L’agenda politica italiana segnala una singolare continuità: i problemi non si risolvono, si rinviano.
L’Alitalia è tecnicamente fallita e, dopo il rifiuto di possibili acquirenti privati, continua a perdere soldi ripianati dal governo con “prestiti-ponte” che naturalmente non verranno mai restituiti. Ponte verso cosa se tutti gli interlocutori possibili si sono tirati indietro? Il gruppo Atlantia (Benetton) sembrava disposto a tenerla in piedi anche perdendoci un po’ di soldi ma l’evidente contropartita era il rinnovo delle concessioni autostradali; un prezzo che ovviamente il movimento Cinque Stelle, molto esposto in una concezione “punitiva” della concessionaria ritenuta responsabile del crollo del ponte Morandi, non poteva pagare.
Ma anche il nodo delle concessioni verrà al pettine e non potrà essere risolto con la demagogia. Il fatto è che la galassia delle concessioni Atlantia (con al centro “Autostrade per l’Italia”) ha acquisito nel tempo un’esperienza e una capacità di gestione che non sono sostituibili in tempi brevi; il problema evidenziato dalla sciagura di Genova e dallo stato di crisi di molte strutture autostradali non consiste soltanto nella colpevole incuria della concessionaria ma anche nell’assoluta mancanza di controlli da parte del concedente (cioè lo Stato). La soluzione più razionale sarebbe quella di rinnovare la concessione ad Atlantia, ponendo a suo carico le ingenti spese di ristrutturazione della rete oltre al completamento della “Gronda” di Genova, indispensabile a prescindere dalla ricostruzione del ponte Morandi, e al contempo rendendo i controlli più incisivi. Le responsabilità penali e civili del crollo del ponte Morandi verranno accertate dalla magistratura e dovrebbero restare separate dalle ragioni di convenienza che determinano la scelta del concessionario. Ma spesso la politica deve fare i conti con i sentimenti più che con la ragione, e l’indignazione per quanto è avvenuto a Genova e continua a succedere in altri tratti autostradali è troppo forte per consentire una scelta che poteva salvare contemporaneamente la continuità di gestione delle autostrade (con nuove condizioni più stringenti) e Alitalia.
Anche a Taranto la situazione dell’ex-ILVA è in stallo dopo il clamoroso gesto di Arcelor Mittal di denunciare un contratto firmato soltanto un anno fa. Naturalmente le accuse si rimpallano: da una parte si denuncia la mancata attuazione dello scudo penale nei confronti di reati commessi dalle gestioni precedenti, a cui si aggiunge un atteggiamento pregiudizialmente ostile della magistratura che impedirebbe di fatto la realizzazione del piano industriale. D’altra parte si sostiene che la decisione di Arcelor sia in realtà dovuta alla crisi mondiale della produzione di acciaio e forse all’intenzione di fare fallire Taranto per concentrare altrove gli impianti del produttore franco-indiano. Come che sia i sindacati assistono terrorizzati al precipitare della situazione verso una chiusura che aprirebbe una crisi occupazionale ed economica di ampie dimensioni.

Ma il problema è più ampio e profondo. Gli investimenti stranieri se ne vanno dall’Italia e non ne arrivano di nuovi, né i capitali italiani imboscati nei depositi bancari si sognano di emergere. Il nostro paese è considerato ostile alla cultura industriale e non bastano i fattori vantaggiosi che il sistema-Paese può vantare (manovalanza qualitativamente eccellente, centri di ricerca scarsi ma di buon livello, infrastrutture insufficienti ma decorose). Essi non compensano gli aspetti negativi (energia più cara, costi della mano d’opera aggravati da contributi sociali molto elevati, formazione professionale scadente e non corrispondente alla domanda delle imprese, burocrazia invadente, numero eccessivo di livelli di competenza della pubblica amministrazione). E soprattutto la sensazione che non funzioni con la rapidità e l’imparzialità necessarie il sistema giudiziario il quale non appare in grado di garantire un corretto “rule of law”. Questa percezione è aggravata da una situazione politica condizionata da un movimento come i Cinque Stelle apertamente ostile all’economia di mercato che si è manifestata nel precedente governo con un sostanziale blocco di quei pochi adeguamenti infrastrutturali già in cantiere (emblematici i casi della Val di Susa, del terzo valico tra Liguria e Lombardia, della “Gronda” di Genova, e molti altri).
Tutto ciò dovrebbe preoccupare molto di più del debito pubblico, malgrado le dimensioni assurde che esso ha raggiunto. Se un debitore è dinamico e produttivo nessuno spinge perchè riduca la sua posizione debitoria, se è statico e resta chiuso in casa a curare il suo giardinetto, la fiducia dei creditori viene meno e le sollecitazioni speculative diventano incontenibili; non siamo ancora a questo punto ma il rischio comincia ad essere percepibile

In queste condizioni logica vorrebbe che l’attuale esperienza di governo non vada oltre l’approvazione del bilancio e che ci si avvii fatalmente a nuove elezioni. Ma non tutti sono d’accordo; non tanto (o non soltanto) perchè in primavera scadono i consigli d’amministrazione di molte aziende pubbliche o partecipate dallo Stato (anche se il sospetto è lecito), quanto per consentire ai Cinque Stelle di fare definitivamente i conti con se stessi prima di una verifica elettorale. Il movimento infatti sembra spaccato tra due linee di tendenza che la leadership di Di Maio non è riuscita a comporre: da una parte Grillo, tornato prepotentemente sulla scena, favorevole a un’alleanza permanente con la sinistra democratica (accentuando le caratteristiche ambientalistiche delle sue origini), dall’altra i moralisti “puri e duri”, ostili pregiudizialmente a qualsiasi collegamento col passato, fautori di uno “splendido” isolamento in Parlamento e nel Paese. Dalla soluzione di questo conflitto, assai più che da un’improbabile nuova forza centrista, dipendono probabilmente le future maggioranze di governo.

Franco Chiarenza
7 dicembre 2019

Chi, come me, sperava che il presidente Trump sarebbe stato per necessità e condizionamenti provenienti dal soft power dell’establishment di Washington persona diversa dal candidato alle presidenziali del 2016, deve ricredersi. Ogni volta che ha potuto Trump ha cercato di realizzare il suo modello di isolazionismo rivendicato nella campagna elettorale preferendo, anche nella scelta dei mezzi di comunicazione, le rozze semplificazioni e gli slogan di twitter a interventi più ragionati. Alla fine la sua idea di un’America militarmente potente, in grado di bastare a se stessa e quindi non legata a impegni multilaterali, arrogante e paternalistica nei rapporti con gli altri paesi (anche quelli europei più legati alla sua storia), forse non si è pienamente realizzata ma comunque ha sconvolto tutte le tradizionali alleanze che dopo la seconda guerra mondiale facevano perno su un’ idea diversa di America, fondata sull’accoglienza, sugli accordi multilaterali, sulla responsabilità di guidare tutto il mondo occidentale nella difficile sfida della globalizzazione.

