Di Sconosciuto – [1], Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15871438

Il fascismo è stato molte cose. Innanzi tutto un regime fondato sull’autoritarismo carismatico di un dittatore e su una concezione razzista della società che ha governato in alcuni paesi europei (Italia, Germania, Spagna) nella prima metà del secolo scorso. Esso fu il prodotto di un disagio profondo che attraversò l’Europa dopo la prima guerra mondiale infrangendo i precedenti equilibri politici e sociali. La sua ideologia derivava da una lettura deformata delle filosofie di Nietzsche e di Sorel e si esprimeva ostentando sentimenti di radicale ostilità nei confronti dei sistemi liberal-democratici, ragion per cui essa si iscrive a giusto titolo (insieme al comunismo leninista e al radicalismo islamico) nelle teorie totalitarie che pretendono di permeare ogni aspetto della vita civile come in una gigantesca caserma abitata da automi obbedienti.

Ma al di là di questi aspetti “culturali” che – almeno in Occidente – sono stati sepolti dalle rovine della seconda guerra mondiale, è rimasto ed è tuttora vitale un metodo di fare politica che dal fascismo deriva e che riesce ancora oggi a esercitare una certa attrazione nelle persone più fragili, nelle minoranze smarrite che popolano i margini di ogni sistema sociale strutturato su regole di convivenza, nei giovani abbagliati dal mito della forza fisica e dalla voglia di comparire ad ogni costo perchè solo così si sentono vivi. E’ il metodo fascista e resta tale chiunque lo utilizzi, destra, sinistra, centro, a prescindere dalle motivazioni, quasi sempre peraltro ambigue e confuse. E’ il ritorno alla barbarie cavernicola dell’età della pietra quando per prevalere le diverse tribù si spaccavano le rispettive teste, fin quando scoprirono – come ricordava ironicamente Einaudi – che piuttosto che rompersele reciprocamente era meglio – per risolvere i conflitti – contarle. Ed è da allora che cominciò la lunga marcia delle democrazie e dello stato di diritto dove le controversie sono regolate dalle leggi e il governo trae la sua legittimità dal principio di maggioranza (che i liberali hanno temperato, per contrastare possibili deviazioni populiste, con i diritti personali imprescindibili).

Quello che è successo in molte città italiane – a cominciare da Roma – non è una novità. Esistono gruppi organizzati di facinorosi che spacciano la violenza teppistica per rivoluzioni politiche (che sono altra cosa perchè indirizzate a rovesciare regimi illiberali e oppressivi) pronti a cogliere ogni occasione per contrapporsi al potere legittimo dello Stato. Cambiano nome (black block, gilet gialli, naziskin, combattenti proletari, ecc,), indossano divise di colore diverso, ma sono tutti metodologicamente fascisti perchè non tollerano il pluralismo delle idee e le regole che lo governano.

Contro costoro, comunque si chiamino, qualunque sia il pretesto di cui si servono, lo Stato ha il diritto e il dovere di intervenire senza remore, e i partiti devono smettere di denunciare i gruppi eversivi soltanto quando la loro presunta ispirazione ideologica è lontana dalla propria. Il fascismo rosso non è diverso da quello nero e i movimenti che legittimamente mobilitano i loro militanti dovrebbero fare attenzione a non consentire mai ai provocatori in servizio permanente di strumentalizzare le loro ragioni. Basterebbe questo e i teppisti resterebbero isolati nel loro narcisismo criminale mentre la giustizia farebbe il suo corso senza la preoccupazione di alimentare un ingiustificabile vittimismo come quello che ostentano alcuni capi-bastone quando ricevono ciò che meritano: la condanna penale prevista dalla legge.
Punto e basta.

Franco Chiarenza
14 ottobre 2021

© Carlo Calenda/Twitter

  1. Perché è l’unico candidato che rifiuta i genericismi ideologici (è di destra o di sinistra?) ma affronta i problemi concreti suggerendo soluzioni pragmatiche (dove, quando, perché, con quali risorse).
  2. Perché ha rifiutato i condizionamenti clientelari che si celano dietro le svariate “liste di supporto” che affiancano Michetti e Gualtieri.
  3. Perché è netto nella sua opposizione all’operato della Giunta Raggi e non accetterebbe mai un’alleanza coi grillini per il ballottaggio (come invece probabilmente farà Gualtieri su indicazione di Letta).
  4. Perché è venuto il momento di scegliere gli uomini di governo per la loro competenza e affidabilità lasciando ai globetrotters dei social il gossip delle apparenze per nascondere quanta poca sostanza hanno le loro argomentazioni.
  5. Perché non ha nulla a che fare né con gli apparati di sottogoverno cittadino che la Meloni ha ereditato da Alemanno né con quelli speculari che sotto l’ala protettiva di Bettini hanno sempre fatto il bello e cattivo tempo nelle giunte di centro-sinistra (Rutelli e Veltroni ne sanno qualcosa!).
  6. Perché è l’unico a dire chiaramente che i termovalorizzatori non sono tumorifici e risolvono in gran parte il problema della spazzatura (che la Raggi è stata costretta a piazzare a caro prezzo nei “tumorifici” esistenti oppure ad abbandonarla per strada, come i romani sanno bene).
  7. Perché è l’unico a dire chiaramente che bisogna investire nelle metropolitane, nelle tramvie protette e veloci, e non soltanto in piste ciclabili maltenute e poco protette o in improbabili funivie che avrebbero costi di costruzione e di esercizio sproporzionati rispetto alla loro utilità.
  8. Perché fa meno demagogia degli altri candidati e non liscia il pelo alle corporazioni che soffocano da sempre lo sviluppo della Capitale (a cominciare dai tassisti e dalle categorie protette per finire allo scandalo delle licenze e dei permessi dietro il cui rilascio si cela una diffusa corruzione).
  9. Perché anche se porta il Rolex e vive ai Parioli (il che in realtà non risulta) è una persona per bene. Ma perchè se ad abitare ai Parioli e indossare orologi preziosi sono personaggi della sinistra nessuno ha nulla da ridire
  10. Perché viene criminalizzato da tutti coloro che temono l’arrivo a Roma di qualcuno che adotti lo stesso metodo di governo di Draghi: ascoltare tutti e decidere assumendosene la piena responsabilità. E gli intrugli, le connivenze, i parentadi, gli scambi di favori, le centinaia di inutili poltrone e poltroncine, dove andrebbero a finire? Meglio Michetti e Gualtieri, con loro ci si può intendere.

Un voto inutile? obiettano molti che pur ne condividono il programma. Non lo è in nessun caso, anche se è molto probabile che al ballottaggio vadano Gualtieri e Michetti, perché un’affermazione di Calenda a Roma segnerebbe l’esistenza di uno spazio elettorale anche a livello nazionale nettamente differenziato dall’asse Letta/Conte promosso dal PD e ancor di più dall’alleanza Salvini/Meloni che non lascia più posto a una destra moderata (soprattutto dopo la scomparsa politica di Berlusconi).

