi come sta diventando l’Italia tanto basta, anche al netto dell’effetto trascinamento che, come sanno gli esperti della materia, si produce quando un partito è percepito come possibile vincente e che trasforma un successo elettorale in un trionfo. Con la fine dei partiti ideologici e l’affermazione delle leadership personali il fenomeno si è accentuato determinando spostamenti di milioni di voti: è successo con Berlusconi, con Renzi, con Grillo, con Salvini e oggi si ripete con Meloni. Voti però molto fluidi, non ancorati a ideologie né a radicamenti storici, senza chiare e definite priorità politiche e sociali, e quindi instabili e pronti a defluire in altre direzioni. Un contesto in cui i sondaggi contano più delle maggioranze parlamentari e di cui anche la Destra dovrà tenere conto.

Quali rischi?
Non credo che la nostra democrazia e i pochi elementi di liberalismo in essa contenuti corra pericoli nell’immediato. L’interesse di Giorgia Meloni è di proseguire nella strategia rassicurante che l’ha fatta vincere: ne avremo conferma nella composizione del governo dove cercherà di limitare le pretese identitarie di Salvini, nella collaborazione con Draghi per la gestione della fase di transizione (soprattutto per quanto riguarda il PNRR e i rapporti con la BCE), nell’apertura di un tavolo per le riforme costituzionali aperto all’opposizione e nella consapevolezza che le sue radici costituiscono un limite alla possibilità di avviare un rapporto costruttivo con le parti sociali (sindacati, Confindustria, ecc.).
Non temo quindi grandi cambiamenti nella politica economica; l’Italia è inevitabilmente vincolata ai trattati europei e il suo debito pubblico troppo dipendente dalla tolleranza dei partner per consentire colpi di testa che la farebbero finire in bancarotta. Chiunque occuperà il posto di Daniele Franco lo sa e dovrà tenerne conto al di là degli slogan “Italia first” e simili con cui la Meloni ha condito la parte demagogica inevitabile in ogni campagna elettorale (peraltro con molta prudenza in tema di bilancio).
I veri problemi sorgeranno in un secondo tempo quando, consolidata la sua leadership, la Meloni dovrà affrontare questioni che più attengono ai diritti individuali, sapendo che una parte importante del suo nuovo elettorato non si riconosce nell’ideologia familistica, anti-abortista e nazionalista che cova nella pancia identitaria del suo partito. Non saranno certo l’indifferenza narcisistica di Berlusconi, né una Lega a guida salviniana cosparsa di rosari e santini a frenare pericolosi scivolamenti verso i modelli polacchi o ungheresi; al contrario. Quello sarà il momento in cui l’opposizione di sinistra e ancor più un centro depurato dai personalismi e rifondato su una carta liberale che riproponga i valori di una società aperta potranno svolgere un ruolo determinante.

Franco Chiarenza
28 settembre 2022

Quali sono le possibili scelte elettorali di un liberale qualunque? Mi è stato chiesto.

Percorro l’offerta disponibile.

Escludo l’estrema sinistra (Fratoianni, Speranza, ecc.) non per avversione pregiudiziale ma per il semplice fatto che la radicalità socialista e statalista a cui essa fa esplicito riferimento, anche se velleitaria e di fatto irrealizzabile, non è accettabile per un liberale. Non nego che sul tema dei diritti alcune convergenze sarebbero possibili ma non mi sembra che questo sia al momento il punto centrale.

Il partito democratico, soprattutto in alcune sue componenti, può invece essere considerato uno schieramento dove alcune istanze liberali hanno trovato in passato e possono ritrovare oggi uno spazio adeguato. Recentemente però Enrico Letta e il gruppo dirigente del partito (che già dalle sue origini liberale non è mai stato, essendo nato dalle ceneri del partito comunista e di quello cattolico di sinistra) hanno orientato la sua immagine verso un’identità che in qualche momento non mi è più sembrata compatibile con la cultura liberale dello stato di diritto, non a caso privilegiando un’alleanza organica col sovranismo populistico dei Cinque Stelle. Quanto basta per escluderlo dalle mie preferenze, malgrado la presenza nel suo “campo largo” anti-fascista di personaggi come Emma Bonino (+Europa) e Cottarelli i quali certamente vanno ricompresi nella tradizione radical-liberale.

Il movimento Cinque Stelle, oggi guidato da Giuseppe Conte, è tornato a identificarsi con un volgare assistenzialismo paternalistico su cui contenere la perdita di credibilità su cui i sondaggi hanno impietosamente insistito. Non ho dubbi che dopo le elezioni, misurati i rispettivi rapporti di forza, Conte tornerà ad allearsi col PD in una piattaforma dove la demagogia rappresenterà la bussola di ogni scelta (specularmente a quanto ha fatto il partito della Meloni con il governo Draghi per raccogliere il consenso degli scontenti). Sempreché, come è già avvenuto in passato, non riemerga dalla nebbia l’imperscrutabile “Elevato” con qualche imprevedibile alzata di testa. So bene che alcune istanze dei Cinque Stelle (come la lotta alla corruzione e ai privilegi ingiustificati della classe politica) non lasciano indifferenti i liberali, i quali però contestano i mezzi e gli strumenti utilizzati che hanno inciso sull’equilibrio dei poteri, fondamento ineludibile dei sistemi liberal-democratici. Non è il caso di affidarsi a un movimento che fa dell’incompetenza la ragione della sua esistenza e respinge la meritocrazia.

Forza Italia, al cui interno molti liberali hanno esercitato in passato un ruolo importante, ha accentuato il suo carattere di “partito padronale” che ne costituì il limite sin dalle origini, e rappresenta oggi soltanto le velleità di rivalsa del suo vecchio leader. Invece di cogliere l’occasione per trasformarsi in una destra moderata al cui interno una parte dei ceti medi avrebbe potuto trovare un punto di riferimento, FI resta un partito di corte arroccato intorno a un “sovrano” delegittimato dai suoi ambigui rapporti internazionali, dai conflitti con la magistratura, dall’incapacità di prospettare un progetto credibile per la stabilizzazione del sistema politico. Io non l’avrei comunque votato perchè non dimentico il passato ma constato con amarezza che il suo crollo toglie alla destra un pilastro che avrebbe potuto arginare le tentazioni sovraniste e demagogiche delle sue componenti più estreme.