Gli errori del presidente
Trump è però inciampato in due punti fondamentali: i rapporti con la Russia (al cui appoggio doveva in parte la sua elezione) e il potere di un’informazione indipendente che in America è ancora molto forte.
La sua idea di un accordo con la Russia che in sostanza lasciasse mano libera a Putin (al quale andava tutta la sua personale simpatia come si conviene tra convinti populisti) si è infranta su una resistenza dell’opinione pubblica che aveva sottovalutato; lo scandalo delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali lo ha costretto a giocare in difesa accantonando ogni velleità di alleanza organica con Mosca. In questa ritirata la stampa e i mezzi di informazione indipendenti hanno giocato un ruolo fondamentale mentre il Congresso, dopo la vittoria democratica nelle elezioni mid term del 2018, tornava a farsi sentire avviando una procedura di impeachment basata su accuse più dimostrabili di quelle precedenti: le pressioni di Trump sul governo ucraino per ottenere rivelazioni sulle attività economiche del figlio di Joe Biden (ex vice presidente di Obama e possibile candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2020), fino al punto di condizionare gli aiuti necessari a quel paese al soddifacimento delle sue richieste. La rimozione del presidente sarà ovviamente impossibile per la resistenza del Senato, ancora a maggioranza repubblicana, ma il colpo alla credibilità di Trump lascerà le sua tracce.
Un altro grave errore è stato la pagliacciata delle relazioni con la Corea del Nord che si è risolta con un nulla di fatto consentendo però al dittatore comunista Kim-Jong Un un successo di immagine che ne ha rafforzato il potere e soprattutto dimostrando il crescente potere di interdizione della Cina. Anche l’inasprimento delle sanzioni all’Iran (capovolgendo la politica di appeasement portata avanti da Obama) ha rafforzato la posizione dei “falchi” all’interno del regime islamico senza arrecare alcun vantaggio agli Stati Uniti. Non c’è partita di politica estera in cui Trump si sia impegnato che non sia stata fallimentare: dalla Cina al Medio Oriente. Il suo agitarsi menando fendenti a destra e manca fa pensare alle marionette di un tempo; ma purtroppo si tratta del capo della più grande potenza del mondo.

Le guerre commerciali
Un capitolo a parte riguarda i rapporti con l’Europa e il Giappone, paesi alleati che con gli Stati Uniti hanno condiviso la gestione di tutti gli strumenti multilaterali che ruotavano intorno all’egemonia americana: la NATO, il WTO, l’OCDE, il FMI, la Banca Mondiale, ecc. Una ragnatela che ha consentito in qualche misura di governare i processi di globalizzazione, una rete che ha protetto certamente i paesi europei da “invasioni di campo” destabilizzanti ma ha pure consentito agli Stati Uniti di mantenere una posizione centrale negli sviluppi dell’economia mondiale. Il prezzo da pagare era l’apertura del mercato americano alle importazioni dai paesi europei e dal Giappone che in effetti ha prodotto nel tempo un forte squilibrio della bilancia commerciale. Ad esso Trump ha attribuito la responsabilità dei processi di de-industrializzazione in atto da tempo e su tale convinzione ha avviato una politica di autarchia protezionistica che comporta la rottura di tutte le strutture e le alleanze costruite dagli Stati Uniti nel dopoguerra.
Ma le guerre commerciali provocano, prima o poi, le ritorsioni degli altri paesi, e quanto più estesi saranno i mercati e il potere d’acquisto che essi rappresentano tanto maggiore sarà il danno per gli Stati Uniti. Per questo Trump boicotta l’Unione Europea e preferisce trattare con i singoli paesi del Vecchio Continente; se infatti l’Unione si dotasse di strumenti politici adeguati rappresenterebbe un mercato equivalente a quello americano e quindi potenzialmente in grado di danneggiarne gli interessi in molti settori.
Trump non ha perso tempo: prima che l’Europa si riprendesse da questo brusco cambio di politica economica e cominciasse a reagire coi suoi tempi lunghi il governo americano ha avviato dazi protettivi che colpiscono soprattutto le esportazioni tedesche (ma anche francesi e italiane) riportando indietro l’orologio della storia. Se verrà rieletto l’anno prossimo è certo che le reazioni europee diverranno più consistenti soprattutto se si avvierà finalmente quel processo di unificazione politica (che non a caso Trump teme come il fumo negli occhi) e si procederà alla creazione di nuovi soggetti europei nel campo della comunicazione interattiva e delle nuove tecnologie in generale dove oggi le aziende americane sono egemoni. La decisione della Francia e di altri paesi europei di tassare le grandi imprese americane (Google, Amazon, ecc.) per i profitti realizzati nei loro territori costituisce un segnale che il presidente americano ha colto in tutta la sua gravità (minacciando ulteriori sanzioni). In pratica la politica di Trump, i cui effetti si vedranno tra qualche anno, finirebbe per favorire la creazione di nuovi poli di aggregazione potenzialmente in grado di arginare la supremazia americana: l’Europa unita innanzi tutto, ma anche la Cina (che potrebbe rappresentare un nuovo punto di riferimento per paesi come la Corea del Sud e lo stesso Giappone), la galassia dell’Asia sud orientale attraverso nuove forme di aggregazione (di cui l’ASEAN già rappresenta in qualche misura una prima struttura portante) e naturalmente la Russia che tornerebbe ad essere protagonista non soltanto in Europa ma anche in Medio ed Estremo Oriente. Con buona pace dell’idea infantile (ma elettoralmente accattivante) di un’America forte e priva di vincoli in grado di condizionare tutti gli interlocutori come un elefante può fare con creature infinitamente più modeste. Perchè prima o poi anche le formiche nel loro piccolo si incazzano, come un famoso libro ci ha rivelato.

 

Franco Chiarenza
4 dicembre 2019

 

Vi ricordate di Gioia Tauro? Almeno i più anziani dovrebbero rammentare la quasi guerra civile che scoppiò in Calabria nel 1971 per lo spostamento del capoluogo regionale a Catanzaro e la pressante richiesta “compensativa” di realizzare nella provincia di Reggio Calabria a Gioia Tauro, al posto degli splendidi e giganteschi ulivi che da secoli erano il vanto di quel territorio, un quinto centro siderurgico sul modello di quello realizzato dall’IRI a Taranto, L’acciaio era considerato fondamentale per lo sviluppo economico e ospitare un’acciaieria era sinonimo di benessere e di piena occupazione. Poi il centro siderurgico non si fece e al suo posto sorse il primo porto attrezzato per i “containers” realizzato in Italia, tuttora esistente.
I tempi cambiano: oggi gli impianti siderurgici sono accolti con ostilità. Prevalgono le preoccupazioni sanitarie ed ambientali, e il fenomeno non riguarda soltanto l’acciaio ma in generale tutta la grande industria non più considerata come un’opportunità ma piuttosto fonte di conseguenze negative soprattutto di carattere ambientale. Si tratta di un fenomeno culturale complesso che non riguarda soltanto l’Italia.