Per queste ragioni – a mio avviso – i liberali dovrebbero votare Calenda, lasciando da parte le tante etichette pretestuosamente liberali che spesso nascondono soltanto modeste ambizioni personali, o certi “distinguo” terminologici (è azionista, è liberal-socialista, ecc.) che non hanno più alcuna ragione di essere. Al di là degli esami del sangue oggi è liberale chi sostiene proposte serie e compatibili con lo stato di diritto e l’economia di mercato. Il resto è fuffa.

Franco Chiarenza
01 ottobre 2021

Nel 1939 il pretesto per l’avvio della seconda guerra mondiale fu la questione di Danzica, il porto prussiano sul Baltico che il trattato di Versailles aveva assegnato alla Polonia per assicurarle uno sbocco al mare ma di cui, per ragioni storiche ed etniche, la Germania rivendicava la restituzione già prima dell’avvento del nazismo. “Morire per Danzica?” fu la domanda retorica che i pacifisti europei ponevano ai loro governi quando la Francia e la Gran Bretagna, alleate della Polonia, furono costrette a intervenire per arginare le spinte aggressive di Hitler. Per nostra fortuna l’interrogativo rimase senza risposta perché non era per Danzica che le democrazie occidentali mandavano i loro figli a morire ma per salvaguardare in futuro la loro libertà.
E’ passato molto tempo; oggi, sollecitati dalle immagini drammatiche che arrivano dall’Afghanistan, ci chiediamo se possediamo ancora motivazioni ideali talmente forti da giustificare il sacrificio della vita; senza di che – sostiene Galli della Loggia nell’articolo che ha dato il via a questo dibattito – la proposizione del nostro modello politico e sociale perde credibilità nei confronti di chi è ancora riluttante ad adottarlo.
La questione è apparentemente semplice. Viviamo in una società che si riconosce abbastanza stabilmente in alcuni valori: stato di diritto, parità di genere, rispetto delle minoranze, libertà di espressione, servizi pubblici (più o meno estesi ma comunque presenti), scambi commerciali aperti (seppure regolati da norme che tutelino la concorrenza), ecc. Siamo pure convinti (anche se lo diciamo sottovoce per non sembrare politicamente scorretti) che la civiltà che abbiamo costruito tra grandi difficoltà e contraddizioni in tremila anni, a partire dalla filosofia greca fino alla rete internet, sia superiore ad ogni altra, almeno dal punto di vista dei risultati raggiunti in termini di libertà individuali e tenore di vita. Da tale convinzione scaturisce come logica conseguenza che abbiamo il diritto (e forse il dovere) di trasferire anche ai popoli che non hanno percorso il nostro processo di sviluppo non soltanto le tecniche che ci hanno consentito di aumentare il nostro benessere ma anche i valori che l’hanno accompagnato. Si tratta di un riflesso condizionato ben noto agli studiosi del colonialismo unanimi nel convenire che questo aspetto di “promozione culturale” ha avuto grande importanza nella giustificazione morale dell’espansione europea in Africa e in Asia. Persino lo sfruttamento delle materie prime, che era la vera ragione di molte conquiste coloniali, veniva spiegato come un vantaggio reciproco per l’incapacità delle popolazioni indigene di valorizzarlo. D’altronde il fatto stesso che insieme alle occupazioni militari gli europei “esportassero” attraverso le “missioni” anche le loro religioni (cattoliche nelle colonie francesi, italiane, belghe e portoghesi, protestanti o anglicane in quelle inglesi o olandesi) dimostra l’importanza che veniva data all’aspetto culturale di un fenomeno che, nel bene o nel male, ha comunque cambiato la storia di grandi territori che erano rimasti esclusi dal nostro modello di civilizzazione.

Fino a che punto?
Dopo la seconda e la terza (mancata) guerra mondiale è cambiato tutto ma negli Stati Uniti, usciti vincenti dal confronto, è rimasta molto radicata l’idea che i cardini su cui si fonda la nostra civiltà abbiano una validità universale e pertanto sia giusto favorirne l’espansione ovunque possibile. I risultati sono stati ambivalenti: India, Giappone, Corea del Sud e Taiwan hanno percorso, seppure con le necessarie modifiche, la strada maestra delle democrazie liberali; altri paesi hanno creato sistemi ibridi dove la preesistente cultura tribale (prevalentemente musulmana) si è adattata ai modelli occidentali consentendo in qualche misura un certo pluralismo politico e religioso (come in Pakistan e in Indonesia). Insomma si può dire che in molti stati sorti dalle ceneri della colonizzazione bene o male sono stati avviati processi di modernizzazione che, anche quando non hanno prodotto sistemi liberal-democratici, rientrano comunque in un processo di sviluppo compatibile coi modelli occidentali. La stessa Cina – come è ben noto – si dibatte tra l’accettazione dell’economia capitalistica e il rifiuto dei suoi presupposti liberali che trovano nello stato di diritto la loro espressione; una contraddizione che sta emergendo con la crescita del potere personale di Xi Jinpiang e l’accantonamento della teoria della convivenza di modelli politici e sociali diversi all’interno di un unico stato comunista.
Le maggiori resistenze alla modernizzazione si sono manifestate in Medio Oriente attraverso il fondamentalismo islamico che contesta un principio essenziale del nostro modello comunitario, la distinzione tra Stato e religione (oggi ampiamente riconosciuto ma al quale anche l’Occidente è pervenuto attraverso lotte e conflitti durati tre secoli). Il fondamentalismo, basato su una lettura integralista del Corano (peraltro contestata da parti consistenti dell’Islam), è riuscito a imporsi in due paesi molto importanti (per popolazione, risorse energetiche, posizione geografica), l’Iran e l’Arabia Saudita. Nel primo il clero scita ha creato uno stato islamico che, pur tentando in una certa misura di conciliare limitate forme di democrazia con le prescrizioni coraniche, di fatto resta una teocrazia appena mascherata da un pallido pluralismo, nel secondo soltanto da qualche anno la dinastia regnante sta cercando di uscire dalla frammentazione tribale e accantonare la fede wahabita su cui ha fondato il suo potere.
In altre nazioni (prevalentemente arabe) il fondamentalismo religioso ha tentato a più riprese di conquistare il potere trovando soltanto nell’esercito un ostacolo insuperabile (per esempio in Egitto, Algeria, Giordania). Spesso però la tutela militare si esprime attraverso regimi autoritari che certamente non corrispondono ai modelli democratici occidentali; e tuttavia, piaccia o no (e ai puristi del politically correct non piace) le ridotte laiche in campo musulmano sono sempre state presidiate dalle dittature militari e dove esse sono venute meno si è immediatamente riaffacciato l’estremismo islamico. Già dagli anni ’50 i regimi militari hanno comunque consentito (anche per effetto della diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione) una penetrazione della cultura occidentale che ha prodotto intermediazioni sociali che contestano l’integralismo islamico, come avvenne per il “socialismo arabo” promosso da Nasser in Egitto. Le stesse “primavere arabe” del 2010, seppure fallite nel tentativo di creare forme di democrazia compatibili con i nostri valori, hanno lasciato un’eredità laica di sensibilità ai diritti umani di cui ogni successivo governo ha dovuto tenere conto, soprattutto nei grandi centri urbani dove le nuove generazioni riescono in certa misura a imporre cambiamenti culturali significativi.