La Lega, pur attraversando una crisi di consensi nei confronti del suo leader Salvini, resta, soprattutto al nord, una forza radicata sul territorio ancora legata ad aspirazioni autonomistiche che ne costituirono molti anni fa la ragione del successo iniziale. La demagogia volgare di Salvini e le sue compromissioni di politica internazionale creano imbarazzo nel suo stesso partito ma soprattutto fanno temere azioni di governo che spingerebbero il Paese alla bancarotta e all’ uscita dall’Unione Europea e dall’alleanza atlantica per scivolare in un ambiguo neutralismo funzionale alla politica espansionista di Putin. Tanto basta per escludere che un liberale possa votare per la Lega, almeno fin quando essa si riconoscerà nella leadership sgangherata e pericolosa del suo capo. Ometto per brevità alcune considerazioni sulla mancanza totale di attenzione per i diritti umani esibita da Salvini che sembra ispirarsi a una visione arcaica e autoritaria della società che non appartiene alla cultura liberale.

Fratelli d’Italia costituisce il fenomeno emergente dell’attuale stagione politica. Nato dall’eredità post-fascista del MSI, il movimento raccoglie quanti sono sopravvissuti ai suoi traumatici passaggi attraverso l’Alleanza Nazionale di Fini e il “Popolo delle libertà” di Berlusconi. Una destra confusa che funge da bacino di raccolta di istanze non sempre compatibili tra loro la quale dagli errori altrui (compresa la Lega) si trova oggi sospinta alle soglie della responsabilità di governo. La sua leader, Giorgia Meloni, è riuscita abilmente a costruirsi una credibilità personale (non giustificata dalla sua storia), che le consente di apparire in Italia e all’estero interlocutrice affidabile – di destra certo, ma non diversa dai movimenti populisti che anche nel resto d’Europa si stanno affermando in contrapposizione ai modelli liberal-democratici fino ad oggi prevalenti. Illiberale per definizione, difensore dell’autoritarismo plebiscitario di Orban e di Erdogan, atlantista per opportunismo (e per non tirare troppo la corda col potente alleato americano, almeno finché i democratici saranno al potere), il “fraterno” movimento nazionalista non può essere nemmeno preso in considerazione da un liberale. Eppure sono certo che non mancheranno coloro che sosterranno il contrario; ci furono anche cent’anni fa quando il fascismo colse l’occasione degli errori altrui per proclamarsi difensore degli interessi dei ceti medi e insediarsi al potere.

Resta il “terzo incomodo” o meglio l’assemblaggio di quanti vorrebbero esserlo per non restare schiacciati dall’alternativa padella-brace. Si tratta naturalmente di quel terzo polo costituito frettolosamente intorno ad Azione (il movimento di Calenda), Italia Viva (Renzi) e un po’ di profughi provenienti da Forza Italia (Gelmini, Brunetta, Carfagna, ecc.); strutturalmente debole è caratterizzato più dal rifiuto della polarizzazione che da un chiaro indirizzo programmatico. Ma per quel che è stato possibile mettere insieme esso presenta un indirizzo liberal-democratico abbastanza netto anche se venato da sfumature stataliste più social-democratiche che liberali. Comunque convince la filosofia del “fare” che Calenda persegue da quando osò sfidare il PD nelle amministrative a Roma ottenendo un discreto successo (20%). Manca un adeguato impianto politico ideologico che offra indicazioni sulla politica internazionale, sulle scelte energetiche, sulle grandi riforme liberali che il Paese attende da cinquant’anni; il “buon governo” sui singoli problemi è un metodo valido per superare le pregiudiziali ideologiche ereditate dal passato ma non basta a segnare una nuova identità che le nuove generazioni possano considerare attraente.
Ma tant’è: malgrado i passi falsi che ne hanno minato la credibilità voterò Calenda e Renzi e altrettanto dovrebbero fare a mio avviso i liberali qualunque che me lo hanno richiesto.

Su queste elezioni, qualunque ne sia il risultato, incombe il fantasma di Mario Draghi. Inquietante per i partiti che devono prendere atto del consenso che ha suscitato nel Paese la sua azione di governo (65%, un record assoluto dopo un anno di scelte difficili e spesso divisive), imprescindibile per chiunque ne prenderà il posto a palazzo Chigi. Draghi ci lascia la nostalgia di un metodo di governo efficiente, di un prestigio personale costruito nel tempo, di una coerenza testarda nelle cose che contano. Noi liberali lo ricorderemo come raro esemplare di quei servitori dello Stato (grand commis, dicono i francesi) che nelle grandi democrazie liberali dell’Occidente hanno sempre rappresentato il telaio su cui i veri statisti possono realizzare i progetti di cambiamento di cui sono portatori. In Italia sono sempre più rari ma anche di statisti degni della definizione ne vedo pochi.

Franco Chiarenza
20 settembre 2022

Quelli che sul conflitto russo-ucraino la pensano come il mio amico Marcello sono coloro che in buona fede ritengono che il prezzo che stiamo pagando per sostenere la resistenza ucraina sia sproporzionato rispetto alle buone ragioni degli ucraini e che la real politik tanto spesso utilizzata dai paesi occidentali per tutelare i propri interessi avrebbe richiesto una maggiore comprensione del movente che ha spinto i russi ad agire. Anche perché interrompere i rapporti commerciali con la Russia è controproducente e inviare armi sofisticate all’Ucraina un’inutile provocazione che apporta sempre maggiori sofferenze alla popolazione civile. Insomma, al di là di qualche doverosa protesta verbale, bisognava lasciare che gli ucraini si arrangiassero e gli artigli della NATO mollassero la presa. Io non la penso così e ne spiego sinteticamente i motivi.