De-industrializzazione. E poi?
Per questo la vicenda di Taranto va oltre Taranto e non si esaurirà nemmeno se, prima o poi, il “mostro” verrà abbattuto e le diecimila famiglie messe sul lastrico saranno impiegate, come ho sentito dire, nella bonifica dei terreni inquinati (che peraltro non potrà essere eterna), nel turismo, in fantomatiche industrie agro-alimentari “leggere”. Perchè la spinta alla destrutturazione della nostra economia industriale è molto forte e rappresenta una delle componenti del successo dei Cinque Stelle. Il primo risultato è già visibile: non soltanto diminuisce ulteriormente l’attrattività del sistema-Italia per gli investimenti esteri ma i capitali nostrani fuggono nelle forme più diverse all’estero. In tale contesto anche la fusione FCA – PSA non promette nulla di buono perchè il suo asse portante sarà in Francia e, nonostante le assicurazioni in contrario, nulla garantisce che nella ristrutturazione che ne seguirà, oppure in caso di crisi, a farne le spese saranno soprattutto gli stabilimenti Fiat in Italia. Non si tratta soltanto di convenienze economiche e fiscali ma di un clima di ostilità alimentato anche da settori consistenti dei mass-media e della magistratura consapevolmente complici.
Si vuole cambiare il modello produttivo del Paese, già in crisi per i limiti evidenti dimostrati dal “nanismo” delle imprese? Bene, ma per sostituirlo con cosa?
Le risposte a questa fondamentale domanda sono confuse: si immagina un futuro “bio” basato su una economia “circolare” (che sta a significare il riuso sistemico di tutti gli scarti), energie alternative a ogni forma di combustione, piste ciclabili, infrastrutture mirate soprattutto ai territori municipali, e, in fin dei conti, una riduzione dei consumi non necessari. Un bellissimo sogno fondato sulla sostenibilità ambientale ispirato alle giuste preoccupazioni delle future generazioni per i cambiamenti climatici che avanzano minacciosamente.
Quel che si dimentica in questa visione del futuro è la compatibilità tra i servizi gratuiti o semi-gratuiti che si vogliono assicurare a tutti e le risorse disponibili per farlo. Le risorse provengono dall’imposizione fiscale sui redditi e sui consumi; riducendo gli uni e gli altri diminuiscono inevitabilmente le possibilità di finanziamento pubblico. Ulteriori indebitamenti sono impossibili non soltanto per il debito gigantesco già accumulato ma anche perchè un indebolimento delle tradizionali fonti di reddito (imprese industriali e commerciali) suscita la diffidenza dei mercati e rende problematico il collocamento dei titoli di debito.

Due certezze
Come uscirne? Nessuno può dirlo, tutti hanno le loro ragioni e il dibattito alle volte si trasforma in un dialogo tra sordi, come appunto avviene a Taranto tra chi difende il suo pane quotidiano e chi invoca le priorità sanitarie e ambientali. Credo però che ci sono due condizioni imprescindibili di cui ogni governo – di destra o di sinistra – dovrebbe tener conto. La prima è la gradualità; certi processi, per giusti che possano sembrare, devono comunque essere realizzati riducendo al massimo i costi sociali che comportano. La seconda è la dimensione globale; certi obiettivi devono essere condivisi e perseguiti insieme agli altri, altrimenti si regalano posizioni di vantaggio alla concorrenza internazionale che aggravano ulteriormente la nostra economia. Serve un grande progetto di riconversione industriale a lungo termine da condividere almeno con gli altri paesi dell’Eurozona, se non vogliamo ridurci a diventare un resort di lusso per turisti americani e cinesi in cui l’unica occupazione possibile sarà quella di camerieri. Ecologicamente soddisfatti.

Franco Chiarenza
18 novembre 2019

L’acqua alta a Venezia non è una novità. Il fatto che quest’anno abbia assunto dimensioni inusuali era prevedibile e infatti era stato previsto sin dall’analogo allagamento del 1966. Che si dovesse perciò trovare un modo per mettere in sicurezza la città lagunare fu oggetto di un dibattito internazionale perchè l’integrità di Venezia è considerata da sempre un valore culturale unico al mondo (al di là dei fin troppo facili riconoscimenti dell’UNESCO). Le “leggi speciali” per Venezia si sono infatti susseguite da quel fatidico 1966 fino ad approdare, dopo lunghi dibattiti che divisero gli ambienti culturali e i veneziani, alla decisione di realizzare il MOSE, un sistema di dighe mobili in grado di sbarrare le inondazioni provocate dall’”acqua alta”. I lavori cominciarono nel 2003 (malgrado la decisione fosse di molti anni prima), sono stati più volte interrotti anche per gli scandali legati alle tangenti, sono costati quasi sei miliardi, e non è ancora in grado di funzionare, come ha dimostrato il disastro di questi giorni. Vi sembra normale?

Opere pubbliche infinite
Non è normale ma non è neanche un’eccezione. In Italia la costruzione delle opere pubbliche, anche quando sono decise e finanziate (il che richiede sempre tempi lunghissimi), procede a singhiozzo con continue interruzioni fino a raggiungere tempi infiniti. Vogliamo ricordare il ponte di Messina la cui costruzione fu deliberata con legge nel 1971 e si dovettero attendere 42 anni perchè un altro governo decidesse di non farlo? Pare che molti vogliano riproporlo, mi vien da ridere, se penso che il ponte sull’Oresund tra la Danimarca e la Svezia è stato costruito in sette anni e la galleria sottomarina che congiunge l’Inghilterra alla Francia in otto anni. O vogliamo parlare dell’alta velocità ferroviaria tra Napoli e Bari, decisa dieci anni fa e i cui cantieri si sono finalmente aperti quest’anno, o della grottesca vicenda del traforo della Val di Susa?
Io non entro nel merito dei progetti; ognuno ha i suoi punti di vista ed è lecito discuterne anche a lungo; quello che non funzione è la mancanza di certezze. In uno stato moderno che si rispetti una decisione presa diventa definitiva perchè chi la realizza deve poterla programmare senza interruzioni, senza impedimenti politici, giudiziari, o di ogni altro genere. Ogni interruzione produce danni gravissimi: aumentano i costi, si licenziano le maestranze fino a nuovo ordine, si compromette l’indotto che si attiva attorno a qualsiasi opera di un certo respiro. Da noi è prassi costante che ogni gara d’appalto venga contestata davanti al TAR, ogni ente locale ponga veti e impedimenti per ottenere adegute compensazioni, ogni comitato di cittadini che si ritengono danneggiati chiedano all’autorità giudiziaria di sospendere i lavori, spesso riuscendoci. In questo modo non si va da nessuna parte, le opere pubbliche restano incompiute per decenni, quando vengono realizzate costano il doppio di quanto dovrebbero, le imprese, se non hanno robusti sostegni finanziari, falliscono, la disoccupazione aumenta.

Che fare?
Occorre coraggiosamente disboscare innanzi tutto i tanti enti che a diverso titolo esercitano poteri di interdizione; dico coraggiosamente perchè dietro di essi si nascondono spesso interessi inconfessabili e, nel migliore dei casi, condizionamenti politici. La filosofia del “not in my courtyard” è sempre elettoralmente vincente. Occorre poi separare le responsabilità personali degli appaltatori dalla normale prosecuzione dei lavori; se un magistrato rileva degli illeciti l’opera non venga sospesa, si nominino dei commissari giudiziari che subentrano nella direzione dei lavori, salvo poi, a giudizio definitivo, stabilire le rispettive responsabilità e i danni che ne sono derivati. Basterebbe questo per fare diminuire i tanti ricorsi e denunce strumentali mirati soltanto alla sospensione delle opere (anche nella speranza di poterle rimettere in discussione).
Non si ha idea quanto pesi nella valutazione del sistema-Paese per gli investimenti privati (dall’estero ma anche italiani) questa incertezza del diritto travestita da giustizia. Insieme ad altre cause (lentezza e incoerenza della giurisdizione, sistema formativo inadeguato e non rispondente alle esigenze delle imprese, ecc.) essa è più importante di una tassazione elevata e del costo della mano d’opera. E, al contrario di esse, si tratta di riforme a costo zero, anzi che producono molti vantaggi. C’è chi rema contro coprendo il proprio interesse al mantenimento delle inefficienze del sistema con il richiamo all’onestà (che, secondo loro, richiede controlli e vincoli burocratici sempre più stringenti). Se vogliamo uscire dal pantano bisogna liberarsi di quei rematori e sostituirli con altri che riportino la barca nella corrente della convenienza collettiva. Altrimenti molti cominceranno a pensare che la democrazia non sia in grado di risolvere i problemi del Paese; è già successo esattamente un secolo fa.

