Parlare del “Mondo” di Pannunzio – inteso come settimanale – significa parlare del mondo di Pannunzio: dei suoi amici, dei suoi maestri, del suo amato Tocqueville e soprattutto dell’atmosfera culturale che accompagnò l’avventura di un foglio destinato ad imporsi come una delle pubblicazioni più autorevoli del suo tempo. Questo volume curato da Pier Franco Quaglieni – Mario Pannunzio: La civiltà liberale (Golem edizioni, 2020) – rappresenta una lettura molto utile per comprendere tanto il profilo intellettuale di questa importante personalità del giornalismo italiano quanto la natura e le caratteristiche della sua creatura, che fondò nel 1949 e diresse fino alla chiusura. Questa ricostruzione risulta ricca e sfaccettata, anche grazie alla polifonia di voci al suo interno. Nel libro si possono infatti trovare ricordi e testimonianze – molte delle quali legate anche all’attività del “Centro Pannunzio” – ma anche ricostruzioni storiche o memorialistiche, oltre alla riproduzione di numerosi articoli pubblicati nel 1968 in morte del direttore del “Mondo”.
Questi interventi offrono un ritratto molto vivido di un intellettuale atipico, che scriveva poco e preferiva insegnare a scrivere, che leggeva di tutto ma che in vita pubblicò un solo libro: Le passioni di Tocqueville, autore nel quale si rivedeva e da cui traeva costante ispirazione. I contributi affrontano i temi più rilevanti della vita pubblica di Pannunzio e della sua attività di animatore culturale: la sua formazione, nella natia Lucca e poi a Roma; il rapporto con il regime, tra scetticismo, fronda e disimpegno; il ritorno alla democrazia, che lo vide protagonista anche attraverso la direzione di “Risorgimento liberale” e in seguito del “Mondo”; il sodalizio con Ernesto Rossi, venuto meno dopo lo scoppio del caso Piccardi; l’impegno politico, nel partito liberale prima e in quello radicale poi; infine le disillusioni, la fine del giornale, che precedette di appena due anni la morte del suo fondatore.
“Il Mondo” fu un settimanale molto innovativo, caratterizzato dalla notevole qualità grafica e da una cura certosina per i dettagli. L’impareggiabile prestigio dei collaboratori ne fece una tribuna ascoltata e rispettata anche da coloro che non si riconoscevano nel suo punto di vista. Giornale di nicchia, con un tratto di ostentato snobismo, fu anche una palestra per giovani di grande avvenire e costituì un modello che tanti provarono poi ad emulare, nell’ispirazione ideale se non nella formula giornalistica. Col tempo, è nato anche un mito del “Mondo”; un mito anche giustificato, che però come tutti i miti rischia sempre di scadere nell’agiografia o nel cliché.
La polemica sull’eredità morale di Pannunzio, sui suoi veri o presunti successori, sulle annessioni postume più o meno abusive è – in tutta sincerità – di scarsissimo interesse, da qualsiasi parte provenga. Piuttosto, sarebbe necessaria un’analisi su alcune questioni che percorrono tutto il libro e che meriterebbero un’approfondita riflessione: quali erano le concrete prospettive di una sinistra liberale – come quella che Pannunzio intendeva rappresentare – negli anni della guerra fredda? Su quali forze poteva contare? Come doveva strutturarsi il rapporto tra élite intellettuali e politica, nel quadro di una democrazia di massa e di una “repubblica dei partiti” in cui prevaleva la forza degli interessi organizzati? Quali erano le cause profonde della lamentata lontananza del nostro paese dai canoni delle democrazie avanzate e dalle idee più compatibili con le esigenze della vita contemporanea? E a questo proposito: la chiave interpretativa dell’anomalia italiana regge davvero alla prova del tempo?
Al di là di questi interrogativi di natura puramente storica, è impressionante l’attualità di alcune pagine riportate nel libro. Nell’editoriale comparso sull’ultimo numero del “Mondo” – 8 marzo 1966 – si poteva leggere: “Non accade soltanto in Italia, e lo si sa bene; ma in Italia il disinteresse per la cosa pubblica e per i dibattiti morali e culturali trova sempre un terreno di rifugio e di fuga. Il nostro Paese legge meno degli altri Paesi e i mezzi d’informazione sono più che altrove dominati dal conformismo e dall’ossequio. Domina soprattutto, in Italia, la presenza di un potere radicato e penetrante, di un governo segreto, morbido e sacerdotale, che conquista amici ed avversari e tende a snervare ogni iniziativa e ogni resistenza.” Era la famosa Italia alle vongole, spesso descritta da Pannunzio e dai suoi amici con severità e intransigenza: cinica, meschina, cortigiana, facilona, superficiale, servile, trasformista. È in fondo anche l’Italia di oggi, con molti anni in più e qualche speranza in meno. E senza un Pannunzio che la esorti a diventare qualcosa di meglio.

Saro Freni
31 ottobre 2021

L’ultimo libro di Giuseppe Bedeschi (I maestri del liberalismo nell’Italia Repubblicana, Rubbettino, 2021) dimostra che al liberalismo i maestri non sono mancati, né sono mancate le scuole: cioè le correnti di pensiero, spesso in contrasto tra loro. Sono mancati, tragicamente, alunni attenti e volenterosi. E una lezione così importante è stata ascoltata da pochi e messa in pratica da quasi nessuno.
L’autore passa in rassegna quelli che a suo avviso sono stati i principali protagonisti della cultura liberale italiana del periodo, mettendo in luce gli elementi fondamentali del loro pensiero. A comporre questo pantheon sono Croce, Einaudi, Salvemini, Calogero, Antoni, Maranini, Bobbio, Matteucci, Sartori, Romeo. Un capitolo a parte è dedicato alla critica liberale del marxismo; un altro alla tradizione meridionalista. In appendice si può trovare un ritratto di Lucio Colletti, in cui viene ricostruita la sua particolare parabola intellettuale.

Il libro ha alcuni meriti che è opportuno mettere in luce. In primo luogo, viene riscoperta la tradizione del liberalismo nazionale, che in molti casi è stata sottovalutata, misconosciuta e vista come un residuo provinciale, una specie di salotto di nonna Speranza. Bedeschi riesce a restituire la complessità di questo pensiero, nei differenti approcci, senza negare divergenze e contrasti. Non cade, insomma, nella tentazione di ricondurre questi filoni ad una forzata unità con azzardati sincretismi o con spericolati tentativi di riconciliazione a posteriori. Lo stile di scrittura è piano e scorrevole, facilmente comprensibile da tutti.

In medaglioni di poche pagine non si può ovviamente esaurire il pensiero di un autore. Possiamo considerare questo libro come una lettura introduttiva per comprendere una parte importante della cultura filosofica, storica e politica del nostro paese, alla luce dei temi e dei problemi che si è trovata di fronte. Ma anche come punto di partenza per riflessioni ulteriori intorno al liberalismo italiano, con particolare riferimento alle ragioni del suo declino politico.
In altri termini, ci si potrebbe chiedere per quale motivo – per restare soltanto al periodo repubblicano – il liberalismo italiano non sia riuscito a guidare – o comunque a influenzare in modo significativo – i processi di trasformazione del paese. Un esame del genere non potrebbe prescindere da una seria analisi degli errori del suo ceto politico e intellettuale, e spesso delle sue compromissioni e dei suoi cedimenti. La convinzione di aver rappresentato la minoranza illuminata ma inascoltata in un contesto ostile è una gradevole consolazione, ma in molti casi è un facile alibi per nobilitare la propria irrilevanza.