  1. I casi sono due: o il conflitto è nato perché le minoranze russofone del Donbass erano perseguitate, oppure si tratta di una guerra scatenata per altre ragioni.
    Nel primo caso una violazione così clamorosa del diritto internazionale come un intervento armato è assolutamente esagerato rispetto all’obiettivo dichiarato e comunque non avrebbe dovuto essere esteso a tutto il territorio ucraino. Ne consegue che le vere ragioni sono altre né, per la verità, Putin lo ha nascosto più di tanto. Si tratta di capire quali sono e se siano tali da giustificare la reazione dei paesi occidentali.
  2. La prima motivazione è la “sicurezza” della Russia che verrebbe minacciata dalla presenza della NATO (che è peraltro un’alleanza militare con finalità difensive) nei paesi confinanti. Il problema sorge infatti per l’Ucraina che non fa parte della NATO (ma vorrebbe) e non – almeno per ora – per gli altri paesi di frontiera (Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Romania) già coperti dall’ombrello NATO. La Finlandia e la Svezia, sempre portate a esempio di una possibile neutralità, sono rimaste talmente sconvolte dall’azione aggressiva della Russia da precipitarsi a chiedere l’adesione alla NATO. Resta il dubbio se stiamo discutendo della sicurezza russa da un’aggressione della NATO o piuttosto della sicurezza di piccoli paesi confinanti minacciati dalle velleità neo-imperiali di Putin.
  3. Comunque, a prescindere dalle preoccupazioni che l’espansionismo russo suscita nel Baltico, l’intervento a gamba tesa di Putin avrebbe – secondo i suoi sostenitori – un carattere sostanzialmente preventivo al fine di ottenere la neutralizzazione forzata dell’Ucraina. Ma se solo di questo si trattasse era possibile trovare una soluzione concordata sulla base degli accordi di Minsk che l’Ucraina non ha mai escluso e che lo stesso Biden (a quanto risulta dalle recenti rivelazioni di Macron) era disposto a discutere prima dell’invasione.
  4. La seconda ragione addotta dagli aggressori è il fatto che l’Ucraina faceva parte dell’Unione Sovietica e che la sua identità etnica è poco dimostrabile al di fuori della grande storia pan-russa anche prima dell’URSS. Affermazione discutibile ma che comunque non può essere addotta per infrangere i trattati internazionali senza produrre inevitabili effetti a cascata nei tanti casi in cui i confini nazionali non corrispondono, in tutto o in parte, con quelli etnici e linguistici. L’esistenza dell’Ucraina come stato indipendente non è mai stata messa in discussione nemmeno ai tempi dell’URSS, tanto che sin dalla fine della seconda guerra mondiale essa ha un suo rappresentante all’ONU al pari delle altre nazioni che ne fanno parte.
  5. Veniamo infine alla vera motivazione di questa assurda guerra decisa freddamente a tavolino quando c’erano tutte le condizioni per evitarla; la si può ricavare dal discorso di Putin a San Pietroburgo in occasione delle celebrazioni dello zar Pietro il Grande nel quale le intenzioni della nomenklatura russa sono emerse in maniera esplicita. La guerra in Ucraina è solo il primo passo per restituire alla Russia quel rango di grande potenza che dopo il crollo dell’Unione Sovietica aveva perduto e, conseguentemente, per ridimensionare l’egemonia occidentale fondata sull’asse euro-americano. Da qui l’alleanza con la Cina e l’ostilità manifesta nei confronti di tutti i paesi che hanno sviluppato sistemi politici e sociali ispirati ai principi liberal-democratici, considerati veicoli ideologici al servizio della potenza americana. Perché questo è il problema: non la Russia ma l’autocrazia plebiscitaria illiberale e nazionalista con cui l’autocrate di Mosca ha cercato di riempire il vuoto lasciato dal comunismo leninista.
  6. Qui sta il punto: tu (e chi la pensa come te) sei critico nei confronti della civiltà euro-americana, ne sottolinei continuamente le incongruenze e le contraddizioni che sono spesso innegabili, sostieni che la democrazia dei paesi occidentali è fittizia e non rappresentativa degli interessi popolari; ma poiché non posso immaginare che tu sia un sostenitore del regime di Putin (altrimenti non saresti mio amico), devo dedurne che sei un nostalgico di quella “terza via” tra capitalismo (ovviamente selvaggio) e dittatura in nome del proletariato che era tanto di moda tra gli intellettuali di sinistra (socialisti e cattolici) ai tempi della nostra gioventù. Capisco che in tale contesto psicologico un robusto ridimensionamento dell’egemonia americana non ti dispiacerebbe.
  7. Ma per sostituirla con che cosa? Soltanto all’interno di uno stato di diritto (che non significa uno stato dove sempre si rispettano i diritti ma soltanto che riconosce almeno in linea di principio i diritti individuali fondamentali) si può costruire una democrazia in grado di correggere i suoi difetti, a partire dalle distorsioni prodotte dai mercati globalizzati. Non credo che la Russia o la Cina abbiano in proposito qualcosa da insegnarci; se hai dei dubbi puoi chiedere informazioni ai ragazzi di Hong Kong o ai dissidenti arrestati a Mosca.

Cari saluti, Franco Chiarenza.

Il 12 giugno, in coincidenza con il rinnovo di alcune amministrazioni comunali, si vota anche per i referendum proposti dai radicali per modificare l’ordinamento giudiziario. Il liberale qualunque vota sì e spiega perché.
Innanzi tutto per dare un segnale forte di protesta che prescinde dai singoli quesiti e dalle inevitabili tecnicalità che non sono alla portata di tutti; una protesta che riguarda l’inefficienza del sistema sia nella giustizia civile che in quella penale. Una giustizia lenta e inaffidabile non è soltanto ingiusta ma costituisce soprattutto un danno per l’intero “sistema Paese” perché compromette il funzionamento dello stato di diritto, fondamentale non soltanto per la tutela dei diritti individuali ma anche per assicurare la certezza dei diritti e delle regole in una sana e competitiva economia di mercato. Introdurre nell’ordinamento elementi di valutazione sulla produttività dei magistrati consentendo a rappresentanti dell’ordine forense e docenti di diritto di far parte degli organi a ciò preposti servirebbe a ridurre scompensi che penalizzano i tanti magistrati che fanno il loro dovere al meglio delle loro possibilità.
Ci sono poi due punti che ad ogni liberale stanno a cuore: la separazione delle carriere che sancisce competenze diverse e non intercambiabili tra le procure e i giudici, assicurando a questi ultimi quella terzietà tra accusa e difesa che è alla base del diritto penale nella più moderna tradizione giuridica occidentale. Lo sosteneva anche il più grande dei nostri magistrati inquirenti, quel Giovanni Falcone al quale innalziamo statue per meglio ignorarne gli ammonimenti.

In proposito sarebbe necessaria una riforma più radicale che seppellisse definitivamente l’eredità della scuola giuridica tedesca che, al contrario di quella anglosassone, si è sviluppata nell’Ottocento sul principio della superiorità dello Stato su ogni diritto individuale e alla quale dobbiamo il codice fascista di Alfredo Rocco, ancora in gran parte vigente. Ma questo va oltre i referendum di cui discutiamo.
L’altra questione che sta a cuore ai liberali è l’abuso della carcerazione preventiva, spesso utilizzata dalla magistratura inquirente (i pubblici ministeri, tanto per intenderci) come strumenti di pressione per ottenere “collaborazioni” assai poco spontanee e spesso rivelatesi poi inaffidabili.
Vi sono altre questioni, in parte affrontate dalla riforma Cartabia che dovrà essere votata in parlamento nei prossimi giorni: le “porte girevoli” tra politica e magistratura (chi sceglie la politica resti lontano da funzioni giudiziarie), il protagonismo mediatico che incrina seriamente il principio costituzionale della presunzione di innocenza, la violazione sistematica del segreto istruttorio, ecc.
A queste deficienze strutturali denunciate inutilmente da anni si sono poi accompagnate le “rivelazioni” di Luca Palamara che non aggiungono nulla a quanto già si sapeva ma sono gravissime perchè provengono da un protagonista che si auto-denuncia e per il silenzio imbarazzante che le ha accompagnate. Il sì ai referendum significa anche questo: basta a un sistema che ha prodotto danni gravissimi al prestigio della magistratura coprendo sistematicamente corruzione, privilegi, parzialità, trasformandola in un potere occulto su cui i cittadini non riescono ad esercitare alcuna forma di controllo.

