Non è un appello sentimentale per tenere viva l’attenzione nei confronti delle uniche vere vittime della tragedia afghana, le donne, gli uomini e i bambini che da un giorno all’altro sono rimasti ingabbiati in un sistema politico e sociale diverso da quello in cui, tra attentati e difficoltà di ogni genere, erano comunque vissuti negli ultimi vent’anni. Una doccia scozzese che dura peraltro da settant’anni. Quando ci andai negli anni ’70 a Kabul regnava ancora Zahir Shah; il paese si presentava come una confusa aggregazione di tribù pressochè indipendenti ma nelle città principali funzionava un primo abbozzo di stato moderno con scuole, mercati, servizi che progressivamente tendevano a trasformare anche l’Afghanistan in una nazione moderatamente laica (come erano in quegli anni le altre del Medio Oriente).

Pochi anni dopo un colpo di stato portò alla costituzione di una repubblica socialista ispirata e sostenuta dall’Unione Sovietica; durò vent’anni finchè, incalzato dai guerriglieri armati e finanziati dagli Stati Uniti, anche il regime filo-comunista dovette rassegnarsi a soccombere senza essere riuscito a scalfire il potere medioevale delle diverse etnie locali. Al loro posto gli “studenti islamici” – gli ormai famosi talebani – che tutto sono fuorchè studenti nel senso che noi diamo alla parola, istituirono un regime fondamentalista religioso rimasto famoso per i suoi estremismi e il fanatismo dei governanti; i quali peraltro sarebbero stati lasciati in tranquilla pace (anche per la ridotta importanza geopolitica che ormai l’Afghanistan rivestiva) se non avessero commesso un errore gravissimo: ospitare e proteggere le basi del terrorismo islamico che minacciava la sicurezza del mondo occidentale.

Quando con gli attentati del 2001 e la distruzione delle torri gemelle di New York il terrorismo raggiunse il massimo livello sfidando a casa sua il paese simbolo del liberalismo occidentale, il governo americano reagì invadendo l’Afghanistan, eliminando i santuari terroristici e instaurando un sistema politico debolmente democratico; terzo tentativo di modernizzazione di un paese che ostinatamente, soprattutto fuori dalle maggiori città, sembrava rifiutare qualsiasi processo di cambiamento rispetto alle proprie tradizioni feudali. Puntualmente dopo vent’anni gli americani e i loro alleati (tra cui noi) hanno dovuto abbandonare Kabul al suo destino (né, malgrado le polemiche un po’ pretestuose, avrebbero potuto fare altro né in modo diverso, posto che un esercito e una classe dirigente coltivati per vent’anni si sono liquefatti in pochi giorni).

Il problema adesso è un altro: non dimenticare Kabul non significa abbandonare a sé stessi quegli afghani che avevano creduto nella protezione degli occidentali, entro i limiti in cui ciò sarà possibile e sperando che comunque qualche seme abbia attecchito; e soprattutto confidando nelle pressioni che potranno esercitare quei regimi autoritari confinanti (come Russia, Cina, Iran) interessati per ragioni geo-politiche a una trasformazione moderata del regime talebano.

Significa invece non dimenticare la lezione che arriva a noi occidentali dal fallimento dell’ennesimo tentativo di trapiantare i nostri valori in paesi che li rifiutano per ragioni culturali e religiose che a noi sembrano incomprensibili e indifendibili, scordandoci che per alcuni aspetti esse sono assai simili a quelle che vigevano anche in Europa prima che i grandi scismi del cristianesimo e il razionalismo illuministico consentissero la nascita degli stati liberali moderni ispirati al principio laico della separazione tra Chiesa e Stato (e quindi tra fede religiosa e diritti individuali). Senza tali evoluzioni non si sarebbe mai sviluppata l’egemonia occidentale (la quale, oltre che militare ed economica, è stata soprattutto culturale) ma siamo ormai talmente abituati alla velocità dei processi di trasformazione che dimentichiamo come i cambiamenti culturali siano graduali e debbano esserlo se si vuole che siano duraturi.

La questione riguarda soprattutto i paesi musulmani per diverse ragioni: per una resistenza relativamente maggiore di una religione strutturata intorno a un libro sacro che è un vero e proprio codice di comportamento, per la storica contrapposizione con il cristianesimo nel bacino del Mediterraneo (che riguarda essenzialmente noi europei), per il possesso e il controllo delle principali fonti energetiche (soprattutto gas e petrolio) di cui il Medio Oriente e l’Africa settentrionale sono ricchi.

Non vorrei essere frainteso: non dico che il mondo occidentale deve rinunciare ai propri valori adottando una lettura deviante del relativismo culturale, sostengo, al contrario, proprio perchè convinto della loro superiorità morale, che bisogna attendere pazientemente che essi maturino anche nei paesi di cultura islamica attraverso processi graduali come quelli che abbiamo attraversato noi. Certo, oggi ci sono strumenti che consentono accelerazioni fino a ieri non immaginabili, la globalizzazione contribuisce a ridurre gli spazi geopolitici e aumenta le contaminazioni culturali – soprattutto nei più giovani – e tutto ciò permetterà sviluppi più rapidi; internet sarà probabilmente ricordata in futuro per l’importanza che avrà rivestito in tale evoluzione, paragonabile a quella che la stampa ha avuto in Europa nel XVII secolo.

Ma per affondare le radici nelle coscienze e cambiare le tradizioni bisogna attendere passaggi generazionali ineludibili: le stesse diverse “chiese” islamiche comprendono ormai quanto sia inevitabile fare i conti con una concezione non teocratica dello stato, pretendendo però di controllare i processi di cambiamento non soltanto per renderli compatibili con le prescrizioni coraniche ma anche, più prosaicamente, per mantenere un potere di controllo sociale che garantisce privilegi politici ed economici che altrimenti perderebbero (come è avvenuto nel mondo cristiano). L’esempio più evidente è dato dall’Iran modellato da Khomeini come uno stato ibrido al cui interno sono stati mantenuti alcuni limitati spazi dialettici, il che però non ha impedito a un clero onnipresente e invasivo di controllare tutte le articolazioni politiche e sociali di quel paese, bloccando ogni tentativo di liberare le migliori energie che emergevano spontaneamente nelle università e nella società civile dall’opprimente tutela dell’islamismo scita (la più strutturata e potente tra le diverse confessioni musulmane).

Il quadro che ci proviene dal variegato mondo musulmano è quindi complesso e non si presta ad affrettate semplificazioni: prescindendo dall’Iran, si va dal confronto più diretto con le democrazie occidentali (mutuandone le prospettive politiche e culturali) come avviene nel Magreb (e soprattutto nel Marocco), passando attraverso regimi militari autoritari ostili al radicalismo islamico (Egitto, Giordania, Pakistan, ecc.), per finire in realtà ancora diverse come l’Indonesia (che contiene il maggior numero di musulmani pur mantenendo, almeno in linea di principio, un certo pluralismo religioso). Ho l’impressione, da diversi segnali, che per accelerare la transizione sarà decisiva la rivoluzione femminile che lentamente sta maturando anche nei paesi islamici. Lo sanno anche i talebani di ieri e di oggi e ciò spiega l’accanimento sulla subalternità femminile che li ossessiona.

Insomma, non tutto l’Islam somiglia ai talebani e sarebbe bene non fare di tutt’erbe un fascio. A Kabul l’Occidente ha perso una battaglia ma la guerra tra valori liberali e fondamentalismi di ogni colore continua: bisogna imparare ad attendere e nel frattempo aprire le porte, sollecitare il confronto, inchiodare gli estremisti alle loro contraddizioni, nella speranza che i nostri migliori alleati verranno dalle prossime generazioni musulmane.

 

Franco Chiarenza
19 ottobre 2021

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Forum della rivista Paradoxa.

Appena insediato al vertice Enrico Letta si è posto il problema che sin dalla sua fondazione angoscia il partito democratico, quello della sua identità. Un’esigenza che da sempre tormenta gli ambienti che “guardano a sinistra” per i quali alla mancanza di tale identità si deve il declino anche elettorale di tutti i soggetti che nel tempo hanno cercato di raccogliere in qualche modo l’eredità social-comunista del dopoguerra, dimenticando che essa si fondava sull’idea marxiana di un rovesciamento profondo dei rapporti di classe, sia pure adattata alla particolare realtà italiana.

Anche il PD, nato nel 2007 dalla convinzione di Veltroni che tale retaggio potesse fondersi con quello del cattolicesimo sociale (confluito a suo tempo nella DC per motivazioni storiche ormai superate) e costituire un’alternativa di sinistra legittimata a esercitare il potere in un paese oggi saldamente ancorato ai principi democratici e liberali occidentali, non è mai riuscito a liberarsi dal richiamo identitario di alcune minoranze elitarie (“alla Nanni Moretti” per intenderci) che nostalgicamente rimuginavano la mancata trasformazione radicale degli assetti economici e sociali anche a costo di restare inevitabilmente all’opposizione (e anzi forse proprio per questo, per non misurarsi con le inevitabili complicazioni che comporta il governare la variegata composizione sociale del Paese).

Da sempre innamorato dell’America Veltroni sognava una riedizione del “democratic party” nella sua concezione kennediana. L’Italia però non è l’America; la piattaforma democratica americana ormai da alcuni decenni si configura come un’area elettorale molto composita tenuta insieme soprattutto da una comune visione dei diritti umani allargati alle sensibilità delle nuove generazioni: parità di genere, antirazzismo, ambientalismo, sanità, mentre sul piano economico l’assetto capitalistico non viene messo in discussione (non almeno in maniera significativa).