A questo proposito, si potrebbe riflettere su quanti danni abbia provocato – soprattutto negli ultimi decenni – l’uso scriteriato del termine liberalismo per designare fenomeni culturali e politici che del liberalismo erano l’antitesi o la parodia: dal berlusconismo al leghismo. Anche adesso, di fronte a certe comiche mistificazioni, qualche maestro del liberalismo servirebbe ancora. Sono tanti i finti liberali – e i loro cantori di corte – a cui far indossare un bel cappello d’asino.

 

Saro Freni
09 ottobre 2021

Una carrellata di 650 pagine e 350 anni; dai tempi del cardinal Richelieu, definito come padre della moderna idea di stato, a quasi il 2000. Una storia che diventa rapidamente cronaca dei nostri tempi.

Un libro più da studiare che semplicemente da leggere, ricco di considerazioni, analisi e riflessioni e dove sono evidenti le continuità e preoccupazioni dei singoli stati ognuno condizionato in modo inestricabile dalla propria storia, dalla propria geografia e dalla propria “cultura” di fondo che ne hanno forgiato caratteri e comportamenti che si ripetono nei tempi. Sembra quasi che ogni stato sia una persona le cui azioni nel tempo siano quasi prevedibili o comunque non sorprendenti. È interessante quanta importanza viene data alle situazioni e alla potenza oggettiva dei singoli stati che in termini di economia, popolazione e territorio ne condizionano i comportamenti quasi fossero spinti da leggi fisiche.

La politica estera dell’Inghilterra, condizionata dalla preoccupazione di un’Europa dominata da un solo paese nel qual caso essa sarebbe stata una semplice appendice di un impero continentale, è stata di conseguenza quella di uno “splendido isolamento” dal quale uscire solo per mantenere in Europa – Russia compresa – un costante equilibrio intervenendo a sostegno del più debole ogni qualvolta questo equilibrio veniva rotto.

La politica della Francia condizionata invece dalla preoccupazione di una possibile formazione di una potenza ad est del suo territorio e quindi interessata a che nel centro dell’Europa ci fosse una vuoto di potere dove poter anche spostare i suoi confini orientali. Qui, a proposito della Francia, Kissinger riserva non poco spazio e ammirazione per il cardinal Richelieu, “inventore” della “ragion di stato”- poi chiamata “realpolitik” – che, pur di evitare la supremazia in Europa della casa d’Asburgo che con i suoi possedimenti avrebbe circondato la Francia, non esitò, contro la cattolica Austria, ad allearsi con gli stati protestanti e con l’impero ottomano tanto che, come viene riportato, Urbano VIII dirà alla sua morte “se Dio esiste, il cardinal Richelieu dovrà rispondere di molte cose”. Si sottolinea come proprio con Richelieu e poi con la guerra dei trent’anni e il trattato di Westfalia si superò la visione di un mondo che tra papato e impero si rifaceva a principi etici e religiosi per passare a un mondo dominato dalla cinica ragion di stato che giustifica qualunque mezzo sia necessario al fine dell’interesse del proprio paese e per la quale gli stati non debbono fare ciò che è giusto ma ciò che è necessario portando nell’insieme a un equilibrio generale. Fu con la guerra dei trent’anni che a oggettivo beneficio della Francia, nel centro dell’Europa, con i territori germanici che avevano perso un terzo della popolazione, si creò un vuoto di potere costituito da oltre trecento piccoli stati che agivano ognuno con una propria politica estera.

Fu poi Bismark a riempire quel vuoto al centro dell’Europa unificando la Germania nella seconda metà dell’ottocento e facendo in un certo senso rimpiangere, di fronte alle tragedie delle due guerre mondiali, il tempo dei trecento stati indipendenti, deboli e necessariamente innocui. E qui viene alla mente la frase di Andreotti che evidentemente memore della storia, quando Kohl riunificò la Germania Federale con quella dell’est disse “amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due”. Con ciò non volendo addossare le cause delle due guerre alla sola Germania. Bismark riunificò la Germania essenzialmente come ampliamento della Prussia seguendo tra l’altro una politica estera di accordi, alleanze e trattati di assicurazioni e controssicurazioni talmente complicati che un suo successore lo paragonò a un prestigiatore. Alleanze e trattati che, a differenza della strategia inglese, tendevano a mantenere l’equilibrio prevenendo invece che intervenendo successivamente alla sua rottura.

Insieme con Bismark si parla ampiamente di Napoleone III, presentato come persona alquanto pasticciona e che “rese possibile l’unificazione dell’Italia e della Germania che indebolirono geopoliticamente il suo paese e minarono la base storica della prevalente influenza francese in Europa centrale”. Trattando di Bismark e Napoleone III – che si detestavano l’un l’altro – si parla del come e delle diverse ragioni per cui entrambi contribuirono a distruggere il sistema realizzato da Metternich con gli accordi di Vienna

Si parla della politica estera della Russia, paese bifronte, europeo e insieme asiatico, caratterizzata dalla costante ricerca della sicurezza dei propri confini, cercata essenzialmente nella loro continua espansione sia ad est che ad ovest con ampliamento del proprio territorio e il sorgere dei problemi che conseguono all’inglobamento di popoli ed etnie diverse. Una Russia che ha sempre sentito la “missione” della protezione dei popoli slavi con particolare tendenza a inserirsi nei Balcani e a spingersi verso il Mediterraneo attraverso i Dardanelli.

L’immagine che si fa degli Stati Uniti è di un misto e contraddizione di idealismo missionario, manicheismo, latente tendenza all’isolazionismo e al rifiuto del compromesso e del metodo dell’equilibrio delle forze che per secoli sono stati la regola della diplomazia europea. Intervenendo contemporaneamente e quasi ovunque nel mondo dopo la seconda guerra mondiale persegue una politica di “contenimento” del mondo comunista ad evitarne l’espansione e con la “missione” di esportare la democrazia ovunque, anche in paesi dove l’assenza di qualsiasi precedente traccia ne rendeva impossibile “l’importazione”.

L’immagine della Cina è invece quella di un grande paese di trimillenaria civiltà, in fase di forte crescita ma sempre diffidente e reattivo ai tentativi di essere influenzato da parte dell’occidente memore delle umiliazioni delle guerre dell’oppio subite a suo tempo da parte dei paesi occidentali.

A partire dagli albori dell’Europa moderna visti col trattato di Westfalia il libro, necessariamente un po’ “americanocentrico”, si dipana fino a quasi i nostri giorni con minuziosa descrizione della politica estera, dei suoi personaggi e dell’azione delle diplomazia. Si passa per la maldestra crisi di Suez che certificò con l’intervento dell’America la fine delle potenze Inglese e francese, per la guerra di Corea, la tragedia del Vietnam, la lunga guerra fredda, la politica di contenimento del mondo comunista, l’equilibrio dovuto alla paura delle armi nucleari, la crisi di Berlino, le rivolte nei paesi europei satelliti della Russa, il disfacimento dell’impero sovietico e la fine della guerra fredda.

