Cosa pensa il liberale qualunque del nuovo governo presieduto da Mario Draghi?
Poche cose, ma fondamentali.

I) – Il governo, per come è costituito e per come ci si è arrivati, non rappresenta la “salvezza della democrazia” ma, al contrario, un momento buio e drammatico che ha messo in luce i problemi strutturali del nostro sistema politico. Quando bisogna affidarsi a un chirurgo, per bravo che sia, vuol dire che gli anticorpi non sono riusciti a impedire alla malattia di diffondersi; per tornare in buona salute l’operazione non basta, occorre rimuovere le cause che hanno prodotto la malattia.

II) – Proprio per questo il governo Draghi, mettendo insieme, volenti o nolenti, tutti i partiti con la sola esclusione di Fratelli d’Italia, costituisce un’occasione forse unica per mettere mano ad alcune riforme strutturali che, per essere efficaci, richiedono un consenso molto ampio che le sottragga alla tentazione di speculazioni elettorali. Si tratta di cose di non poco conto: una riforma della magistratura che restituisca credibilità e prestigio alla funzione giudiziaria (gravemente compromessi da quanto è emerso clamorosamente col “caso Palamara”), una riforma della scuola in senso meritocratico che consenta alle nuove generazioni di confrontarsi a parità di conoscenze e competenze con quelle che emergono dagli altri paesi, una riforma del Senato che differenzi i suoi compiti rispetto a quelli primari della Camera dei deputati realizzando quel monocameralismo di fatto che caratterizza tutte le democrazie parlamentari del mondo, una legge elettorale che (almeno per la Camera) garantisca la governabilità e trovi definitiva sistemazione (per lo meno nei suoi principi generali) nella Costituzione, una riforma del titolo V della Carta che chiarisca definitivamente poteri e limiti delle Regioni eliminando le incongruenze e i difetti che la sciagurata riforma del 2001 ha introdotto (con evidenti ripercussioni anche nella gestione dell’epidemia Covid 19).

III) – La scelta dell’ex-presidente della BCE per guidare un governo d’emergenza è ovviamente dovuta alla priorità dei problemi economici. Si tratta in sostanza di condurre in porto il piano italiano per il “Recovery fund” in maniera efficiente e funzionale rispetto agli obiettivi fissati dal progetto “Next generation” di Ursula von der Leyen, secondo le compatibilità fissate dal Consiglio Europeo (e quindi anche dal nostro governo) e le indicazioni operative approvate dal Parlamento Europeo. Che Draghi voglia gestire questo compito fondamentale senza eccessivi condizionamenti esterni appare evidente dalla composizione del ministero dove gli incarichi strategici sono stati assegnati a Daniele Franco (Banca d’Italia), Roberto Cingolani (fisico responsabile dell’innovazione tecnologica di “Leonardo”, ex Finmeccanica) al quale spetterà coordinare quella transizione ecologica (probabilmente assorbendo qualche delega dal ministero dello Sviluppo economico e da quello delle infrastrutture) che sta tanto a cuore a Grillo e che non è incompatibile con gli obiettivi di Draghi, Vittorio Colao (ex dirigente di diverse aziende attive nella comunicazione) all’innovazione tecnologica, Enrico Giovannini (economista, ex presidente dell’Istituto centrale di statistica, già ministro nel governo Letta) alle infrastrutture. E’ questa infatti la squadra che compilerà nel dettaglio il piano italiano del “Recovery fund”.

IV) – La conferma di Speranza al ministero della sanità indica che sulla questione della lotta contro la pandemia il nuovo governo intende muoversi in sostanziale continuità con quello precedente. L’attribuzione dell’importante dicastero dello Sviluppo economico a Giancarlo Giorgetti (anche se privato probabilmente di qualche competenza a favore della transizione ecologica) indica non soltanto l’ampiezza della svolta impressa alla Lega ma anche l’intenzione di Draghi di privilegiare una nuova intesa tra i soggetti della produzione (imprese e sindacati) che consenta all’iniziativa privata, sorretta da investimenti infrastrutturali pubblici, di rilanciare l’occupazione. La nomina di Andrea Orlando, infaticabile mediatore del partito democratico, al ministero del lavoro potrebbe facilitare tale strategia.

V) – La scelta di un giurista indipendente come Roberto Garofoli nell’incarico cruciale di sottosegretario alla presidenza indica l’intenzione di Draghi di mantenersi al di sopra delle parti anche nella quotidianità dei rapporti intergovernativi (spesso affidata al suo “braccio destro”).

VI) – La discesa in campo di Draghi ha “sparigliato” i tradizionali schieramenti politici: se questo era davvero l’obiettivo di Renzi è perfettamente riuscito. A destra la clamorosa “conversione” della Lega da una linea nazionalistica e sovranista a un’altra più moderata, filo-europea e certamente più consona agli interessi imprenditoriali della Lega nelle regioni settentrionali, segna il ritorno alla tradizione nordista di quel partito e probabilmente l’attenuazione dei toni populistici anti-immigrati che hanno caratterizzato la leadership di Salvini. I primi riflessi si sono avuti a Strasburgo dove i deputati della Lega hanno votato a favore del “Recovery plan” in discontinuità col passato. Al centro Grillo, malgrado il prestigio di cui gode all’interno del suo movimento, ha dovuto faticare molto per portare la maggioranza del gruppo parlamentare ad appoggiare Draghi, fino al referendum sulla piattaforma Rousseau che, malgrado il quesito già incorporasse la risposta, non ha superato il 60% dei consensi, mettendo in evidenza una fronda (guidata da Di Battista e Casaleggio) che potrebbe presto trasformarsi in scissione; un fatto importante in grado di accelerare la trasformazione del movimento in un partito ecologista compatibile con i partiti “verdi” che in Europa hanno assunto un peso elettorale rilevante. E che tale sia la tendenza lo dimostra l’insistenza di Grillo per i temi della “transizione ecologica” mentre passano in secondo piano i moralismi giustizialisti su cui i “Cinque Stelle” avevano in gran parte fondato il loro consenso (e non a caso Bonafede è rimasto escluso dal governo).
Non è poco. Resta l’incognita di Giuseppe Conte; se prenderà la guida del movimento oppure vorrà lanciarsi “in proprio” nella competizione elettorale, forte di quel 15% che tuttora i sondaggi gli attribuiscono.