Che fare?
Fin qui, si potrebbe dire, nulla di nuovo che già non si sapesse. Dove sta il problema messo in luce con tanta preoccupazione da Galli della Loggia? Nel fatto che con l’abbandono dell’Afghanistan l’Occidente scopre la sua fragilità e, finalmente, si interroga sulle vere cause che la determinano e comincia a temere della solidità del suo modello e soprattutto della sua capacità di difenderlo senza ricorrere a sua volta a fondamentalismi intolleranti contrapposti (come vorrebbero alcuni “neo cristiani” che brandiscono il crocefisso come una clava).
Galli della Loggia ci ricorda che le grandi idealità per essere credibili vanno difese mettendo in gioco la vita; e, in effetti, le grandi religioni monoteiste si sono affermate anche perchè la loro narrazione dell’Aldilà facilitava il sacrificio di esistenze spesso miserabili e ingenue. Inutile qui ricordare i martirologi cristiani; anche i kamikaze musulmani vengono chiamati martiri.
I processi di secolarizzazione in Occidente hanno fortemente attenuato tale narrazione e la vita, unica e inimitabile, è tornata al centro dell’attenzione, talvolta anche in forme quasi ossessive per prolungarne la durata oltre il limite dell’autocoscienza. La vita è oggi da tutti considerata un valore che non può essere messo in gioco neanche per difendere idealità forti come ancora furono quelle che hanno animato le due guerre mondiali. Gli americani che morivano in Europa per difenderla dal nazifascismo erano convinti di sacrificarsi per un ideale alto e condiviso, quello della libertà.

Dove si colloca dunque l’asticella oltre la quale val la pena morire?
La risposta tentata dagli americani quando il problema ha cominciato ad evidenziarsi nella guerra del Vietnam (che fu vinta a Washington più che a Saigon quando gli studenti americani, sostenuti da una parte consistente dell’opinione pubblica, rifiutarono di andare a combattere) è stata di carattere tecnologico. Oggi la guerra si può fare senza sacrificare vite umane attraverso nuovi armamenti sempre più sofisticati, e dove fosse assolutamente necessario tramite l’impiego di mercenari ben addestrati e che hanno messo in conto (con laute ricompense) il rischio di perdere la vita.
Ma le contraddizioni di questa soluzione sono subito apparse evidenti per i danni collaterali che provocava nelle popolazioni civili, ma soprattutto quando il “nemico” si presentava allo scontro con motivazioni ideali e religiose talmente forti da non temere il sacrificio della vita; quando cioè i nemici sono i kamikaze, i terroristi, quei poveri disgraziati che si immolano per la loro fede ignorando che difendono semplicemente gli interessi e i privilegi dei loro sceicchi (i cui figli non mi risulta si siano mai fatti saltare in aria).
Come può difendersi un Occidente che ha mandato in soffitta con la leva obbligatoria gli eserciti popolari, passaggio obbligato in passato per costruire un’identità nazionale condivisa? Anche noi liberali salutammo come doveroso il superamento della “ferma”: anni buttati, non servono a nulla, bisogna immettere nella vita lavorativa i figli più presto possibile. E’ stata la scelta giusta per loro e per il Paese?
Domande inutili: tornare indietro è impossibile. Altre risposte vanno quindi cercate, ma quali?

Apriamo una seria riflessione possibilmente esente da ipocrisie e strumentalizzazioni. Al fanatismo di minoranze irresponsabili si risponde con la diffusione delle conoscenze che i nuovi mezzi di comunicazione, utilizzati correttamente, consentono coma mai in precedenza. Tempi lunghi; e nel frattempo?

Franco Chiarenza
05 settembre 2021

Quel che è stato è stato e, dopo la conferma di Biden che gli americani si sarebbero ritirati dall’Afghanistan, stupisce soltanto la rapidità con cui l’occupazione talebana si è completata.
Prova evidente che, come abbiamo visto in molte altre occasioni, gli innesti culturali prodotti artificialmente non riescono mai, anche quando si tratta di comportamenti politically correct che a noi sembrano avere una validità universale.
L’Occidente deve abituarsi a dialogare con culture diverse, spesso sedimentate in tradizioni religiose chiuse in difesa di un’ortodossia che, a torto o a ragione, sentono minacciata; il che vale sopratutto per l’Islam alle prese con un lento e faticoso processo di evoluzione che, per molti aspetti, somiglia a quello che dall’Illuminismo in poi ha dovuto affrontare il cristianesimo e che – non dimentichiamolo – si è concluso (se si è concluso davvero) soltanto con il Concilio Vaticano II negli anni ’60 del secolo scorso. Naturalmente le condizioni storiche sono molto diverse, le conseguenze sociali del colonialismo si innestano su realtà etniche assai diverse, la globalizzazione e i nuovi mezzi di comunicazione sono ovviamente percepiti come strumenti di subordinazione non soltanto politica ed economica ma anche e soprattutto culturale.

Le tre vie
Quello che l’Occidente può fare oggi è soltanto favorire i processi endogeni che, tra molte contraddizioni, sono avvertibili nel mondo islamico, il quale, nelle sue componenti intellettuali più avanzate è ben consapevole che con la modernità occidentale – piaccia o no – bisogna fare i conti, se non altro per una superiorità tecnologica impossibile da mettere in discussione.

Le strade che possono essere scelte (e in parte già sono in fase di avanzamento) possono essere riassunte in tre tipologie (anche se le diverse realtà storiche, economiche e sociali ne consentono molte variabili): 1) la prima è quella filo-occidentale che punta decisamente sulla compatibilità tra la tradizione islamica e i valori laici della cultura europea: tutto il Nord Africa, dal Magreb all’Egitto, si muove sostanzialmente in tale direzione con modalità diverse ma obiettivi convergenti. Però per contenere le spinte integraliste al loro interno questi paesi hanno bisogno di forti supporti come quello assicurato in Marocco da una monarchia illuminata ma religiosamente legittimata, in Algeria e in Tunisia da eserciti “figli” della rivoluzione anti-francese degli anni ’50 ma formati nel contesto culturale europeo, in Egitto – dove peraltro un’importante minoranza cristiana copta svolge un ruolo rilevante – un apparato costruito ai tempi di Nasser che non è soltanto militare ma anche politico ed economico. Anche alcuni paesi del Medio Oriente, malgrado le drammatiche disavventure che hanno dovuto subire in conseguenza della ferita lacerante che la creazione dello Stato di Israele in Palestina ha determinato nel mondo arabo, si muovono sostanzialmente nella stessa direzione: così il Libano, alle prese con un difficile equilibrio tra le componenti musulmane e quelle cristiane, l’Iraq e la Siria (soprattutto nelle regioni abitate dai curdi). Lontano dall’Europa e dal Mediterraneo grandi comunità musulmane come il Pakistan e l’Indonesia sono alle prese con difficili processi di modernizzazione ma si può affermare che anche in Asia, almeno fino ad ora, il fondamentalismo islamico non è riuscito a prevalere sulle preesistenti eredità culturali derivate dal periodo coloniale. 2) La seconda strada è quella degli integralisti di varie scuole islamiche (a cominciare dai wahabiti) per i quali la religione di Maometto deve restare intangibile anche attraverso una lettura formalistica del Corano e le uniche intese possibili con l’Occidente sono limitate alle convenienze economiche. I suoi sostenitori non nascondono velleità espansionistiche non soltanto nell’Africa Equatoriale e in alcuni paesi dell’Estremo Oriente (come le Filippine) ma anche attraverso la rigorosa difesa delle usanze islamiche nelle comunità emigrate in Europa o negli Stati Uniti, in pratica osteggiando ogni forma di integrazione. 3) C’è una terza via che invece punta a una revisione profonda della dottrina islamica per mantenerne le caratteristiche essenziali ma aggiornandole ai mutamenti sociali che non possono più essere contrastati in un tempo in cui i mezzi di comunicazione interpersonali hanno assunto le attuali dimensioni. In questa prospettiva (fatta propria soprattutto dalla minoranza moderata degli sciiti) la condizione femminile è molto diversa da quella della tradizione sunnita e persino alcune forme di democrazia controllata vengono tollerate (come avviene in Iran, in Iraq e Azerbaigian).