 

Franco Chiarenza
17 novembre 2019

Ne sento parlare da quando ero bambino (ho 85 anni). L’evasione fiscale era sempre il grande fantasma evocato come responsabile di tutti i mali, quella che costringeva lo Stato ad aumentare le tasse, prototipo di ingiustizia sociale, mostro con tante teste che non si riusciva mai ad abbattere, come l’Idra di Lerna della mitologia greca.
Anche i governi Conte (uno e due) non hanno mancato di evocarla e di prevedere una seria lotta per contrastarla. Ma sarebbe ora di chiederci seriamente: chi sono gli “evasori fiscali” e perchè in cinquant’anni non si è mai riusciti a fargli pagare le tasse? Se non rispondiamo a queste domande il resto sono chiacchiere.

Chi sono gli evasori
Tutti pensano ai “grandi evasori”, personaggi della finanza e dell’industria che nascondono i loro profitti e conseguentemente evitano la tassazione che sarebbe dovuta. E in effetti i grandi evasori esistono e nei loro confronti una politica di contrasto è in atto già da tempo anche se non dà i risultati sperati per due fondamentali ragioni: la prima va ricondotta alla libera circolazione di capitali (di per sé fondamentale per gli scambi internazionali) di cui alcuni soggetti approfittano per collocare i profitti nei cosiddetti “paradisi fiscali” (cioè paesi che sfuggono agli accordi internazionali e ai conseguenti obblighi), la seconda alla dimensione multinazionale di grandi imprese (non soltanto industriali) come per esempio Google o Amazon che hanno le loro sedi in paesi fiscalmente convenienti (“concorrenza fiscale”). Nei loro confronti, al di là di ciò che già oggi si fa (come far pagare alcune imposte in base al fatturato in Italia) poco si può senza accordi internazionali più vincolanti. Aumentare le pene carcerarie (che già esistono nella nostra legislazione) come vuole Di Maio è una misura inutile e demagogica: non farà entrare un euro nelle casse dello Stato e non farà fare nemmeno un giorno di galera agli evasori.
Ma la sorpresa è un’altra: i tre quarti dell’evasione fiscale calcolata dalle varie istituzioni che se ne occupano (ministero dell’economia, guardia di finanza, inps, istat, ricerche universitarie) non proviene dai “grandi evasori” ma invece dai medi e piccoli evasori che nel nostro paese sono milioni: dai mancati scontrini ai servizi forniti in nero fino a forme più gravi collegate con l’economia sommersa. E ciò spiega perchè le forze politiche sono sempre riluttanti a contrastarli seriamente per le conseguenze elettorali che possono derivarne.

Perchè non si è fatto tutto ciò che si poteva (e si può) fare
Dunque il balletto intorno al tesoro sommerso dell’evasione fiscale è stato soltanto una grande ipocrisia; il tesoro era in mezzo a noi comuni mortali assai più che nei forzieri dei grandi “paperoni”per la semplice ragione che se venti milioni di persone evadono la trascurabile cifra di 1000 euro l’anno (ma la stima è per difetto) lo Stato perde venti miliardi, molto di più di quanto dovrebbero versare i perfidi paperoni.
Ma cosa si può fare per contrastare questa mini-evasione tanto diffusa? Molto, ed è con piacere che abbiamo notato che il nuovo ministro dell’Economia Gualtieri sembra finalmente muoversi in questa direzione attraverso la tracciabilità di ogni pagamento mediante le carte di credito e quindi la limitazione del contante. Ma non basta: perchè l’evasione venga ridotta soprattutto nel settore dei servizi alle persone occorre aumentare sensibilmente la detraibilità delle spese (inserendo per esempio quelle di manutenzione degli immobili, a partire dagli idraulici, elettricisti, fornitori di servizi, ecc.), e promuovere una seria campagna di informazione (anche sui social) che spinga i cittadini a richiedere sempre regolari ricevute per ragioni di convenienza (detraibilità) e per ragioni di etica politica. Altre cose si potrebbero fare ma si dovrebbe scendere in dettagli tecnici troppo circostanziati per questo spazio.
Una prova che quanto ho detto risponde al vero? Quando Di Maio ha capito che un serio contrasto all’evasione fiscale riguardava anche l’economia sommersa si è affrettato a specificare che la lotta va fatta soltanto ai “grandi evasori”. Altrimenti come fa a rimettere piede a Pomigliano?

 

Franco Chiarenza
5 novembre 2019

Il governo Conte 2 procede il suo accidentato cammino cercando intanto di conseguire il primo obiettivo per cui è nato: fare quadrare i conti del 2019 e soprattutto la previsione di bilancio per il 2020 superando indenne il vaglio della Commissione europea. La manovra di bilancio si presenta ancora una volta confusa, piena di micro-tasse più o meno visibili, con trascurabili misure strutturali, frenata dalle preoccupazioni politiche del movimento Cinque Stelle. Bisogna riconoscere che con questa maggioranza e in così poco tempo non era possibile fare molto di più, ma resta l’impressione di una manovra tappa-buchi priva di un orizzonte che vada oltre la congiuntura.

Fragilità politica
La debolezza politica della compagine governativa è evidente. Il movimento Cinque Stelle è sostanzialmente diviso tra la linea dettata da Grillo (e che Di Maio segue con visibile riluttanza), favorevole a una collaborazione a oltranza con il PD, e quella di chi vorrebbe un “ritorno alle origini” anche a costo di un isolamento politico e di una verifica elettorale probabilmente penalizzante. Ma anche tra i democratici e i renziani il clima non è dei migliori; l’ex presidente del consiglio sembra poco interessato alle sorti del governo, attento piuttosto ad accaparrarsi adesioni tra i democratici più scettici ma anche tra la destra moderata delusa dalla linea politica di appiattimento su Salvini che Berlusconi continua a sostenere. Il futuro di Renzi (come lui lo vede) è chiaro: un blocco centrale che rappresenti l’ago della bilancia in un futuro parlamento eletto con una legge proporzionale pura (con una soglia di sbarramento molto bassa) nella speranza che né la destra di Salvini e Meloni né il partito democratico raggiungano comunque la maggioranza. Ma anche il movimento Cinque Stelle, per ridimensionato che sia, potrebbe trovarsi in una posizione tatticamente analoga.

Fragilità strategica
La grande questione che l’attuale maggioranza non riesce ad affrontare in maniera coerente, in parte per le contraddizioni interne ma anche per mancanza di risorse sufficienti, è quella della ripresa della crescita. Per raggiungere l’obiettivo la ricetta è nota ed è quella chiaramente illustrata da Carlo Bonomi all’assemblea degli industriali lombardi: abbattere il cuneo fiscale che penalizza la produzione, completare le infrastrutture sul territorio (ferrovie, strade, porti, trasporti urbani) e quelle per realizzare reti di comunicazione ad elevata potenzialità; e così facendo rendere attraente il sistema Italia agli investimenti stanando anche i capitali che restano inutilizzati nei canali finanziari. Infine concentrare gli investimenti pubblici disponibili nelle maggiori criticità a partire dalla scuola. Ma una politica siffatta, orientata alla crescita, impone una forte riduzione della spesa assistenziale – comunque mascherata – e una sforbiciata molto sostanziosa agli sprechi della pubblica amministrazione (non soltanto centrale ma anche regionale). Soltanto un governo forte con una prospettiva a lungo termine può affrontare un programma che garantisca tali priorità affrontando anche l’impopolarità che può derivarne. E qui mi fermo.