L’obiezione principale che i fautori del no oppongono ai referendum riguarda la necessità di affrontare una questione complessa come certamente è la riforma della giustizia in sede parlamentare con tutte le cautele necessarie; il che sarebbe giusto se il parlamento, facendo proprie le resistenze corporative dell’associazione dei magistrati, non avesse sempre rinviato sine die ogni tentativo di trovare soluzioni ragionevoli quali possono scaturire soltanto da un confronto serio e partecipato. I referendum abrogativi che cercano di risolvere le carenze legislative attraverso complicati “taglia e cuci” delle norme esistenti non sono mai auspicabili ma rappresentano l’unico modo di interpretare i sentimenti della pubblica opinione quando il Parlamento non svolge i compiti che la Costituzione gli assegna. La stessa Corte costituzionale non fa che richiamare le Camere ai loro doveri, rifiutando giustamente un ruolo di supplenza che il principio della divisione dei poteri non gli consente.
Naturalmente il passaggio parlamentare sarà ineludibile ma altro è arrivarci con alle spalle un referendum che ha chiaramente indicato i punti critici che vanno affrontati e come risolverli, diversa cosa dare il pretesto per rimettere di nuovo tutto nei cassetti delle burocrazie di Montecitorio e palazzo Madama e ivi lasciarle ammuffire. Come si è fatto in passato.

Franco Chiarenza
9 giugno 2022

Foto di Алесь Усцінаў : https://www.pexels.com/it-it/foto/dopo-l-esplosione-a-kiev-11477798/

Non è il ritorno alla guerra fredda (che era incruenta, almeno in Europa), non è (ancora) una calda guerra mondiale, ma è un conflitto che può durare a lungo e avere conseguenze cruciali per il futuro. Come finirà? A breve termine quasi certamente con la sconfitta dell’Ucraina sottoposta a uno strangolamento progressivo che ne minerà le capacità di resistenza. Le potenze occidentali si troveranno nell’impossibilità di agire per aiutarla più di quanto hanno già fatto per tre ragioni: l’impossibilità di attivare gli strumenti militari della NATO senza rischiare un conflitto nucleare (al di là delle ragioni formali che non impedirono l’intervento nel Kossovo contro la Serbia), le difficoltà crescenti di molti paesi europei sotto ricatto energetico (a cominciare dalla Germania), la scarsa efficacia delle sanzioni in tempi brevi.
Dotare l’Ucraina di armi tecnologicamente avanzate è stato certamente ciò che ha prodotto sorpresa e sbandamento nella prima fase della guerra, costringendo i russi a ripiegare sul Donbass, ma è una strategia che trova due limiti: la mancanza di una adeguata copertura aerea (no fly zone) che gli Stati Uniti non vogliono attivare per evitare una ulteriore escalation, e il timore che nuovi armamenti sofisticati cadano nelle mani dei russi nella fase conclusiva del conflitto (come è avvenuto in Afghanistan ma con la differenza che a Kabul si trattava di armamenti poco più che tradizionali e che comunque i talebani non erano in grado di utilizzare, mentre con i russi sarebbe tutt’altra storia).
Per quanto attiene il ricatto energetico, malgrado gli sforzi di Draghi e di Scholz, per almeno due anni le forniture russe resteranno indispensabili e ciò rende la pace – checchè se ne dica – un obiettivo da conseguire rapidamente. Ad ogni costo? Certamente no e Putin dovrà necessariamente tenere conto che per fronteggiare le sanzioni occidentali la Russia ha bisogno di vendere il proprio gas e soltanto l’Europa (e in particolare la Germania e l’Italia) sono in grado di acquistarlo a prezzi elevati (specialmente se pagati in rubli rivalutati).
Le sanzioni infine. Rappresentano certamente per la Russia un danno non indifferente ma non tale da provocarne il collasso economico, almeno fin quando continueranno le vendite di gas all’Europa. Anche perchè al di fuori delle grandi città più “occidentalizzate” (Mosca e San Pietroburgo soprattutto) l’immensa periferia russa è abituata a consumi contenuti ed è sensibile al richiamo nazionalista dell’orgoglio autarchico (una carta che giocò con successo il fascismo quando l’Italia fu sanzionata per avere aggredito e invaso uno stato indipendente come l’Etiopia; direi che qualche analogia con l’Ucraina è riscontrabile).
Nulla quindi, in tempi brevi, potrà fermare la Russia e si tratta soltanto di capire fino a che punto Putin voglia spingersi; il che dipende da considerazioni che vanno ben oltre l’Ucraina e le rivendicazioni territoriali. Se, come molti analisti sostengono, questa è soltanto l’anteprima di un conflitto tra Russia e Stati Uniti che ha come obiettivo il controllo dell’Europa, tanto benestante economicamente quanto fragile politicamente, la partita sarà lunga e coinvolgerà la Cina, finora piuttosto riluttante a impegnarsi in Europa e in Medio Oriente. Per ridurre l’egemonia americana Xi Jinpeng punta altrove le sue carte (in Estremo Oriente, in Africa, ecc.).