E intanto?
I talebani con la loro rapida avanzata si trovano a gestire una situazione molto difficile che forse avrebbero preferito affrontare con maggiore gradualità; tanto che sorge il sospetto che gli americani – una volta deciso l’abbandono – l’abbiano favorita. A fronte del successo di immagine all’interno del mondo musulmano i talebani devono risolvere alcuni problemi abbastanza complicati, a cominciare dalla sopravvivenza economica e dalla necessità di accordarsi con tutte le etnie che compongono il complesso mosaico afgano. Hanno bisogno di alleati che non siano soltanto le frange wahabite più estreme: possono trovarli in Cina o in Russia, interessate per ragioni geo-politiche, oppure in Iran (dove peraltro la diversità religiosa rappresenterebbe un ostacolo di non poco conto). Però i prezzi da pagare sarebbero elevati. Alla fine potrebbero essere proprio gli occidentali gli interlocutori con cui avviare un processo di distensione: una conclusione paradossale ma meno inverosimile di quanto possa sembrare, anche perché è quanto in certa misura è avvenuto in Vietnam. In tal caso però la questione dei diritti umani fondamentali diventerebbe una condizione che sin d’ora dovrebbe essere in qualche misura garantita, e in questa direzione i talebani dovrebbero inviare segnali inequivocabili per accreditarsi come un componente aperta (almeno relativamente) al confronto. Soltanto così, cominciando dalla tutela delle minoranze che hanno collaborato con la NATO per avviare la modernizzazione del paese, si può superare il momento di contrapposizione e avviare un dialogo che sia credibile per le opinioni pubbliche occidentali.

Franco Chiarenza
18 agosto 2021

Foto: Governo Italiano – Presidenza del Consiglio dei Ministri

Conte: la sesta stella
E’ una stella spuntata dal nulla chiamata a molteplici funzioni: inizialmente per mediare tra Grillo e Salvini, poi per mediare tra Grillo e Zingaretti, infine per trarre il movimento di Grillo fuori dalla palude in cui si è impantanato. In realtà non ha nulla da spartire con l’autentica cultura grillina fatta di giustizialismo a buon mercato, autoritarismo carismatico, assistenzialismo, decrescita più o meno felice. E infatti con Grillo può al massimo spartire una spigola al sale.

Letta: mission impossible
Cattolico disobbediente, chiamato a risollevare le sorti del partito democratico dotandolo finalmente di una leggibile carta d’identità. Impresa impossibile (non ci riuscì nemmeno Veltroni) perchè il PD è inesorabilmente il partito degli ex (ex comunisti, ex cattolici di sinistra, ex socialisti a cui si aggiunge qualche ex proveniente da altre sponde politiche, persino liberali). Ha deciso di copiare la carta d’identità disegnata a suo tempo da Pannella, ma c’è qualche errore di stampa.

Salvini: destra di lotta e di governo
Dice tutto e il suo contrario, da sempre. Sa che l’analfabetismo politico degli italiani, sorretto da difficoltà di memoria, lo protegge. Non manca occasione per schierarsi dalla parte di chi può portargli qualche voto in più, ma non sempre il gioco riesce: da qualche tempo i sondaggi dimostrano che la sua leadership è in fase calante. Partecipa appassionatamente al governo europeista e filo-atlantico di Draghi ma firma manifesti anti-europei, si barcamena tra rosari e santini eppure non sa a che santo votarsi.

Meloni: dimmi con chi vai
Nasce (politicamente) neo-fascista. Dopo la svolta finiana di Fiuggi diventa post-fascista. Unica oppositrice formale del governo Draghi rivendica la sua coerenza nell’ostilità a governi “tecnici” o comunque apolitici e, approfittando delle contraddizioni della Lega, ne erode pazientemente la base elettorale. Sostiene un’unione europea disunita fondata sulla intangibilità delle sovranità nazionali, e perciò guarda con simpatia al regime ungherese di Orban. Spezzerà le reni a Ursula van der Leyen?

Renzi: tra il dire e il fare….
Dice cose sensate e condivisibili persino da un liberale, ma liberale non è. Anche perchè essere liberali si misura dai comportamenti concreti, e i suoi si prestano sempre a qualche fondata riserva. Come quando flirta con bin Salman Saud, il quale sarà pure un riformatore in Arabia Saudita ma ha adottato un’interpretazione spregiudicata di Machiavelli facendo uccidere gli oppositori. Sarà per questo che Renzi ha parlato di “rinascimento arabo”.

Calenda: la troppa (concretezza) stroppia
E’ presuntuoso, il che in politica non sarebbe un difetto. Lui però pretende niente meno di cambiare gli italiani costringendoli a misurarsi sulle soluzioni concrete dei problemi, cosa che tutti aborrono per paura di perdere la loro “identità”, da sempre affidata al vecchio gioco dei guelfi contro i ghibellini; chi si è mai preoccupato delle ragioni per cui si combattevano? Tanto basta per considerarlo un alieno; per di più è “pariolino” e di famiglia agiata, cosa che viene perdonata soltanto se si è estremisti di sinistra.

Speranza: senza speranza
E’ uno che crede ancora nelle idee, sballottato in un mondo senza idee. Per questo suscita simpatia. Purtroppo però le sue idee sono vecchie e sbagliate, incapaci di intercettare le nuove priorità dell’elettorato giovanile, al quale prevalentemente si rivolge. E’ uno di quelli che dice che dopo il Covid cambierà tutto (intendendo la fine del capitalismo e il trionfo di un nuovo collettivismo pseudo-socialista). Intanto però per imporre il quasi-obbligo vaccinale ha dovuto accettare la guida di un generale scelto da Draghi. Un po’ imbarazzante per un aspirante rivoluzionario.