Franco Chiarenza
4 novembre 2019

Il fatto che i problemi ambientali, in essi comprendendo tutte le tematiche che riguardano il riscaldamento terrestre e l’inquinamento crescente che alterano gli equilibri biologici del nostro pianeta, siano stati portati in primo piano tra le questioni che si dibattono nel mondo costituisce certamente una sensibilizzazione opportuna. Che lo si faccia con toni esagitati e fuori misura, se sono i giovani a manifestarli, è altrettanto comprensibile. Ma il tema è troppo complesso per essere affrontato con disarmanti semplificazioni.
Non credo ci siano dubbi che il riscaldamento terrestre sia una realtà. Non è condiviso da tutti invece che il fattore antropico (cioè le alterazioni prodotte dall’uomo) ne sia la causa determinante. Molti sostengono infatti che si tratta in realtà a un nuovo ciclo di riscaldamento che si alterna nei millenni a fasi di raffreddamento, come attestano testimonianze storiche difficilmente contestabili. In ogni caso però il fenomeno è in corso e non vi è alcuna ragione per peggiorare la situazione con comportamenti umani che certamente hanno il loro peso. Da questo punto di vista quindi ben venga Greta Thunberg come simbolo di mobilitazione giovanile su un tema che ovviamente riguarda più loro che me (che di anni ne ho settanta in più della giovanissima e incazzatissima ragazzina svedese).
Ma, come sempre, il problema non sta nel fatto in sé ma nel come si intende risolverlo.

La questione economica
Tanto per capirci: i paesi che inquinano di più sono quelli a basso reddito pro-capite, a cominciare dalla Cina e dall’India per continuare con quelli dell’Africa sub-sahariana; hanno bisogno di energia a basso costo per sollevare le loro condizioni economiche e l’insistenza sulla sensibilità ambientale sembra loro un pretesto per mantenerli in posizione arretrata. L’Europa e i paesi occidentali hanno invece speso molto per diminuire l’inquinamento e progettano investimenti ancora maggiori per realizzare la cosiddetta “green-economy”. Ma esiste un punto limite oltre il quale si mette a rischio la competitività del sistema produttivo con conseguenze gravi in termini di occupazione e di crescita. Superare questo limite non significa ridurre il tenore di vita dei ricchi (che comunque con qualche piscina in meno se la cavano sempre) ma proprio dei ceti sociali che vivono per lo più di lavoro dipendente. Si può naturalmente discutere quale sia il punto di equilibrio e quanto le nuove tecnologie possano contribuire a fornire energie alternative a costi accettabili, ma comunque di questa esigenza di compatibilità dovrebbero sempre tenere conto quelli che discutono di questo problema. Greta, e coloro che la guidano dietro le quinte, fingono di ritenere la compatibilità economica irrilevante e per essere convincenti agitano un inquietante catastrofismo che ricorda il millenarismo di secoli passati e che può rappresentare il pretesto per proporre soluzioni politiche incompatibili con la nostra concezione liberale della società civile.

La società energetica
La società contemporanea si fonda sull’energia elettrica; non riusciamo nemmeno a immaginare un’esistenza senza elettricità. Per produrla si sono utilizzati fino ad oggi materiali combustibili (carbone, petrolio, gas) che con i nuovi sistemi di estrazione sono quasi inesauribili. Oppure si è fatto ricorso all’energia nucleare ottenuta attraverso gli stessi processi che hanno fatto della bomba atomica l’arma di distruzione più spaventosa della storia; un po’ per questa associazione, un po’ per lo spavento creato da alcuni “incidenti” (Cernobyl nel 1986, Fukushima nel 2011 e altri meno gravi), ma soprattutto per la mancata soluzione dello smaltimento delle scorie radioattive, molti paesi, tra cui il nostro, hanno abbandonato il nucleare. Negli anni tra le due guerre mondiali gli stati privi di materie prima (come il nostro) avevano incrementato la produzione di energia sfruttando le cadute d’acqua (centrali idroelettriche); ma pure questa tecnologia – nella quale gli italiani erano all’avanguardia, insieme a quella che utilizzava i soffioni di gas naturale (centrali geotermiche) mostrava i suoi limiti anche in termini di sicurezza ( le grandi dighe sono pericolose e producono impatti deleteri sull’ambiente circostante). Oggi lo sfruttamento idrico per produrre elettricità viene utilizzato soprattutto dove è possibile costruire bacini in corrispondenza allo sbarramento di fiumi di grande portata (come nel Tennessee, ad Assuan, in Brasile, in Cina, per citarne soltanto alcuni tra i più conosciuti) ma anche in questi casi non sono mancate le polemiche per gli effetti indiretti che le grandi dighe producono sul territorio.
In sostanza man mano che il progresso industriale si estende e la domanda di consumi elettrici aumenta non sembrano esserci alternative nella convenienza di utilizzare i combustibili fossili che infatti ancora oggi sono i più economici e diffusi. Quando l’allarme per le emissioni inquinanti ha raggiunto il suo punto più alto nella seconda metà del secolo scorso ci si è chiesti però come produrre energia in modo non dannoso per l’ambiente e sono comparse all’orizzonte alcune tecnologie alternative: energia solare, energia eolica (prodotta dal vento), altri carburanti ricavati da scarti agricoli). Ognuna di esse tuttavia ha mostrato inconvenienti gravi: il solare richiede superfici di esposizione troppo ampie per alimentare impianti di grandezza significativa, l’eolico (a prescindere dalla bruttezza delle “torri”) provoca danni alla fauna e alla flora delle zone interessate, i biocarburanti presuppongono coltivazioni estensive difficilmente disponibili senza ridurre le scorte alimentari. Vi sono inoltre difficoltà non ancora risolte che riguardano l’accumulazione e la distribuzione dell’energia prodotta, lo smaltimento di un numero crescente di batterie esauste, e altri fattori di inquinamento indiretti per i quali il danno ambientale cacciato dalla porta potrebbe rientrare dalle finestre. Inoltre tutte le nuove tecnologie alternative hanno una comune caratteristica negativa, quella di essere, almeno allo stato attuale, più costose di quelle tradizionali e quindi poco gradite ai paesi in via di sviluppo che proprio sui costi di produzione, tra i quali quelli energetici, giocano la loro partita con l’Occidente.

La questione morale
C’è un aspetto morale che giustamente viene messo in rilievo dai più giovani e che riflette le attese di giustizia che da sempre infiammano i sentimenti delle generazioni che si succedono; un assolutismo ideologico al quale è difficile contrapporre motivazioni economiche senza passare per conservatori egoisti. Ma anche da questo punto di vista la prudenza è d’obbligo; non soltanto perché poi, all’atto pratico, non sono molti coloro che concretamente sono disposti a ridurre il proprio tenore di vita per un futuro migliore, ma soprattutto per il rischio che il loro entusiasmo venga utilizzato per finalità molto diverse.
Dalle visioni apocalittiche al momento successivo di abbandonare il consenso democratico (perchè troppo complicato da ottenere in tempi rapidi) il passo è breve e porta direttamente a soluzioni sostanzialmente autoritarie (anche quando sono legittimate da una democrazia plebiscitaria). Quando si è troppo convinti della propria verità la tentazione di renderla indiscutibile per il bene dell’umanità diventa irresistibile, come dimostrano i tanti fanatismi che hanno attraversato la storia dell’umanità (ivi compresi quelli generati dagli assolutismi religiosi cristiani e islamici). Se l’ambientalismo diventa una religione produrrà forme di intolleranza fondamentalista e ci sarà qualcuno che ne approfitterà per mandare finalmente in soffitta i principi liberali e i diritti individuali e con essi il pluralismo delle idee che erano faticosamente riusciti a dare al mondo occidentale (e ad altre parti importanti del pianeta) due secoli di progresso. Greta sicuramente non ne è consapevole ma sorge legittimamente qualche dubbio sulle vere finalità di chi la spinge ad esibirsi.