VII) – Il governo Draghi ha un anno di tempo, non di più. Dovrà gestire le elezioni amministrative (che sarebbe opportuno rinviare a settembre) con i risvolti politici che ne deriveranno ma non potrà andare oltre la scadenza del mandato di Mattarella (febbraio 2022). A quel punto, chiunque sia il futuro presidente della Repubblica, nuove elezioni politiche saranno inevitabili. Il compito di Draghi è di arrivarci non soltanto avendo varato il Recovery fund ma anche, almeno in parte, riattivato gli anticorpi demandati al salvataggio della nostra fragile democrazia.

Così la pensa il liberale qualunque che sono io.

 

Franco Chiarenza
16 febbraio 2021

La locuzione white knight è utilizzata dagli economisti per indicare qualcuno che interviene a salvare un’azienda pericolante. In politica lo chiamiamo enfaticamente “salvatore della Patria” ma il concetto è lo stesso.
Ogni qualvolta il sistema politico italiano si inceppa (per le ragioni più diverse) il Capo dello Stato chiama un “cavaliere bianco” a scioglierne i nodi: è successo con Guido Carli (ministro del tesoro negli anni difficili della lira dal 1989 al 1992), con Carlo Azeglio Ciampi e Lamberto Dini nella lunga crisi istituzionale che segnò il passaggio dalla prima alla seconda repubblica (dal 1993 al 1996), con Mario Monti nel 2011 quando il Paese pareva avviato a precipitare in un default finanziario ed economico senza precedenti. I “cavalieri bianchi” devono avere alcune caratteristiche: essere esperti di economia (e conseguentemente quasi sempre provenienti dalla Banca d’Italia), rivestire incarichi accademici prestigiosi, godere di buona considerazione negli ambienti politici europei e nella finanza internazionale, conoscere quanto basta i complicati meccanismi del sistema politico italiano senza lasciarsene troppo condizionare. Mario Draghi, giunto nel 2011 a presiedere la Banca Centrale Europea inserendosi abilmente come soluzione di mediazione nel conflitto che divideva francesi e tedeschi sulla politica monetaria europea, risponde perfettamente a tali requisiti.

Draghi
Naturalmente ogni cavaliere bianco costituisce una storia a sé; Draghi è stato convocato al Quirinale in condizioni assai differenti dai precedenti che ho ricordato e chiamato a risolvere problemi del tutto diversi. Non si tratta di imporre sacrifici ma, al contrario, di spendere bene le importanti risorse già acquisite in sede europea senza disperderle in tanti rivoli assistenziali e clientelari per concentrarle su alcune leve fondamentali per il futuro del Paese: infrastrutture materiali (trasporti, reti di comunicazione) e culturali (scuola e ricerca), rimodulazione fiscale che favorisca le imprese che generano occupazione stabile, efficienza della giustizia civile, modifica delle procedure decisionali ed esecutive per renderle più rapide e fluide. Se poi il “cavaliere bianco” riesce ad avere sufficiente consenso potrà anche avviare quelle riforme istituzionali di cui tutti riconoscono la necessità ma che sempre si arenano tra veti e convenienze elettorali di poco conto: per esempio una riforma del Senato che faccia uscire l’Italia (unica in Europa) da un paralizzante bicameralismo “perfetto”, una revisione del titolo V della Costituzione che chiarisca le competenze delle Regioni e degli enti locali, una definitiva legge elettorale “costituzionalizzata” che metta fine allo scandalo ricorrente delle leggi elettorali “su misura”, ecc.
Non si tratta di compiti facili. Dietro ogni questione si nascondono interessi consolidati, resistenze corporative, abitudini clientelari che utilizzano il ricatto elettorale per garantire privilegi acquisiti, localismi anche legittimi che rischiano tuttavia di sottrarre risorse alle priorità nazionali. Anche per questo il “cavaliere bianco” deve saper prendere le distanze non dai partiti ma dai loro calcoli elettorali richiamandoli alla loro funzione stabilita dall’art. 49 della Costituzione di “determinare con metodo democratico la politica nazionale” e non di difendere gli egoismi degli interessi particolari.
Naturalmente facile a dirsi, difficile a farsi. Davanti a Draghi tutti finiranno per aprire i cancelli delle rispettive ridotte; gli ostacoli verranno dopo quando il capo del governo dovrà schivare le trappole che verranno nascoste sul suo cammino. Nel suo compito potrà contare sull’aiuto di Mattarella, non tanto nelle sue funzioni di Capo dello Stato quanto piuttosto come esperto navigatore politico da tanti anni impegnato a mediare le complessità del nostro sistema politico.
“In bocca ai lupi” caro Draghi. Il tuo mandato durerà un anno e verrà inevitabilmente a cessare con l’elezione del successore di Mattarella nel febbraio del 2022; a quel punto o salirai al Quirinale spinto da un plauso generale, come fu per Ciampi, oppure andrai a fare compagnia a Monti in quelche oscura saletta di palazzo Madama.

 

Franco Chiarenza

7 febbraio 2021

Ci sono miliardi di stelle in cielo e soltanto cinque nel nostro panorama politico, ma ci bastano. Anche perchè non somigliano alla costellazione che tutti conosciamo, l’Orsa minore, ben nota da secoli perchè nella sua coda brilla la stella polare, rotta sicura per naviganti incerti o dispersi. Quello che manca alle nostre Cinque Stelle è proprio la stella polare: dove andare, con chi, per che cosa. Stanno fisse, immobili, senza che alcun chiarimento ne definisca orientamenti e prospettive. Non costituiscono un problema, sono il problema, se non altro perchè occupano la maggioranza relativa dei seggi parlamentari.

Grillo: se ci sei batti un colpo
E’ lui – insieme a Casaleggio – che ha messo in moto lo tsunami con il famoso “vaffa” del 2007 con l’intento di mandare a spasso l’intero sistema politico per sostituirlo con una democrazia diretta che nelle loro intenzioni poteva essere realizzata attraverso le nuove reti di comunicazione interattive. I suoi discepoli sono arrivati in parlamento dichiarando di volerlo aprire come una scatola di sardine, i suoi ministri sono passati da un’alleanza all’altra sul presupposto che i compagni di viaggio, di qualunque colore fossero, non gli avrebbero impedito di realizzare il loro programma anti-progressista, confusamente ispirato alle teorie della “decrescita felice”. Sono riusciti in effetti a impedire molte cose ma ne hanno realizzate poche, a parte il reddito di cittadinanza che, per come è stato attuato, è consistito in una costosa distribuzione di sussidi senza accompagnarsi a una credibile strategia di rilancio dell’occupazione (che per noi liberali è l’unico modo serio di combattere la povertà e contribuire alla crescita del Paese). Divisi al loro interno tra un’ala “movimentista” che trova in Di Battista il suo personaggio di riferimento, e settori più riflessivi che si sono dovuti confrontare con le difficoltà reali di governo, traumatizzati da sondaggi che prevedono il dimezzamento della loro consistenza elettorale, i Cinque Stelle si interrogano sul loro futuro. Ma ciò che conta realmente, almeno per noi, non è il loro futuro ma il loro presente, considerando che la paura di andare a una incerta verifica elettorale paralizza il partito democratico. E poiché sembrano incapaci di esprimere una leadership condivisa (o almeno maggioritaria) tutti si chiedono se il “fondatore” Beppe Grillo sia in grado di uscire dalle nebbie delle allusioni vaghe, delle battute imbarazzanti, e andare oltre la dimensione demagogica dei “vaffa” e dei “tumorifici” che ha condannato il Paese all’inerzia e alcune grandi città alla sporcizia permanente.