E poi c’è Draghi. Il quale, nonostante le apparenze (è presidente del Consiglio dei ministri), non è un leader italiano perchè il suo prestigio internazionale, la sua preparazione, il suo modo paziente ma deciso di governare, fanno di lui un leader europeo. Travaglio non è d’accordo, lo insulta e lo ritiene un incompetente ma gli italiani (stando ai sondaggi) sono favorevolmente sorpresi: Draghi ascolta, si confronta, cerca mediazioni accettabili (necessarie in un governo emergenziale ad ampio spettro come quello che dirige), ma poi decide assumendosene la responsabilità, e da quel momento in poi non si torna indietro.
Altrimenti venga qualcun’altro a palazzo Chigi; lui è pronto a trasferirsi al colle Quirinale che è più comodo e da cui si gode un panorama impareggiabile sulla Città Eterna, al netto dei miasmi che l’avvolgono da quando una signora incompetente e presuntuosa è stata eletta ad amministrarla. Monito ai sostenitori della “democrazia diretta”.

 

Franco Chiarenza
04 agosto 2021

TIZIANA FABI / AFP

La “Dichiarazione sull’avvenire dell’Europa” sottoscritta pochi giorni fa da sedici partiti nazionalisti di destra (tra cui la Lega e Fratelli d’Italia) è stata analizzata da Sergio Fabbrini in un interessante articolo sul “Sole 24 ore. L’autore ha rilevato come elementi positivi (e certamente lo sono) il fatto che per la prima volta partiti nati contestando l’integrazione europea ammettano la necessità di un’unione europea e di una sua collocazione nei valori occidentali euro-americani, il che non era scontato, considerando certi ammiccamenti nei confronti di Putin. Ed è quindi certamente importante e positivo che la critica alle istituzioni europee si muova nell’ambito di un riconoscimento della sua esistenza. Ma gli aspetti positivi della Dichiarazione si fermano qui.

Il punto nodale di questa sorta di “patto” tra nazionalisti è la supremazia delle sovranità nazionali su ogni altra considerazione e, di conseguenza, il rifiuto di qualsiasi cessione di poteri e competenze che non siano revocabili; il che di fatto significa respingere qualunque ipotesi di federazione, comunque configurata. Il corollario di tale impostazione ha un inequivocabile contenuto ideologico: “proteggere la cultura e la storia delle nazioni europee, il rispetto dell’eredità giudeo-cristiana dell’Europa dei valori comuni che uniscono le nazioni europee”. Il che significa in pratica non riconoscere altri principi di riferimento che non derivino dalla tradizione “giudaico-cristiana”, con tanti saluti ai diritti umani, alla laicità dello Stato e alla tutela del pluralismo. Una sorta di riedizione della “Santa Alleanza” del 1815 in funzione di sostegno all’autoritarismo; non a caso i modelli a cui i partiti sovranisti guardano sono quelli che si sono insediati in Polonia e in Ungheria e che sono ormai in aperto conflitto con l’Unione Europea. Anche Orban e Kaczynski però devono affrontare sulla questione europea ostacoli non indifferenti: all’interno per il prevalere di posizioni europeiste e liberal-democratiche nelle grandi città (non a caso sia Varsavia che Budapest hanno amministrazioni “liberal”), nei rapporti con l’Unione che si sono irrigiditi e potrebbero provocare contraccolpi economici pericolosi per la stabilità politica dei loro regimi, per quanto puntellata da una gestione autoritaria del potere.
Quella espressa dai movimenti nazionalisti è oggi una posizione minoritaria in Europa (in quanto non condivisa da popolari, socialisti, liberali e verdi) che però non va sottovalutata. Essa potrebbe infatti saldarsi con una diversa rivendicazione del primato della sovranità nazionale, molto diffusa in Scandinavia, per la quale la salvaguardia dei diritti umani e le protezioni sociali sarebbero meglio garantiti dal mantenimento di una piena autonomia degli stati nazionali, rieccheggiando in qualche modo alcune delle ragioni che in Inghilterra hanno fatto prevalere la Brexit.

In tale situazione, mentre nel resto del mondo si stanno ridefinendo i rapporti di forza tra Stati Uniti, Russia e Cina, l’Europa dei “piccoli passi” appare velleitaria e impotente, costretta ancora una volta a rifugiarsi sotto le ali protettive di Washington che, con la presidenza Biden, le ha aperte fin troppo generosamente.
Da questa situazione di dipendenza obbligata non si esce con le parole e i proclami, occorre fare un salto coraggioso; chi lo vuole compiere ben venga, prima o poi l’intendence suivra. Comunque vadano le elezioni in Germania a settembre e in Francia nella primavera prossima, toccherà ai vecchi fondatori della Comunità Europea (Francia, Germania, Benelux e Italia), integrati dai paesi iberici e da altri che lo vorranno, segnare modi e tempi di una ripartenza che senza ambiguità metta insieme le politiche estere e militari completando l’unione economica di fatto già operante tra i paesi che hanno adottato la moneta comune. Non c’è più tempo da perdere. L’asta per effettuare il salto con successo potrebbe essere rappresentata in questo momento dall’Italia di Mario Draghi; Salvini però ci faccia capire da che parte sta, se con la dichiarazione dei sovranisti o con un’Europa che parli all’esterno con una voce sola. E prima di rispondere si consulti con Giorgetti e Zaia.

Franco Chiarenza
20 luglio 2021

Le uniche parole di buon senso che ho letto sulla vicenda sempre più complicata del progetto di legge Zan sono quelle pronunciate da Ettore Rosato, esponente di spicco del piccolo partito dei renziani, quando ha affermato che quando sui problemi veri si cominciano ad appiccicare bandierine ideologiche è il modo peggiore di venirne a capo in maniera efficace e condivisa.
E’ appunto il caso del progetto Zan che scaturisce da un problema reale (la tutela dei diritti di quanti hanno tendenze sessuali diverse da quelle considerate normali) ma sul quale i partiti di sinistra e di destra hanno scatenato una pretestuosa contrapposizione ideologica. Letta infatti continua nella sua strategia di allargamento del consenso rivendicando per il suo partito il ruolo di protettore delle minoranze e degli esclusi, Salvini e Meloni si propongono come difensori della famiglia tradizionale minacciata, non si capisce perché, dal riconoscimento di tutele rafforzate alle identità di genere diverse. Quando poi, in maniera quanto meno prematura, è sceso in campo anche il Vaticano sollevando problemi di compatibilità col Concordato (e quindi di natura costituzionale per l’infelice decisione dei costituenti nel 1947 di inserire i patti lateranensi nella Costituzione con il famoso articolo 7) la questione si è ancor più complicata.
Per venirne a capo bisognerebbe avere l’umiltà di sedersi attorno a un tavolo e esaminare le ragioni di ciascuno, fermo restando che sulle finalità ultime della legge tutti (anche il Vaticano) dicono di essere d’accordo. Cos’è allora che impedisce un’intesa? Ve lo dico io: un incrocio di processi alle intenzioni e la voglia di criminalizzare gli avversari in vista delle prossime elezioni politiche. Ma a questo modo di fare politica i liberali dovrebbero dichiararsi estranei.