Il bacino elettorale dei democratici italiani per essere vincente avrebbe dovuto allargarsi considerevolmente rispetto alle componenti originarie, andando a raccogliere consensi in quell’ampio centro democratico che, pur nelle sue notevoli differenze, non si riconosce né nel marxismo né nel solidarismo cattolico; e in effetti questo fu il tentativo compiuto da Renzi nel 2014 che, non a caso, portò il partito al massimo dei voti. Ed è per questo che Veltroni lo appoggiò prescindendo dalle sue intemperanze, dalla sua presunzione autoreferenziale, dalle discutibili compagnie di cui si circondava. Ma, come lo stesso Veltroni aveva già sperimentato, la corda del PD è fragile: se viene tirata troppo al centro si spezza a sinistra e viceversa. La rivolta delle “nomenklature” subito dopo la catastrofe del referendum costituzionale, portò infatti all’espulsione di Renzi ma con lui il PD perse anche la sfida di accreditarsi nell’elettorato di centro.

L’identità di sinistra che Letta vorrebbe rilanciare per superare la logica correntizia urta quindi inevitabilmente contro una verità difficile da rimuovere: venuta meno ogni identità velleitariamente “rivoluzionaria” il partito di sinistra, comunque si chiami, resta un movimento riformista che può soltanto lavorare ai fianchi di un sistema economico abbastanza consolidato e accettato. Un problema d’altronde che non riguarda soltanto l’Italia ma tutti i paesi europei dove i partiti socialisti si pongono le stesse domande. Altre sono le nuove radicalità che occupano il panorama politico determinandone le scelte: la globalizzazione, le emergenze sanitarie e ambientali, le loro ricadute sugli assetti sociali, e in qual misura questi cambiamenti possono essere governati senza compromettere i diritti fondamentali su cui l’Occidente ha costruito la sua egemonia morale e culturale, come invece propongono i movimenti populisti di destra prefigurando modelli difensivi sostanzialmente illiberali quando non addirittura autoritari.

La questione dell’alleanza con i Cinque Stelle va quindi inquadrata in un contesto di priorità diverse dalle contrapposizioni di classe ereditate dalla sinistra storica. Malgrado la loro confusione concettuale e organizzativa i “Cinque Stelle” appaiono più moderni dei loro alleati del PD e non a caso dettano l’agenda del confronto politico: lotta alla corruzione, uguaglianza dei diritti, ambientalismo radicale, grande attenzione ai nuovi strumenti di comunicazione. Il PD li insegue arrancando, cercando di fissare paletti in grado di contemperare le nuove sensibilità con quelle tradizionali, non senza qualche ingenuità demagogica come le quote femminili obbligatorie, il voto ai sedicenni, lo “jus soli”, ecc. Ma così facendo Letta rischia di lasciare libera di fluttuare nel vuoto quella parte di elettorato moderato che non condivide gli estremismi della Meloni e le volgarità di Salvini ma non si riconosce nemmeno in un asse PD-5 stelle a trazione Grillo. Un vuoto che disperatamente (ma almeno per ora con poco successo) cercano di riempire Calenda, Renzi, Emma Bonino e i naufraghi del partito di Berlusconi come Toti, Lupi, Carfagna, ecc.

Molto dipenderà ovviamente dalla legge elettorale ma comunque, quale che sia, sarà sempre il centro a fare la differenza, ed è lì che tra un anno si giocherà la partita definitiva.

Franco Chiarenza
24 aprile 2021

Abbiamo intervistato per I Liberali Franco Chiarenza, giornalista ed esperto di comunicazione, fondatore del blog Il Liberale Qualunque. È stato un colloquio molto interessante, in cui sono stati toccati tanti aspetti della sua esperienza politica e professionale ma anche temi di attualità, come la crisi del giornalismo tradizionale e il mutamento delle forme del dibattito pubblico.

Come si presenterebbe Franco Chiarenza ad un lettore del nostro sito, specialmente se giovane?

Intanto mi presenterei come uno che non è più giovane; come una persona che, avendo passato ormai ottantasei anni di vita, si ritiene un buon testimone di ciò che è avvenuto nella seconda metà del secolo passato e nel primo ventennio di questo secolo.

Hai intitolato il tuo libro, che in seguito ha ispirato il blog, Il Liberale Qualunque. Come mai questo nome, che a una prima lettura potrebbe evocare Guglielmo Giannini e l’Uomo Qualunque?

Come ho scritto nella prefazione, il qualunquismo con il mio liberalismo non ha nulla a che fare. L’espressione “liberale qualunque” nasce dal fatto che del liberalismo si parla sempre come di un concetto astratto: una teoria complicata, che alla fine riguarda pochi intellettuali o comunque un numero ristretto di persone con una particolare cultura. Secondo me, al contrario, il liberalismo riguarda tutti. E tutti noi – senza esserne coscienti – siamo o non siamo liberali non tanto in base alla conoscenza delle teorie ma ai comportamenti di tutti i giorni. E il liberale qualunque – che spesso non sa di esserlo – si contrappone a quanti dicono di esserlo e invece dimostrano il contrario.

Oggi ce ne sono molti, a tuo avviso?

Credo proprio di sì. Nel nostro paese, c’è stato un momento in cui tutti si dicevano liberali. Erano cadute le grandi ideologie nelle quali intere generazioni si erano riconosciute. Non crollò solo il muro di Berlino, ma anche l’illusione che si potesse fare a meno dell’economia di mercato. Improvvisamente tutti si sono sentiti orfani di ideologie di riferimento e sono diventati liberali. Ma il liberalismo, pur essendo estremamente elastico e aperto a molteplici interpretazioni, ha alcuni pilastri; alcuni punti che non consentono deroghe.

Che cosa pensa il liberale qualunque Franco Chiarenza delle tante iniziative di (vera o presunta) ispirazione liberale – associazioni, circoli, pagine Facebook – che oggi sembrano proliferare?

C’è un po’ di tutto. Alcuni di questi sono realmente dei liberali; altri non lo sono. Da certi scritti di presunti liberali emergono convinzioni intolleranti, nazionaliste, talvolta addirittura razziste che con il liberalismo non hanno nulla a che vedere. Altri, invece, sono effettivamente liberali: anche se, com’è ovvio, ci sono quelli che interpretano il liberalismo in modo più liberista e quelli che lo interpretano in modo più liberalsocialista. Però, al di là delle singole ispirazioni, ci sono alcune cose sulle quali tutti i liberali non possono non concordare: la tolleranza per le idee degli altri, la preferenza per un tipo di confronto che non deve mai essere sopraffazione. Se non si accettano questi principi, non ci si può dire liberali.

Da dove nascono tutti questi fraintendimenti intorno al termine liberale?

C’è un equivoco di fondo. Molti confondono il liberalismo con il moderatismo. Dicono di essere liberali perché si sentono moderati rispetto a una certa sinistra e a una certa destra, più o meno immaginarie. Si pensa di essere liberali perché si sta al centro. Questo è un modo sbagliato di concepire il liberalismo.

A proposito di tolleranza per le idee degli altri, mi sembra che questa idea sia anche evocata dal logo del Liberale Qualunque, presente anche nella copertina del libro. Sono raffigurate alcune persone sedute attorno a un tavolo. Che cosa vuole rappresentare quel disegno?

Esattamente quello che tu dici: rappresenta l’idea del dialogo. Questa composizione risale agli anni della mia prima gioventù, quando io e un gruppo di altri ragazzi decidemmo di fare un circolo per discutere di politica. Era un tempo – quello degli anni cinquanta – in cui la politica era molto radicata fra i giovani: si usciva da una guerra mondiale, si apriva una stagione di grandi speranze, tutti erano coinvolti nella politica, c’era molta partecipazione. Avevamo costituito questo piccolo gruppo, del tutto dilettantesco; e uno dei componenti, che era un bravissimo disegnatore, concepì il logo. Quando poi anni dopo abbiamo fatto una rivista, che si chiamava “Democrazia liberale”, lo abbiamo riutilizzato. È un disegno a cui sono anche sentimentalmente legato, tanto che poi ho voluto metterlo nella copertina del libro.

Come racconteresti ad un ragazzo di oggi l’esperienza della politica giovanile del tempo?

È un tema – quello della politica universitaria fra gli anni cinquanta e il 1968, quando poi questa esperienza venne meno – di cui si parla pochissimo. Ebbe una grandissima importanza, se si pensa che almeno la metà della classe politica che ha poi diretto il paese sino alla fine del secolo proviene da lì. Si trattava di una palestra politica degli studenti universitari più impegnati: una minoranza degli studenti, che già erano una minoranza della società, visto che allora l’università era molto più ristretta e più selettiva di oggi.

Ad un certo punto hai intrapreso la carriera di giornalista, anche ad alti livelli, sia in radio che nella carta stampata. Hai lavorato in Rai, e alla storia della Rai hai dedicato un libro importante, “Il cavallo morente”. Però non hai mai avuto il mito della televisione pubblica. Oggi si parla spesso – talvolta con accenti nostalgici, soprattutto alla luce del degrado televisivo di oggi – della vecchia tv pedagogica. Che cosa pensi di quel modello? Era una tv conformista, con tratti di paternalismo, oppure era il modo migliore per offrire, nelle condizioni di allora, un prodotto di alta qualità professionale?

Come sempre, la risposta non può mai essere o bianco o nero. Alla metà degli anni cinquanta, la tv in Italia fu una grande novità. E non tutte le forze politiche ne compresero subito le capacità di condizionamento. Le capì la Chiesa, che aveva visto ciò che stava accadendo in America. Ed era facile prevedere che ciò che era successo lì sarebbe accaduto anche da noi: nel giro di pochi anni, la televisione divenne una delle cose più condizionanti del panorama sociale del nostro paese. A cavalcare questo cavallo si trovò la Dc. La Chiesa temeva che ci sarebbe stata una secolarizzazione di un paese tradizionalmente cattolico, legato ad antiche consuetudini, prevalentemente agricolo, quasi del tutto estraneo – salvo che nelle sue élite – ai grandi movimenti culturali laici che avevano influenzato la storia d’Europa.

L’Italia stava cambiando, nel frattempo.