L’errore di Renzi (se tale è stato) non è consistito nell’ostinarsi a pretendere la testa di Conte ma nel credere che questo fosse il problema. Prendersela col mediatore perchè una delle parti è poco affidabile è un gioco pericoloso, a meno che non si voglia in realtà fare fallire l’intesa. Immaginare una soluzione tecnica o super-partes sponsorizzata dal Capo dello Stato non mi sembra una strada praticabile e si rivelerebbe un viottolo scosceso con molte probabilità di sfociare comunque in elezioni anticipate. E non è detto che il voto produrrebbe in termini di governabilità un parlamento molto diverso da quello attuale, specialmente se, come è possibile, Giuseppe Conte, forte della sua popolarità, scendesse in campo con una propria lista.

 

Franco Chiarenza
27 gennaio 2021

 

Ps: Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul Corriere del 22 gennaio un forte articolo sulla necessità di riformare il nostro sistema politico, indicando anche alcune soluzioni. In quanto liberale qualunque, e ben sapendo che Galli della Loggia rifiuterebbe la qualifica di liberale, mi congratulo e tengo a dire che del suo articolo condivido tutto. Se non vuole accettare il conferimento onorario di liberale accolga almeno quello di “italiano qualunque” (che è il contrario di “qualunquista”).
Fch.

Ansiosi di assistere il 20 gennaio a una bella scena stile farwest con Trump asserragliato nella Casa Bianca con le corna in testa e il mitra spianato mentre Biden e i suoi dai tetti circostanti cercano di farlo sgombrare, gli italiani si sono distratti dalle noiose vicende politiche di casa nostra; forse perché sono sempre uguali e molto meno pittoresche (ve lo immaginate Renzi armato di pistola che entra a palazzo Chigi e costringe Conte a saltare dal famoso balcone dove Di Maio brindava alla fine della povertà?).
E però in attesa che Renzi si procuri un’arma che sia in grado di sparare non a salve, delle manovre in corso nei palazzi della politica italiana bisogna pure occuparsi al di là della tipica consuetudine nostrana di dire/non dire, alludere, lanciare attacchi e accuse per poi prontamente smentirli, minacce, ricatti, ecc.. Una cosa è certa: la maggior parte dell’opinione pubblica è quanto meno perplessa perché non capisce come a fronte del problema che maggiormente preoccupa (ed è ancora la pandemia) si apra sostanzialmente una crisi di governo fondata su alchimie poco comprensibili. Anche coloro che criticano il governo per la sua inadeguatezza (tra cui il sottoscritto) pensano che non ci siano alternative praticabili se non un rimpasto che francamente non pare decisivo per le sorti della Repubblica. A meno che non si voglia arrivare ad elezioni anticipate in primavera (ultima scadenza utile prima del “semestre bianco”), eventualità che tutte le componenti della maggioranza dicono di escludere.

Odore di soldi
La verità è che tutto gira intorno ai 200 miliardi del Recovery Fund. Chi deve gestirli e come. Una volta tanto il problema è serio e non riguarda le solite logiche spartitorie connaturate al sistema politico italiano ma qualcosa di più importante, quale idea di Paese si vuole privilegiare in questa irripetibile occasione. Da questo punto di vista la partita è effettivamente decisiva: non si tratta di poltrone e strapuntini da ridistribuire e le opzioni di fondo (a prescindere dai soliti “distinguo” e dalle perenni ovvietà onnicomprensive) sono abbastanza chiare. Da un lato coloro che ritengono che i fondi europei, in consonanza col “Next generation” di Ursula van der Leyen, debbano essere destinati agli investimenti strutturali di cui l’Italia ha bisogno per tornare a crescere recuperando gli anni perduti, dall’altra parte quanti guardano al passato (più immaginario che reale), a nostalgie ingiustificate e pericolose, in esse cercando una protezione dagli inevitabili cambiamenti che ci attendono. Una posizione quest’ultima che mortificando l’innovazione e ridimensionando il rischio imprenditoriale si affida a un salvifico e invasivo intervento dello Stato senza preoccuparsi troppo se con esso si finiscano per accettare limiti e condizioni alla nostra libertà individuale.
Chi come me si riconosce nella cultura liberal-democratica non può che sostenere la prospettiva indicata dall’Unione Europea e si attende dal governo una chiara indicazione delle priorità e dei modi e tempi della loro realizzazione. E quando parla di strutture intende non soltanto quelle fisiche come i trasporti o le reti digitali ma anche riforme da lungo tempo attese come quella del fisco che faccia uscire il nostro Paese da un sistema primitivo di balzelli e sussidi variamente distribuiti secondo le convenienze elettorali per raggiungere finalmente l’obiettivo di rendere trasparenti e prevedibili i prelievi, condizione indispensabile per facilitare gli investimenti.
Next Generation per chi non lo sappia significa “future generazioni” ed è a loro vantaggio che dovrebbe essere indirizzata la maggior parte dei fondi che l’Unione ci ha assegnato: quindi soprattutto la scuola e la formazione in generale che vanno riprogettate in funzione delle sfide del futuro. Per muoversi velocemente in questa direzione occorre un piano dettagliato che rispecchi una filosofia di sviluppo sostenibile in sintonia col nuovo modello europeo che si cerca di costruire per metterlo in grado di fare la sua parte nei processi di globalizzazione che la pandemia potrà cambiare ma non fermare. Purtroppo – ed è questo il vero problema – il maggior partito di governo, cioè i Cinque Stelle, non ha ancora deciso da che parte stare, né la loro recente “convention” è servita a fare chiarezza.
Giuseppe Conte è al centro di questa tenaglia: si è impegnato con Bruxelles a portare avanti a oltranza la prima opzione ma deve quotidianamente mediare con le ambiguità dei Cinque Stelle e di alcune componenti dello stesso PD che non vedono di malocchio un’espansione ulteriore dello stato assistenziale. Renzi è entrato nella questione a gamba tesa nel modo spavaldo che gli è proprio ma ha almeno il merito di avere scoperchiato la pentola in ebollizione consentendo agli odori (più o meno maleodoranti) di uscire dalla cucina.