Nei tempi lunghi invece la guerra scatenata da Putin rischia di essere un boomerang per diversi motivi: innanzi tutto perchè con l’adesione della Svezia e della Finlandia all’alleanza atlantica si è favorito quello che per l’autocrate russo è l’accerchiamento occidentale, ridando nuova vitalità (anche militare) alla NATO che pareva ormai destinata alla rottamazione (tre anni fa Macron l’aveva definita “in stato di morte cerebrale”). Inoltre ha dato il via senza più remore al riarmo della Germania senza vincoli europei che costituisce comunque – al di là del ricordo storico – un’alterazione non secondaria degli equilibri militari nel vecchio continente. In secondo luogo perchè la ridefinizione dei confini occidentali con l’incorporazione “manu militari” della Crimea, del Donbass e di altre regioni ucraine determinerà una conflittualità irreversibile (ovviamente alimentata dall’Occidente) che potrebbe protrarsi a lungo; il che renderebbe semi-permanenti le sanzioni e l’isolamento economico e finanziario della Russia con un danno – al netto di acquisti decrescenti di gas – molto più rilevante di quanto ne subisca l’ Europa. Infine Putin sottovaluta l’importanza della “guerra mediatica” che ha accompagnato quella militare; Zalewsky è stato molto abile nel promuovere in tutto il mondo l’immagine dell’Ucraina martire della violenza russa la quale difende con le unghie e con i denti la propria indipendenza, mettendo in difficoltà quei partiti e movimenti occidentali che il regime russo ha favorito e sostenuto in funzione anti-americana (per esempio Le Pen in Francia, Salvini in Italia, Orban in Ungheria, ecc.). Quand’anche la guerra cessasse con la sconfitta militare dell’Ucraina dal punto di vista morale ne uscirebbe vincente la Resistenza ucraina e la ferita inferta alle relazioni russo-ucraine potrebbe restare aperta per intere generazioni.
Ecco perchè la domanda resta sempre la stessa: ne valeva la pena?

Franco Chiarenza
28 maggio 2022

Continua incessante, sempre meno sotterraneo, il tentativo di delegittimare l’alleanza di fatto che si è venuta a creare tra le democrazie occidentali e la resistenza ucraina. Il modo più subdolo di farlo è confrontare i misfatti di Putin con quelli di cui si sarebbe resa responsabile in passato la NATO, quasi che ciò possa in qualche modo giustificare l’intervento russo.
Tra quanti si esercitano in queste dubbie argomentazioni ci sono alcuni liberali, ed è ad essi che mi rivolgo perché la nostra cultura mette insieme ragioni e preoccupazioni geo-politiche (che comportano inevitabilmente contatti e relazioni anche con paesi diversi da noi) e coerenza con i principi che sono alla base delle nostre convinzioni.
In sintesi:

  • credo sia innegabile che in passato, assumendosi compiti di vigilanza democratica che non rientravano nelle finalità difensive originarie, la NATO abbia compiuto degli errori; in particolare l’intervento armato in Serbia nel 1999 per consentire alla minoranza albanese concentrata nel Kossovo di rendersi indipendente, e successivamente l’occupazione dell’Afghanistan dopo gli attentati terroristici di New York del 2011. L’invasione dell’Iraq nel 2009 invece non fu effettuata dalla NATO ma da una coalizione guidata dagli Stati Uniti (di cui non facevano parte né la Francia né la Germania e in cui l’Italia dette un contributo molto marginale nell’ambito di una collaborazione militare con la Gran Bretagna). Si trattò di operazioni militari diverse anche nelle motivazioni (nel caso del Kossovo la tutela di una minoranza perseguitata, in Afghanistan per distruggere le basi del terrorismo islamico, in Iraq senza alcuna giustificazione ragionevole) e che sollevarono dubbi e perplessità nelle opinioni pubbliche europee.
  • è altrettanto innegabile che dopo il crollo dell’Unione Sovietica l’Alleanza atlantica aveva perso la sua principale ragione di essere; se guerra (fredda) c’era stata gli Stati Uniti coi loro alleati europei l’avevano vinta e quindi veniva meno la necessità di un’alleanza difensiva. Avrebbe avuto un senso mantenerla in vita trasformandola in una struttura multilaterale militare da utilizzare per stabilizzare le possibili aree conflittuali ancora presenti in Europa e in Medio Oriente in collaborazione con la Russia e non contro di essa; in questa direzione andavano l’accordo che il governo italiano promosse nell’incontro di Pratica di Mare tra la NATO e la Russia nel 2002, e, ancor prima, l’inserimento della Russia nel G7 (gruppo degli stati economicamente più avanzati, di fatto le maggiori potenze occidentali). Non si andò avanti in questo orientamento per tre ragioni: il prevalere in Russia di partiti nazionalisti e nostalgici contrari alla trasformazione del paese in una democrazia liberale; il timore dei paesi dell’Europa dell’Est di dovere fronteggiare le mire egemoniche e revansciste della Russia; l’interesse degli Stati Uniti di mantenere – attraverso il controllo della NATO – un potere di dissuasione militare che avrebbe impedito all’Unione Europea di crescere politicamente e militarmente.
  • Non è vero invece che la NATO allargandosi ad est ai paesi che avevano chiesto di farne parte abbia rappresentato un pericolo per la sicurezza della Russia, non soltanto per il carattere difensivo dell’Alleanza, ma soprattutto perché le basi militari e missilistiche presenti in Europa non erano quantitativamente comparabili con quelle russe.

Resta da capire – così stando le cose – perché Putin abbia deciso di intervenire militarmente in Ucraina, posto che un’adesione di quel paese alla NATO era ormai da escludersi e poteva facilmente essere formalizzata in un accordo complessivo insieme alla concessione di maggiori tutele alle minoranze russofone del Donbas e all’accettazione del fatto compiuto in Crimea.
L’unica spiegazione possibile è che Putin abbia deciso di scatenare una guerra preventiva per stabilire una zona di influenza russa nell’Europa dell’Est consolidando un’egemonia che a sud attraverso il controllo del mar Nero arrivasse al Medio Oriente e a nord dalla base di Kaliningrad controllasse il Baltico e gli stati neutrali che vi si affacciano (Svezia e Finlandia).
Ammetto che si tratta di una spiegazione debole a fronte dei rischi che un intervento armato avrebbe comportato e che il leader russo non poteva ignorare: isolamento internazionale (Cina esclusa), ricompattamento dell’Europa occidentale (con la pericolosa appendice di un riarmo tedesco), rafforzamento della NATO (proprio quando molti la davano per spacciata, almeno nel format attuale), danni economici rilevanti per un paese che per la maggior parte esporta gas e materie prime e importa manifattura e tecnologia. Evidentemente alcune conseguenze erano state sottovalutate a cominciare dalla resistenza accanita degli ucraini (anche russofoni anti-Putin) per continuare con la capacità americana di fornire assistenza militare e coperture tecnologiche in quantità e qualità tali da mettere in difficoltà un esercito più tradizionale come quello russo. A ciò si è aggiunta la parallela guerra della comunicazione, fondamentale nel mondo odierno, che ha visto Zelensky in netto vantaggio evidenziando l’arretratezza culturale del regime di Mosca e il suo isolamento auto-referenziale.