Noi europei, e forse in particolare l’Italia dovremmo renderci conto che se viviamo in pace ormai da 76 anni non è un caso o un miracolo ma il risultato di equilibri di forze e di una diplomazia continua che senza la presenza di queste forze sarebbe stata del tutto inane. Dovremmo renderci conto che queste forze che hanno permesso alla diplomazia di fare il suo lavoro erano forze essenzialmente – o quasi solo – americane. Ora che l’America non è più come un tempo quasi la padrona del mondo, che altre potenze grandi e medie sono sorte anche ai nostri confini europei, che le spinte geopolitiche, a prescindere dai presidenti che ha e avrà, stanno facendo rivolgere l’America (anche) altrove distogliendo la sua attenzione dall’Europa, dovremmo con una certa urgenza capire che non è più tempo di essere imbelli e vivere in una sicurezza garantita da una copertura americana che non durerà per sempre e forse nemmeno per molto.
Pacifici sì ma anche armati. Non denti per azzannare ma muscoli per essere forti e sostenere una diplomazia atta a mantenere ordine e pace: non sembra che ai confini dell’Europa e nel Mediterraneo di pace se ne prospetti molta. E i confini non sono impermeabili.

 

L’arte della diplomazia di Henry Kissinger – Sperling Paperback – pagine 698 – € 19

 

Guido Di Massimo
17 agosto 2021

Viviamo – dice Anne Applebaum – un momento di trasformazione delle nostre società, una fase di transizione che potrebbe condurci ad esiti oggi imprevedibili. In questo saggio da poco disponibile in italiano – Il tramonto della democrazia. Il fallimento della politica e il fascino dell’autoritarismo (Mondadori, 2021) – l’autrice si interroga sui motivi di un fenomeno insidioso: il declino dei valori della società aperta, la perdita di fiducia verso la democrazia liberale. Sarà forse un tramonto lungo, non necessariamente bello da vedere. Potrebbe anche portare (e in alcuni paesi è già stato così) alla cupa notte dell’autoritarismo o della democratura, ma potrebbe anche preludere a una nuova alba, a una reazione contro queste minacce e alla rinascita morale e civile fondata sui principi della libertà politica.
Il saggio contiene numerosi riferimenti autobiografici. Inizia con una festa, un party di capodanno a base di musica e allegria, stufato di manzo e barbabietole arrosto; un ricevimento informale, tra amici, come tanti altri se ne tennero nel mondo in quel 31 dicembre 1999. Era un periodo di entusiasmi, forse eccessivi, e di grande ottimismo, forse immotivato. Gli invitati si consideravano tutti liberali. “Liberali del libero mercato, liberali classici, magari thatcheriani. Anche coloro che in campo economico avevano posizioni meno definite credevano nella democrazia, nello Stato di diritto, nei meccanismi di controlli ed equilibri, e in una Polonia membro della NATO e sulla via di aderire all’Unione Europea, una Polonia parte integrante dell’Europa moderna. Negli anni Novanta era questo che significava essere ‘di destra’.”
Pur nelle ovvie differenze interne, il mondo che potremmo chiamare liberale o liberalconservatore – nel quale si riconosce l’autrice – condivideva alcuni principi basilari. Poi molta acqua è passata sotto i ponti, il mondo è cambiato, e con esso gli orientamenti generali dell’opinione pubblica. Si è diffuso e consolidato un punto di vista critico verso gli ideali liberali, considerati nel loro senso più ampio. E ciò ha prodotto una spaccatura nel mondo conservatore, cioè nel mondo della Applebaum. Due decenni dopo, sembra tutto diverso. “Circa metà degli invitati alla festa non parlerebbe più con l’altra metà. E per motivi politici, non personali. La Polonia è ormai una delle società più polarizzate d’Europa, e abbiamo finito per trovarci sui lati opposti di una profonda linea di divisione, che attraversa non solo quella che era la destra polacca, ma anche la vecchia destra ungherese, la destra spagnola, la destra francese, la destra italiana e, con qualche differenza, anche la destra britannica e la destra americana.”
L’autrice racconta l’evoluzione di questi ultimi anni, che spesso paragona agli anni della Trahison des clercs, di quel tradimento dei chierici raccontato da Julien Benda frutto del compromesso morale e della pavidità intellettuale, ma anche della convenienza, della faziosità, dell’avventurismo di quei cattivi e talvolta pessimi maestri che credevano di possedere delle idee senza capire che ne è erano posseduti. E così molti intellettuali di oggi si sono ridotti a fare i burattini dei dittatori o degli aspiranti dittatori: chi per senso di rivalsa, per rancore o per megalomania, chi per interesse e arrivismo, per appagare l’aspirazione ad essere cooptato nella nuova oligarchia, nella cerchia di quelli che contano. “Se si è convinti di meritare il potere, la motivazione per attaccare l’élite, controllare il sistema giudiziario e manipolare la stampa per soddisfare le proprie ambizioni è forte. Il risentimento, l’invidia e soprattutto la convinzione che il ‘sistema’ sia ingiusto, non solo nei confronti del paese, ma di se stessi, sono sentimenti che svolgono un ruolo importante fra gli stessi ideologi nativisti della destra polacca, tanto che distinguere le loro motivazioni personali da quelle politiche non è facile.” Improvvise – anche se forse covate negli anni – sono fiorite le conversioni, le giravolte, i revirement, anche da parte di personaggi insospettabili. Anne Applebaum racconta la delusione nel constatare che alcune sue vecchie frequentazioni avevano nel frattempo cambiato bandiera, dopo aver ammainato quella del liberalismo.
L’autrice si sofferma anche sulla natura di questo pensiero illiberale, sul suo fascino, sulle ragioni del suo successo: rifiuto della complessità, ostilità verso il dissenso, ricerca di un’armonia priva di fratture e divisioni in una comunità nazionale vissuta come organica, ossessione verso il nemico, interno o esterno che sia. C’è poi la grande suggestione della cospirazione, sempre in voga in questo genere di costruzioni ideologiche. “La presa emotiva di una teoria del complotto è dovuta alla sua semplicità. Essa spiega fenomeni complessi, rende conto del caso e di accidenti, offre al credente la gratificante sensazione di avere un accesso speciale e privilegiato alla verità. Per coloro che divengono i guardiani dello Stato a partito unico, la ripetizione di tali teorie del complotto offre anche un’altra ricompensa: il potere.” Queste teorie – diciamo pure: queste farneticazioni – hanno trovato, a giudizio dell’autrice, un nuovo veicolo nei mutamenti della tecnologia, che hanno cambiato il modo di informarsi e costruirsi un’opinione. Si dice spesso: fake news, ecco il problema. Ma le fake news ci sono sempre state, anche quando ci limitavamo a chiamarle mistificazioni, bugie, disinformazione; in una parola: balle. Ma adesso sembra sparita quella convenzione per cui – all’interno di un universo pluralistico di valori – si convergeva almeno su alcuni elementari dati di realtà. Come spiega molto bene la Applebaum, “i vecchi giornali e le vecchie emittenti creavano la possibilità di un dialogo nazionale unitario. In molte democrazie avanzate, oggi, un dibattito comune non esiste, e tanto meno una narrazione comune. Le persone hanno sempre avuto opinioni diverse. Oggi hanno fatti diversi.”
Anne Applebaum invita all’ottimismo, dice di credere nelle nuove generazioni, soprattutto a quelle che si avvicinano adesso alla politica e all’impegno civile. Descrive una nuova festa, tenutasi vent’anni dopo, e la mente corre a un romanzo di Dumas. Ma qui i protagonisti non sono moschettieri incanutiti e astuti cardinali, bensì i reduci della vecchia festa, gli amici rimasti tali, più i molti altri che vi si sono aggiunti, figli compresi. “Insieme possiamo far sì che parole vecchie e fraintese come liberalismo tornino a significare qualcosa”.
Il libro si conclude con un omaggio e con una speranza. L’omaggio è rivolto a Ignazio Silone, uno dei nostri maggiori scrittori, mente lucida e consapevole, simbolo della cultura terzaforzista, nemico dei totalitarismi di ogni colore. La speranza è che le sue parole possano servire ancora da ammonimento. Gli avversari di oggi, come quelli di allora, sono i fanatici, gli estremisti, gli sfascisti, i mestatori del tanto peggio tanto meglio; ma anche i tiepidi, i rassegnati, gli equilibristi, i cinici, i sostenitori di false equivalenze morali tra la libertà e la sua negazione.

