Fatto finalmente questo stupido referendum che non servirà a niente è venuto il momento di affrontare i veri problemi istituzionali importanti che non riguardano il numero dei deputati ma la loro qualità e i loro poteri; il che, in termini concreti, significa mettere mano alla nuova legge elettorale e superare il bicameralismo integrale che caratterizza da settant’anni il nostro sistema legislativo.

Legge elettorale
Il modo di eleggere i nostri rappresentanti in Parlamento è fondamentale: la Costituzione non dice nulla in proposito lasciando alle leggi ordinarie il compito di determinarlo. Il che ha significato nel tempo che ogni maggioranza ha cercato di disegnare una legge elettorale che garantisse il suo mantenimento (con maggiore o minore successo). La fantasia degli studiosi della materia si è in questi ultimi anni scatenata immaginando sistemi complicati che spesso hanno dato risultati assai diversi dalle previsioni, dovendo anche tenere conto dell’esistenza del Senato per il quale la Costituzione prevede un vincolo di rappresentanza regionale non facilmente eludibile. Ma, gira e rigira, il dilemma, – da noi come in ogni altra democrazia parlamentare – è relativamente semplice: si tratta di decidere se privilegiare il principio di rappresentanza o invece quello della governabilità, essendo praticamente impossibile garantirli entrambi nella stessa misura.
Il principio di rappresentanza assicura lo stesso peso ad ogni voto espresso e si traduce in un sistema proporzionale (tanti voti, tanti deputati), corretto di solito da uno sbarramento per evitare un frazionamento eccessivo (in Germania, per esempio, è il 5%); esso rispecchia fedelmente l’effettiva composizione dell’opinione politica degli elettori ma spesso non consente la formazione di maggioranze stabili e quindi incide sulla governabilità (obbligando i partiti ad alleanze talvolta eterogenee).
Il principio di governabilità presuppone una legge elettorale uninominale per la quale il territorio nazionale viene diviso in collegi in cui il candidato deputato viene eletto a maggioranza (con turno unico o ballottaggio), un po’ come avviene nelle elezioni comunali; essa garantisce maggioranze certe e quindi la governabilità, ma spesso non riflette l’effettiva composizione delle diverse opinioni (escludendo di fatto dalla rappresentanza i partiti minori). Il sistema è normalmente adottato nei paesi di tradizione anglosassone (Gran Bretagna, Stati Uniti, ed altri), dove infatti può succedere (ed è accaduto) che la maggioranza parlamentare non coincida coi voti popolari complessivamente considerati.
Una variabile del sistema proporzionale pensata per conciliare almeno in parte la rappresentanza e la governabilità, è il sistema maggioritario che assegna alla lista vincente (o a un gruppo di liste alleate) un “premio di maggioranza” costituito da un numero di seggi aggiuntivo rispetto a quelli effettivamente conseguiti.

Naturalmente tutti i sistemi possono essere integrati da correttivi che ne attutiscano gli effetti negativi ma, in sostanza, quando si discute una legge elettorale è tra i primi due principi (rappresentanza o governabilità) che si deve scegliere.

L’esperienza di questi settant’anni ha dimostrato:

  1. che i sistemi proporzionali (anche nella versione maggioritaria) consentono ai partiti di esercitare un potere determinante nella formazione delle liste e quindi nella scelta dei parlamentari. Anche quando le liste non sono bloccate gli elettori di fatto danno la preferenza al partito dal quale si sentono maggiormente rappresentati più che ai singoli candidati. La prima repubblica che a lungo aveva adottato sistemi proporzionali è stata definita infatti “partitocratica”. In realtà essi hanno dimostrato di funzionare in maniera accettabile soltanto quando il contesto politico è caratterizzato da un sostanziale bipartitismo, con pochi grandi formazioni politiche in grado di alternarsi al potere senza produrre cambiamenti eccessivamente radicali (come accadeva in Germania e in Spagna fino a poco tempo fa). Essi inoltre privilegiano il rapporto tra candidati-deputati e partito di appartenenza rispetto a quello tra candidati-deputati e territorio.
  2. che peraltro i sistemi uninominali possono, in talune circostanze, non riflettere la reale volontà politica dell’elettorato perchè l’elezione dei deputati dipende dall’estensione dei collegi e dal radicamento territoriale dei partiti (in Italia, per esempio, penalizzerebbe un movimento come i Cinque Stelle). Essi consentono però di instaurare un rapporto molto stretto tra rappresentati e rappresentanti (che da un lato dà a questi ultimi maggiore autonomia rispetto al partito che li ha candidati, ma d’altra parte favorisce il clientelismo e i condizionamenti localistici delle scelte politiche). I sistemi uninominali hanno indubbiamente il vantaggio di indicare subito con certezza la maggioranza di governo, determinando nei paesi che li hanno adottati forme di alternanza abbastanza riconoscibili da parte dell’elettorato (secondo lo schema “progressisti”/“conservatori”, talvolta con liberali e verdi a far da terzi incomodi).
  3. che naturalmente l’efficacia dei modelli elettorali dipende anche dalle altre variabili istituzionali. Se adottati in regimi presidenziali (come quello americano e, in parte, quello francese) hanno una valenza, se utilizzati in monarchie costituzionali (dove il Capo dello Stato non è elettivo e non esercita funzioni di direzione politica), come avviene nell’Europa settentrionale, ne hanno una completamente diversa.
  4. infine che bisogna tenere conto dell’esistenza dei tanti livelli intermedi dotati di poteri legislativi (come gli “States” negli Stati Uniti, i “Lander” in Germania, le autonomie speciali in Spagna e in Gran Bretagna e, naturalmente, delle Regioni a casa nostra).

Senato

E’ raro trovare nelle democrazie parlamentari due assemblee sostanzialmente simili nella modalità di elezione, nella durata e nei poteri legislativi, come avviene in Italia. Ciò ha sempre comportato lentezze nei procedimenti legislativi e talvolta maggioranze instabili. Tutti i tentativi di riformare su questo aspetto la Costituzione sono abortiti ma adesso, con la riduzione dei parlamentari, il nodo diventa centrale.
Prima domanda: non conviene a questo punto sopprimere semplicemente il Senato?
Io credo di no, perchè una seconda camera “di riflessione” può essere utile per depurare l’attività legislativa dai fattori emozionali che talvolta la condizionano (un po’ come le corti d’appello rispetto ai tribunali). A condizione però che il Senato non abbia gli stessi poteri della Camera dei deputati (per esempio in materia di fiducia al governo o di approvazione del bilancio) e svolga invece una funzione utile e complementare rispetto alla prima Camera, per esempio nei controlli di qualità sulle nomine ai vertici della pubblica amministrazione, nei trattati internazionali, nelle leggi (non di bilancio) che coinvolgono il ruolo e le funzioni delle Regioni.
A tal fine il Senato deve essere composto in maniera diversa dalla Camera dei deputati. I costituenti nel 1947 avevano indicato alcune differenziazioni: durata diversa, età differente per elettori e eleggibili, ma la tendenza di tutte le mini-riforme è stata di rendere le due Camere sempre più omogenee.
Seconda domanda: come hanno risolto il problema quei paesi europei che hanno mantenuto forme di bicameralismo?
In Gran Bretagna la Camera dei Lord, al netto dei membri ereditari che provengono da poche famiglie di antica nobiltà, è costituita da personalità nominate a vita dalla Regina su indicazione del primo ministro, un po’ come avveniva nel Senato regio della monarchia italiana. Di fatto essa svolge un’utile funzione di “consulenza” giuridica e costituzionale e molto raramente respinge una legge approvata dai Comuni, e quando lo fa la Camera elettiva può sempre confermare le proprie scelte obbligando il Capo dello Stato a promulgare la legge contestata.
In Germania la struttura federale dello Stato ha consigliato di prevedere una seconda Camera (Bundesrat) composta da rappresentanti delle Regioni (Lander). I suoi poteri sono specificati dalla Costituzione ma in linea di massima il Bundesrat partecipa alla funzione legislativa in maniera limitata, restando al Bundestag (parlamento federale, eletto con sistema proporzionale previo sbarramento del 5%) il potere di nominare e sfiduciare il Cancelliere federale (capo del governo), approvare le leggi di bilancio, ecc. Al Bundesrat peraltro sono riconosciuti alcuni poteri specifici (per esempio in materia di politica europea) e di fatto esso esercita un potere di controllo sull’attività del parlamento federale; insieme ad esso elegge i giudici costituzionali (metà e metà). La sua composizione è variabile perchè ogni nuova maggioranza nei lander può sostituire la propria rappresentanza nell’assemblea, ragione per la quale spesso (come adesso) la maggioranza che sostiene il governo al Bundestag può non coincidere con quella esistente nel Bundesrat, senza che ciò incida sulla governabilità.
In Francia il Senato partecipa a pieno titolo alla funzione legislativa ma ha poteri limitati; quelli essenziali infatti (come la fiducia al governo) spettano all’assemblea nazionale (elettiva) che ha sempre l’ultima parola in caso di disaccordo. I senatori sono eletti con procedura indiretta attraverso i dipartimenti coinvolgendo deputati, senatori, consiglieri dipartimentali e regionali, consigli municipali. Il Senato viene rinnovato per metà ogni tre anni. Il sistema è un po’ macchinoso ma serve a coinvolgere gli enti locali – seppure indirettamente – nell’attività legislativa. Si tenga presente inoltre che in Francia vige un sistema semi-presidenziale che concentra nel presidente della repubblica (elettivo) molti poteri che in altri paesi sono svolti dai capi di governo designati dai parlamenti.
Anche in Spagna il Senato non ha gli stessi poteri della Camera bassa (Cortes) in quanto, per esempio, soltanto quest’ultima vota la fiducia al governo e in caso di conflitto con il Senato prevale la volontà della Camera se la legge viene riapprovata con una maggioranza qualificata (salvo che per le leggi costituzionali). Il sistema di elezione dei senatori è molto diverso da quello della Camera perchè tiene conto delle differenti autonomie locali (58 su 266 senatori sono eletti dalle 17 assemblee delle Comunità autonome).