Cinque stelle sono troppe
Al centro di tutto, come al solito, ci sono loro: i Cinque Stelle. Forti di una maggioranza parlamentare che non corrisponde più agli umori del Paese, decisi a mantenere le posizioni fino alla fine, ma anche loro intrappolati perchè il loro potere si identifica necessariamente con la persona del presidente del Consiglio e per questo non acconsentiranno mai a sostituirlo, come vorrebbe Renzi. E’ prevedibile che presto le carte torneranno in mano a Mattarella, politico consumato e tutt’altro che “super partes”, ma forte di un ampio prestigio che ha saputo conquistare e certamente consapevole che il suo ruolo istituzionale non gli consente soluzioni che non dispongano di una chiara maggioranza parlamentare. Altrimenti ci sono le elezioni col rischio però che il loro risultato non cambi molto la situazione e anche l’Italia cada in una sindrome politica come quelle che abbiamo visto in Spagna e in Israele: elezioni ripetute alla ricerca di una maggioranza stabile introvabile, prova evidente della incapacità dei sistemi elettorali proporzionali di assicurare quella governabilità di cui hanno bisogno più che mai le democrazie liberali contemporanee.

 

Franco Chiarenza
11 gennaio 2021

Presi dalle inevitabili usanze natalizie e dalle restrizioni da Covid che le hanno rese un po’ più originali del solito non ci siamo quasi accorti dell’unica cosa importante di questo fine d’anno: raggiunto in “zona Cesarini” un accordo, dal 1 gennaio la Gran Bretagna non farà più parte dell’Unione Europea. Trovare un’intesa in tempo utile sembrava ormai impossibile, e il no deal (cioè l’uscita senza accordo) pareva inevitabile. Poi, dopo il volo improvviso di Johnson a Bruxelles, il barometro ha volto al bello e la convenzione che consentirà di mantenere un’area di libero scambio tra tutti i 27 paesi è stato firmato. La domanda è: come mai? E quella successiva: chi ci ha guadagnato (e chi ci rimette)?

Accordo necessario
La prima risposta è relativamente semplice: un no deal avrebbe messo in forti difficoltà Johnson, soprattutto nei tempi brevi. Troppe circostanze giocavano contro di lui: il timore di un’improvvisa impennata dei prezzi di alcuni generi di prima necessità importati dal continente (erano già cominciati gli accaparramenti, migliaia di autocarri sostavano a Calais per raggiungere l’Inghilterra prima che i dazi si facessero sentire), l’allarme della finanza che continuava a traslocare dalla City di Londra in cerca di siti più accoglienti, le nuove fibrillazioni indipendentiste della Scozia, la stessa elezione di Biden che faceva venir meno l’asse preferenziale (più presunto che vero) con Trump. In tali circostanze il volo di Johnson tra le braccia di Ursula von der Leyen sembrava quasi una disperata richiesta di aiuto.
Tuttavia la risposta alla seconda domanda è in netta contraddizione con la prima perchè, almeno in apparenza, chi esce vincente dal compromesso è proprio Johnson, il quale, non a caso, ha subito lanciato messaggi trionfalistici.
Le questioni ancora sul tappeto dopo un anno di trattative erano infatti tre: la frontiera irlandese, i diritti di pesca nel mare del nord e le regole del libero scambio per evitare che di fatto gli operatori britannici potessero fruire di un vantaggio non concorrenziale (come un fisco più favorevole, eventuali aiuti di Stato o normative meno onerose in campo ambientale, ecc.). Di questi problemi il più importante è il terzo (non certo la pesca che interessa una percentuale trascurabile degli scambi) e la soluzione trovata che esclude la competenza giurisdizionale dell’UE rimettendo eventuali (inevitabili) controversie a un indefinito “arbitrato internazionale” sembra accogliere le richieste britanniche. Johnson sembra quindi avere ottenuto quanto voleva: il mantenimento di una zona di libero scambio (che conviene al Regno Unito, importatore netto) senza regole vincolanti per gli imprenditori britannici che non siano passate da Westminster. C’è di più: un accordo così favorevole mette in crisi il progetto secessionista degli indipendentisti scozzesi per la difficoltà di dimostrare la convenienza di tornare a far parte dell’Unione. Perchè dunque tanta improvvisa accondiscendenza da parte della von der Leyen (e, dietro di lei, dell’asse Macron – Merkel) nei confronti del governo di Londra?
L’ovvia risposta che un’intesa qualsivoglia conviene a tutti i partner non spiega perchè se ciò è vero non si sia chiusa l’intesa molto prima. Resta da capire se qualcosa di nuovo è intervenuto e in tal caso di che si tratti.

Europa a due velocità
Forse la vera risposta arriverà nel corso del prossimo anno e consistere nel rilancio di un’Europa a due velocità: da una parte una zona di libero scambio molto ampia (che potrebbe comprendere anche paesi che oggi non fanno parte dell’Unione come la Norvegia, la Svizzera, l’Ucraina, la Serbia, l’Albania) con istituzioni in grado di regolarne gli scambi commerciali, dall’altra una più solida confederazione politica e militare, dotata di una moneta comune e di una autentica costituzione fondata sul riconoscimento delle regole dello stato di diritto (tale quindi da spingere paesi esplicitamente illiberali e intolleranti come la Polonia e l’Ungheria a decidere definitivamente da che parte stare). Se di questo si tratta si capisce meglio perchè anche un accordo apparentemente vantaggioso per il Regno Unito può essere accettato dall’Unione Europea. Tanto più se – come ci si augura – l’amministrazione Biden rilancerà il multilateralismo democratico non soltanto rafforzando la NATO ma anche costruendo nuovi rapporti di alleanza con i paesi che in Occidente e in Oriente si riconoscono nei principi dello stato liberale e che non sono soltanto quelli legati da tradizioni di origine anglosassone (come nel caso di Canadà, Australia, Nuova Zelanda) ma anche altri che hanno ormai da molto tempo inserito quei valori nelle proprie culture politiche e sociali.