 

Saro Freni
02/08/2021

 

Per un liberale sognare di mettere all’indice un libro è assurdo. Eppure è questa l’insana voglia che mi è venuta leggendo questo libro. Forse perché un contrasto razionale a quello che afferma non è facile. Non ho mai letto un libro più radicalmente e assolutamente materialista di questo.
Me lo consigliò anni fa uno psicologo italo-argentino con il quale ebbi una interessante conversazione, una di quelle conversazioni in treno che rimangono in genere senza seguito. Tra le altre cose si parlò della libertà dell’uomo e lui affermava che non esisteva. Ero d’accordo sul forte condizionamento che ha l’uomo, ma ovviamente non ero d’accordo sulla radicalità della sua posizione, ma prima di lasciarci gli chiesi un libro che parlasse delle sue tesi. Me lo consigliò e lo lessi anni fa; forse non come l’ho riletto ultimamente.
È sconcertante.
L’autore considera che se nel campo della scienza l’evoluzione dai tempi della Grecia è stata enorme al punto che nessuno ora ricorrerebbe alle conoscenze di allora se non per curiosità storica, nel campo della conoscenza umana siamo ancora dove eravamo. Uno scienziato di allora non capirebbe nulla della scienza moderna mentre un filosofo di quei tempi si troverebbe perfettamente a suo agio anche in questi tempi. E la ragione sta nel fatto che nei tempi antichi dietro o dentro ogni cosa, essere o fenomeno si vedeva un dio o un demone o uno spirito che la muoveva o animava, e la scienza cominciò a progredire quando si cominciò a studiarla rinunciando a vedere e cercare nelle cose demoni o dei. Ma questo non è avvenuto per l’uomo: nell’uomo esterno si va ancora in cerca di un uomo interno, di un ego o un super ego o in id che lo muove ed anima. E finché si va a caccia di quest’uomo interno non si approderà mai nulla. Per capire e conoscere l’uomo è necessario considerarne il comportamento in relazione all’ambiente naturale e sociale nel quale si è evoluto e che lo ha quindi formato dotandolo di tutto ciò che ha ed è. Darwin non vale solo per gli organismi ma anche per quello che noi erroneamente chiamiamo mente e che non esiste come entità a sé stante. È l’ambiente che punisce e premia, e quindi educa e forma: la natura punisce chi fa un salto senza guardare prima dove andrà a mettere i piedi, così come punisce chi mette le mani nei rovi spinosi senza cautela.
Finora il comportamento dell’uomo è stato visto come segno e conseguenza dei suoi sentimenti, “il mondo della mente ha rubato la scena, il comportamento non viene studiato come fatto a se stante” e le variabili che lo determinano sono state trascurate. Questo perché è difficile individuare l’influenza dell’ambiente esterno sull’uomo: questa influenza è continua e incessante ma lenta e invisibile. Diciamo che l’uomo è autonomo e indipendente solo perché non sapremmo spiegare altrimenti i suoi comportamenti. L’esistenza di questo tipo di uomo dipende dalla nostra ignoranza, ma egli perde via via il suo status di uomo autonomo e indipendente man mano che si conoscono le cause del suo comportamento. E man mano che la scienza progredisce si ha un trasferimento dei “meriti” e delle “colpe” dall’uomo all’ambiente nel quale si è sviluppato e vive. Scopo dell’analisi scientifica è di capire come la condotta di una persona sia legata alle condizioni sotto cui la specie umana si è evoluta e le condizioni sotto cui si è sviluppata la sua vita individuale.
L’ambiente esterno è stato sempre visto come oggetto di modifica da parte dell’uomo ma non come influente sul suo comportamento. E se il comportamento dell’uomo dipende dall’ambiente esterno, se vogliamo modificare l’uomo dobbiamo modificare l’ambiente nel quale si sviluppa e vive. E a questo punto sorge il problema del chi dovrebbe cambiare l’uomo, del perché e a quale fine. E quindi il problema dei valori. Cosa sono e come nascono? Come dovrebbe essere modificato “l’uomo”? Che dovrebbe però essere modificato non per avere un uomo “buono” ma per avere un uomo che si comporti bene.
E cosa sono i valori? Il bene e il male, e i loro corrispondenti, il giusto e l’ingiusto, il corretto e l’errato, il leale e l’illegale, il peccaminoso e il virtuoso sono così caratterizzati dalle conseguenze della cosa o del fatto; dal se essi nel tempo hanno corroborato (rinforzato) o danneggiato l’uomo.
E chi cerca e combatte per la libertà semplicemente combatte i limiti e i controlli intenzionali della libertà degli uomini, ma l’uomo è sempre controllato da qualcosa che gli è esterno. Eliminare un tipo di controllo significa semplicemente lasciare spazio a un altro.
Sembra che la conclusione di queste tesi sia la morte dell’uomo così come noi lo intendiamo. Dal “conosci te stesso” rivolto al singolo uomo si è passati al conosci l’uomo come specie evoluta dalla notte dei tempi, al conoscerlo senza più misteri, al sezionarlo e trattarlo come i bambini trattano i giocattoli che si muovono per vedere cosa c’è dentro distruggendoli.
La conclusione sembra sia il determinismo assoluto. Ma è un libro da leggere e dal quale c’è molto da imparare e molto su cui riflettere. Anche rifiutandolo e sognando di metterlo all’indice.

Guido Di Massimo
02/03/2021

 

Beyond Freedom & Dignity di B. F. Skinner (Hackett Publishing Company – € 24)