E allora? Se di guerra preventiva si è trattato, contro chi o che cosa?
Contro l’egemonia americana. Putin pensa a se stesso come l’angelo vendicatore della sconfitta dell’Unione Sovietica; non del comunismo, si badi bene, (di cui non ha alcuna nostalgia) ma di quella ricomposizione dell’impero zarista che, più o meno consapevolmente, l’Unione Sovietica aveva realizzato. E con le stesse mire egemoniche: Baltico, Polonia, Balcani, Medio Oriente.
Chi ostacola questo disegno? L’America. Da quando nel 1945 ha abbandonato il suo isolazionismo ed è corsa a salvare l’Europa dal nazifascismo stabilendo con essa un legame profondo derivato da origini comuni, valori ideologici condivisi, interessi economici in gran parte complementari, l’America coi suoi alleati in Oriente (Giappone, Corea, ex colonie britanniche) ha realizzato un’area di influenza socio-economica e culturale senza precedenti, all’interno della quale le regole politiche liberal-democratiche erano dominanti.
Putin ha capito che l’unico sistema realmente alternativo potenzialmente in grado di competere con l’egemonia americana è quello cinese, soprattutto da quando ha abbandonato le utopie egualitarie del marxismo rimodellando la propria economia per renderla capace di inserirsi con successo nei processi di globalizzazione capitalistica. Il presidente russo ha deciso quindi di anticipare i tempi costringendo la Cina di Xi Jinpeng a schierarsi con lui nel comune intento di ridimensionare la presenza euro-americana; ma in realtà le convergenze economiche e politiche dei due regimi sono molto limitate. La Cina difende l’autoritarismo perché lo ritiene necessario per modernizzare il paese ancora segnato da ataviche arretratezze di cui è cosparso il suo immenso territorio, Putin lo utilizza per realizzare un impossibile ritorno al passato, alle tradizioni religiose, al rifiuto della decadenza dei costumi importata dall’Occidente, per creare in sostanza un neo-zarismo paternalistico e chiuso ad influenze culturali che ritiene devianti.

Se le cose stanno così (ma la mia è soltanto un’ipotesi) tra i tanti errori che Putin ha compiuto c’è anche quello, coerente con una concezione ottocentesca dei rapporti di forza, di non aver compreso la rivoluzione comunicativa (e quindi informativa) del secolo XXI la quale – piaccia o no – offre alle popolazioni nelle loro diverse articolazioni (religiose, sociali, economiche, culturali) una capacità di intervento nella determinazione dei propri interessi che era sconosciuta in passato: contro questa rete che tutto avvolge in un’infinità di connessioni è impossibile combattere con i carri armati e i missili.

Franco Chiarenza
20 aprile 2022

© Eric Drooker – www.drooker.com

La diversità italiana riguarda anche il variegato mondo che si definisce liberale; soltanto da noi infatti si levano tante voci che in nome del rifiuto all’omologazione si smarcano da opinioni considerate effetto di pregiudizi orchestrati da mass-media compiacenti. Lo abbiamo visto coi no-vax difesi da alcuni noti intellettuali e lo rivediamo oggi per l’Ucraina. Mi chiedo: davvero essere liberali significa fare i bastian-contrari ad ogni costo? La mia risposta è no perché altro è garantire la libertà di espressione, altro condividere alcuni contenuti per il solo fatto che contestano il parere della maggioranza. Poiché appartengo alla scuola del liberalismo metodologico (per il quale si è liberali più per il metodo che si adotta nel confronto che non per la qualità dei contenuti) credo che i liberali nel discutere di questi problemi debbano distinguere le questioni di principio dall’analisi dei fatti.

Sui no-vax, per esempio, c’è una questione di principio dalla quale i liberali non possono derogare: la libertà di ciascuno trova il suo limite nel rispetto dei diritti altrui. Se quindi si dimostra che determinate azioni provocano danno agli altri (per esempio tramite contagio infettivo) l’obbligo di vaccinazione è perfettamente compatibile con l’essere liberali. Naturalmente si può contestare che la libera circolazione sia davvero dannosa, e non, come insinuano alcuni no-vax, pretesti per limitare i diritti individuali, ma bisogna dimostrarlo in maniera convincente. Altrimenti scatta un altro principio liberale per il quale in caso di dissenso tra opinioni diverse prevale quella che raccoglie i maggiori consensi, il che si misura – almeno fino ad oggi – attraverso gli strumenti che la democrazia rappresentativa ci mette a disposizione: parlamento e governo. Ciò vuol dire che i liberali contestano ai dissenzienti il diritto di manifestare? Assolutamente no; le manifestazioni, quando non si trasformano in azioni violente, sono tutelate dalla Costituzione e rientrano nella libertà di esprimere con ogni mezzo il proprio pensiero. E allora? Allora significa soltanto che i no-vax non possono definirsi liberali, pur restando liberi, nell’ambito della legalità, di manifestare il proprio dissenso “illiberale”.

Nel caso dell’Ucraina la questione di principio preliminare è ancora più netta. Aggredire militarmente una nazione sovrana è sempre e comunque inaccettabile, qualunque siano le giustificazioni addotte; ancor di più se chi aggredisce rivendica un diritto alla “difesa preventiva” che trasformerebbe il mondo intero in una rissa permanente. L’Ucraina per esempio è stata attaccata dalla Russia per il timore che, pur esercitando la propria legittima sovranità, potesse trasformarsi in una base militare ostile; ma essa, come altri stati federati, faceva parte dell’Unione delle Repubbliche sovietiche e, come altri, dopo lo scioglimento dell’URSS aveva optato nel 1991 per l’indipendenza, ottenendo il pieno riconoscimento della comunità internazionale (Russia compresa). Nessuno quindi aveva il diritto di interferire militarmente per limitare la sua sovranità, qualunque ne fossero le motivazioni. Chi pensa che tale questione di principio possa essere accantonata per ragioni geo-politiche o per motivi di convenienza, esprime legittimamente un’opinione (purtroppo molto diffusa) ma non può definirsi liberale. Tra le ragioni dell’intervento la Russia ha anche sollevato la tutela delle minoranze russofone presenti nel Donbass e in altri territori ucraini. In proposito va rilevato che il problema delle garanzie per le minoranze costituisce un problema assai diffuso in tutto il mondo (e persino in Italia) ma è da tempo considerato come questione da regolare attraverso accordi che non mettano in discussione i confini nazionali riconosciuti dalla comunità internazionale che oggi si esprime essenzialmente nella partecipazione all’ONU, di cui l’Ucraina è membro a pieno titolo sin dal 1991.
Detto ciò si potrebbe por fine al dibattito. Ma nel caso dell’Ucraina il contesto geo-politico, da mantenere ben separato dalle questioni di principio, merita un approfondimento al quale, esaminate le tante diverse opinioni, non mi sottraggo.