Sì, questo modello di paese si stava sgretolando, per una serie di ragioni di natura sociale ed economica. In tutto questo, la televisione doveva rappresentare, agli occhi della Chiesa, uno strumento di freno: si voleva che il cambiamento in corso avvenisse mantenendo fermi quei principi cattolici che consentivano alla Chiesa di esercitare un notevole potere di condizionamento sulle masse. Naturalmente, c’era anche una coincidenza di interessi con la Dc: nei primi anni, la Rai fu uno strumento politico, sociale, morale nelle sue mani. Quindi – come hai detto giustamente – rappresentava un modello paternalistico: era una televisione nella quale non si poteva pronunciare la parola divorzio, una tv su cui poi si è giustamente molto ironizzato negli anni successivi. Ma la Rai non è stata solo questo.

Ha avuto anche un ruolo educativo…

La televisione è entrata in tutte le case, anche quelle dove non era mai entrata alcuna forma di cultura che non fosse quella della tradizione popolare. Malgrado il suo paternalismo, la tv fu una finestra spalancata sul mondo. E, in questo senso, cambiò profondamente la natura degli italiani, i quali scoprirono una realtà diversa da quella delle tradizioni familiari. Questo ha avuto degli effetti sconvolgenti, perché ha spinto molte persone a far studiare i propri figli. Gli italiani impararono l’italiano. Quindi la tv di quel tempo – pur perseguendo scopi politici non condivisibili per un liberale – ha avuto degli effetti estremamente positivi, al di là delle intenzioni di chi la governava.

Un’informazione libera è fondamentale per una democrazia liberale. In questo momento storico sono in corso numerose trasformazioni: i politici aggirano spesso la mediazione giornalistica rivolgendosi direttamente ai loro seguaci tramite i social network, spesso trattandoli più come fan che come cittadini elettori; i giornali sono in crisi di vendite e non hanno più la centralità di un tempo; l’informazione televisiva è schiava dei talk show a basso costo, che spesso informano in modo superficiale e sensazionalistico. Come interpreti questi fenomeni? Che ruolo potrà giocare il giornalismo in questo nuovo scenario?

È una domanda molto impegnativa. La tua descrizione della realtà è perfetta: la condivido totalmente. Abbiamo tutto un sistema di mezzi di comunicazioni di massa – attraverso cui si veicola l’informazione – che è in crisi, che non ha più il rilievo che aveva un tempo (benché non sia completamente scomparso, come invece preconizzavano alcuni profeti di sventura). Certamente l’arrivo dei social ha rivoluzionato il vecchio panorama e ha costretto gli operatori dell’informazione tradizionale a misurarsi con un’informazione diffusa. Questo è un fenomeno che, di per sé, un liberale deve considerare positivo, perché allarga i confini dello scambio di informazioni. Questo è l’aspetto apprezzabile del fenomeno.

Quali sono, invece, gli aspetti negativi?

L’aspetto negativo è che attraverso questo allargamento passa di tutto. Innanzitutto, passano cose inaccettabili sul piano della volgarità e della maleducazione; ma su questo si potrebbe anche sorvolare, perché si tratta di sfoghi che ci sono sempre stati e che ora trovano uno strumento di amplificazione. Il punto fondamentale è che passano delle informazioni sbagliate e non verificate. Questo è un punto fondamentale per un liberale. I liberali hanno fatto sempre una battaglia in favore della corretta informazione.

Che cosa dobbiamo intendere per corretta informazione?

Esistono delle regole di correttezza che garantiscono chi legge: citare le fonti, mettere sempre a confronto le diverse opinioni e possibilmente distinguere le proprie opinioni dalla descrizione dei fatti. Questo meccanismo aveva avuto un notevole successo, soprattutto nel mondo anglosassone, tanto da dare alla stampa una credibilità e un prestigio tali da controllare il potere politico per conto dell’opinione pubblica. Questa funzione di mediazione è stata travolta dai nuovi mezzi elettronici. Meccanismi di controllo e di garanzia che erano stati studiati e imposti con molta difficoltà ai mediatori dell’epoca – i giornalisti – oggi sono saltati. Il risultato è che passa una valanga di cattiva informazione, nei cui confronti i fruitori sono completamente indifesi, perché non conoscono neanche il modo per verificare le informazioni che ricevono.

Stai delineando un quadro molto fosco. Il giornalista non ha più alcun ruolo, in questa nuova realtà?

Ovviamente non bisogna buttar via il bambino con l’acqua sporca: i social restano un fatto importante e utile ai fini della crescita politica, liberale e democratica, del paese. C’è però il problema di cui parlavo. Non so come si potrà risolvere, ma vedo qualche schiarita. I giornalisti – persa la loro funzione di mediatori esclusivi – ne stanno acquistando un’altra, quando sono bravi: quella di verificare la correttezza dell’informazione. Questo forse può limitare il fenomeno gravissimo delle fake news, che come abbiamo visto arriva ad incidere sui risultati delle elezioni politiche.

Ti riferisci all’elezione di Trump?

Sì. Gli Stati Uniti hanno passato un momento estremamente sgradevole della loro storia. Poi c’è stata una reazione. Il problema delle fake news, che oggi è al centro della discussione in America, dovrebbe diventare centrale anche in Europa. Da questo passa il futuro delle istituzioni liberali, delle istituzioni garantiste: che garantiscono cioè il cittadino affinché non venga imbrogliato.

Sei sbarcato su internet a più di ottant’anni. Che cosa ti ha spinto ad aprire il blog?

Internet è la più grande invenzione della storia della comunicazione dopo l’invenzione della stampa. Condizionerà fortemente il nostro futuro. E quindi ho sentito il bisogno di starci dentro, naturalmente con le forze di cui potevo disporre, che erano ben poche. Però internet ha questo vantaggio: consente a tutti, anche a coloro che non posseggono grandi mezzi, di essere presenti in qualche modo nel dibattito pubblico. Una volta non era così: se non avevi il denaro necessario per fare un giornale o mettere su una televisione, ne eri praticamente escluso, se non per piccole nicchie. Internet dà la possibilità di allargare enormemente le possibilità di espressione e cambierà completamente il modo di comunicare delle prossime generazioni. E l’umanità progredisce o regredisce in funzione della sua capacità di comunicare: esperienze, informazioni, sentimenti, tutto ciò che ogni persona ha dentro di sé. Internet è all’inizio di una lunga storia, che durerà per qualche secolo.

A cura di Saro Freni

Franco Chiarenza, giornalista, già docente di scienza della comunicazione all’Università la Sapienza di Roma e alla Luiss, è autore di uno dei saggi del libro “Praecurrit Fatum – arrivare prima del destino“, a cura di Marcantonio Lucidi e Alessandro Orlandi , La Lepre Edizioni. In questa intervista Franco Chiarenza riassume alcuni dei temi trattati nel suo saggio dal titolo: “Da Roma a Bruxelles, breve storia dell’Europa disunita e del suo unico futuro”.

Non sempre le elezioni sciolgono i nodi della politica; spesso il problema non è se votare o meno ma come farlo, con quale legge elettorale, con quali obiettivi, se privilegiando la governabilità oppure rispettando integralmente la rappresentanza del pluralismo delle opinioni. Nè vale l’obiezione, spesso ripetuta, che si possano trovare soluzioni intermedie che salvino capra e cavoli perchè, nonostante i marchingegni dell’ingegneria costituzionale, si arriva sempre al punto di dovere privilegiare uno dei due corni del dilemma. Le soluzioni contorte provocano talvolta esiti paradossali perchè studiate in base ad aspettative che poi si dimostrano infondate. L’esperienza dimostra che ogni cambiamento della legge elettorale produce variazioni nelle intenzioni di voto, dando luogo a un avvitamento indecoroso al quale sarebbe bene mettere fine attraverso una seria riflessione che coinvolga non solo le principali forze politiche (tese a privilegiare le proprie presunte convenienze elettorali) ma anche l’opinione pubblica la quale da tempo reclama regole che garantiscano la governabilità del Paese una volta per sempre. Occorre in sostanza compiere quel passo che l’assemblea costituente settant’anni fa non volle fare: costituzionalizzare la legge elettorale, almeno nei suoi principi fondamentali.

Per procedere in questa direzione sottraendo il dibattito ai conciliaboli degli specialisti di ingegneria costituzionale sarebbe opportuno innanzi tutto ricordare che le leggi elettorali possono grosso modo dividersi in due sistemi: proporzionale oppure uninominale.
Quelle ispirate al principio proporzionale cercano di rispettare principalmente il criterio della rappresentanza per il quale ogni formazione, anche di modeste dimensioni, abbia accesso in parlamento. Corrisponde a un ideale di democrazia partecipata e dialogante in cui il ricorso alla contrapposizione tra maggioranza e opposizione costituisca un fatto increscioso, anche se talvolta inevitabile. In realtà però i sistemi proporzionali – anche con i possibili correttivi – generano sempre instabilità e quindi non sono mai stati in grado di garantire la governabilità, a meno che l’elettorato non sia fondamentalmente costante e concentrato su pochi partiti alternativi, determinando di fatto una sorta di bipolarismo, come accadeva da noi nella prima repubblica (DC vs/PCI) o in Germania (CDU/CSU vs/ SPD). In quest’ultimo paese, per evitare i rischi della frammentazione e garantire la governabilità sono previste una soglia elettorale del 5% (al di sotto della quale non scatta il diritto di rappresentanza) e la “sfiducia costruttiva” (cioè l’obbligo di costituire una maggioranza alternativa prima di mandare a casa quella esistente). Un altro correttivo per limitare i danni di una eccessiva frammentazione è il cosiddetto “premio di maggioranza”, cioè un certo numero di seggi parlamentari da attribuire alle liste o coalizioni vincenti; che però non impedisce la creazione di alleanze fittizie che si dissolvono subito dopo avere conseguito il “premio”.
Ma al di là della difficile governabilità (resa ancor più complicata dal bicameralismo perfetto esistente in Italia) i sistemi proporzionali, rimettendo ai partiti il potere di formare le liste, privilegiano il legame degli eletti con il partito di appartenenza a scapito del rapporto con il territorio che dovrebbe rappresentare il fulcro di ogni democrazia che sia tale nella sostanza e non soltanto nelle forme. Il che non è questione da poco in un momento in cui la democrazia attraversa una fase di crisi di legittimità per la sua (vera o presunta) incapacità di interpretare il “paese reale”.