Una buona informazione è fondamentale per una buona democrazia: senza l’una, l’altra non può prosperare. In questo recente volumetto – I diritti dei lettori. Una proposta liberale per l’informazione in catene (Biblion Edizioni, 2020) – Enzo Marzo affronta questo inscindibile legame, riprendendo e aggiornando alcune sue precedenti riflessioni. Leggendo il libro – così come il più vecchio Le voci del padrone. Saggio sul liberalismo applicato alla servitù dei media – si capisce che padroni e catene esistono anche perché molti giornalisti trovano utile mettersi al servizio e farsi incatenare. A giudizio dell’autore, un serio rinnovamento della nostra vita nazionale “non potrà realizzarsi senza una vera resa dei conti, senza una riflessione critica di quanto è avvenuto negli ultimi trent’anni, quando la gran parte della classe dirigente (non solo quella politica) ha immiserito il Paese, ha violato, addirittura irriso, le regole dello Stato di diritto, ha svuotato le istituzioni e ha fatto dilagare corruzione, evasione fiscale, egoismi. Ha inoltre depenalizzato ogni mascalzonata ed eliminato ogni sanzione effettiva, non solo in termini giuridici, ma, ciò che è più grave, nel giudizio morale e politico degli individui.” Enzo Marzo non sposa l’idea di un giornalismo notarile, fintamente neutrale. Pensa piuttosto ad un giornalismo indipendente, animato da forti idealità e da una rigorosa etica professionale. Propone uno statuto dei lettori, che ne metta al centro i legittimi interessi ad un’informazione non manipolata.
Il libro aiuta a ragionare su alcune significative questioni generali che riguardano il rapporto fra il cittadino e il potere. Vi sono infatti numerosi problemi strutturali che ostacolano la nascita di un sistema informativo valido e credibile: la vicinanza con il potere politico e talvolta la vera e propria identificazione di alcuni mezzi d’informazione con interessi di partito o di fazione; il ruolo giocato dal monopolio della Rai e poi dal duopolio tra questa e Mediaset, quella spartizione del mercato televisivo che ha consolidato gli equilibri creatisi negli anni ottanta a dispetto delle regole della concorrenza e del mercato; l’anomalia costituita dal conflitto d’interessi berlusconiano, che ha inquinato per anni la vita pubblica senza mai giungere ad una soluzione accettabile; il lungo e pervasivo condizionamento dei principali gruppi industriali italiani – pubblici e privati – su giornali che si rivolgono a una platea di lettori sempre più striminzita. A questi elementi di fondo bisogna aggiungere i problemi legati al costume civile del nostro Paese, su cui si è sedimentato un antico retaggio di servilismo e cortigianeria, conformismo di massa e ossequio verso quelli che Ernesto Rossi chiamava i padroni del vapore. Su questi tratti del nostro carattere nazionale hanno pesato e pesano anche i limiti delle nostre élite, incapaci di assumere la direzione politica del Paese fungendo da esempio e da guida, e propense invece ad assecondare gli umori peggiori e le facili demagogie mescolando cinico paternalismo, populismo plebiscitario, massimalismi di ogni sorta e astuzie curiali, nel quadro del vecchio e collaudato sovversivismo delle classi dirigenti.
Questi fattori hanno impedito – o comunque reso molto difficile – la nascita di un’opinione pubblica attenta ed esigente. “Se le masse non hanno strumenti corretti e plurimi” – scrive Marzo – “per farsi un’idea appropriata dell’agenda politica, sarà sempre più illusoria la loro trasformazione in ‘società civile’ in grado di svolgere costantemente una verifica e una valutazione dell’operato del governo e delle forze politiche che si candidano alla sua sostituzione.” Non è stato sufficiente il lavoro encomiabile di quei giornalisti che – spesso pagandone grossi prezzi – hanno dato e danno ripetute prove di autonomia e coraggio. E tuttavia le trasformazioni tecnologiche – che consentono oggi la proliferazione di nuove voci attraverso internet – aprono uno scenario molto interessante, che va guardato con grande attenzione. Esiste il rischio della cacofonia, della dispersione, dell’improvvisazione; ma anche una notevole opportunità di arricchimento culturale, fondato sulla più ampia pluralità di idee e punti di vista.
Hegel diceva che la lettura del giornale è la preghiera mattutina dell’uomo moderno. Di questa preghiera oggi molti fanno a meno, rivolgendosi altrove per ottenere notizie e commenti. Fanno bene, se questa scelta nasce dalla considerazione dei limiti dell’informazione tradizionale; fanno male, se pensano di poter trovare di meglio nella cosiddetta informazione televisiva, fatta molto spesso – al netto delle ovvie eccezioni – di urla, liti, risse da comari, slogan, propaganda, sensazionalismo, superficialità, servi sciocchi, conduttori compiacenti e fenomeni da baraccone. È molto più istruttivo – per comprendere il mondo che ci circonda – leggere un libro come quello di Enzo Marzo. Non prenderà il posto della preghiera del mattino, come la lettura del quotidiano; ma potrà costituire un ottimo e laicissimo breviario per sostituire quella della sera.

 

Saro Freni
15 febbraio 2021

Pierluigi Ciocca è un economista troppo noto perchè si debba qui ricordarne i meriti; il suo curriculum all’interno della Banca d’Italia rende sempre le sue tesi credibili e meritevoli di rispetto.
Il libro di cui parliamo è utile per diverse ragioni: la prima è di carattere storico perché l’autore ci ricorda con dati e cifre inoppugnabili le vere ragioni della nostra crisi, al di là dei tanti miti che hanno accompagnato la crescita del nostro Paese (a cominciare da quello del “piccolo è bello”, dimostrando che il piccolo che non cresce rischia di morire precocemente).
Ma la ragione più importante per la quale il “liberale qualunque”, notoriamente incompetente in materia, raccomanda la lettura di questo libro è un’altra: in esso traspare (e non è la prima volta nell’ampia produzione di Ciocca) non soltanto una riabilitazione del ruolo svolto dall’IRI – la grande conglomerata pubblica ereditata dal fascismo che dominò l’economia italiana nel dopoguerra – nella ricostruzione del Paese e nel rilancio della crescita, ma anche l’intenzione di riproporre, in forme e modalità diverse, la necessità di un intervento pubblico coordinato finalizzato alla creazione delle grandi infrastrutture (non solo sul territorio ma anche nelle articolazioni del credito e nella distribuzione delle risorse disponibili) sottraendolo alle spinte elettorali contingenti: pubblico sì ma autonomo nelle scelte, come fu appunto – almeno in parte – il sistema che si andò formando nel dopoguerra (IRI, ENI, EFIM e poi anche ENEL).
Per un liberale come me “innamorato” dell’economia di mercato e delle privatizzazioni, che in passato ha sempre deprecato l’esistenza di questi “mostri” incontrollabili attraverso i quali il potere politico esercitava un innegabile condizionamento clientelare, queste nostalgie suscitano qualche perplessità, ma inducono a riflettere senza pregiudizi.

Lo spazio di una recensione – necessariamente breve – non consente di argomentare le diverse sollecitazioni contenute nel saggio di Ciocca; ma certamente va detto, anche in considerazione della attuale situazione italiana, che l’idea di utilizzare alcune disponibilità patrimoniali dello Stato (per esempio le partecipazioni in IRI e ENEL che non hanno altra funzione al di là degli utili che distribuiscono) e la stessa Cassa depositi e prestiti, per costituire un meccanismo pubblico di sostegno, partecipato anche da capitali privati, garantito nella sua autonomia, in grado di contribuire allo sviluppo industriale del Mezzogiorno, di dare impulso alla ricerca finalizzata all’innovazione (di cui il nostro sistema produttivo ha tanto bisogno), merita di essere seriamente considerata. Se davvero potesse essere realizzato nei termini proposti nel libro un meccanismo di sostegno pubblico coordinato e trasparente potrebbe svolgere un’utilissima funzione per il rilancio dell’economia italiana, oggi soffocata dalle urgenze dettate dall’emergenza o dagli appuntamenti elettorali. Non vedo in ciò nulla che non sia compatibile con le più moderne esperienze di economie di mercato (e anche di quelle antiche, come fu l’IRI ai suoi inizi). Meglio sicuramente degli interventi pubblici di rappezzo, disorganici, costosi, spesso inopportuni perché spinti da proteste sindacali che si prestano ad essere coperture di inefficienze imprenditoriali, impedendo quella necessaria funzione di “distruzione creativa” che per Schumpeter costituisce un momento essenziale della rigenerazione capitalistica (e quindi della sua vitalità). Certo, i fallimenti non devono ricadere sui lavoratori (i quali, in questi casi, vanno tutelati con adeguati e transitori strumenti assistenziali) ma non si deve consentire il ricatto sociale per mantenere in vita realtà produttive incapaci di affrontare il mercato.
Da un punto di vista liberale l’intervento pubblico si giustifica come sostegno alle imprese in crisi soltanto quando per le loro dimensioni, per l’importanza che hanno sull’intera filiera produttiva (come nel caso di Taranto) o per i riflessi di una crisi globale (come sono state quella “classica” del 1929 ma anche le altre che si sono succedute dopo il 2008) le conseguenze di un loro fallimento avrebbero comportato effetti disastrosi per l’intera economia del Paese. E poiché partecipiamo a un mercato comune con gli altri paesi europei spetta naturalmente agli organismi competenti (in particolare alla Commissione dell’Unione Europea) sincerarsi che l’eventuale “aiuto di Stato”, vietato dai trattati, abbia quei caratteri transitori ed emergenziali che lo giustificano.