La prima delle ragioni dei “giustificazionisti” (dell’aggressione russa) consiste sostanzialmente nei comportamenti “provocatori” della NATO che, violando gli impegni presi dopo la scomparsa dell’URSS, avrebbe inglobato nell’alleanza tutti i paesi dell’Europa orientale che erano membri del patto di Varsavia, aggiungendovi quelli baltici che si erano resi indipendenti. Se anche l’Ucraina – come aveva chiesto – fosse entrata a far parte della NATO i suoi missili sarebbero stati a poca distanza dalla Russia compromettendone la sicurezza. E’ un argomento che colpisce l’opinione pubblica meno informata e consente di distribuire equamente tra le due parti in conflitto la responsabilità di una guerra che, ovviamente, fa orrore a tutti.
Però le cose non sono andate così. E’ vero che dopo il crollo del muro di Berlino vi erano stati generici affidamenti verbali da parte americana di non allargare l’ambito dell’alleanza atlantica ai paesi che si erano liberati dal giogo sovietico, ma non ne era seguito alcun impegno ufficiale; anche perché i paesi interessati hanno insistito per farne parte. Poteva la NATO rifiutare protezione a paesi che la chiedevano proprio perché avevano fondate ragioni per difendersi dall’imperialismo russo? Si potrà obiettare che gli USA pretesero la smobilitazione dei missili sovietici a Cuba nella famosa crisi del 1962 ma dopo averla ottenuta (in cambio peraltro di misure analoghe in Turchia) il governo di Washington ha sempre rispettato la sovranità cubana, limitandosi a contrastarla con misure economiche (sanzioni) e politiche; insomma i carri armati – piaccia o no – fanno la differenza, tant’è che ancora oggi, a cinquant’anni di distanza a Cuba governa un regime esplicitamente anti-americano.
Ma anche se le nefandezze attribuite alla NATO fossero vere forse ciò potrebbe giustificare quelle che Putin sta perpetrando in Ucraina? Quando l’America ha compiuto interventi armati ingiustificati o comunque discutibili, giornali, opinionisti, intellettuali, uomini politici di parte avversa, si sono giustamente scatenati contro il governo di Washington; non ho visto nulla di simile in Russia dove le poche centinaia di giovani coraggiosi scesi in piazza per protestare sono spariti dalla circolazione senza che nessuno se ne scandalizzasse.
Certamente anch’io – come altri liberali – sono convinto che negli anni ’90, dopo il crollo del regime comunista non si colse l’occasione per trasformare l’alleanza atlantica in uno strumento diverso volto a garantire pace e sicurezza nelle “aree calde” dell’emisfero occidentale in collaborazione con la Russia e non contro di essa. In un primo tempo infatti i tentativi di incorporare la Russia in un sistema di coordinamento e stabilizzazione dettero qualche risultato (il G7 per esempio divenne G8 con la Russia) ma non si andò molto oltre per il prevalere a Mosca di un regime sempre più autoritario (elezioni truccate, oppositori imprigionati, stampa imbavagliata, ripudio dello stato di diritto, “superamento” del liberalismo”) che allarmavano i paesi europei, confinanti e non. Peraltro, malgrado il peggioramento delle relazioni, la presenza militare della NATO non ha mai assunto dimensioni tali da potere costituire una minaccia per la Russia essendo le forze armate russe di gran lunga superiori (anche nello spiegamento di armi nucleari). Per di più la NATO, malgrado le incessanti richieste dell’Ucraina e della Georgia (quando la sua sovranità non era ancora stata limitata da Putin; ma nessuno ricorda tale precedente) è stata molto prudente e non ha mai allargato ulteriormente il suo perimetro.
Un altro argomento molto usato dai “giustificazionisti” è quello della neutralità e del disarmo dell’Ucraina come richiesta legittima della Russia. Ma esso rientra in quello più ampio (e di principio) della legittimità di imporre limitazioni alla sovranità di altri paesi, non soltanto nei fatti ma anche formalmente; in proposito si citano i precedenti dell’Austria e della Finlandia dimenticando però che si tratta di due paesi usciti sconfitti dal crollo del nazismo nel 1945 i quali, come avvenne anche per la Germania e l’Italia, non poterono fare valere le proprie ragioni quando i vincitori ne decisero i destini. Per l’Ucraina è diverso, si tratta di legittimare l’uso delle armi per coartare la volontà di un altro popolo. Si chiama guerra (e non è un caso che Putin non voglia definirla tale). Comunque poiché la politica (soprattutto quella internazionale) è fatta di compromessi, alla fine probabilmente i russi riusciranno a imporre una soluzione del genere; ma non viene in mente ai liberali che si tratta di una misura che limitando la libertà degli ucraini di decidere da che parte stare non è compatibile con i principi di autodeterminazione a cui dicono di ispirarsi?
Infine resta l’Europa. Sull’adesione dell’Ucraina all’Unione le obiezioni dei “giustificazionisti” sono più deboli, limitandosi a porre la condizione che il paese a sovranità limitata non entri a far parte di eventuali future forme di integrazione politica e militare. Se proprio l’Ucraina vuole far parte del parlamento europeo faccia pure, purché sia chiaro che prima di votare al Consiglio dei capi di stato e di governo a Bruxelles il governo di Kiev farà bene a consultarsi con Mosca.

Ai “giustificazionisti geopolitici” che teorizzano il diritto dei più forti di ottenere garanzie dai più deboli (invece del contrario, come ogni liberale dovrebbe volere) si aggiungono gli opportunisti, quelli che dicono che non bisogna aiutare la resistenza ucraina perché tanto non può impedire il peggio: meglio arrendersi senza tante storie e smettere di disturbare il nostro quieto vivere. Sono della stessa razza di quelli che non si sono mai schierati, il cui neutralismo è sempre servito a coprire la loro viltà, né coi nazi-fascisti né coi partigiani, né coi terroristi né con lo Stato, sempre grigi, pronti a schierarsi col vincitore e soltanto quando è chiaro chi ha vinto. Ci sono sempre stati, ci saranno sempre, non fanno la storia ma ne condizionano gli sviluppi collaterali. Quando non avranno altri argomenti diranno che non vogliono adeguarsi al pensiero unico. Sono liberali? Se lo fossero io dovrei collocarmi altrove.