L’ unica alternativa che garantisce stabilità e credibilità al parlamento è costituita dai sistemi ispirati al principio uninominale (anche in questo caso con numerose variabili che sono state “inventate” per limitarne alcuni aspetti negativi). Il Paese viene diviso in tanti collegi elettorali quanti sono i seggi in palio ed essi sono attribuiti al candidato che prende più voti (talvolta con l’obbligo di ballottaggio quando nessuno di essi supera una soglia determinata). I sistemi uninominali privilegiano il legame tra il candidato e il territorio, consentono agli elettori di conoscere meglio i loro deputati e di controllarne l’operato, spingono a un tendenziale bipolarismo e quindi a una più sicura governabilità; dove sono stati adottati infatti sono rarissime le crisi di governo tra un’elezione e l’altra. Il principio uninominale è generalmente applicato nei paesi anglosassoni dove può accadere – senza che nessuno ne meni scandalo – che le maggioranze parlamentari non coincidano col numero complessivo dei voti riportati dai partiti (come è spesso avvenuto in Gran Bretagna). D’altronde si tratta di un sistema che conosciamo bene per essere stato adottato nel 2000 anche da noi, con generale soddisfazione, nelle elezioni amministrative. I punti di debolezza sono: il rischio di un voto di scambio (peraltro presente anche in altri sistemi), la prevalenza dell’elettorato periferico (spesso arretrato su posizioni più conservatrici) rispetto a quello urbano (maggiormente sensibile ai processi di trasformazione sociale) ma ciò dipende naturalmente da come vengono disegnati i collegi elettorali.

La domanda che sorge spontanea è: se tutto ciò è vero perchè il sistema proporzionale è sostenuto da quasi tutti i partiti? La risposta è semplice: perchè dà più potere ai partiti, non perchè rappresenta un vantaggio per la governabilità del Paese.

 

Franco Chiarenza

 

Questo articolo è tratto da Paradoxa Forum che lo ha pubblicato l’11 febbraio 2021.
Lo storico e politologo Dino Cofrancesco lo ha commentato dicendosi pienamente d’accordo.

Caro Direttore, la recessione senza precedenti causata dalla pandemia da coronavirus rende indispensabile l’intervento dello Stato, adeguatamente supportato – si auspica- dall’Unione europea.
Uno Stato impegnato a sostegno delle famiglie e delle imprese, con l’obiettivo di scongiurarne gli esiziali esiti.
Questo intervento ha comprensibilmente assunto, fin qui, la forma di una terapia palliativa, prevalentemente fatta di sussidi e sovvenzioni e dettata dall’urgenza di dare sollievo alle sofferenze e di attenuare le ansie più immediate e gravi della popolazione . Ma ha il limite di non incidere in alcun modo sulle cause della crisi recessiva che ci affligge e comporta il rischio di dare avvio nel Paese a un’economia sovvenzionata che perduri oltre l’emergenza in atto e degradi – il caveat viene da uno studioso dell’autorevolezza di Giuseppe De Rita – in un’economia sovvenzionata ad personam.

Anche perciò, credo che lo Stato, debba, nel prosieguo, focalizzare il suo impegno sul rilancio degli investimenti,
pubblici e privati, nella scuola, nella ricerca, nelle infrastrutture, materiali e immateriali – la cui carenza e obsolescenza penalizza il nostro sviluppo – e nelle iniziative imprenditoriali.

Mi soffermo sull’intervento – che viene qui sollecitato e che credo sia lecito attendersi, per il superamento della crisi – dello Stato imprenditore, non solo perché è un tema importante, ma anche perché è culturalmente e politicamente controverso.

Angelo Panebianco, in un fondo sul Corriere della Sera del 15 aprile, ha sostenuto che la tentazione dello statalismo
sarebbe di grave impedimento alla ripresa della nostra economia in recessione mentre io ritengo che una exit strategy di successo dalla crisi non possa prescindere dall’iniziativa imprenditoriale dello Stato.

Da quando, nel 1933, Alberto Beneduce, per rimettere in piedi l’industria e la finanza italiane dissestate dalla Grande depressione della fine degli anni ’20, fondò l’Iri – Istituto per la Ricostruzione Industriale – l’Italia ha un’economia mista, nel senso che l’anzidetta iniziativa pubblica si affianca a quella degli operatori privati.

Le conseguenze della pandemia che stiamo sperimentando sono ancora più gravi di quelle provocate da quella terribile recessione d’antan, ma l’Iri, che per decenni ebbe riconosciute benemerenze nell’ammodernamento
e nello sviluppo del nostro paese, non c’è più.

Il suo smantellamento, negli anni tra il 1993 e il 2000, coincise con la crisi politica che determinò la scomparsa di tutti i partiti storici dell’Italia repubblicana e fu motivato – malgrado le obiezioni sollevate e le lungimiranti soluzioni alternative prospettate da Giuseppe Guarino, allora ministro delle Partecipazioni statali e di recente scomparso – con le indubbie disfunzioni e devianze che l’Istituto aveva manifestato, ma che avrebbero potuto e dovuto essere corrette, senza privare il Paese di uno strumento di politica economica così utile ed efficace.

Questa cupio dissolvi fu attuata con la privatizzazione delle grandi società delle quali l’Istituto deteneva il controllo e che per lo più presidiavano settori chiave dell’economia nazionale. Ma, purtroppo, gli operatori privati ai quali furono cedute, risultarono in molti casi inadeguati a questo passaggio di testimone e andarono in crisi e perciò o cessarono le attività o alienarono le imprese loro cedute a operatori internazionali o ne chiesero e ottennero il ritorno
in mano pubblica.

Al tirar delle somme, oggi il nostro sistema-Paese non dispone più della forza e della capacità strategica che il colosso Iri le conferiva, ha visto ridursi numero e dimensione delle sue maggiori imprese e non ha più il presidio (visto che non vi operano più imprenditori italiani) di settori chiave dell’economia nazionale (ad esempio le Tlc e la siderurgia dei prodotti piani e degli acciai speciali): in breve, ha visto notevolmente ridursi la sua competitività internazionale.

Tuttavia, nonostante questa grave menomazione, l’Italia ha ancora un’economia mista perché agli imprenditori
privati si affiancano imprese (Eni, Enel, Fs, Leonardo, Fincantieri), efficaci e competitive anche a livello internazionale. È la dimostrazione del fatto che lo Stato, se si dota di adeguati presidi manageriali, può e sa fare l’imprenditore.

C’è, inoltre nel Paese, un’elevata e non latente domanda di presenza pubblica nel mondo dell’impresa e cioè, fuor di metafora, c’è una gran voglia di Iri, perché si avverte il bisogno di quella sua funzione di supporto e supplenza all’imprenditoria privata che ne giustificò la nascita e che, nella sua lunga vita l’Istituto seppe assolvere.

L’imprenditoria privata italiana ha grandi valenze positive e meriti indubbi (è diffusa capillarmente su tutto il territorio nazionale, ha fatto dell’Italia la seconda manifattura d’Europa ed esporta in tutto il mondo), ma ha anche limiti tipologici, dimensionali, finanziarie di vocazione (essendo fatta, in larghissima prevalenza, di imprese familiari, di piccole e piccolissime dimensioni, poco capitalizzate e poco orientate a impegnarsi nei settori più innovativi e dinamici dell’economia globale), che postulano le ricordate funzioni (di supporto e supplenza)
dello Stato imprenditore.

Per quanto ho ricordato a proposito della nostra storia industriale, questa figura, non può essere considerata in Italia un misterioso e minaccioso Ircocervo e tuttavia è fuor di dubbio che esistano nei suol confronti forti pregiudizi negativi, di natura sia culturale che politica, che credo vadano ragionevolmente superati.

Anche per evitare che il nostro governo debba rinunciare – in questo, difficilissimo frangente della nostra vita, ma anche in prospettiva – ad avvalersi di questo validissimo strumento di politica economica o sia costretto a utilizzarlo solo dopo averlo mimetizzato, quasi che la sua scelta non avesse valenza strategica e piena legittimazione.

 

Mario Lupo

(Articolo pubblicato il 30 aprile 2020 su Il Sole 24 ore)

Vent’anni fa moriva ad Hammamet in Tunisia, dove si era rifugiato dopo la condanna inflitta dalla magistratura milanese per corruzione e finanziamento illecito del suo partito, il controverso leader socialista Bettino Craxi. L’anniversario è stato l’occasione per riaprire il dibattito sul personaggio che, in ogni caso, è stato un protagonista indiscusso dell’ultimo periodo della prima repubblica.
Prescindendo dalle motivazioni della condanna giudiziaria è necessario riflettere sul suo progetto politico, sulle reali circostanze che hanno determinato la sua caduta, sulle conseguenze della sua scomparsa dalla scena politica. Il mio punto di vista – quello di un liberale qualunque – era già chiaro quando ne scrissi nell’omonimo libro e qui di seguito lo ripropongo, con l’avvertenza di leggere tutto il capitolo relativo alla prima repubblica, necessario per inquadrare la personalità di Craxi nell’ultima grande contrapposizione progettuale e ideologica della nostra storia recente.

Le generazioni future sentiranno spesso il nome di Bettino Craxi nelle rievocazioni della prima repubblica italiana: come un lestofante che ha governato per un breve periodo l’Italia per alcuni, come un geniale statista che ha difeso l’onore dell’Italia, travolto da una congiura di veleni giudiziari che l’hanno costretto all’esilio, per altri. Quali furono i suoi rapporti con i liberali e con il liberalismo?