 

Franco Chiarenza
28 dicembre 2020

La domanda che mi sono posto subito dopo il vertice dell’Unione che ha sbloccato il piano di rilancio economico “Next generation” (con annesso Recovery Fund) su cui i governi di Polonia e Ungheria minacciavano di porre il veto è stata: chi ha vinto (o perso) nel tiro alla fune che da molti giorni contrapponeva Angela Merkel ai premier di Budapest e Varsavia?
Poco se ne capisce dai nostri media tutti concentrati al sollievo per la conferma dei 200 miliardi (sul cui utilizzo già si sta litigando) che parevano compromessi dall’ostinazione di alcuni partner europei (e del Parlamento di Strasburgo) di condizionare gli aiuti europei al rispetto delle regole dello stato di diritto, principio apertamente contestato da paesi che ostentatamente dichiarano di essere democrazie populiste lontane dal modello liberal-democratico degli altri 25 partner. A leggere certi giornali sembra che agli italiani interessi soprattutto incassare i soldi e che per il resto si tratti di impuntature di scarsa importanza. Ma per i liberali non è così: il rispetto dello stato di diritto vale più di qualsiasi finanziamento.

Il compromesso Merkel
Alla fine il compromesso che la leader tedesca ha strappato ha consentito alla Germania di chiudere con un successo non scontato il semestre della sua presidenza dell’Unione. Ma a quale prezzo? Come ne esce la credibilità politica e – diciamolo pure – ideologica di quella che dovrebbe avviarsi a diventare (soprattutto dopo la Brexit) una vera e propria confederazione fondata su principi condivisi? Per capirlo bisognerebbe analizzare il contenuto del compromesso, cosa che i nostri giornali non fanno in maniera adeguata.
Per quel che ne ho capito e fatte salve le inevitabili precisazioni che arriveranno mi pare si possa affermare:
a) – che sulla questione di principio (riconoscimento dello stato di diritto come fondamento dell’Unione) gli altri 25 paesi dell’Unione non hanno fatto alcun passo indietro.
b) – che sulla clausola che condiziona la distribuzione dei fondi europei al rispetto di tale principio la Merkel ha dovuto cercare un compromesso perchè purtroppo i trattati prevedono in molti casi (tra cui quello in oggetto) l’unanimità dei consensi e Polonia e Ungheria hanno minacciato di farla mancare. Portare avanti lo scontro fino alle estreme conseguenze avrebbe comportato una rottura dannosa soprattutto per le popolazioni polacche e ungheresi, in quanto entrambi i paesi sono beneficiari netti delle varie erogazioni europee. Si è preferito, almeno per il momento, evitare il peggio.
c) – che il compromesso è basato su un’interpretazione del vincolo non retroattiva e anzi spostata in avanti al momento in cui eventuali violazioni dello stato di diritto saranno confermate da pronunce definitive della Corte di giustizia europea. Clausola a cui teneva molto il leader ungherese Orban che l’anno prossimo dovrà affrontare elezioni politiche il cui esito non appare del tutto scontato, malgrado i condizionamenti posti ai mezzi di informazione non allineati.
d) – che infine Ungheria e Polonia hanno ottenuto (e questa sarebbe la cosa più grave) che la condizionalità del rispetto dello stato di diritto sia limitata al piano “Next generation” votato dal Parlamento europeo e non ad altri finanziamenti e vantaggi di cui già godevano.
Se questa mia lettura dell’accordo è corretta bisogna riconoscere che per non provocare una frattura dagli esiti incerti si è accettato di pagare un prezzo elevato in termini di credibilità politica. I liberali avrebbero certamente preferito una soluzione più drastica ma la Merkel e Macron (che anche in questa occasione hanno confermato la loro intesa strategica) hanno optato per una soluzione ispirata alla prudenza della “real-politik” nella convinzione che anche i partiti populisti al potere in alcuni paesi europei capiscano che c’è un limite al principio di sovranità oltre il quale scatta inevitabilmente l’incompatibilità con l’appartenenza all’Unione Europea.
A buon intenditor……

 

Franco Chiarenza
14 dicembre 2020

 

Inutile nasconderselo: da qualche mese Carlo Calenda ha imposto con un’abile campagna che utilizza largamente i social-network la sua candidatura, non soltanto a sindaco di Roma, ma in realtà a “sindaco d’Italia” (per utilizzare un vecchio slogan di Mario Segni di trent’anni fa). Lo fa argomentando in maniera convincente in netta controtendenza rispetto al mainstream corrente della politica nostrana, basato su approssimazioni, fake news, scambi di insulti, volgarità di vario genere.
I liberali lo seguono con simpatia e qualche perplessità, anche se il personaggio non si è mai dichiarato “liberale” in senso ideologico ma piuttosto appartenente a un più largo ambito culturale che potremmo definire liberal-democratico.
La sua originalità (e la conseguente attrattività) consiste proprio nel rifiuto delle gabbie ideologiche e partitiche che continuamente vengono riproposte sotto mentite spoglie, e spingere invece la riflessione sulle azioni piuttosto che sulle idee astratte: non a caso il suo movimento si chiama “Azione”. Il problema centrale del Paese, secondo Calenda, non è “fare cose di sinistra” piuttosto che “cose di destra” (salvo capire cosa ciò significhi realmente), ma semplicemente fare qualcosa.
La sua vis polemica si indirizza all’incapacità della politica di realizzare i propri progetti, qualunque siano: non per responsabilità di una burocrazia inerte e depotenziata, non per colpe altrui, ma per avere perso l’abilità di utilizzare gli strumenti e le strutture esistenti (e le condizioni esterne più o meno favorevoli) al fine di conseguire obiettivi chiari, riconoscibili, su cui i cittadini possano compiere scelte consapevoli. Qualunque liberale autentico non può che avere un riflesso positivo, come il cane di Pavlov quando sente la campanella: gli si presenta subito davanti il volto accigliato di Camillo Benso di Cavour. Purtroppo con una differenza, che Cavour muoveva su una scacchiera complessa forze non sempre omogenee facendole convergere su un obiettivo comune avendo dietro di sé sostegni che gli consentivano di passare rapidamente dal pensiero all’azione, la monarchia, l’esercito, la parte più colta e influente non soltanto del Piemonte ma (attraverso la Società Nazionale) anche degli altri regni italiani, senza parlare della nascente borghesia imprenditoriale che dell’unificazione vedeva tutti i possibili vantaggi. Calenda invece, anche quando dice cose condivisibili appare un isolato, guardato con diffidenza dal partito democratico che in lui teme un nuovo Renzi, detestato da Renzi per la stessa ragione, troppo debole per attivare un consenso deciso da parte di un mondo imprenditoriale indebolito e scottato da precedenti endorsment non corrisposti, e considerato pericoloso dai sindacati sempre timorosi di perdere potere contrattuale senza il mantenimento di quei riti defatiganti che non sembrano compatibili col messaggio calendiano.