Le ragioni della Chiesa
Il motivo per cui la Chiesa, dopo qualche titubanza, ha deciso di scendere in campo, anche col rischio di essere accusata di ingerenza negli affari interni del nostro Paese, è il timore che la legge, con le sue durissime sanzioni penali, possa essere utilizzata per imporre il principio dell’equivalenza tra il matrimonio eterosessuale e altre forme di convivenza civile (matrimonio omosessuale, unioni civili, ecc.). E che pertanto la libertà della Chiesa di sostenere la loro illiceità religiosa possa essere messa in discussione per l’infelice formulazione del reato di “istigazione all’odio” che appare nel testo. Un timore che, per la verità, prescinde dal Concordato e riguarda invece il rapporto tra libertà di espressione e dottrine religiose (non soltanto cattolica perché condivisa sostanzialmente da tutte le religioni monoteiste).
Naturalmente si tratta di un problema che riguarda soltanto i fedeli e non lo Stato il quale, rivendicando la sua laicità, come ha fatto Draghi con fermezza, è libero di fare le leggi che ritiene opportune senza vincoli esterni che non siano quelli di ordine costituzionale che ne regolano la validità.
Si capisce però che se la Chiesa ottenesse precise garanzie che le norme della legge Zan non si applicano agli istituti religiosi e ai corsi di insegnamento della religione cattolica che purtroppo il Concordato affida alla vigilanza dei vescovi, la sua opposizione probabilmente verrebbe meno.

Le perplessità dei liberali (o almeno di un liberale qualunque come credo di essere).
Diverse sono le ragioni per cui molti liberali sono diffidenti nei confronti di un progetto di legge che appare in alcune sue parti come un tentativo di rendere obbligatoria una concezione etica che può anche essere condivisa ma non imposta con sanzioni penali (oltretutto quantitativamente irragionevoli). Per i liberali le leggi penali puniscono i comportamenti che danneggiano le libertà altrui, non le intenzioni o il dissenso. L’istigazione all’odio è una categoria giuridica illiberale perché si presta nel merito alle valutazioni più diverse (e potenzialmente estensive); poco conta quali fossero le intenzioni dei proponenti, la legge, come è noto, ha una autonomia propria affidata alle interpretazioni giurisprudenziali. Oltre tutto non si capisce la necessità di una nuova legge per regolare una materia già trattata dalla legge Mancino del 1993 che bastava estendere alla tutela dei diversi orientamenti sessuali. L’unica differenza che colgo è l’introduzione di un reato di istigazione all’odio che, per le ragioni già dette, mi pare passibile di pericolose estensioni per analogia. Per chi crede in uno stato di diritto le opinioni, anche le meno condivisibili, devono potersi esprimersi liberamente, almeno fin quando non costituiscano esse stesse un’istigazione a compiere un reato. Ma l’istigazione a un reato comporta la configurazione del reato stesso e non può essere un concetto generico come l’odio. Dove finisce il dissenso e comincia l’odio, e chi lo stabilisce? La variabile giurisprudenza di una magistratura come la nostra, intrisa purtroppo di ideologismo e contiguità politiche? Chi può garantire che il prete che dal pulpito ricorda che le unioni omosessuali comportano per chi le pratica la commissione di un peccato mortale non venga denunciato per “istigazione all’odio” ? E anche la prevista giornata di sensibilizzazione come verrà realizzata nelle scuole – soprattutto in quelle dell’obbligo – come richiamo al principio di tolleranza nei confronti di ogni genere di minoranza o come propaganda di comportamenti eterodossi che in molte famiglie potrebbero generare conflitti anche gravi?

In conclusione: da un’attenta lettura del progetto ho tratto l’impressione (mi auguro sbagliata) che attraverso questa legge si voglia imporre un cambiamento culturale; purtroppo però le vere trasformazioni non avvengono minacciando le manette a chi non le condivide. Occorre un lavoro di persuasione che passi attraverso il confronto, il dialogo e soprattutto, nel caso in oggetto, introducendo nelle scuole di ogni ordine e grado (anche parificate) l’educazione civica come materia fondamentale e, in essa, quei principi di tolleranza e di rispetto per le diversità che caratterizzano la nostra cultura occidentale. Il rischio della legge Zan è nel suo “dopo”, nel modo cioè in cui verrà applicata, al netto dei passaggi che ancora l’attendono dal contenzioso con lo Stato Vaticano al vaglio della Corte costituzionale dove, prima o poi, finirà per approdare. Ne valeva la pena?

Franco Chiarenza
2 luglio 2021

Sempre in cerca di visibilità e convinto che per marcare le distanze da un ingombrante alleato di governo (sia pure transitorio) come Salvini occorra “fare cose di sinistra” su cui la Lega non possa inseguirlo, Letta è andato a toccare una delle cose più sentite dagli italiani, il diritto di lasciare ai figli il proprio patrimonio (che, essendo nella maggioranza dei casi immobiliare, si intreccia con la propensione a investire nella casa). Ancora una volta, come in altri casi, si tratta di una proposta giusta in linea di principio ma sbagliata nei tempi e nei modi in cui viene proposta e che Draghi ha fatto benissimo a troncare sul nascere. Vediamo perché.

Strumento di perequazione economica?

Quando Einaudi ne sosteneva l’opportunità anche da un punto di vista liberale era a questo aspetto che si riferiva. Convinto assertore della meritocrazia e dell’iniziativa privata trovava l’ereditarietà dei grandi patrimoni un ostacolo allo sviluppo e un immobilizzo di risorse finanziarie paragonabile alla “mano morta” agricola dei grandi latifondi. Una adeguata e progressiva imposta di successione poteva rimettere in circolo adeguate risorse e ridurre i proventi da rendite passive che potevano ostacolare il rinnovamento generazionale. In linea di principio quindi, nel più assoluto rispetto dei principi liberali, una tassa di successione ben calibrata non dovrebbe scandalizzare nessuno anche senza trasformarla in una improbabile tassa di scopo (giovani, diciottenni, ecc.).
Bisogna però oggi fare i conti con la complessità finanziaria prodotta dalla globalizzazione che consente ai grandi patrimoni di sfuggire facilmente anche alla normale imposizione fiscale, figurarsi a una imposta patrimoniale! La parte maggiore della riscossione di una tassa di successione ricadrebbe oggi sui piccoli e medi risparmiatori che hanno investito nel mattone o in titoli di Stato (che verosimilmente verrebbero esentati). I costi di accertamento per patrimoni che superano i cinque milioni (dopo la correzione in corsa di una proposta che era partita da una soglia di un milione) sarebbero molto elevati e si verrebbe a creare un contenzioso di lunga durata, come è sempre avvenuto in esperienze precedenti.

Strumento per avvantaggiare i giovani?