Una proposta come quella abbozzata nel libro (peraltro come mera ipotesi) non poteva che venire da un economista come Ciocca, sempre controcorrente (o meglio contro alcune correnti), uno che non cerca negli eventi esterni le responsabilità della nostra difficile situazione economica, ma le attribuisce, con cifre e constatazioni difficilmente contestabili, alle nostre classi dirigenti e alle loro scelte; non soltanto alla classe politica ma anche agli imprenditori, ai sindacati, alle variegate e variopinte corporazioni che perpetuano i loro privilegi dai tempi del fascismo. Se è vero che molti nemici rappresentano una ragione d’onore (come hanno sostenuto – pare – condottieri antichi, dittatori moderni e ministri contemporanei) Ciocca sta a posto.
Tutto ciò premesso, il “liberale qualunque” (che nemico di Ciocca non è, anzi ritiene di esserne amico) si chiede: ma con la classe politica che ci ritroviamo (compresa l’opposizione), chi è in grado di garantire che un tale “meccanismo” (come tiene a definirlo Ciocca) non degeneri in qualcosa di molto diverso?

Prima di concludere voglio segnalare, tra le tante cose interessanti di cui parla il libro, due in particolare, su cui non mi soffermo ma che ritengo imperdibili per i lettori: il capitolo che analizza la centralità della Germania e la sua formula dell’economia sociale di mercato, nei suoi pregi e nei suoi (tanti) difetti, e l’altro che analizza le possibili drammatiche conseguenze di una nostra uscita dall’euro. Può darsi che nei dintorni di palazzo Chigi qualcuno si sia spinto fino alla fatica di leggerlo perché di “Italexit” non sento parlare più.

Franco Chiarenza
7 Maggio 2019

 

Pierluigi Ciocca, Tornare alla crescita, Donzelli editore (Roma 2018), pp. 209, euro 19

Il libro è un fascio di luce sul dramma, la confusione, le contraddizioni, incertezze, inconsapevolezze e comportamento dei protagonisti dei dieci giorni che vanno dal 16 luglio 1943 – quando si ebbero i primi contatti per la riunione del Gran Consiglio – al 25 luglio quando la riunione, andando oltre le finalità dei partecipanti, determinò la fine del regime fascista sigillata dall’arresto di Mussolini alle 17.30 dello stesso 25, ordinato dal re “per proteggerlo”.

Già negli ultimi anni del 1942, con le sconfitte in Africa e in Russia, si cominciò a pensare che la guerra sarebbe stata perduta. Poi, il 10 luglio 1943 c’era stato lo sbarco degli alleati in Sicilia e il 19 il bombardamento di Roma, preceduto il 17 da un lancio di manifestini firmati da Roosvelt e Churcill che incitavano gli italiani a scegliere se “morire per Mussolini e Hitler o vivere per l’Italia e la civiltà”. Per salvare l’Italia dalla catastrofe occorreva sganciarsi dalla Germania, esautorare Mussolini, restituire il comando del Paese al re e cercare una pace separata. Fin dal 1942 i militari avevano pensato di porre fine al regime eventualmente anche eliminando Mussolini, ma l’iniziativa era condizionata all’assenso del re che esitava. I rapporti sull’umore della popolazione che il capo della polizia inviava a Mussolini non lasciavano dubbi: “non hanno paura di parlare apertamente contro il regime … dicono che il DUCE non può farsi vedere in pubblico perché la gente lo lincerebbe … dappertutto si sente parlar male del DUCE …”). Era questa la situazione che Emilio Gentile presenta come premessa e sfondo alla riunione del Gran Consiglio.

La riunione del 25 luglio fu originata dalla decisione del regime di indire per il 18, in ogni capoluogo di regione, adunate di incitamento alla resistenza contro l’invasore sbarcato in Sicilia. Avrebbero dovuto parlare i principali esponenti del regime molti dei quali membri del Gran Consiglio. Da parte dei designati ci furono perplessità e resistenze per cui il segretario del partito Scorza indisse una riunione per il 16. Fu l’occasione per un conciliabolo tra gerarchi che si risolse in una richiesta della convocazione del Gran consiglio che poi ebbe inizio il 24.

La mancanza di un verbale della riunione del Gran Consiglio ha comportato la necessità di ricostruire quei giorni in base a diari, memorie, dichiarazioni, articoli, appunti e ricordi dei protagonisti; documentazioni per lo più parziali, postume, ripensate e scritte col senno di poi, inconsapevolmente inesatte o apologetiche o tendenti a giustificare la propria condotta, spesso discordanti. Emilio Gentile definisce “apocrifi d’autore” molti degli scritti dai quali, con una sorta di “calcolo combinatorio”, di accettazione delle concordanze e di eliminazione delle discordanze e di ciò che risultava implausibile, ha potuto ricostruire i dieci giorni che vanno dal 16 al 25 luglio.
Il quadro che si ricava da questo lavoro di cernita ci fa anche conoscere i protagonisti della riunione e le loro precedenti generali posizioni e atteggiamenti di obbedienza assoluta con successiva pretesa di un’indipendenza mai esistita; con qualche eccezione come quella di Bottai che da tempo era critico sull’eccessivo accentramento dei poteri su Mussolini.

L’ arresto di Mussolini fu solo anticipato rispetto a quello già deciso dal re e dai militari per qualche giorno dopo. La riunione del Gran Consiglio semplicemente lo anticipò e dette al re un “motivo legittimo” per agire.

Le tragedie del dopo il 25 luglio sono note. Dal 25 luglio si arrivò presto a quell’otto settembre che Galli della Loggia chiamò “Morte della Patria” e di cui scrisse nell’omonimo libro, e per il quale Silvio Bertoldi descrisse nei suoi libri la pochezza, inettitudine, irresponsabilità – e diremmo anche viltà – da parte di chi aveva la possibilità e il dovere di guidare l’Italia. Solo negli ultimi anni la data dell’otto settembre ha stemperato quel triste alone emotivo che la circondava: è l’effetto della progressiva scomparsa di coloro che quei giorni li vissero o “sentirono”. Ma i meno giovani quella triste data non la dimenticano. Rimane la domanda se quel che avvenne dopo il 25 luglio si poteva evitare, se si poteva uscire dalla guerra in modo dignitoso e meno tragico, se si poteva evitare lo sfascio e la disgregazione dell’esercito, se si poteva evitare Cefalonia, …

E del libro colpiscono le considerazioni e le domande che si pongono e si suggeriscono e sul se Mussolini poteva essere indotto a trattar lui un distacco dalla Germania favorendo una fine meno tragica della guerra.