Sindaco di Roma?
Così stando le cose il leader di Azione (forte della sua militanza nel gruppo social-democratico del Parlamento Europeo) ha fatto la mossa del cavallo: non ha aspettato che eventuali trattative sottobanco tra Zingaretti e Di Maio si concludessero abbandonando una capitale ingovernabile al dilettantismo dei Cinque Stelle in cambio di altre possibili “conquiste” del PD (Torino, Napoli, Palermo?). Pettegolezzi, fake, falsità, smentirebbero subito i vertici del Nazareno, ma, come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma qualche volta ci si azzecca.
Non c’è dubbio comunque che la mossa di Calenda ha messo in difficoltà il partito democratico anche perchè la sua candidatura, debitamente appoggiata, sarebbe l’unica in grado di battere la destra, e tutti lo sanno. Da parte sua Calenda rischia poco: da un lato affronta una campagna che gli dà grande visibilità , d’altra parte costringe il PD – anche in vista di elezioni politiche che potrebbero arrivare subito dopo l’elezione del nuovo Capo dello Stato nel 2022, a definire la vera natura dei suoi rapporti (secondo Calenda incestuosi) col movimento Cinque Stelle.

Il Liberale Qualunque sta a guardare: un po’ scettico, un po’ divertito, un po’ ammirato. Ma in fondo al cuore ha una speranza: e se ce la dovesse fare?

 

Franco Chiarenza
1 dicembre 2020

Quanto durerà la pandemia?
LQ: Nessuno lo sa. Secondo alcuni potrà anche prolungarsi, sia pure in forme striscianti, per tutto l’anno prossimo. Per questo bisogna abituarsi all’idea che con questa emergenza (e con altre che potrebbero presentarsi) dobbiamo imparare a convivere per evitare che i suoi effetti collaterali siano più dannosi della causa principale. Per farlo senza traumi occorre adeguare tutti gli strumenti necessari: politici e istituzionali, sanitari, di previdenza e assistenza sociale, rendendoli compatibili con una normale attività economica, produttiva e di servizio.

Il vaccino risolverà definitivamente il problema del Covid?
LQ: Del vaccino sappiamo ancora troppo poco. Gli annunci trionfalistici si susseguono da mesi ma in realtà, al di là dei diversi approcci scientifici di differenti centri di ricerca, vi sono problemi da risolvere che richiedono tempo: sperimentazione sicura, conservazione, distribuzione che eviti forme di speculazione. Speriamo che le autorità pubbliche si preparino tempestivamente e non soltanto a parole. Il che significa che le prevedibili criticità non vanno esorcizzate ma affrontate predisponendo sin d’ora strategie adeguate.

La strategia adottata dal Governo per contrastare la “seconda ondata” è quella giusta?
LQ: A prescindere dagli strumenti legislativi utilizzati (che suscitano in ogni liberale fondate riserve di costituzionalità) nel merito dei provvedimenti si può concordare su due punti fondamentali: il rifiuto del lockdown generalizzato e la gradualità delle limitazioni in rapporto alle situazioni oggettive di ciascuna Regione. Entrambi i punti tuttavia hanno messo in luce criticità che risalgono alle infelici modifiche al titolo V della Costituzione apportate nel 2001.

Quali sono le riserve di costituzionalità che suscitano preoccupazioni in un liberale?
LQ: Rovescio la domanda. Può un semplice decreto del presidente del Consiglio dei ministri sospendere – sia pure in una situazione di emergenza – diritti e facoltà che discendono direttamente dalla Costituzione? Per di più in maniera generalizzata come avvenne col lockdown di primavera?

Cosa c’è che non funziona nel rapporto tra Regioni e Stato?
LQ: Il principio delle “competenze concorrenti” che attribuisce in alcune materie (come la sanità) poteri prevalenti alle Regioni, ma mantiene allo Stato compiti di coordinamento non ben definiti che hanno aperto la strada a conflitti infiniti (anche prima del Covid). Con i DCPM il Governo, spinto dall’emergenza, si è attribuito dei poteri di intervento ( peraltro convalidati dal Parlamento) che sono in contrasto con quelli costituzionalmente assegnati alle Regioni; il che ha creato il caos che stiamo vivendo.

Perché ciò non si è verificato nella prima fase, quando fu decretato un lockdown generalizzato?
LQ: Perché nel clima di terrore che si era diffuso (ampiamente favorito dai mass media) l’opinione pubblica non avrebbe tollerato alcun dissenso sulla linea rigida adottata dal Governo e men che meno conflitti di competenza (che pure ci furono con la Lombardia); qualunque critica veniva considerata un’inaccettabile polemica strumentale. La stessa opposizione di destra, pur non scalfita nei sondaggi, ha avuto comportamenti esitanti e contraddittori tra gli stessi governatori eletti nelle loro liste (Piemonte, Lombardia, Veneto, Sicilia, Liguria, Calabria, Sardegna).

La divisione in zone differenziate nell’adozione delle misure di contenimento è giusta?
LQ: Fondamentalmente sì perché non ha senso limitare le libertà personali e il funzionamento degli esercizi commerciali nella stessa misura in situazioni completamente diverse; provvedimenti coercitivi adottati in base al principio di precauzione senza che vi sia un’emergenza immediata e dimostrabile sono incostituzionali e rappresentano un precedente pericoloso che potrebbe mettere in discussione la concezione stessa di stato di diritto.

Molti hanno sostenuto che la dimensione regionale non rispecchia la varietà delle situazioni. Hanno ragione?
LQ: In effetti la “colorazione” delle Regioni (rosso, arancione, giallo) è apparsa incongrua per una strategia realmente mirata a circoscrivere le zone infette perché all’interno delle Regioni (soprattutto delle più estese) coesistono situazioni molto differenti; la dimensione più adatta sarebbe stata quella provinciale ma le Regioni rappresentano entità amministrative ben definite (e dotate di poteri specifici in materia) le Province non più.