P.S. Non ho trattato un’altra specie di “giustificazionisti” quella degli anti-americani “a prescindere”. Sono più numerosi di quanto si crede (anche in America) e sostengono tutte le accuse correnti contro l’egemonia degli Stati Uniti (di cui peraltro profetizzano soddisfatti l’imminente crollo ad opera dei benemeriti cinesi) in quanto portatori di un modello intrinsecamente illiberale perché fondato sulle diseguaglianze strutturali. Ad essi dico soltanto che un liberale, in prima fila nel criticare i difetti del sistema americano, considera l’equilibrio dei poteri che si è consolidato in duecento anni di storia l’esempio più significativo di una cultura liberale realizzata ma se proprio dovessi scegliere tra l’imperialismo americano e quelli che ci propongono Putin e Xi Jinpeng non ho dubbi dove collocarmi. Ma il bello è che non avrebbero dubbi nemmeno gli anti-americani (andandosi a rifugiare in America come hanno fatto i loro progenitori italiani, tedeschi e ebrei).
Conosco l’obiezione: né con gli uni né con gli altri, invece in Europa. Ma allora bisogna farla questa Europa politica e militare; il che ha dei costi non indifferenti. E quando mi volto per arringare questi europeisti del né mi ritrovo solo come Alberto Sordi all’uscita della galleria nel film “Tutti a casa”.

Franco Chiarenza
30 marzo 2022

Caro Franco,

ho letto il tuo “Russia: ieri, oggi, domani” e, nonostante sia un pezzo raziocinante come al solito, trovo abbia una carenza che desidero segnalarTi, convinto che un liberale, anche se ha il vezzo di qualificarsi qualunque, non possa trascurare un aspetto così essenziale per i liberali.

Al punto 3 tu richiami che, secondo gli accordi Helsinki del ’75, “i diritti delle minoranze etniche e linguistiche sarebbero stati tutelati mediante forme di autonomia da concordare“. Poi al punto 5 richiami “un’autonomia speciale alle regioni russofone del Donbass che, per la verità, non è mai stata realizzata“. Ma dal richiamo non trai le conseguenze generali (decisive nella fattispecie), con la parziale giustificazione che era scoppiata una guerra civile sostenuta dai russi. Così nel prosieguo sorvoli sulla mancata concessione dell’autonomia speciale che Putin ha reiteratamente richiesto invano anche la settimana precedente l’inizio delle attuali ostilità militari. Ma questo sorvolare non è accettabile. Primo perché il sostegno dei russi alla guerra civile nel Donbass è presunto (come quello degli ambienti Nato e della CIA dal ’14 in Ucraina o prima nelle primavere arabe o prima in Libia) ed anche successivo (d’altra parte le lotte tra filorussi e ucraini sono un retaggio storico, cioè una volontà dei popoli per usare una tua frase). Secondo perché non riflettere sui passaggi comprovanti gli interessi di Putin, è appunto il difetto di comportamento (che non a caso prescinde dal liberalismo) seguito dalla NATO e dagli ambienti super conservatori degli USA a fatica fronteggiati da Biden (e fatti trasparire con la frase di pochi giorni fa in cui Biden ha contrapposto esplicitamente le sanzioni alla terza guerra mondiale).

Il sorvolare sul dato di fatto della mancata attuazione dell’accordo per l’autonomia speciale, ha la gravissima conseguenza di accettare il ritorno alla guerra fredda, con la contrapposizione tra regime della libertà e regime comunista. E quindi di far riemergere come allora il pericolo della guerra atomica. Oltretutto, essendosi dimostrato nei fatti che la fine della guerra fredda ha prodotto molti vantaggi per la libertà nel mondo.

Il punto pericoloso della carenza in tema di liberalismo, sta qui: agevolare senza battere ciglio il ritorno alla guerra fredda. Non soltanto perché comporta pure il ritorno al rischio atomico. Ma in primo luogo perché esprimere l’idea che il ritorno a quel clima favorisca le democrazie libere. Oggi è l’esatto contrario. Perché sono di più i soggetti con armi atomiche, perché sono di più e maggiormente diffusi i motivi di tensione fatti emergere dalla crescita tecnologica e del livello di vita, perché sono di più i raggruppamenti di paesi attivi a livello internazionale con interessi divaricati. E soprattutto per la questione più importante: salvo i periodi in cui si fa la guerra vera e propria, la libertà vive di conflitti democratici ma non è esportabile (e neppure creabile con interferenze esterne di vario tipo) e deve essere fatta maturare nei luoghi in tensione. Ragion per cui i liberali non stanno a guardare sognando i marchi rispettivamente attribuiti alle varie nazioni, ma si attivano per far sì che i comportamenti reali nelle relazioni tra nazioni differenti siano il meno possibile distanti quelli della libertà. Quindi, se la prospettiva non è quella di voler arrivare alla guerra, aizzare l’opinione pubblica in modo massiccio contro gli stati avversari dipingendoli assalitori perfino al di là del vero e non tenendo conto dei loro espliciti punti di vista, è intrinsecamente illiberale.

Tanto più che i primi dello scorso febbraio a Pechino, nel comunicato stampa congiunto di Xi Jinping e Putin si denunciavano i cinque consecutivi allargamenti della Nato (fatto vero) e si insisteva sulle “legittime richieste per la sicurezza russa”. Dopo questo comunicato, i governi occidentali della NATO e degli USA avrebbero dovuto precipitarsi a premere su Zelensky – che è indiscutibilmente da loro assai influenzato – per indurlo a fare subito quello che non aveva fatto fino ad allora (l’autonomia speciale al Donbass) e a smettere con gli atteggiamenti provocatori funzionali alla guerra con la Russia. Naturalmente questo avrebbero fatto se fossero stati liberali. Ma lo sono esclusivamente a parole. E si comportano con l’esplicito obiettivo di sollevare i russi contro Putin (ma non dovevano essere evitati i tentativi di destabilizzazione negli altri paesi?).

Insomma, la carenza politica da colmare presto è quella dell’accettare l’omettere la cultura liberale. Che si batte senza incertezze contro la politica fatta di pure emozioni e incline alle pratiche illiberali effettive, anche se mascherate altrimenti. L’Ucraina non è un nuovo idealismo democratico e non combatte anche per noi europei (ragionamenti che per alcuni dovrebbero portare all’arruolare volontari per la libertà in Ucraina). Concetti simili appartengono solo alle stagioni di guerra. E occorre che ci decidiamo. O si passa alla terza guerra mondiale (sarebbe una follia che però giustificherebbe tali idee dissennate e illiberali) oppure, restando in pace, ci si comporta in modo coerente non aizzando l’opinione pubblica verso la guerra (tesi della cultura liberale). Perciò i liberali debbono presidiare con fermezza quest’ultima posizione e battersi senza sognare al fine di costruire in tutto il mondo, nel tempo, istituzioni più libere mediante il diffondere la pratica degli scambi nel segno della libertà civile e del senso critico per osservare e scegliere, che negli ultimi secoli ha pure prodotto in concreto un grande sviluppo economico sociale.

Raffaello Morelli