Ma le cose andarono come andarono. Ormai è tutto storia, una storia amara.

 

Guido Di Massimo
17 Aprile 2019

 

Emilio Gentile, 25 Luglio 1943, Laterza (Roma-Bari 2018), pp.320, euro 18

L’ultima opera letteraria di Ernesto Paolozzi segna un ulteriore momento di allontanamento dell’autore dal liberismo – inteso come concezione liberale dell’economia – attraverso un percorso che lo studioso crociano aveva intrapreso da tempo; non a caso il libro è stato scritto a quattro mani con Luigi Vicinanza, giornalista di formazione comunista poi passato a incarichi prestigiosi nel gruppo editoriale di Repubblica.
Il saggio contiene molte annotazioni di buon senso, alcune denunce condivisibili, ripete preoccupazioni che tutta la cultura liberale (anche nella sua versione social-democratica) analizza da tempo; per andare a parare dove?
La democrazia liberale è sempre stata – sin da quando è divenuta “moderna” con Benjamin Constant – una procedura che regola i conflitti politici attraverso la mediazione di una èlite che elabora i progetti di governo su cui chiede la “fiducia” popolare. La partecipazione si esprime, soprattutto nei paesi di cultura anglosassone, attraverso corpi intermedi diversamente organizzati che, pur non identificandosi mai con l’intero corpo sociale, sono in grado di operare un processo di sintesi che trova nella rappresentanza il suo momento decisionale. Dare alla democrazia altri significati è sempre stato un modo di avvilire e comprimere le procedure che della democrazia sono l’indispensabile motore; quando è in buona fede è un’illusione se non illiberale quanto meno “a-liberale”. Tali procedure sono in crisi? Certamente, perché l’avvento dell’era digitale, a cominciare dai nuovi mezzi di comunicazione, impone cambiamenti profondi, perché la globalizzazione moltiplica i soggetti attivi sui mercati (facendo venir meno le posizioni di rendita dei paesi più sviluppati), perché le nuove tecnologie modificano profondamente il lavoro manifatturiero (e non soltanto); un fenomeno complesso che investe ogni aspetto della vita umana (economia, comunicazione, appartenenze religiose, idee ed ideologie, ambiente, sicurezza) nei cui confronti la politica non è stata ancora in grado di dare risposte convincenti. Anche perché a fenomeni globali non si possono dare risposte parziali.
Da qui nascono e prosperano i nuovi populismi che – come quelli vecchi che li hanno preceduti – suggeriscono soluzioni semplicistiche a problemi complessi (salvo poi non sapere come affrontarli quando giungono al potere). Il loro successo è direttamente proporzionale all’incapacità delle sinistre europee di proporre soluzioni accettabili ai loro stessi elettorati tradizionali, traditi da illusioni troppo a lungo coltivate, e impauriti da cambiamenti che, in quanto ineluttabili, vanno governati e non esorcizzati.

La domanda è: le trasformazioni in atto nel mondo del lavoro sono tali da mettere in pericolo la stessa democrazia, come sembrano suggerire gli autori del saggio? Non ne sono convinto, anche se mentre è certamente condivisibile il traguardo finale (lavorare meno, lavorare tutti) non sono affatto chiare le strade da percorrere per raggiungere l’obiettivo pagando costi sociali sopportabili.
La retorica del “dover essere” non rappresenta mai una soluzione, serve tutt’al più a ricordarci le difficoltà che i sistemi liberal-democratici stanno attraversando nel contenere e indirizzare un’opinione pubblica innervosita e preoccupata, ma non assente. Non esistono scorciatoie: è all’interno della democrazia (liberale) che va cercata la soluzione; ogni altra strada conduce a derive autoritarie che senza risolvere il problema si limiterebbero ad occultarlo.
Le procedure democratiche funzionano anche quando vengono utilizzate per un rovesciamento radicale delle nostre convinzioni culturali e politiche, almeno finchè resta inalterato il patto regolativo che garantisce ogni possibile ricambio. Stiamo vivendo un momento in cui nuovi soggetti politici premiati elettoralmente da sensibilità popolari diverse dalle nostre stanno cercando di sostituire le precedenti classi dirigenti. Non ne condivido né i presupposti culturali né le modalità di governo, e men che meno le prospettive fondamentaliste a cui una parte almeno di essi sembra ispirarsi, ma in ogni caso non si può dire che la democrazia non abbia funzionato.
Essa, intesa come procedura di verifica e di sintesi della volontà popolare, non ha alternative in Occidente; può perfezionarsi, cambiare le classi dirigenti, ma la possibilità che il disagio sociale possa innescare processi autoritari simili a quelli che generarono i regimi totalitari tra le due guerre mondiale mi pare per fortuna remoto.
Prima o poi la maggioranza dei cittadini elettori si renderà conto che la strada da percorrere non è quella che conduce a chiudersi dentro la fortezza in cui molti cercano salvezza dalle proprie paure, all’interno dei propri confini (non soltanto territoriali ma anche culturali e sociali), ma piuttosto la capacità di riprendere quel filo dei rapporti multilaterali che l’Occidente a guida americana aveva faticosamente dipanato dopo la seconda guerra mondiale e che la vittoria di Trump ha spezzato spingendo gli egoismi nazionali a una guerra di tutti contro tutti. Non si possono contrastare gli effetti della globalizzazione più di tanto; ma è possibile immaginare interventi coordinati che senza comprimere i vantaggi dei processi spontanei indotti dalla rete interattiva e intermodale degli scambi (economici, sociali e culturali) riescano a contrastarne gli effetti negativi che essa produce (per esempio – per restare al tema di fondo del libro – sulle distorsioni del mercato del lavoro che producono il dumping sociale).
C’è un passaggio del libro in cui si afferma che della democrazia il mercato globalizzato può fare a meno. Non ne sono affatto convinto: senza il “rule of law”, senza la certezza del diritto, il mercato non funziona e genera mostri incontrollabili destinati a trasformarsi o ad implodere, ed è proprio questo il punto debole della crescita cinese (di cui peraltro parleremo magari in un’altra occasione).

 

Franco Chiarenza
9 marzo 2019

 

Ernesto Paolozzi e Luigi Vicinanza – Diseguali: il lato oscuro del lavoro – Guida editori (Napoli 2018) – pag. 133, euro 12.

Gianmarco Pondrano d’Altavilla, storico e umanista, e Antonio Scala, fisico e ricercatore (ovviamente di formazione scientifica) si sono messi insieme (e già questa è una lodevole eccezione) per analizzare una interessante ricerca che quest’ultimo, insieme a Walter Quattrociocchi, ha condotto in ambito accademico con un campione molto esteso e articolato sugli effetti di polarizzazione indotti dall’uso dei social-network e sulle conseguenze che le cosiddette “echo chambers” – già descritte nel 2001 da Cass Sunstein – possono avere su un corretto funzionamento dei sistemi politici liberal-democratici.
Non riassumo in questa sede le interessanti considerazioni degli autori del saggio (che è stato integralmente pubblicato su Micromega) ma mi limito a suggerire qualche integrazione, ferma restando la mia condivisione con le conclusioni di Pondrano e Scala.