E allora non si fa nulla?
Si possono fare molte cose affrontando il problema nei tempi e modi giusti, senza mettere a repentaglio i principi fondamentali della nostra civiltà liberale. E tenendo conto che la sfida globale di sottrarre l’umanità alla fame e a privazioni inaccettabili non è ancora vinta (pur avendo ottenuto innegabili progressi). E’ importante che grandi paesi, determinanti ai fini della riduzione delle emissioni inquinanti e finora recalcitranti – tra gli altri gli Stati Uniti e la Cina – abbiano cominciato a prendere misure di contenimento dell’inquinamento (come le tecnologie di “cattura” dei fumi che consentono di continuare a utilizzare il carbone, la graduale sostituzione del gas al petrolio, ecc.) e soprattutto che nuovi stili di vita vadano gradualmente sostituendo quella cultura dello spreco e dell’esibizionismo diffusi da mezzi di comunicazione involontariamente complici di un imbarbarimento anche culturale che dovrebbe preoccuparci non poco. Occorre procedere nella ricerca, avanzare nelle tecnologie che consentano di diminuire i costi delle fonti energetiche alternative, puntare non soltanto alla riduzione dei consumi inutili ma anche all’espansione delle risorse necessarie per raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi perchè tutti possano usufruire di livelli di civiltà che oggi riteniamo indispensabili. La soluzione del problema è nel progresso (tecnico, culturale, economico) non nel regresso guardando a un passato che non era affatto migliore dei nostri tempi. L’elenco delle cose da fare è lungo; se Greta è un simbolo di attenzione e di priorità per le nostre coscienze ben venga; se invece è soltanto una ragazzina alla ricerca di una visibilità mediatica che altrimenti non avrebbe, sarà meglio che torni sui banchi di scuola che qualcuno l’ha spinta ad abbandonare.

 

Franco Chiarenza
27 settembre 2019

Era un “corpo estraneo”, mi dicevano sempre gli amici del PD. Ma era vero fino a un certo punto: non proveniva dalla tradizionale “ditta” dell’ex-PCI ma faceva parte a pieno titolo di quella componente cattolica che era stata dominante nel nuovo partito disegnato da Veltroni. Da un certo momento in poi (con la prima “Leopolda”) si era convinto che per restare in Europa l’Italia dovesse fare un passo decisivo per superare la tradizione dirigista e tendenzialmente egualitaria della sinistra e adottare una politica più “liberal” (nell’accezione anglosassone del termine). Era un progetto intelligente di modernizzazione del Paese (già delineato da Veltroni nel famoso discorso del Lingotto nel 2007) che aveva sedotto molti liberali e trovato ampi consensi nel mondo delle piccole e medie imprese, e che lo ha portato fino al grande successo elettorale delle europee del 2014. Poi il crollo dovuto a molte ragioni, tutte ampiamente rilevate e discusse dalla pubblicistica politica: eccesso di autoreferenzialità, tentativo di modificare la Costituzione condotto male e affidato all’incompetenza della Boschi, riforme anche incisive ma varate contemporaneamente creando una coalizione di interessi contro il suo governo, pessima strategia di comunicazione, atteggiamenti scostanti. Un disastro.
Da allora Renzi invece di attendere pazientemente costruendosi una nuova immagine e rilanciando il progetto – sempre valido – di Veltroni, ha dato di sé l’immagine di un bambino scontroso e incompreso, dispettoso e pronto a vendicarsi. Un altro disastro.
Infine, dopo avere minacciato una scissione dopo le elezioni del 2018 se il PD avesse accettato di costituire un governo con Grillo, ha cambiato idea l’anno successivo entrando a gamba tesa nel varco che si era creato con la frattura tra Di Maio e Salvini, costringendo Zingaretti a un difficile accordo mal digerito da entrambe le basi (e ottenuto soltanto per l’impuntatura di Grillo).
E adesso che fa? Nel momento meno opportuno, due giorni dopo il giuramento dei nuovi ministri, precipita i tempi di una scissione che era nell’aria già da tempo. Precisando però che la sua adesione alla nuova maggioranza di governo resta intatta. Una frittata.
“Italia viva” si chiamerà la nuova formazione; ricorda un po’ “Italia dei valori” di Di Pietro, speriamo che non faccia la stessa fine, Povera Italia sempre evocata con Forza (FI) circondata da Fratelli (FdI), presente in tutte le sigle, assente nelle azioni concrete di governo.

Perchè?
Tutti se lo domandano e tutti danno risposte diverse. Quella di Renzi è di voler fare chiarezza, ma non è una risposta sui tempi e sui modi. E nemmeno sulle diversità che dividono in maniera così drastica i renziani dai democratici. E allora?
A mio avviso le ragioni principali sono due: la prima è quella di indebolire Zingaretti proponendosi come mediatore indispensabile nella nuova maggioranza. Ma potrebbe rivelarsi un calcolo sbagliato se nella nuova mobilità parlamentare (che investe anche la destra con i malumori di Forza Italia) i voti di Renzi non dovessero più essere determinanti.
La seconda ragione si chiama Calenda. Uscendo dal PD su una chiara posizione contraria all’alleanza con i Cinque Stelle Calenda pone seriamente le premesse per una formazione di centro che taglierebbe l’erba sotto i piedi di Renzi. Ma se si continua di questo passo, con l’ennesimo suicidio del centro-sinistra, finirà che si andrà al voto anticipato nelle peggiori condizioni.
Salvini ringrazia. Non è il solo a fare gli autogol.

Franco Chiarenza
18 settembre 2019

Il governo Conte-bis è partito attraversando indenne il coro di contestazioni che la Lega e il partito di Giorgia Meloni hanno inscenato dentro e fuori il Parlamento. Non mi pare che ci siano dubbi che si tratti di un governo debole partorito da una maggioranza parlamentare consapevole di non rappresentare – almeno in questo momento – la maggioranza dell’elettorato. Un governo nato dall’improvvisazione di un leader, forse sopravalutato, come Salvini il quale ha realizzato in pochi giorni uno degli auto-gol più clamorosi della storia repubblicana, consentendo a tutti coloro che gli si oppongono (ivi comprese le cancellerie europee più influenti) di vincere la partita cogliendo a volo l’occasione che si offriva. Resta da capire se l’auto-gol sia stato volontario (come molti sostengono) per non affrontare le scadenze di fine anno, o se invece si sia trattato semplicemente di un errore di valutazione sulla possibilità che i Cinque Stelle, dopo un anno di alleanza cementata dall’avversione al PD e alle istituzioni europee, potessero davvero ancora utilizzare i “due forni” con la stessa disinvoltura che avevano esibito dopo le elezioni del 2018; il che coincide con un’errata conoscenza della galassia pentastellata e del ruolo determinante che in essa vi svolge ancora Beppe Grillo.
Adesso tutto ciò non ha più alcuna importanza. E’ prevedibile che Lega e Fratelli d’Italia faranno un’opposizione senza sconti in attesa di un possibile inciampo che renda necessarie le elezioni, che Berlusconi invece cerchi di occupare uno spazio di “destra moderata e europeista” (compatibilmente con quanto resta ancora del suo elettorato, minato anche dalla scissione di Toti), che sul versante opposto Calenda cerchi a sua volta di creare una formazione di centro-sinistra in grado di raccogliere un elettorato di centro che non si riconosce nel PD e nelle sue tentazioni dirigistiche (chiaramente avvertibili nel programma di governo) e facendo i conti con il protagonismo sempre imprevedibile di Renzi. Quello che conta, adesso, è l’azione di governo.