E’ la parte più nebulosa della proposta di Letta. Quali giovani, in base a quali criteri, come si controlla l’uso che verrà fatto delle somme assegnate, quanto costeranno le verifiche per evitare scorrettezze fin troppo evidenti; sarà un bis del reddito di cittadinanza, riuscito come misura assistenziale, fallito come incentivo al lavoro? Ricompare ancora una volta dietro questa idea che vuole essere accattivante una concezione ingenua e paternalistica; i giovani come categoria sociale sono soltanto un fatto anagrafico (come diceva Benedetto Croce). Per il resto sono come gli adulti: ci sono quelli intelligenti e laboriosi ed altri che non lo sono, ci sono gli onesti e gli imbroglioni, ci sono quelli che hanno avuto vantaggi di partenza e non li hanno utilizzati e altri che invece fortemente svantaggiati (come tanti immigrati) hanno saputo affermarsi ugualmente. E’ vero che in Italia è urgente riattivare l’ascensore sociale e garantire di più l’uguaglianza dei punti di partenza ma si tratta di una questione molto complessa che non si risolve con misure demagogiche che potrebbero rivelarsi controproducenti se dovessero essere percepite come una minaccia al risparmio privato. Abbiamo sempre rimproverato Salvini per la disinvoltura con cui si esprimeva in materie economicamente sensibili per le ripercussioni che le dichiarazioni di un leader della maggioranza potevano avere sui mercati; e ora ci si mette anche Letta?

Il riequilibrio

Lo stop di Draghi non ha riguardato le comprensibili ragioni della proposta, ma piuttosto il momento e il modo con cui il leader del PD l’ha formulata. Il governo sta studiando un riassetto complessivo di tutto il sistema fiscale per uscire dalle logiche dei tamponi e affrontare il problema in maniera organica, per la prima volta dopo la riforma Vanoni del 1951. Occorre infatti rovesciare l’ottica che è stata utilizzata dal fisco fino ad oggi: non partire dalle necessità della pubblica amministrazione ma piuttosto dalla compatibilità del carico fiscale (complessivamente considerato) con le attività che producono ricchezza (ivi inclusi i servizi). Altrimenti il sistema continuerà ad essere squilibrato tra la tassazione del lavoro dipendente troppo elevata (ma difficile da evadere) e una colossale economia sommersa (o solo parzialmente emersa) di cui non si riesce nemmeno a conoscere la reale estensione. In tale contesto, accanto ad altre misure perequative, una ragionevole tassazione sulle successioni ereditarie che non comprometta gli assett gestionali ben collaudati delle imprese e non incida troppo sulla propensione al risparmio degli italiani che è strettamente legata ai passaggi generazionali, è opportuna anche per ragioni di moralità finanziaria alle quali la tradizione liberale non è mai stata indifferente.
Quanto alla destinazione ai giovani, altre sono le misure che si devono prendere: si chiamano borse di studio, prestiti d’onore garantiti dallo Stato, facilitazioni fiscali per le assunzioni, sistemi scolastici adeguati alle esigenze del mondo produttivo, sostegni familiari da erogare attraverso servizi efficienti (asili nido, aiuti domestici, strutture per anziani). Altro che “tesoretti di 10.000 euro da regalare ai diciottenni per sondare la loro capacità di utilizzarli saggiamente! Troppa grazia, Sant’ Enrico!

Franco Chiarenza
4 giugno 2021

Il disegno di legge che porta il nome del deputato Alessandro Zan, al di là dei fattori emotivi e delle strumentalizzazioni politiche cui si è inevitabilmente prestato, suscita qualche perplessità, non naturalmente per le sue intenzioni che, anzi, volendo tutelare le minoranze e ogni orientamento sessuale, rientrano nella sensibilità di ogni persona civile, ma per gli strumenti repressivi di cui si avvale per il raggiungimento dello scopo che si propone. Ciò che infatti soprattutto colpisce in questo testo è il chiaro intento pedagogico che lo pervade, per la concezione paternalistica dello Stato che presuppone, come se le idee considerate sbagliate possano essere cambiate per legge senza correre il rischio di finire nel precipizio dello stato autoritario “a fin di bene” (come tutti i regimi repressivi pretendono di essere). Bisogna sempre fare attenzione ai mezzi che si utilizzano per raggiungere determinati fini onde evitare che in essi vengano stabiliti principi e precedenti che possono poi essere impiegati per scopi assai diversi; insomma, come dice un noto proverbio, la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Premesso dunque che le finalità che il ddl Zan si propone sono condivisibili ci si chiede se sia davvero necessario fare una nuova legge quando già quelle esistenti (a cominciare dalla Mancino del 1993) tutelano abbondantemente le minoranze etniche, religiose e sessuali, soprattutto se tale disegno di legge contiene norme che sotto diversi profili appaiono di dubbia costituzionalità. La prima obiezione infatti – certamente la più grave – riguarda la libertà di esprimere liberamente le proprie opinioni (per sbagliate che possano sembrare) messa in pericolo dall’ambigua formulazione del concetto giuridico di “incitazione all’odio”; il confine tra libertà di espressione e “incitazione all’odio” è molto sottile e si presta a interpretazioni variabili a seconda dei punti di vista e della diversa sensibilità del magistrato giudicante. Se l’incitazione comporta azioni penalmente rilevanti essa è già prevista dal codice penale come istigazione a delinquere (art.414 cp), in caso contrario il sospetto che si vogliano attraverso l’azione penale conculcare opinioni ritenute lesive di una concezione politicamente corretta appare fondato. In uno stato di diritto che trae la sua legittimità da una cultura liberale sono le azioni che vanno punite (quando danneggiano la libertà o gli interessi di qualcuno), mai le idee, altrimenti si configura un classico esempio di reato d’opinione, di dubbia costituzionalità. Vero è che nel ddl è stato inserito (probabilmente per eludere le obiezioni “garantiste”) un articolo che ribadisce la libertà di opinione (art. 4) ma essa è condizionata al fatto che “tali idee non siano idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori e violenti”. Un articolo che di fatto modifica l’art. 21 della Costituzione perchè mentre è superfluo per quanto riguarda gli atti discriminatori e violenti già puniti dalle leggi esistenti (compresa l’istigazione), subordina per altro verso la libertà di esprimere le proprie idee a una valutazione ex ante della loro pericolosità, introducendo una sorta di censura preventiva. Per di più gli articoli successivi del ddl contraddicono platealmente la prima parte dell’art. 4 dando la netta impressione che con questa legge non si voglia tutelare le minoranze ma costringere tutti a condividere determinate opinioni; il che configura una funzione etica dello Stato che ogni liberale dovrebbe temere anche per le estensioni che potrebbe assumere. Tale impressione è confermata d’altronde dalla sproporzione delle pene previste e dalle modalità che condizionano la loro sospensione vincolate in sostanza all’accertamento che il “colpevole” abbia cambiato idea; tutti elementi che dimostrano l’intenzione pedagogica (non a caso accompagnata da punizioni “esemplari”) tipica di una concezione di etica pubblica del tutto estranea alla tradizione giuridica liberale.
Aggiungo due considerazioni di minore rilievo: la prima riguarda la possibile censura della Corte costituzionale (come avvenne negli Stati Uniti in un caso in parte analogo con una famosa sentenza della Corte Suprema) che avrebbe effetti controproducenti ai fini delle “buone intenzioni” del deputato Zan, la seconda un probabile referendum abrogativo che avrebbe molte probabilità di essere vinto dai partiti che si oppongono a questo ddl spesso per ragioni che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni che ho espresso. Vale la pena correre questo rischio per la soddisfazione di infliggere qualche anno di carcere agli imbecilli che ancora chiamano “froci” gli omosessuali?