Per i liberali Craxi ha rappresentato un forte punto di riferimento per alcune importanti ragioni:

  1. Egli ha rappresentato dal 1976 al 1990 la prima vera svolta social-democratica del partito socialista facendolo uscire dalle nebbie filo-comuniste e dalle utopie marxiste; la sua strategia era orientata a un riformismo istituzionale e politico in grado di consentire un avvicendamento al governo tra una sinistra democratica e una destra conservatrice, come avviene di norma negli altri paesi occidentali, costringendo il partito comunista a una trasformazione radicale e definitiva. A questo fine Craxi cercò anche di rinnovare l’immagine del PSI sostenendo esplicitamente i dissidenti dell’Europa dell’est (vittime del comunismo) e quelli dell’America latina (vittime dei regimi autoritari di destra) e avviando alleanze organiche con i socialisti spagnoli e francesi e in particolare con i loro leader Gonzales e Mitterrand. In breve creò un partito socialista in grado di costituire un interlocutore credibile anche per la cultura liberale, come riconobbe nel 1984 Malagodi iniziando il suo discorso al Senato in occasione della presentazione del governo Craxi con un incipit rimasto famoso: “E’ un appuntamento che aspettavo dal 1904” (riferendosi all’anno in cui Giolitti aveva invano invitato i socialisti ad entrare nel governo).
  2. Craxi ha inaugurato uno stile di governo, nei due anni in cui lo diresse, diverso per molti aspetti da quello dei suoi predecessori. Ha scelto come ministri personalità reclutate al di fuori della nomenklatura di partito, come Francesco Forte, Franco Reviglio, Renato Ruggiero, Antonio Ruberti. Il suo linguaggio era chiaro e scandito in modo da farsi comprendere da tutti (eccezione assoluta nella comunicazione politica di quel tempo), sapeva difendere senza farsi condizionare dalle chiassose dimostrazioni di piazza orchestrate dai comunisti le priorità di appartenenza a un’alleanza politica e militare come la NATO (come avvenne per la collocazione dei missili americani Cruise e Pershing in risposta agli SS20 installati dai sovietici) e, per contro, rivendicò con forza il principio della competenza nazionale quando rifiutò agli Stati Uniti la consegna dei terroristi palestinesi responsabili del dirottamento della nave “Achille Lauro”, arrivando fino a un confronto molto serrato con lo stesso presidente Reagan. Aveva anche il gusto della sfida, come dimostrò con la riduzione della scala mobile, contro la quale i comunisti lanciarono una dura campagna che si concluse con un referendum da cui uscirono sconfitti.
  3. La spinta impressa dalla nuova politica socialista ha imposto ai comunisti l’esigenza di fare i conti con la propria storia e con le trasformazioni politiche che stavano determinando il superamento della “guerra fredda”, ormai perduta dall’Unione Sovietica. I comunisti lo odiarono soprattutto per questo, perché sentivano sul collo il fiato di una social-democrazia incombente che minacciava di marginalizzarli, come era avvenuto per altri partiti comunisti occidentali. Come ha scritto giustamente Luciano Pellicani “prima che Craxi irrompesse sulla scena nessun leader socialista o social-democratico aveva osato mettere in discussione il marxismo”; averlo fatto con decisione, senza complessi di inferiorità, è costato al leader socialista la damnatio memoriae cui gli estremisti massimalisti di sinistra lo hanno condannato.

Assai diversa la valutazione su Craxi per ciò che attiene le politiche economiche; il leader socialista sottovalutò (come quasi tutta la dirigenza politica del tempo) la crescita indiscriminata del debito pubblico, l’invadenza soffocante del settore pubblico, l’esigenza di rinnovare la normativa sul lavoro. La sua originaria cultura socialista si era certamente annacquata nella contiguità con le social-democrazie europee, ma si era trasformata in un dirigismo politicizzato e clientelare che si inserisce a pieno titolo nelle carenze culturali della classe politica allora prevalente.

Tuttavia Craxi è stato condannato in via definitiva dopo tre gradi di giudizio per corruzione e finanziamento illegale del partito da lui diretto.

E’ un fatto innegabile, e chi è liberale non può essere favorevole al finanziamento illegale della politica (anche quando la legge che lo riguarda è per molti aspetti assai discutibile) e pertanto esige rigore e trasparenza da chi rappresenta il Paese nelle sedi istituzionali e nei partiti. Ma occorre riconoscere che in tutti i partiti era diffusa l’idea che la spartizione di tangenti per finanziare la politica dovesse essere in qualche modo tollerata; si trattò di un errore non soltanto dal punto di vista della moralità politica ma anche per le conseguenze negative di immagine che al primo incidente non avrebbero tardato ad abbattersi sull’intero sistema politico. Il che si verificò puntualmente subito dopo il crollo del muro di Berlino e la successiva scomparsa dell’impero sovietico, quando, venendo meno l’anti-comunismo militante per cessazione di esistenza del nemico, la moralità politica tornò ad essere al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica.
Craxi non lo capì; Andreotti invece aveva ammonito gli amici che brindavano nel 1989 alla caduta del muro di Berlino: “Attenti a festeggiare, a quel muro eravamo aggrappati tutti”.

Il famoso discorso di Craxi alla Camera del 3 luglio 1992 è passato alla storia per la franchezza con cui il leader socialista ammise le proprie responsabilità. Lo ricorda?

Tutti coloro che lo ascoltarono (me compreso) ebbero la sensazione di uno spartiacque storico, di quelli che segnano la fine di un’epoca e, inevitabilmente, l’inizio di una nuova. Con uno stile asciutto e senza perifrasi Craxi tentò una duplice operazione: la chiamata a correo di tutto il sistema politico che aveva utilizzato per il finanziamento della politica i suoi stessi mezzi (“Non credo che ci sia nessuno in quest’aula che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo”) ma soprattutto la delegittimazione della magistratura che applicava strumentalmente una legislazione che da tempo non corrispondeva più alla situazione reale e alle esigenze del sistema politico (“Un finanziamento irregolare o illegale al sistema politico…….non è e non può essere considerato ed utilizzato da nessuno come un esplosivo per far saltare un sistema, per delegittimare una classe politica, per creare un clima nel quale di certo non possono nascere né le correzioni che si impongono né un’opera di risanamento efficace, ma solo la disgregazione e l’avventura”).
Il tentativo non riuscì; ma Craxi era stato facile profeta nel prevedere che la furbizia dei topi di abbandonare la barca nel momento in cui affondava non avrebbe salvato né la barca né i topi. Peccato che, invece di contestare fino in fondo l’azione sostanzialmente ingiusta (ma non illegale) della magistratura, egli sia fuggito in esilio; accettando le conseguenze delle sentenze di condanna fino alla carcerazione egli avrebbe trasmesso al Paese un messaggio di ben diversa consistenza, costringendo l’opinione pubblica a interrogarsi sulle ragioni più profonde di una vicenda drammatica e senza precedenti.

Perché l’azione dei magistrati fu “sostanzialmente ingiusta”? Essi – si potrebbe obiettare – non fecero che applicare le leggi.

Ma talvolta l’applicazione formale delle leggi può essere sostanzialmente ingiusta: “summum ius, summa iniuria” dicevano i nostri progenitori romani. L’illegalità dei comportamenti politici era talmente diffusa da non consentire alternative; lo spiega bene lo storico Giovanni Orsina quando scrive che “…essendo quella politica un’arena fortemente competitiva, una volta diventati consuetudinari i comportamenti illegali divengono di fatto obbligatori per chiunque desideri prendere parte alla vita pubblica. Rispettare la legge, infatti, significherebbe collocarsi in una posizione di svantaggio irrimediabile…..l’illecito si trasforma in regola, e la trasgressione di quella regola – ossia il comportamento formalmente legale – è sanzionata con l’espulsione dal sistema”. Craxi aveva quindi sostanzialmente ragione nella sua “chiamata a correo” dell’intera classe politica di governo dato che il sistema tollerava un’ipocrisia di massa come quella del finanziamento illegale dei partiti nella connivenza totale di tutti coloro che partecipavano alla partita, nel tacito sottinteso che quelle regole non sarebbero mai state applicate, tanto più che la prassi illegittima che alimentava i costi della politica era stata denunciata inutilmente già dagli anni ’50.
In tale contesto l’unico modo di uscirne era l’approvazione di un’amnistia calibrata e selettiva, accompagnata da una nuova legge sul finanziamento della politica, meno demagogica e più rigorosa nei controlli. Lo proposero politici ragionevoli come Alfredo Biondi e giuristi di sinistra come Giovanni Conso, in quel momento guardasigilli, ma la magistratura milanese scatenò contro questa ipotesi una campagna mediatica senza precedenti, appellandosi al populismo più deteriore, ottenendo da una classe politica spaventata la rapida archiviazione della proposta. Si trattò di una clamorosa ulteriore invasione di campo delle procure in terreni che costituzionalmente sono loro preclusi. Ricorda Sergio Romano: “Non mi piacque che la magistratura esautorasse le istituzioni politiche. Piaccia o no, quando un fenomeno acquista le dimensioni di Tangentopoli, la terapia deve essere principalmente politica, non giudiziaria.”.

Perché il partito post-comunista preferì accelerare il processo di dissoluzione del vecchio sistema politico, piuttosto che ricercare un ragionevole accordo con il partito socialista per la costituzione di un polo democratico di sinistra?

Per rispondere a questa domanda bisogna ricordare il clima di quegli anni. L’odio dei comunisti per i socialisti “craxiani” era alimentato da vari fattori:

  1. Craxi era considerato social-democratico, il che, nella terminologia corrente dei partiti comunisti, significava “traditore della causa” e complice della borghesia capitalista;
  2. Le personalità dei leader che impersonavano i due partiti, Craxi e Berlinguer, non potevano essere più diverse: moderno, spregiudicato, sensibile ai nuovi modelli sociali che l’economia di mercato stava determinando in Occidente, il primo; austero, moralista, pessimista, critico di ogni forma di consumismo, paternalista “illuminato”, il secondo;
  3. Il diverso atteggiamento nei confronti del cattolicesimo: improntato a una difesa molto netta della laicità dello Stato da parte di Craxi (cui si deve anche la revisione del Concordato), caratterizzato invece in ampi settori del vecchio PCI dalla ricerca di possibili intese fondate su una comune diffidenza nei confronti del modello americano e nord-europeo della “società del benessere” (alcuni dei più stretti collaboratori di Berlinguer erano molto vicini al Vaticano, come Antonio Tatò, il quale, non a caso, definì sprezzantemente il leader socialista in una lettera a Berlinguer “un bandito politico”);
  4. L’incessante e pervasiva campagna di ostilità anti-craxiana favorita dai vertici del partito comunista: erano gli anni in cui nei festival dell’Unità si serviva la “trippa alla Bettino”, a dimostrazione della cordialità di rapporti tra le rispettive basi.