I negazionisti sono davvero soltanto incoscienti rabbiosi da isolare?
LQ: Bisogna distinguere. Quelli che negano l’esistenza del virus e considerano ciò che sta avvenendo un complotto internazionale teso a perseguire fini inconfessabili (chi, quali?) sono semplicemente degli esaltati che fanno parte della falange degli imbecilli che credono che la terra sia piatta; non vanno isolati, vanno ignorati. Altro discorso riguarda quanti sono preoccupati per le conseguenze economiche, sociali e politiche delle misure adottate che potrebbero riflettersi in cambiamenti anche rilevanti degli equilibri istituzionali (per noi liberali tanto importanti!). Essi, e il liberale qualunque tra loro, si chiedono semplicemente se una strategia basata su un inseguimento defatigante degli “infettati” fosse la migliore e se non convenisse, sin dall’inizio, concentrare risorse e strutture sulla cura degli ammalati con sintomi gravi piuttosto che pagare prezzi così alti in termini di vita civile; che, in fondo, è stata la strategia adottata da alcuni paesi come la Svezia, il Giappone, la Corea del sud (e, in pratica, da molti Stati nord-americani). Alla fine il numero dei morti da Covid non è stato in quei paesi, in rapporto alla loro popolazione, superiore a quello che si è dovuto registrare da noi.

L’obbligo della mascherina e il coprifuoco dopo le 22 sono apparsi a molti misure esagerate e inefficaci, utili soltanto a drammatizzare una situazione perfettamente controllabile.
LQ: Ecco il punto. Nessuno mi convincerà mai che l’uso della mascherina (specialmente se fatto in modo approssimativo, come si fa) o la indiscriminata chiusura serale dei ristoranti siano utili a contenere i contagi. Ma il problema è altrove: l’inadeguatezza delle nostre strutture sanitarie a fronteggiare la “seconda ondata”, malgrado essa fosse stata prevista. Le misure adottate dal Governo sono in gran parte strumentali, non servono a contenere il contagio ma a contrarre la circolazione delle persone sperando in tal modo di diminuire la pressione sulle strutture sanitarie. Ma se prima si spaventa la gente e poi ci si lamenta che in troppi si presentano ai pronto soccorso al primo colpo di tosse, qualcosa non ha funzionato nella politica comunicativa adottata dal Governo. E poiché i sintomi iniziali del coronavirus sono assai simili a quelli di una normale influenza il “liberale qualunque” trova assai grave che non si sia provveduto per tempo a distribuire in grandi quantità i vaccini adatti a prevenire l’ordinaria influenza.

Però tutti i paesi europei (esclusa la Svezia) hanno finito per adottare misure di contenimento della diffusione del virus simili alle nostre.
LQ: Infatti il nostro Governo si è mosso in sostanziale sincronia con la Francia e la Germania (anche se in qualche caso con maggior rigore formale); ma ciò non toglie che la discussione sull’analisi costi- benefici della strategia adottata resti aperta. Ma non ora.
Adesso bisogna rispettare anche le disposizioni che non ci piacciono e che abbiamo motivo di contestare; uno stato di diritto consiste pure nel rispettare le responsabilità di governo di chi è stato chiamato dal Parlamento ad esercitarle, soprattutto in un momento di emergenza come quello che indiscutibilmente stiamo vivendo.

La vittoria di Biden sembra, a tutti gli effetti, la rivincita di Obama. Non a caso l’ex-presidente aveva esercitato tutta la sua influenza per fare prevalere nelle primarie la candidatura di Biden, suo vice presidente, nella sfida epocale contro Trump; una sfida tanto più difficile in quanto un presidente uscente è sempre avvantaggiato nel rinnovo del mandato e, per di più, per ragioni complesse che tutti gli analisti hanno abbondantemente illustrato, in un contesto di ripresa economica solo in parte compromesso dall’epidemia Covid 19.
Certo, immaginare la presidenza di Biden come una semplice prosecuzione di quella di Obama, mettendo tra parentesi i quattro anni di Trump, è una semplificazione provocatoria che non va presa troppo sul serio: la storia non conosce parentesi e nessun presidente ricalca fedelmente le orme dei propri predecessori, anche quando appartengono allo stesso partito. Ma non vi è dubbio che le loro radici culturali e politiche siano molto convergenti e che dietro la figura del nuovo presidente molti elettori hanno individuato la proiezione carismatica di Obama. Le prossime scelte del nuovo presidente nella formazione del governo mostreranno in che misura ciò sia vero ma sin d’ora i nomi che circolano sembrano in gran parte confermare un orientamento di sostanziale continuità con l’amministrazione Obama, anche se l’inversione di rotta rispetto alle strategie di Trump non sarà così netta come molti osservatori europei ritengono, non soltanto perché i repubblicani mantengono posizioni predominanti in molti stati e potrebbero confermarsi in maggioranza nel Senato, ma anche per ragioni obiettive che spingeranno il nuovo presidente a seguire in parte le orme del suo predecessore soprattutto sul punto cruciale dei rapporti con la Cina. Ci sarà tempo per analizzare i nodi più importanti che Biden dovrà sciogliere in politica estera (oltre la Cina, la NATO, l’ Europa, l’Afganistan, il Medio Oriente) e in politica interna (riequilibrio fiscale, politica energetica, conflitti etnici, ecc.). Per ora cerchiamo di capire cosa hanno significato per la tenuta della democrazia americana queste elezioni che hanno visto la più elevata partecipazione di sempre.

La frattura

Si è sempre detto che gli Stati Uniti rappresentano un modello di democrazia liberale non soltanto per averne recepito i principi fondamentali riassunti nel Bill of Rights ma anche per essere riusciti a contenere la necessaria dialettica politica e sociale dentro i parametri invalicabili di valori condivisi. Da questa diffusa convinzione discendeva la tolleranza per comportamenti non sempre coerenti con i presupposti ma comunque ispirati a un fair play istituzionale che non era un orpello formale ma il contenitore obbligato delle mediazioni che un sistema politico fondato sull’equilibrio dei poteri rendeva necessarie. La presidenza di Trump è stata vissuta con preoccupazione (non solamente nell’ establishment tendenzialmente democratico), non tanto per il rifiuto provocatorio dei codici del politically correct quanto per essere percepita come un tentativo di rovesciamento dei principi basilari su cui l’America aveva – soprattutto dopo la seconda guerra mondiale – fondato la propria immagine: democrazia partecipata, economia di mercato regolata, multilateralismo per governare la globalizzazione. Il rozzo sovranismo di Trump prefigurava un modello opposto: rifiuto di qualsiasi vincolo internazionale, trasformazione della democrazia partecipata in democrazia plebiscitaria, soppressione di ogni regolamentazione del mercato e ritorno a un capitalismo aggressivo. Intendiamoci: queste due Americhe sono sempre esistite e, quando non hanno trovato un ragionevole terreno di incontro, hanno mostrato anche in passato quanto aspra possa essere la loro conflittualità (basti ricordare in proposito le tensioni istituzionali durante le presidenze di F.D. Roosevelt nella prima metà del secolo scorso). Tuttavia gli apparati dei due partiti maggiori sono sempre riusciti a trovare un accettabile compromesso garantito da un’alternanza che rendeva conveniente a entrambe le parti rispettare il fair play istituzionale.