Io credo che vada fatta una netta distinzione tra la realtà presente e i “rimedi” futuri.
Il presente si evolve ormai in termini talmente veloci da avere scavalcato non soltanto i tradizionali passaggi generazionali ma limiti temporali fino a poco tempo fa considerati insuperabili; per tale ragione la dinamica dei cambiamenti sociali e politici influenzati dai nuovi mezzi di comunicazione non può essere affrontata allo stesso modo – soprattutto volendo suggerire qualche rimedio – nel breve e nel lungo periodo.
La “chiave” del futuro infatti, in una visione liberale dell’evoluzione sociale che faccia i conti con le trasformazioni globali del XXI secolo (che riguardano la comunicazione ma non soltanto) sta, a mio avviso, in una parola magica: educazione. Che ovviamente non va intesa nel senso di comportamenti corretti (come viene oggi quasi sempre utilizzata) ma nel suo senso originario e letterale di processi di conoscenza che consentano ad ogni essere umano di comprendere, almeno nei suoi fondamenti, il mondo che lo circonda. Parliamo dunque ovviamente di scuola, aggregazioni sociali spontanee, ricerca di regole etiche condivise fondate sul principio di responsabilità.
La scuola non può continuare a ignorare la nuova realtà di internet; ma non per aggiungere un insegnamento tecnico ai programmi già sovrabbondanti (le nuove generazioni arrivano all’età scolare già conoscendo quanto meno le modalità di utilizzazione dei nuovi mezzi di comunicazione) ma le regole etiche che devono accompagnarne l’impiego fondate sul principio di responsabilità. Responsabilità per ciò che si fa ma anche per ciò che si dice o si scrive. Ogni progetto formativo di qualsiasi genere e grado deve insegnare prima di ogni altra nozione quali sono i principi etici che regolano uno stato di diritto perchè su di essi si fonda la cittadinanza. Un concetto valido da almeno due secoli ma che oggi assume una pregnanza ancora maggiore se si vuole che internet cessi di essere – per le democrazie liberali – un problema e diventi invece un’opportunità. Da una corretta definizione della cittadinanza liberale scaturisce quasi naturalmente la capacità del confronto (la cui mancanza è giustamente rilevata nella ricerca citata), il principio socratico del dubbio e della contestabilità di ogni verità rivelata, fosse anche dalla scienza accademica, purchè lo si faccia adottando un metodo di confronto scientifico fondato su dati e fatti dimostrabili. Alla base del rifiuto pregiudiziale (e spesso infondato) che pervade talvolta (non sempre) l’infinito chiacchiericcio universale dei “social” c’è l’ignoranza e la paura generata dalla consapevolezza di non essere in grado di capire e interpretare le complesse realtà che avvolgono l’umanità in una nebbia di dubbi e di diffidenza per tutto ciò che appare come “istituzionale”. E’ una nuova versione del contadino di una volta, analfabeta e ignorante, che diffidava di ogni ragionamento che proveniva dalle “istituzioni” (padroni, preti, funzionari dello Stato) per il timore di esserne raggirato. E magari si fidava di più del consiglio della fattucchiera o dell’amico – spesso ignoranti come lui – ma sentiti come più vicini al proprio mondo di valori e certezze ereditati dalla tradizione. E come allora il primo rimedio fu la scuola elementare oggi bisogna ripensare l’intero processo formativo fondandolo non sui contenuti ma sui metodi di apprendimento.

Ma si tratta di tempi lunghi e alla fine di quel percorso noi contemporanei (io certamente) saremo morti – come diceva Keynes – o quanto meno avremo già subito gli effetti negativi delle polarizzazioni dogmatiche dilagate nelle contrapposizioni politiche, con buona pace di quella dialettica improntata all’ascolto e al confronto che non dovrebbero mai mancare in una società liberale.
Che fare dunque oggi? La mia risposta (del tutto compatibile con le conclusioni di Pondrano e Scala) è che occorre servirsi con maggiore convinzione di quegli stessi strumenti che oggi favoriscono la polarizzazione. Si dovrebbe disegnare una strategia liberale di contrattacco fondata su gruppi diversificati che operino sistematicamente in rete offrendo puntuali contestazioni alla cultura “fake” cercando di penetrare nelle “tribù” delle certezze pregiudiziali, seminando dubbi da opporre alle certezze (evitando le certezze contrapposte) nella speranza che dal ragionamento germogli la curiosità del confronto e con essa l’affermazione di un metodo dialettico che costituisce la principale eredità delle democrazie liberali del secolo scorso. Vedo con piacere che gli autori del saggio citano Stuart Mill che nel suo celebre saggio “On the liberty” fissò in modo inequivocabile la superiorità del metodo liberale nella politica, nella conoscenza, nei comportamenti quotidiani; alcuni amici che si definiscono liberali affermano che Stuart Mill fu più socialista che liberale per avere egli compreso che la riduzione delle diseguaglianze rappresentava (e costituisce tuttora) una condizione di sopravvivenza per gli stati liberali. Ma se per tale convinzione Stuart Mill va considerato un socialista dichiaro di esserlo anch’io.

Sarebbe utile tuttavia anche mettere mano ai meccanismi procedurali della democrazia parlamentare. Non si può non prendere atto che la disintermediazione politica è irreversibile e che – come appunto dimostra la ricerca diretta da Quattrociocchi – la nascita delle aggregazioni sulla rete interattiva non sostituisce la dialettica “ideologica” dei vecchi partiti ma favorisce invece una contrapposizione tra gruppi monolitici e settari, infrangibile al dialogo e al confronto. In tale contesto le procedure parlamentari tradizionali restano inevitabilmente travolte dalla prevalenza di sentimenti irrazionali ed emotivi che generano tifoserie insensate alimentate da verifiche di popolarità registrate puntualmente giorno per giorno, come dimostra anche l’esperienza recente che stiamo vivendo in Italia. E ogni volta che si propongono soluzioni che almeno in parte potrebbero rilegittimare la funzione fondamentale della rappresentanza si contesta che il problema non si risolve con l”ingegneria istituzionale”. Eppure tante degenerazioni nascono anche dalle forzature istituzionali che – soprattutto nella elaborazione delle leggi elettorali – hanno caratterizzato l’azione di forze politiche poco lungimiranti, di destra e di sinistra. Invece io credo che qualcosa si possa fare.
Parlarne diffusamente significherebbe andare fuori tema; un vizio che mio vecchio professore di italiano nelle medie mi rimproverava sempre. Ma in conclusione mi permetto di suggerire uno studio sulle conseguenze che potrebbero avere varie forme di democrazia deliberativa (ampiamente trattate dalla pubblicistica soprattutto americana) in un contesto che vede la prevalenza di internet su ogni altro strumento di formazione dell’opinione pubblica. Senza cadere nelle utopie della “democrazia diretta” alcuni correttivi al principio del mandato irrevocabile potrebbero probabilmente essere adottati – soprattutto nell’ambito di un sistema elettorale uninominale – senza travolgere i fondamenti della costruzione della democrazia rappresentativa. Forse sarebbe il caso di parlarne evitando arroccamenti tanto insensati quanto quelli di chi si propone di ridurre il parlamento a “un’aula sorda e grigia” chiamata soltanto a ratificare le decisioni dei partiti di governo. Dejà vu.

 

Franco Chiarenza
10 Gennaio 2019