Naturalmente non tutto il partito comunista si muoveva in questa direzione; vi erano gruppi consistenti che tentarono di cercare un accordo con Craxi, ma furono travolti dall’intransigenza settaria della maggioranza berlingueriana e dalla speranza che “mani pulite” potesse rappresentare un’occasione da non perdere per la “soluzione finale” (anche perché l’amnistia di pochi anni prima aveva messo definitivamente al sicuro il PCI dall’accusa, ampiamente dimostrata, di ricevere finanziamenti dall’Unione Sovietica). Anni dopo, nel 2000, Giorgio Napolitano, intervistato da Pierluigi Battista, ricordò che la via del dialogo era possibile, e che quando, per intercessione di Craxi, il PCI ottenne di entrare nell’Internazionale Socialista, “non arrivammo mai a riconoscere quanto D’Alema ha riconosciuto a Torino” (molti anni dopo). “Avevano ragione loro” è la tardiva e malinconica ammissione del nostro presidente galantuomo.

Ha nostalgia della prima repubblica?
No. La prima repubblica è responsabile:

  1. di avere creato una costituzione materiale che annullava l’equilibrio tra i poteri dello Stato concentrandone l’essenza decisionale nei partiti (partitocrazia);
  2. di avere consentito la distruzione di parti importanti delle risorse ambientali del Paese;
  3. di avere accentuato la dicotomia nord/sud aumentando la dipendenza assistenziale del Mezzogiorno dal clientelismo;
  4. di avere distrutto l’efficienza della pubblica amministrazione e la scuola pubblica;
  5. di avere accumulato un debito pubblico tra i maggiori dell’Occidente, un macigno che non soltanto è ricaduto sulle successive generazioni ma che rischia di perpetuarsi a lungo;
  6. di avere consentito alla magistratura di costruirsi un ruolo di “tutoraggio” sulle legittime istituzioni democratiche, incompatibile con una visione liberale dello Stato.

Credo che possa bastare. Qualche volgarità in meno rispetto alle sguaiataggini della seconda non basta ad assolvere le responsabilità politiche della prima repubblica.

 

Franco Chiarenza

Da che mondo è mondo le regole servono per proteggere i più deboli dalla prepotenza di chi potrebbe farne a meno. E’ così che nascono gli stati di diritto sin dall’antica repubblica romana e ancora oggi sono le regole che tutelano i cittadini, tornati ad essere nei paesi democratici la fonte primaria del potere politico, dalle fragilità che possono condizionarne i comportamenti. La libertà di espressione, sacra per i liberali e fondamento del moderno costituzionalismo, va non soltanto enunciata ma anche protetta da chi, magari in suo nome, la distorce per utilizzarla contro la verità dei fatti e spesso anche a danno della dignità delle persone. Un problema che si è posto sin dalle origini degli stati moderni, quando con la stampa il mondo è entrato nell’era della comunicazione di massa dovendosi difendere da due nemici: da chi la voleva utilizzare per gettare discredito sugli avversari in base a false informazioni, ma anche da chi attraverso l’esercizio del potere voleva subordinarla a interessi privati, giustificandone l’intervento come una necessaria tutela del bene pubblico. Se non si vuole gettare il bambino insieme all’acqua sporca (eliminando la libertà di espressione) i possibili rimedi vanno trovati in regole condivise che ne limitino gli abusi mantenendone intatta la funzione di controllo sul potere, da chiunque esercitato. Ma essere “watch dog”, un cane da guardia che non si fa intimidire dai poteri forti, è una cosa (anzi una condizione necessaria per le democrazie liberali), trasformarsi in un cane idrofobo che azzanna indiscriminatamente seminando odio e contrapposizioni irragionevoli è ben altro; ed è quanto sta avvenendo con i social-network diffusi in rete.
La libertà di espressione è sacra per i liberali, ma in nessun caso essa può tradursi in una informazione priva di regole, consentendo di trasformare l’informazione in disinformazione; tanto che in passato, quando essa era gestita quasi esclusivamente dai giornalisti, laddove non arrivavano le leggi che puniscono la diffamazione, l’oltraggio, le false comunicazioni, giungevano i codici deontologici che impegnavano a comportamenti corretti (il primo di essi compilato negli Stati Uniti è del 1926). Al di là delle tante inevitabili complicazioni, si consolidava quindi per qualsiasi mezzo di informazione il principio di responsabilità personale per ciò che si scrive e si pubblica; non a caso i direttori dei giornali (e telegiornali) sono definiti “responsabili”.
Oggi, nel momento in cui gran parte delle informazioni circolanti si serve dei “socialnetwork”, e tutti, in qualche modo, possono fare informazione, possiamo dire che il principio di responsabilità venga rispettato? Evidentemente no, ma ogni volta che si accenna alla necessità di imporre regole di identificazione che facciano capo ai gestori dei “social” insorgono i difensori della “libertà della rete” parificando la responsabilità alla censura. Un’affermazione falsa e non convincente, a meno che per tale non si intenda la libertà di diffamazione, di diffondere false informazioni, di ingiuriare senza limiti di decenza, di violare la riservatezza personale, di commettere in sostanza reati che, non perchè attuati in rete, sono meno dannosi. Falsificare la realtà per dare sfogo a livori e frustrazioni personali non costituisce una novità: lettere anonime, pubblicazioni clandestine, pettegolezzi senza fondamento hanno sempre accompagnato l’esistenza degli uomini, ma in passato non si disponeva di strumenti così invasivi come quelli oggi consentiti dalle nuove tecnologie. Da quando poi si è constatato, con il venir meno delle grandi contrapposizioni ideologiche, che la disinformazione costituisce un efficace strumento di condizionamento elettorale, la politica se ne è impadronita, utilizzandola anche in modo volgare. E poiché in effetti il voto ha ormai perso il suo carattere di scelta programmatica per diventare soltanto un modo di esprimere il proprio malcontento, si capisce perchè le competizioni elettorali siano divenute una gara per catturare un consenso “negativo”, non per un progetto a lunga scadenza (salvo le solite generiche banalità) ma contro qualcuno o qualcosa. Avviando tuttavia questo meccanismo di reciproca continua delegittimazione (personale oltre che politica) si finisce per restare incastrati in un “effetto boomerang” che impedisce qualsiasi seria attività di governo (i Cinque Stelle ne sanno qualcosa).

Per uscire da questa situazione bisogna tornare a regole condivise e alla volontà politica trasversale di farle rispettare. Non entro in dettagli tecnici che richiederebbero altri approfondimenti. Ma ciò che si può fare intanto è stabilire per legge (possibilmente a livello europeo) il principio di responsabilità per chi comunica sui social-network. Può essere facilmente aggirata? Può darsi ma almeno stabilisce un principio e complica la vita ai fabbricanti di fake news. Occorre, utilizzando gli stessi strumenti interattivi, fare capire con chiarezza quali sono i limiti di liceità del loro utilizzo e le ragioni per le quali essi sono necessari a tutela della libertà individuale di ciascuno di noi. Contrastiamo i “fake makers” utilizzando i loro stessi strumenti, convincendo tutti che i reati commessi in rete sono gravissimi, possono uccidere a distanza senza che si sappia da chi e perchè; potrebbe capitare a tutti. Conviene a tutti quindi stabilire delle regole e farle rispettare senza abbandonarsi, ancora una volta, all’arbitrio dei “signori della rete”.

 

Franco Chiarenza
Articolo pubblicato il 9 dicembre sulla rivista Paradoxa.

Le nostre generazioni, quella dell’immediato dopoguerra e quelle immediatamente successive che sia pure in modi talvolta antagonisti hanno avuto in comune radici culturali riconoscibili e mezzi di comunicazione nuovi ma comunque in continuità con quelli precedenti, si interrogano sul futuro che attende chi verrà dopo di noi. Una domanda legittima che i vecchi si sono sempre posti (quasi sempre, per fortuna, sbagliando le loro previsioni) e che comunque in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando assume una rilevanza particolare. Anche perché quando qualcosa scricchiola di una costruzione che faticosamente abbiamo eretto mantenendola in un delicato equilibrio che ha resistito alle contestazioni e alle spinte che da ogni parte l’insidiavano, ci domandiamo se e dove abbiamo sbagliato. Perché le possibilità sono due: che i tentativi di rovesciare il tavolo non siano ancora riusciti soltanto per mancanza di alternative immediatamente percorribili, oppure che i sistemi liberal-democratici multilaterali hanno dimostrato, anche a fronte di evidenti difficoltà, una propria intrinseca capacità di resistenza. Il che fa una notevole differenza perché nel primo caso ci troveremo prima o poi davanti alla riproposizione di paradigmi alternativi come quelli che già in passato si sono manifestati, a partire dal marxismo-leninismo fino alle diverse forme di fascismo (e, in effetti, se ne potrebbero trovare tracce, ancorchè non ben definite, tra i neo-fascismi sovranisti, ma forse anche in talune frange fondamentaliste verdi e nei risorgenti integralismi religiosi di ogni latitudine). Mentre se la democrazia liberale è ancora vitale e senza alternative, anche di lungo periodo, si tratta “soltanto” di correggere la rotta dove si sono verificate insufficienze e così riprendere il cammino dove l’abbiamo interrotto.