Come si vede molte sono le soluzioni possibili: la peggiore era quella individuata da Maria Elena Boschi nella riforma costituzionale proposta da Renzi e bocciata nel referendum confermativo del 2018 che, per risparmiare sugli stipendi dei senatori, li trasformava in commessi viaggiatori dalle regioni di provenienza (di cui erano anche consiglieri) a Roma, col risultato che o facevano una cosa o l’altra. Un pasticcio memorabile che ancora ricordiamo con orrore.
L’importante è mantenere al Senato la connotazione di rappresentanza degli interessi locali che la Costituzione già aveva prefigurato nel 1947, sancirne compiti e funzioni in modo chiaro che non dia adito a troppe interpretazioni controverse, cercare su questa riforma un consenso trasversale coinvolgendo le opposizioni, come sempre si dovrebbe fare in materia di revisioni costituzionali, e iniziare al più presto l’iter legislativo perchè il nuovo Senato possa essere funzionante in coincidenza con lo scadere della legislatura.

 

Franco Chiarenza
22 settembre 2020

E’ la domanda che molti mi fanno. Come se io possedessi capacità divinatorie in una materia così complicata come la politica italiana (complicata perchè sono complicati gli italiani!).
Posso soltanto fare qualche riflessione che lascia il tempo che trova.