Un conto è dunque il contrasto all’omofobia, che va realizzato soprattutto con mezzi e modalità adatti a modificare pregiudizi culturali purtroppo assai diffusi (scuole, associazioni, campagne di informazione), altro mettere in atto strumenti di repressione penale che colpiscono la libertà di non condividere idee che noi riteniamo giuste. Salvini e Meloni, sostenitori del superamento dello stato liberale, a ben vedere dovrebbero approvare le concezioni contenute nel ddl Zan: stabilire il principio che lo Stato decide cosa è bene e cosa è male e punisca di conseguenza chi la pensa diversamente, apre la strada alla trasformazione della nostra democrazia fragilmente liberale in quel modello dichiaratamente illiberale che i loro amici stanno realizzando in alcuni paesi dell’Europa orientale. Basterà conquistare la maggioranza parlamentare e saranno loro a stabilire il confine tra opinioni lecite e proibite, e a definire “incitamento all’odio” ogni idea incompatibile con le loro visioni nazionaliste, sovraniste, plebiscitarie.

L’intolleranza non si combatte imitandone, a parti rovesciate, i metodi. Ma come spiegarlo in un paese come il nostro che da secoli continua a ritenere inconcepibili le diversità di opinioni e considera la politica soltanto come un mezzo per distruggere gli avversari?

Franco Chiarenza
26 aprile 2021

E’ presto per fare un primo credibile bilancio? Forse sì, ma considerati i tempi stretti di una politica che deve fare i conti con tante emergenze si può tentare una prima riflessione soprattutto per capire cosa è cambiato rispetto al governo precedente.

Emerge innanzi tutto una diversa modalità di esercitare la funzione di capo del Governo. Mario Draghi ascolta tutti rispettosamente ma poi decide sulle cose essenziali assumendosene la responsabilità e soprattutto facendo attenzione che le inevitabili discrasie connesse alla natura stessa di un governo tanto composito vengano rapidamente ricomposte. Per ora il metodo ha funzionato abbastanza bene e le insofferenze di una parte della maggioranza (soprattutto Salvini) sono state tenute fuori dalla porta. La prova del nove si avrà quando si conoscerà in dettaglio il Recovery plan da sottoporre a Bruxelles; il presidente ha concentrato il potere reale di scelta in poche mani di tecnici di sua fiducia estromettendone di fatto i partiti, ma in sede parlamentare le tentazioni assistenziali pre-elettorali potrebbero riemergere. Draghi si è mostrato però molto duttile sul condono fiscale, ed è quello probabilmente il terreno su cui sarà possibile negoziare con i partiti ulteriori margini di flessibilità.
Sul contrasto alla pandemia la svolta impressa da Draghi è stata netta: superare le dispute sulle precedenze nella somministrazione dei vaccini e concentrare gli sforzi nelle forniture, entrando anche in polemica con la Commissione dell’UE per come è stata gestita la campagna acquisti. Tanti vaccini da distribuire e somministrare ovunque e comunque coinvolgendo soggetti privati (farmacie, ambulatori, studi dentistici, ecc.) inspiegabilmente rimasti esclusi dai piani precedenti. Anche i rapporti con le Regioni hanno subito una svolta; Draghi ha rivendicato allo Stato ogni potere decisionale che vada oltre l’ordinaria amministrazione.
Sui problemi della giustizia che laceravano il governo Conte la scelta di Marta Cartabia al ministero di via Arenula si è dimostrata appropriata e si va verso una soluzione “europea” che di fatto supera i contrasti sulla prescrizione che agitavano da tempo i rapporti tra PD e Cinque Stelle. Si spera adesso che si possa andare oltre mettendo a fuoco l’indispensabile riforma del CSM che, dopo le rivelazioni di Palamara, ha perso ogni credibilità. Servirebbe di più, soprattutto nella velocizzazione della giustizia civile, ma intanto bisogna partire da una radicale riforma nella composizione del CSM facendo entrare aria fresca nel palazzo dei Marescialli.
Novità importanti vanno registrate nella politica estera la cui direzione, come era prevedibile, è rimasta nelle mani di palazzo Chigi, almeno per le questioni essenziali. Draghi ha imposto una linea fortemente filo-atlantica, facilitato anche dalla svolta impressa da Biden alla politica estera americana. In Europa, in attesa degli esiti elettorali in Germania e in Francia, Draghi ha intanto rafforzato una stretta cooperazione con la Francia in modo da trasformare, almeno in prospettiva, l’asse Parigi – Berlino in un triangolo che comprenda anche Roma. Non è una strada facile per il contenzioso che si è accumulato con la Francia dal respingimento degli immigrati in poi, ma è l’unica che al momento si può percorrere. E che si tratti della giusta direzione lo dimostra il deciso sostegno al nuovo governo libico che Draghi ha voluto condividere con Francia e Germania superando la logica conflittuale che in passato ha contribuito a rendere instabile la situazione politica in Libia; un monito anche per Turchia ed Egitto perchè non contino in futuro sulle divisioni europee. Il duro attacco di Draghi ad Erdogan si muove nel solco di quello sferrato da Biden a Putin: sui diritti umani non si fanno sconti, anche se le convenienze economiche interverranno inevitabilmente a raffreddare i toni.
E, a proposito di immigrati clandestini, qualcuno ha notato come l’opera silenziosa ed efficace della ministra Lamorgese abbia dato risultati migliori delle roboanti declamazioni di Salvini quando dal Viminale brandiva in una mano la spada e nell’altra il rosario?

Tutto bene, dunque?
Le ombre ci sono e se ne vedono le tracce. Cominciando proprio dalle inquietudini di Salvini che disperatamente cerca visibilità in un contesto che non è nelle sue corde. Il leader della Lega deve affrontare due pericoli: quello interno al suo partito dove l’asse Giorgetti – Zaia sembra configurarsi sempre più come un’alternativa moderata, e quello esterno della Meloni, la quale, forte anche della sua posizione di “opposizione costruttiva” che Draghi abilmente incoraggia, mostra ancora una volta capacità tattiche che il suo concorrente di destra non possiede. Del suo disagio è prova evidente il goffo tentativo di creare un comune fronte anti-europeo con i leader di Ungheria e Polonia, destinato a infrangersi con interessi molto divergenti e con il nodo dei rapporti con la Russia di Putin, il cui legame con Salvini non è visto di buon occhio nell’Europa orientale.
Il punto di svolta per capire quanto potrà durare Draghi è rappresentato dalle elezioni amministrative di ottobre, soprattutto a Roma dove la destra gioca la sua carta decisiva. E’ qui che Letta dovrà dimostrare le sue capacità politiche costringendo Zingaretti a presentare la sua candidatura. Soltanto così sarà possibile fare ritirare dalla corsa la sindaca uscente Virginia Raggi e il suo accanito oppositore Carlo Calenda, e avere quindi qualche speranza di vincere al ballottaggio con il candidato della destra.

Franco Chiarenza
12 aprile 2021