Si iscrive con convinzione al partito degli ottimisti, di coloro cioè che credono in un futuro in linea di sostanziale continuità con le nostre convinzioni etiche e politiche, un leader della sinistra cattolica come Enrico Letta, il quale, tra l’altro, anche sulla base di una constatazione che tutti supponevamo ma che lui ha sperimentato sul campo nel suo “esilio” parigino, sostiene che la deriva generazionale dai nostri principi e valori (e conseguenti prassi incompatibili con una democrazia avanzata) riguarda il nostro Paese più di altri comparabili in Europa. Non vi è dubbio: da noi si legge di meno, si studia poco e male, la frequenza agli spettacoli è quasi tutta concentrata sui livelli meno impegnativi, la discussione pubblica è povera e limitata a poco più di slogan (trovando in “twitter” lo strumento ideale); i confronti con la Francia e i paesi del nord sono impietosi (e temo anche con la Spagna). La ricetta di Letta è dunque chiara: abbiamo un deficit di classe dirigente adeguata alla complessità delle società contemporanee e quindi da lì bisogna partire, formando una nuova èlite non derivante da privilegi di classe e riattivando quell’ ascensore sociale basato sul merito che, seppure è mai esistito, è comunque da tempo bloccato dalle chiusure corporative. E di questo infatti l’ex presidente del consiglio si sta occupando con sano ottimismo cercando attraverso scuole di formazione politica di qualità di riattivare il circuito della trasmissione delle competenze e quindi anche un costruttivo dialogo tra le generazioni. Una strada che condivido se percorsa – come Letta mi pare faccia – senza la presunzione di imporre modelli che per noi sono stati imprescindibili ma che dovrebbero essere sottoposti a una verifica aperta e priva di pregiudiziali.

Ridurre tuttavia il problema a un deficit di competenza (seppure politica) mi pare insoddisfacente. Dobbiamo forse ammettere che i nuovi mezzi di comunicazione hanno lacerato in profondità un tessuto su cui erano disegnate le nostre idee politiche con tutte le loro diversità dialettiche. Come ha osservato lucidamente Gianfranco Pasquino sembra che, forse per la prima volta nella storia (almeno recente), si sia spezzato il dialogo intergenerazionale all’interno delle famiglie, luogo deputato alla trasmissione della memoria e di valori condivisi, non tanto per una volontà antagonistica ma perché i “social” hanno modificato più che i contenuti il linguaggio stesso, la semantica che ha caratterizzato le generazioni precedenti, producendo una incomunicabilità che va oltre le intenzioni dei soggetti coinvolti. Se questo è vero (e temo lo sia) il problema consiste nel riattivare i processi di scambio comunicativo che si stanno esaurendo; uno sforzo che non può limitarsi al discorso sostanzialmente elitario di Letta (formazione delle classi dirigenti) ma dovrebbe coinvolgere la scuola, i mezzi di comunicazione di massa ancora in grado di penetrare e superare le barriere generazionali, l’associazionismo nelle sue diverse articolazioni.
Il nuovo linguaggio utilizzato dai giovani tende alla semplificazione venendo così incontro alla naturale pigrizia di ogni essere umano; perché cos’altro è la pigrizia se non la ricerca del minimo sforzo per ottenere i medesimi risultati? Ma il fatto è che se la “pigrizia” diventa anche intellettuale, si allarga alle funzioni mnemoniche ed elaborative del cervello, i risultati non sono affatto gli stessi. Lo sforzo di apprendimento costituisce un’indispensabile ginnastica mentale in assenza della quale il pensiero si affievolisce nei facili luoghi comuni fino forse a scomparire del tutto, assorbito interamente dal divertimento spensierato. Il problema riguarda tutti ma si innesta in Italia in un contesto che sconta un’arretratezza plurisecolare; già cinquant’anni fa Tullio De Mauro rilevava che più della metà della popolazione non era in grado di comprendere il significato di una proposizione che non fosse elementare. Il che spiega anche perché in un paese di 60 milioni di abitanti si vendessero (prima che arrivassero la televisione e internet) soltanto cinque milioni di copie di giornali, e la televisione al suo arrivo negli anni ’50 abbia avuto una penetrazione massiccia e fulminante con una capacità di condizionamento (anche politico) senza uguali in Europa.
La conseguenza più grave di questo stato di cose è l’incapacità di comprendere fenomeni complessi, di porre in ordine logico i concetti, di esprimere quella “consecutio”, su cui già Giovanni Sartori aveva messo in guardia quando ha trattato la metamorfosi culturale prodotta dalla televisione (che, peraltro, era ben minore di quella che sta creando internet).

Naturalmente non possiamo pretendere che tutti abbiano il tempo, la voglia, le capacità di comprendere a fondo gli aspetti più complessi della vita sociale, non più comprimibili in ambiti ristretti (famiglia, lavoro, comunità, ma anche nazione); la formazione di classi dirigenti credibili in grado di riattivare un processo fiduciario che si è interrotto è perciò ineliminabile (e in tal senso Letta ha ragione). Il vero pericolo è che i nuovi modi di comunicare, alimentando l’illusione autoreferenziale della democrazia diretta, possano in realtà determinare nuove diseguaglianze, più culturali che economiche, producendo èlites invisibili e incontrollabili in grado di gestire con tutti gli strumenti di manipolazione che le nuove tecnologie continuamente elaborano le relazioni tra le masse popolari e l’esercizio del potere, anche servendosi della mediazione di leader populisti spregiudicati. Mi spiego meglio.
Il populismo non nasce oggi, c’è sempre stato ed è in qualche misura connaturato alle moderne democrazie; è ben noto che l’applicazione del suffragio universale a società complesse è possibile soltanto mediante i partiti politici che nascono appunto come “interpreti” di interessi e sentimenti (specifici o diffusi, secondo i casi) che non avrebbero altrimenti la forza e la capacità di esprimersi. Finché il rapporto fiduciario si mantiene i partiti possono compiere la loro opera di mediazione (o di contrapposizione) in maniera funzionale; se poi si riconoscono tutti in alcuni valori fondanti della comunità la loro alternanza al potere non comporta pericoli per la stabilità democratica, come dimostra l’esperienza delle democrazie anglosassoni (e dei modelli ad esse ispirati). Il problema sorge quando il rapporto di fiducia, per le ragioni più diverse che non starò qui a ricordare, viene meno; ci troviamo in tal caso di fronte a una crisi di sistema (e non di semplice ricambio) che può sfociare nelle derive più irrazionali. Se poi contestualmente si verifica una rivoluzione dei modi di comunicare determinata dalla diffusione di strumenti tecnologicamente avanzati disponibili per tutta la popolazione, la questione si complica ulteriormente: la sfiducia trova uno sbocco autoreferenziale da cui deriva la pretesa che ogni intermediazione sia non soltanto inutile ma anche dannosa. E’ su questa base che Grillo ha fondato un movimento qualunquista di massa.
Nulla di male se la democrazia diretta esercitata attraverso una piattaforma internet fosse davvero possibile (riproducendo con modalità aggiornate il mito dell’agorà ateniese); ma così non è, non perchè necessariamente esso costituisca l’anticamera di regimi autoritari plebiscitari (anche se l’esperienza del passato ci dice che è ben possibile) ma perchè in realtà genera nuovi sistemi di intermediazione incontrollabili e pericolosi. C’è il rischio concreto (forse già visibile nel portale Rousseau, significativo già nella denominazione) che un’èlite che si rinnova per cooptazione possa esercitare un potere fondato sull’ignoranza sostanziale di masse presuntuose (nel senso letterale della parola) o quanto meno indifferenti.

Noto alcuni sintomi preoccupanti (al di là di vicende elettorali che hanno carattere transeunte, ma non per questo perdono la loro importanza segnaletica): uno di essi è la perdita progressiva della memoria storica che non avviene soltanto per l’incuria scolastica (che semmai è la conseguenza non la causa del fenomeno) ma per una radicata indifferenza per tutto ciò che è stato “prima”, da cui poi deriva una incapacità di previsione per il futuro. L’ignoranza della storia determina in molti giovani una desertificazione culturale che si traduce, per esempio, anche nel loro modo di viaggiare; girano il mondo ma non lo “vedono”, perché i centri commerciali e le discoteche sono uguali dappertutto.
Ma anche qui attenzione: vedo anche giovani impegnati nelle letture storiche degli ambienti che visitano, nella frequentazione di musei e concerti di musica classica, interlocutori certi di un passaggio generazionale che non si spegne. Saranno loro le nuove èlites, di fatto ancor più esclusive di quelle che il finto populismo ha abbattuto, in quanto possessori esclusivi delle conoscenze, come gli antichi sacerdoti di alcune società del passato ? Se così fosse ci troveremmo di fronte a un processo di ricambio della classe dirigente diverso soltanto per gli strumenti di selezione che utilizza; resta da capire se compatibile con le convinzioni etico-politiche di base che abbiamo elaborato dall’illuminismo in poi o invece intenzionate a costituire una classe sacerdotale in grado di gestire un sostanziale monopolio delle conoscenze. Con effetti devastanti sulla diseguaglianza culturale, che, francamente, mi pare più grave di quella economica e sociale.