Che fare.
Al di là di un programma farraginoso e difficilmente realizzabile senza perdere ulteriori consensi, il governo Conte-bis è chiamato a fare poche cose, subito e nel miglior modo possibile.
La prima è sciogliere il nodo dell’immigrazione clandestina nel suo duplice aspetto, quello degli sbarchi (dove si è concentrata l’azione repressiva di Salvini) e l’altro – più importante – della gestione degli immigrati sul territorio. Per risolvere il problema la solidarietà europea è imprescindibile e sembra che finalmente Macron e Merkel abbiano capito che abbandonare l’Italia a un destino di contenitore senza limiti dei flussi migratori dall’Africa è una politica che genera i Salvini e, conseguentemente, mina la stabilità dell’assetto liberal-democratico delle istituzioni comunitarie. Anche la nuova Commissione Von der Leyen pare muoversi nella direzione giusta che è una sola: modificare radicalmente il trattato di Dublino del 1997.
La seconda cosa da fare è l’aggiustamento del bilancio 2019. Anche in questo caso una maggiore propensione degli stati europei e della Commissione a facilitare politiche espansive sembra a portata di mano ma non bisogna illudersi che ciò significhi potere spendere in maniera illimitata aumentando ulteriormente il debito. L’attribuzione a Gentiloni del “dicastero” dell’economia è stata una mossa assai abile della nuova presidente ma non ci aiuta affatto; al contrario ci costringe a fare i conti con le compatibilità europee più di quanto abbiamo fatto fino ad oggi. La reazione positiva dei mercati internazionali alla nascita del Conte-bis costituisce un incoraggiamento a indirizzare la spesa pubblica nelle infrastrutture e in una politica fiscale che aiuti le imprese, evitando misure esclusivamente assistenziali che non risolvono alcun problema strutturale; il che è difficile da far capire ai Cinque Stelle ma anche a una parte del PD imbevuti di una cultura che riduce la socialità a redistribuzione delle (poche) risorse disponibili. Si tratta di un punto cruciale: se i ceti produttivi del nord (che hanno accolto la svolta di agosto con molta perplessità) avvertono di essere ancora una volta nel mirino di una politica fiscale penalizzante si traferiranno in massa sotto l’ala protettiva di Salvini, e sono molti di più e molto più seri delle “folle” di scalmanati in bermuda che hanno festeggiato il leader della Lega in alcune spiagge italiane.
Il terzo punto prioritario, collegato al secondo, è quello di avviare una riforma profonda delle infrastrutture materiali e culturali che rendono il nostro Paese non competitivo. Il lavoro dipende dalle imprese e dalla loro capacità di stare sui mercati nazionali e internazionali; aiutare le imprese in tutti quegli aspetti non salariali che incidono fortemente sulla produttività (costi energetici, complicazioni burocratiche, deficienze nelle strutture territoriali e nei trasporti, mancanza di una formazione di quadri preparati al futuro 4.0, ecc.) è l’unico modo serio di combattere la disoccupazione.
Il quarto punto riguarda il contrasto all’evasione fiscale senza proseguire nella politica dei condoni, immorale prima ancora che inefficace, capace tutt’al più di rastrellare qualche miliardo “una tantum”. Non dovrebbe essere difficile mettere a punto con le nuove tecnologie sistemi di incrocio dei dati in grado di fare emergere, almeno in parte, l’immensa platea sommersa che caratterizza nel nostro paese soprattutto le attività di servizio.
Infine il Mezzogiorno. Continuare nella politica degli aiuti finanziari a chi apre delle attività nel sud si traduce in un inutile spreco di risorse se non è accompagnata da modifiche strutturali profonde (anche salariali e fiscali in questo caso) che rendano convenienti gli investimenti e facciano emergere l’imprenditoria sommersa (che pure esiste); altrimenti gli “aiuti” si prendono e poi si fugge, come è avvenuto innumerevoli volte negli anni passati.

Di tutto il resto, compresa la riduzione dei parlamentari e le modifiche costituzionali che dovrebbero esservi connesse, ne riparliamo tra un anno se il governo sarà ancora in piedi (cosa di cui dubito).

 