La tenuta
Con la presidenza di Trump il compromesso è saltato e il tycoon ha cercato di rovesciare il tavolo delle regole trasformando la dialettica politica in una guerra a oltranza, in modo da produrre ferite profonde negli assetti istituzionali. Ci è riuscito? Per ora sembra di no; i suoi tentativi di condizionare la giurisdizione (attraverso il controllo della Corte Suprema), le forze armate, i mass media, le prerogative degli Stati, non sono andati in porto e la macchina istituzionale ha rapidamente archiviato i suoi eccessi come bizzarrie da non prendere troppo sul serio. Malgrado tutto quindi, nonostante quattro anni dedicati a delegittimare il check and balance americano e a trasformarlo in una lotta senza quartiere resa aspra da fanatismi irragionevoli, il sistema ha retto e l’alternanza ha potuto esprimersi salvaguardando l’essenza della democrazia liberale.
La mobilitazione elettorale senza precedenti ha dimostrato che gli americani, o gran parte di essi, hanno capito che la posta in gioco questa volta implicava la credibilità del modello americano e che le motivazioni economiche (ragione principale in passato degli orientamenti elettorali) dovevano segnare il passo a fronte di ragioni che coinvolgevano la natura stessa dello stato di diritto. Anche quella parte di classe media bianca che, secondo molti analisti, aveva riversato le sue frustrazioni sul voto a Trump quattro anni fa, si è resa conto che, al netto di alcuni vantaggi che certamente ne ha ricavato, una presidenza così violentemente antagonista rischiava di trasformarsi in un boomerang incontrollabile. La mancanza di sensibilità istituzionale di Trump, dimostrata anche in occasione della sua sconfitta elettorale, fa parte del gioco ma non costituisce la parte più preoccupante della situazione.

E adesso?
Anche se il sistema istituzionale ha retto altro discorso è quello che attiene alla sostanza delle politiche di Trump, sulle quali il consenso popolare è evidentemente rimasto molto elevato. Ed è questo il punto: confermata la “tenuta” degli assetti istituzionali (almeno per ora) non è tempo di facili illusioni: Trump non è la causa della frattura americana ma la conseguenza di una strategia politica inadeguata che il partito democratico (e i repubblicani moderati) hanno portato avanti in questi anni. Detto in altri termini: forse Trump è finito ma il trumpismo è vivo e vegeto e trascurarne la rilevanza sarebbe un ennesimo errore. Per questo, ferme restando le affinità politiche e culturali, la presidenza di Biden non potrà essere una semplice prosecuzione di quanto le presidenze di Obama avevano lasciato in sospeso.

Franco Chiarenza
16 novembre 2020

La vicenda delle mascherine “anti-Covid” sta diventando un fatto ideologico piuttosto che, come dovrebbe essere, di semplice prevenzione sanitaria. Colpa anche del Governo che invece di sensibilizzare l’opinione pubblica con una ragionevole persuasione si affida a bandi terroristici con minacce sanzionatorie tanto sproporzionate quanto inefficaci. Se qualcuno avanza delle obiezioni viene subito criminalizzato come “negazionista” (cioè una specie di nazista), ma, se ci si parla a quattr’occhi, lontani da intercettazioni, videocamere e quant’altro, verrà fuori la filosofia tutta italiana del “per lo meno”. Sì, forse servono a poco all’aria aperta, ma “così almeno la mettono nei locali chiusi”, forse mille euro di multa sono esagerati ma “così almeno ci stanno più attenti”, effettivamente dipende anche dalle mascherine, quelle che tutti si tengono in tasca e tirano fuori soltanto quando vedono arrivare i carabinieri, sono inefficaci però “così almeno riducono gli assembramenti da movida”. Un vizio diffuso, come quei sindaci che mettono all’ingresso del paese un divieto di velocità di 10 km. orari (manco a piedi!) perchè “così almeno vanno a 50”.

La polemica Mattarella – Johnson

Dietro questo atteggiamento si nasconde un fastidioso paternalismo, purtroppo largamente condiviso perchè gli italiani stessi si considerano inaffidabili e ritengono necessario essere trattati come discoli, con un adeguato apparato di minacce e sanzioni (poco importa se realisticamente efficaci). Quando Manzoni nei “Promessi Sposi” descriveva le “grida” delle autorità spagnole aveva presenti, come in altre parti del libro, vizi e comportamenti a lui contemporanei e che da allora purtroppo si sono mantenuti. Ciò che manca a noi italiani è una cosa importantissima che si chiama principio di responsabilità: certe cose si fanno o no non per paura delle sanzioni ma per convinzione e perchè di ciò che si fa (o non si fa) ci si assume la responsabilità. Quando il premier britannico Boris Johnson ha spiegato che certe misure di “lockdown” erano impossibili nel suo paese perchè gli inglesi “amano la libertà” più degli italiani, si riferiva in realtà al fatto che la società britannica quando si tratta di misure che limitano la libertà personale si affidano alla propria valutazione assumendosene la responsabilità. Quanto ciò sia vero è molto discutibile, ma la piccata risposta del nostro presidente (non a caso ex democristiano di sinistra), non ha colto il punto essenziale, limitandosi a contrapporre un principio di “serietà” stabilito dall’alto con decreti e sanzioni, a quello della libertà responsabile.
La “serietà” deve essere un fatto individuale, basato su informazioni corrette (molto diverse da quelle che i mass media italiani continuano a diffondere, anch’essi condizionati dalla filosofia che bisogna spaventare anche quando basterebbe ragionare perchè “così almeno…”. In Gran Bretagna, ma anche altrove, misure drastiche come il lockdown imposte in regioni e località che mostravano di essere state attaccate dal virus solo marginalmente, non sarebbero state possibili.
L’altro giorno in una delle solite interviste a un virologo (ormai divenuti tutti star del video) la fanciulla che poneva le domande, dopo la scontata risposta ispirata a un sano e prudente terrorismo sanitario, ebbe l’ardire di osservare che però il numero dei morti era drasticamente diminuito, ma di fronte all’imbarazzata ammissione del virologo, ha subito aggiunto che naturalmente non bisognava mettere l’accento su questo dato altrimenti la gente abbassa la guardia. Appunto.

Franco Chiarenza
10 ottobre 2020