Per concludere: le èlites, variamente denominate (classi dirigenti, ceto politico, ecc.) sono sempre esistite e sempre ci saranno; in una democrazia liberale per durare a lungo e lasciar traccia del loro passaggio devono essere in grado di interpretare correttamente i sentimenti popolari, soprattutto nei momenti di difficoltà, proponendo soluzioni praticabili in tempi ragionevoli ed evitando di arroccarsi sui propri egoistici privilegi. Soprattutto però devono essere trasparenti nei loro comportamenti anche privati e quotidiani, imitare la moglie di Cesare che doveva non soltanto essere onesta ma anche sembrarlo al di sopra di ogni sospetto. Per questa ragione il problema è come si formano: se sul merito, sulla selezione fondata sulla competenza, o su altri presupposti familistici, corporativi, di subordinazione politica.
Per trasformarsi da classe dirigente responsabile a casta arroccata nella difesa dei propri privilegi ci vuol poco; basta anche l’esibizione di alcuni dettagli simbolici amplificata dalla pervasività dei social (a cui non siamo ancora abituati), come per esempio l’abuso delle “auto blu, i vitalizi e i tanti irragionevoli privilegi che la classe politica si attribuisce. In un’epoca dove le immagini prevalgono sul ragionamento e in cui la semplificazione concettuale porta anche alla sommarietà dei giudizi valgono a discreditare intere classi dirigenti più questi “dettagli” che gli stessi reati penali (come la corruzione), gravi ma comunque perseguibili dalla giustizia ordinaria. A proposito della quale occorre aggiungere – senza volere aprire troppi fronti che ci porterebbero lontano – che anche i riti e le lentezze incomprensibili dell’ordinamento giudiziario, soprattutto penale, pur derivati da tradizioni garantiste che vanno rispettate, contribuiscono fortemente alla delegittimazione delle èlites (di cui la magistratura fa parte a pieno titolo). Abituati dalla televisione alla rapidità e alla concretezza dei sistemi giudiziari anglosassoni (certamente banalizzati da logiche spettacolari ma non del tutto infondati) molti cittadini si chiedono perchè non sia possibile una giustizia veloce ed efficiente anche nel nostro Paese.

Per trovarsi in linea di continuità sostanziale con i nostri valori e convinzioni le nuove èlites, figlie di internet più che dei genitori naturali, dovranno essere molto diverse da noi nel modo di esercitare quel potere reale ma spesso indefinito di cui disporranno. L’accountability (che in inglese è qualcosa di più della traduzione italiana “affidabilità”) di un ceto politico dipende da molte cose; ma essenziale resta la sua capacità di riconoscersi in alcuni valori comuni e nella credibilità che gli deriva dalla convinzione di essere al servizio degli interessi collettivi. Con tutti i loro limiti le classi dirigenti di derivazione borghese che condussero l’Italia a unificarsi, ma anche quelle di diversa e più composita formazione che si sono assunte la responsabilità di ricostruire una coscienza civile democratica dopo la drammatica parentesi del fascismo, hanno avuto questa capacità. Ci rendiamo conto forse solo oggi in maniera convinta che l’attuale crisi non nasce oggi con l’emergere preoccupante di un gruppo di potere che sembra completamente disancorato dai valori fondanti della nostra fragile unità; covava sotto la cenere da tempo e la cultura politica del nostro Paese non se n’era accorta, o, quanto meno, l’aveva sottovalutata. Ricostruire una credibilità è molto più difficile che perderla. Chi intende farlo (e spero siano in molti, anche di diverse sensibilità politiche) cominci con una seria autocritica: in passato si sono tollerate cose intollerabili e in nome della politica si sono compiute malversazioni di ogni genere. Se non si parte da una autentica rigenerazione morale (non moralistica) non si andrà lontano.

Franco Chiarenza
21 marzo 2019

Quando mi è stato chiesto di chiudere il corso di Napoli della Scuola di liberalismo l’Europa sembrava scivolare pericolosamente verso un populismo nazionalista diffuso, variamente motivato ma comunque tale da indicare una chiara linea di tendenza ostile non soltanto al disegno di unificazione del Vecchio Continente ma anche connotata dal rifiuto del liberalismo. Lo scetticismo sembrava d’obbligo.
Ma da allora molte cose imprevedibili sono avvenute e tra tutte la vittoria dei liberali in Olanda e quella di Macron in Francia. L’ondata populista pare arginata e un vento nuovo sembra soffiare in Europa.

A fare la differenza è stato il voto giovanile. Quando è mancato le elezioni hanno prodotto la Brexit, la presidenza Trump, regimi conservatori nazionalisti in Ungheria e in Polonia; quando si è mobilitato ha mostrato il vero volto dell’Europa di domani, quello di chi non ha paura dei cambiamenti, delle generazioni che hanno vissuto l’esperienza Erasmus e non vogliono tornare indietro, di quanti pensano che l’immigrazione è una sfida che può essere affrontata e vinta con vantaggio per tutti e non una sciagura da criminalizzare. Per questi giovani l’Europa non è un problema ma la soluzione dei problemi.

Occorre andare avanti dunque non tornare indietro ripercorrendo una strada che troppi europei percorsero nella prima metà del secolo scorso e che è costata milioni di morti, distruzioni spaventose e si è conclusa con la perdita dell’egemonia mondiale che le nazioni europee avevano esercitato fino ad allora. L’Europa, culla del liberalismo e della democrazia, ha generato in quegli anni il totalitarismo, antitesi radicale del pensiero liberale e del socialismo democratico nelle loro diverse accezioni. Come è stato possibile?

E’ stato possibile perché l’insicurezza genera i mostri dell’intolleranza. La paura delle differenze culturali di razza, religione, e quant’altro, è stata usata dai nemici della democrazia liberale come arma psicologica per chiudere i cancelli e, all’ombra di rassicuranti muri di cinta, giustificare la creazione di regimi autoritari. Da questa schiavitù che ci ha portato ad obbedire a chi ci conduceva ad aggredire altri popoli ed etnie differenti siamo stati liberati dai figli d’Europa che alcuni secoli prima erano emigrati in un continente sconosciuto e là avevano gradualmente costruito sistemi politici e sociali che mettevano al centro i diritti e i doveri dei cittadini; è agli americani che dobbiamo la libertà di scelta di cui oggi disponiamo.

Insieme agli americani, al sicuro sotto il loro scudo militare, abbiamo costruito un nuovo ordine mondiale fondato su tre pilastri: i diritti individuali, il “rule of law” (cioè il primato della legge), e la libertà di scambio di persone e merci (cioè l’economia di mercato). Da questo asse atlantico euro-americano abbiamo affrontato e vinto la grande sfida contro l’unico sistema alternativo che possedeva la dignità e la grandezza dei grandi ideali ma che era segnato irrimediabilmente dall’utopia paternalistica dello “stato buono” e che puntualmente conduce a trasformare i cittadini in sudditi.

Dopo il crollo dell’alternativa comunista Stati Uniti ed Europa con un articolato sistema di trattati multilaterali hanno guidato la globalizzazione e per vent’anni hanno assicurato – pur tra tanti errori – un lungo periodo di pace e prosperità, riducendo la fame nel mondo, favorendo lo sviluppo dei paesi orientali e africani meno sviluppati. Certo, non sono mancate guerre locali, non si è riusciti ad impedire che il Medio Oriente si trasformasse in un perpetuo incendio destabilizzante, ma nel complesso bisogna ammettere che il rischio di una terza guerra mondiale è stato evitato e che è poco probabile che si avveri la profezia di Einstein (“non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale; so che quella successiva si farà con archi e frecce”).

Ma adesso siamo giunti a una svolta: nuovi soggetti si candidano alla guida dei processi di globalizzazione e le carte del “grande gioco” non le daranno più soltanto gli Stati Uniti e l’Europa. Lo stesso asse atlantico appare irrimediabilmente incrinato – a prescindere da Trump – e, come dice Angela Merkel, l’Europa, se vuole restare tra i decisori mondiali, deve unirsi e fare da sé.
Può farlo soltanto se: 1) elimina le resistenze nazionalistiche e corporative che ancora vi sono radicate, 2) riesce a comporre le culture politiche e sociali mediterranee con quelle dell’Europa del nord, 3) riesce ad assorbire le inevitabili immigrazioni attraverso un progetto unitario, 4) crea le condizioni per essere competitiva, e non soltanto dal punto di vista produttivo.

Non si tratta di annegare le identità nazionali in un coacervo burocratico indifferenziato (come per alcuni aspetti è avvenuto nell’Unione) ma di prendere atto che vi è una convenienza comune a stare insieme, a procedere uniti per contare di più, ed essere quindi disposti a mettere da parte le differenze che provengono dal passato.
Il nostro continente ha caratteristiche comuni che lo rendono riconoscibile: il liberalismo dei diritti (allargato ai diritti sociali), l’economia di mercato regolata (lontana tanto dagli eccessi dello spontaneismo liberista quanto dal dirigismo statalista), una grande varietà di modelli sociali ereditati dalla storia, una cultura linguisticamente differenziata ma omogenea nelle manifestazioni e nelle interrelazioni artistiche, nella filosofia, nella scienza, e infine nell’assenza di una qualsivoglia egemonia religiosa che possa mettere in pericolo il principio di laicità.

Il passo successivo da compiere è quello di creare una federazione in cui le distinzioni tra competenze nazionali e federali siano chiare e senza ambiguità e nella quale gli “stati che ci stanno” mettano insieme: – la politica estera.
– la moneta e la politica economica.
– la politica di difesa militare.
Esiste già oggi probabilmente un nucleo ristretto di paesi disposti a compiere queste rinunce alla propria sovranità. Se l’esperimento riesce “l’intendence suivrà”, gli altri, prima o poi, si accoderanno.

C’è però un problema di legittimità democratica senza la cui soluzione ogni costruzione istituzionale mostrerebbe le stesse debolezze dell’Unione Europea come la conosciamo. Il processo di legittimazione democratica deve partire dai cittadini, non a colpi di referendum – spesso emotivi, divisivi e distorsivi – ma avendo il coraggio di eleggere un’assemblea costituente europea a suffragio universale diretto.
Il trattato costituzionale elaborato faticosamente nel 2005 e poi affondato dai referendum in Francia e in Olanda, si apriva nel preambolo con la formula: “Noi, Capi di Stato di ……(segue l’elenco dei paesi aderenti) promulghiamo ecc.” ripetendo lo schema delle costituzioni europee ottocentesche octroyés (cioè concesse dai sovrani). La costituzione europea che bisogna disegnare dovrebbe invece aprirsi con la stessa dizione di quella americana del 1787: “Noi, popoli europei, promulghiamo la seguente Costituzione ….”

 

Franco Chiarenza
16 giugno 2017