Franco Chiarenza
12 settembre 2019

Il secondo Governo presieduto da Giuseppe Conte ha ottenuto la fiducia tanto da parte della Camera dei deputati, quanto dal Senato della Repubblica. Alla Camera i SI sono stati 343, ottanta voti in più rispetto ai NO; al Senato i SI sono stati 169, trentasei voti in più rispetto ai NO.
Il Governo, pertanto, è pienamente legittimato, sul piano costituzionale. Indipendentemente dalle scomposte reazioni manifestate dalla Lega e da Fratelli d’Italia. É veramente mortificante che molti parlamentari delle due destre non sappiano distinguere le Aule parlamentari da uno stadio di calcio. Che non riescano ad ascoltare l’intervento del Presidente del Consiglio, o di altri oratori che dicono cose a loro non gradite, senza continuamente interromperli con urla ritmate, come appunto avviene in uno stadio di calcio. Ma, anche negli stadî, i tifosi che si comportano così sono molesti. Chi urla ossessivamente la parola “dignità”, ma poi dimostra con i propri concreti comportamenti di non avere alcun rispetto per la dignità degli interlocutori, né alcun rispetto per la dignità delle Istituzioni, si rivela per quel che è: un portatore del più volgare e becero spirito antidemocratico.
Si possono esprimere contenuti radicali, radicalissimi, manifestare la volontà della più ferma opposizione, senza che sia necessario, nel contempo, gridare, insultare gli avversari, minacciare che, se gli altri continueranno ad ignorare le proprie tesi, si è pronti a commettere non si sa bene quale sproposito, o quale sfracello. La pace civile è il massimo bene. Affinché perduri bisogna, però, che tutti si preoccupino seriamente di salvaguardare tale valore. Nessuno pensi di poter imporre una linea politica con la violenza. Nessuno pensi di poter contrapporre le piazze al Parlamento. Potrebbe scoprire che, dall’altra parte, non ci sono soltanto miti pecorelle disposte a farsi guidare docilmente, ma persone molto determinate, pronte a lottare per difendere le proprie convinzioni ed i propri valori. Ed allora sarebbe tropo tardi. Resistenza contro il nazi-fascismo. Costituzione democratica repubblicana. Ordinamento rappresentativo improntato ai valori della liberal-democrazia. L’Italia che si è ricostituita dopo la seconda guerra mondiale porta in sé questi tre momenti fondamentali, che contraddistinguono la propria storia. Chi vuole alterare questa fisionomia storico-ideale sappia che non potrà farlo gratis.
Una volta sgombrato il campo da questa premessa, pur necessaria, veniamo a considerazioni più serie ed utili, da rivolgere alle persone ragionevoli.
Quanto all’analisi dei comportamenti delle forze politiche, risultanti dal dibattito parlamentare sulla fiducia, vengono in considerazione le scelte dissonanti di Carlo Calenda (parlamentare europeo) e di Matteo Richetti nel Partito Democratico. Emerge anche la frattura di Più Europa. Dei quattro parlamentari di cui questa formazione dispone, i tre deputati Alessandro Fusacchia, Riccardo Magi e Bruno Tabacci hanno votato SI alla fiducia; invece la senatrice Emma Bonino ha votato NO, in ciò d’accordo con il Segretario politico di Più Europa, Benedetto Della Vedova. Quando si ascoltino i discorsi di Calenda, Richetti, Bonino, sembra che non facciano una grinza sul piano strettamente logico: l’intesa fra il Movimento Cinque Stelle ed il Partito Democratico è stata troppo affrettata e permangono troppi margini di ambiguità perché si possa dare credito al fatto che queste due forze politiche riusciranno a lavorare seriamente insieme, superando un recente passato che le ha viste nettamente contrapposte.
É vero che l’intesa è stata affrettata; ma i tempi stretti sono stati, giustamente, imposti dal Presidente della Repubblica, il quale si preoccupava di mettere al riparo il nostro Paese da una possibile tempesta speculativa nei mercati finanziari, e poneva l’accento sulle procedure per la formazione della legge di bilancio dello Stato, procedure che richiedono scadenze serrate. Cos’è la politica se non la capacità di trovare risposte immediate a problemi gravi, urgenti ed indifferibili? Quando ci sono reali difficoltà e reali urgenze, serve a poco compiacersi della propria coerenza: al diavolo la coerenza e si adottino le misure che servono, nell’interesse superiore dell’Italia, cioè di tutti gli italiani, per evitare guai e danni, altrimenti inevitabili. Bene hanno fatto, dunque, il Movimento Cinque Stelle, il Partito Democratico e Liberi ed Uguali ad adottare una linea di responsabilità, a servizio del Paese. Linea difficile e politicamente rischiosa, certo; ma, nelle circostanze date, inevitabile. Sia dato loro merito.
Si trattava, inoltre, di ripristinare l’armonia fra l’Italia e le Istituzioni dell’Unione Europea. Il nuovo Governo Conte ha immediatamente designato Paolo Gentiloni quale membro italiano della Commissione Europea. Gentiloni sarà commissario per gli “Affari economici e monetari”. La persona è abile ed ha statura internazionale; ottima scelta. Ora alcuni storcono il naso perché, nella medesima Commissione Europea, il lettone Valdis Dombrovskis sarà Vicepresidente esecutivo per l’Economia. Probabilmente, meglio così. In questo modo Gentiloni, che è stato espresso da uno Stato Membro quale l’Italia, che ha oggi serissimi problemi nei conti pubblici, a partire dall’entità del debito pubblico italiano, sarà meno esposto e potrà lavorare più tranquillamente. Anche alla Commissione Europea, guidata dalla tedesca Ursula von der Layen, formuliamo i più sinceri auguri di un proficuo lavoro, nell’interesse di un rilancio delle Istituzioni Europee.
Per tornare a Carlo Calenda, si tratta certo di una persona intelligente, brillante e competente. Purtroppo, gli fa difetto proprio l’intelligenza politica. É rigido e dogmatico. Spesso mi sorprendo malinconicamente a pensare al curioso destino che fa sì che in Italia, proprio fra quanti si professano “liberaldemocratici”, l’intelligenza politica sovente faccia difetto. Altrettanta rigidità ho riscontrato in Emma Bonino e Benedetto Della Vedova. Peccato per Più Europa, la cui vicenda rischia di chiudersi qui. Ho, invece, molto apprezzato l’intervento del senatore a vita Mario Monti. Il quale non ha risparmiato le sue critiche ed i suoi moniti al nascente Esecutivo, ma poi, con senso di responsabilità, ha votato SI alla fiducia.
Oltre all’avvio degli adempimenti necessari per la definizione della legge di bilancio, che sarà al centro dell’attività del nuovo Governo Conte, una delle prossime scadenze temporali importanti sarà l’approvazione, in quarta lettura, alla Camera dei deputati, della legge costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari. Al riguardo, anche organi di informazione che dovrebbero essere autorevoli, continuano a riportare cose inesatte.
Mi voglio limitare a ricordare le disposizioni di due articoli della Costituzione. Ai sensi dell’articolo 138, secondo comma, Cost., una legge costituzionale non entra immediatamente in vigore dopo essere stata approvata.
Viene pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, per fini meramente conoscitivi. A partire dalla pubblicazione decorrono tre mesi, entro i quali si può chiedere che la legge sia sottoposta a Referendum per essere valutata, e confermata, o meno, dall’intero Corpo elettorale. Com’è noto, possono chiedere il Referendum: a) un quinto dei membri di una delle due Camere; b) cinquecentomila elettori; c) cinque Consigli regionali. Di conseguenza, la legge costituzionale entra in vigore: se, dopo tre mesi, non è stato chiesto un Referendum nelle forme e modalità prescritte; oppure quando, dopo lo svolgimento del Referendum, risulti approvata dalla maggioranza dei voti validi. Nel Referendum costituzionale confermativo non c’è quorum di validità; prevale, dunque, la maggioranza relativa dei votanti.
Tutto ciò premesso, nei tre mesi che intercorrono fra la pubblicazione ed il Referendum, le forze politiche hanno il tempo di preparare una legge elettorale conseguente alla riforma costituzionale; così come possono individuare le opportune modifiche dei Regolamenti parlamentari.
L’altra disposizione della Costituzione da richiamare è l’articolo 83, secondo comma, Cost.; questo stabilisce il numero dei cosiddetti “grandi elettori” delle Regioni nell’elezione del Presidente della Repubblica. Si tratta di 58 grandi elettori: tre delegati per ogni Regione, scelti in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze, mentre la Valle d’Aosta ha un solo delegato.
É evidente che, dopo l’approvazione della riforma costituzionale, il peso di questi 58 elettori regionali sarebbe accresciuto: infatti, mentre finora si sono aggiunti al numero di 945 elettori, fra deputati e senatori, dopo la riforma il numero dei rappresentanti del Parlamento scenderebbe a 600. Tale questione, tuttavia, è stata già valutata da chi ha proposto la riforma costituzionale ora in discussione. Si è ritenuto che il rapporto tra i 58 ed i 600 sia comunque accettabile, anche se un po’ più favorevole alle Regioni; tale, comunque, da garantire piena legittimazione al Presidente della Repubblica che sarà eletto da questo Collegio.
Tutti i discorsi di “necessario riequilibrio” delle rappresentanze regionali sono tanto pretestuosi, quanto fumosi. Mezzucci ai quali ricorre chi è contrario alla riforma costituzionale.
Ultimo punto. É, ovviamente, possibile avviare nuove riforme costituzionali, per superare il Bicameralismo paritario, per stabilire in Costituzione il principio della tutela dell’ambiente, e per le mille altre cose di cui in questi giorni si discute. Le nuove riforme costituzionali proposte inizieranno, ciascuna, il proprio iter e avranno la sorte che deriverà dalla razionalità del loro impianto, tale da essere condivisa, o meno, dalle prescritte maggioranze parlamentari. Intanto, però, si approvi definitivamente la riforma costituzionale in discussione. Senza bloccare questa, aspettando quelle.

 

Livio Ghersi
11 settembre 2019