  1. Non credo che l’esito del referendum sul numero dei parlamentari abbia grande importanza. Se vince il sì (come è molto probabile) i Cinque Stelle si sbracceranno per attribuirsene il merito ma il fatto che persino il PD (dopo un po’ di giravolte) si sia orientato per il sì e la sostanziale convergenza delle destre attutiranno la percezione trionfalistica di Grillo e Di Maio. Se vince il no l’immagine dei Cinque Stelle ne resterà incrinata ma le conseguenze per il governo saranno minime. Il problema viene dopo. Per rendere realmente funzionale il nuovo assetto parlamentare occorre non soltanto una appropriata legge elettorale ma anche mettere all’ordine del giorno il superamento del bicameralismo integrale.
  2. Neanche i risultati delle elezioni regionali saranno determinanti per la tenuta della maggioranza a meno che il PD non subisca una sconfitta in Toscana, sua roccaforte storica. Per le altre Regioni in cui si vota ho pochi dubbi sulla vittoria della destra in Puglia (oltre alla conferma in Veneto e Liguria), e di De Luca (sinistra) in Campania. Un’eventuale sconfitta del PD nelle Marche non sarebbe sufficiente a mettere in crisi la maggioranza di governo.
  3. Il vero nodo politico che dovrà essere sciolto in ottobre è la resa dei conti all’interno del movimento Cinque Stelle. Si tratta di misurare (anche nei gruppi parlamentari) i rapporti di forza tra l’ala moderata favorevole a mantenere l’alleanza col PD (che fa capo a Di Maio e può contare sull’appoggio di Grillo) e la parte “movimentista” di cui potrebbe assumere la guida Di Battista (con la benedizione del clan Casaleggio). Ne uscirà probabilmente un compromesso ma bisognerà vedere quali saranno le conseguenze su una base militante che mostra segni crescenti di disagio.
  4. Il problema più importante che dovrà essere risolto entro ottobre non è politico ma piuttosto economico e sociale, quando il governo dovrà presentare alla Commissione dell’Unione Europea il programma di investimenti strutturali per i quali si apre la possibilità di accedere ai finanziamenti del recovery fund faticosamente strappati da Conte al vertice europeo dello scorso luglio. La gravissima situazione economica e sociale che si prospetta, anche per il permanere delle misure restrittive dello stato di emergenza connesse alla pandemia, produrrà pressioni fortissime per l’allargamento di misure assistenziali incompatibili con gli impegni assunti a Bruxelles ma che naturalmente la destra di Salvini e Meloni cavalcheranno senza remore. Senza una maggioranza solida in grado di ridimensionare le preoccupazioni elettorali dei Cinque Stelle sarà impossibile andare avanti e in tal caso lo scenario si complicherebbe. La soluzione più logica sarebbe lo scioglimento anticipato delle Camere e il conseguente ricorso alle urne (come vorrebbero le destre, convinte, in base ai sondaggi, di potersi avvicinare alla maggioranza assoluta). Ma Mattarella potrebbe giocare una carta di riserva prima che il semestre bianco metta fuori gioco il Quirinale: la conosciamo tutti: ha un nome e un cognome Mario Draghi. Ma con quale maggioranza?

 

Franco Chiarenza
13 settembre 2020

Ero abituato ad attribuire al termine “negazionista” un preciso significato per connotare chi nega la “shoà”. Vedo che adesso nel linguaggio neo- politically correct indica più generalmente chi nega la pericolosità della pandemia da virus Covid 19. E siccome mi sono trovato a condividere alcune obiezioni sulle strategie messe in atto per contrastare l’epidemia, mi domando se anch’io sono un “negazionista”. Rispondo con poche brevi considerazioni:

  1. Non nego l’esistenza e la pericolosità del virus. E non credo possa farlo nessuna persona ragionevole.
  2. Nego invece che le drastiche misure di lockdown adottate in Italia siano state determinanti per diminuirne gli effetti. Il numero dei morti e dei ricoverati in terapia intensiva è, in rapporto alla popolazione, non molto diverso da quello di altri paesi che si sono limitati a misure più contenute. Il danno economico invece è misurabile in almeno dieci punti di pil e forse un milione di disoccupati in più.
  3. Nego che la dannosità (e in particolare la letalità) del virus sia uguale a quella della fase più aggressiva (che da noi si è manifestata tra febbraio e giugno del 2020). Lo ammettono molti virologi e clinici ma lo dicono sottovoce per paura di essere etichettati come “negazionisti” che trasmettono messaggi sbagliati perchè inducono a comportamenti più rilassati. La gente deve continuare ad avere paura. Io sono invece convinto che i contagi possono essere curati nella grande maggioranza dei casi in maniera adeguata senza eccessivi allarmismi: abbiamo strutture meglio attrezzate e, probabilmente, difese immunitarie aumentate. La gente non deve essere continuamente tenuta in stato d’allarme, al contrario va rassicurata e indotta a tornare a una vita normale.
  4. Nego l’efficacia della campagna terroristica a cui si sono abbandonati alcuni media (per indurre alla prudenza, dicono), ostinandosi per esempio a considerare gli infettati come ammalati. Tutti sanno che così non è e lo dimostra il gran numero di positivi sottoposti semplicemente alla cosiddetta “quarantena” (15 giorni a casa in isolamento). Mentre è evidente, come si è visto sin dal primo momento, che il virus diventa realmente pericoloso quando colpisce persone già affette da infermità pregresse soprattutto se anziane (come avviene anche in molte forme di “normale” influenza). Ciò era palese già nella prima fase dell’epidemia e sarebbe stato possibile adottare nei confronti delle persone a rischio e nei territori maggiormante colpiti misure di controllo preventive anche attraverso screening generalizzati, cosa che non si è fatta, optando invece per una chiusura indifferenziata del Paese (che era stata sconsigliata anche dal CTS) i cui costi economici e sociali sono ancora da verificare nella loro effettiva dimensione.
  5. Nego la possibilità di rendere permanenti le misure di distanziamento proclamate dai famigerati decreti concordati tra il CTS e il ministro Speranza. Per i giovani si tratta di divieti innaturali, impossibili da rispettare e irragionevoli nella loro motivazione. Contribuiscono però a rendere disagevoli le comunicazioni, a danneggiare le relazioni sociali e l’enorme indotto che su di esse fa affidamento (ristoranti, alberghi, competizioni sportive). Altri miliardi andati in fumo, altre centinaia di migliaia di disoccupati. Poi basta prendere un autobus per rendersi conto di quanto siano ridicoli certi divieti che ricordano le “grida” di manzoniana memoria. Sarà divertente vedere cosa succederà nelle nostre scuole alle prese con mascherine metti e togli, banchi con le rotelle, distanziamenti impossibili, insegnanti in tuta da palombaro.
  6. Nego alcuna seria validità anti-virus alle mascherine ormai mantenute più come simbolo di allarme sociale che per la loro reale efficacia. Se infatti il virus si trasmette soltanto a distanza ravvicinata (come dicono i virologi) e non viaggia liberamente nell’atmosfera (come molti pensano) le mascherine servono soltanto a ostacolare l’emissione di sostanze potenzialmente virali (tosse, starnuti, contatti ravvicinati) in ambienti chiusi, ma per essere efficaci dovrebbero essere cambiate ogni giorno, disinfettate, corrispondere a modelli “chirurgici” che quasi nessuno in realtà adotta. Se poi se ne proclama l’obbligo di usarle soltanto in alcune ore del giorno e della notte si può capire l’ilarità che tale normativa ha scatenato nei social.
  7. Nego al Comitato Tecnico Scientifico il potere che si è attribuito di sospendere i diritti civili in base a considerazioni sanitarie mai sottoposte a seri contraddittori scientifici. Certo, il CTS fa il suo mestiere che è allarmistico per definizione (in base al principio di precauzione) ma spetta al potere politico mediare tra le esigenze sanitarie (accertando che siano reali e non immaginarie, come quelle predittive non verificate) e le drammatiche emergenze sociali ed economiche che il terrorismo mediatico sta creando attraverso una narrazione catastrofista basata su una lettura dei dati scorretta e in alcuni casi palesemente falsa.
  8. Nego che si debba aspettare che guarisca l’ultimo infettato in val Brembana per abolire il regime di emergenza. Potremmo attendere fino al 2025 (fatte salve le terze, quarte, quinte, ondate che gli apocalittici continuano a preannunciare, ansiosi di rinchiudere tutti in casa).
  9. Nego infine a chiunque la facoltà di definirmi come militante dell’estrema destra perchè sostengo le tesi di cui sopra. Anche perchè da cittadino consapevole quale ritengo di essere rispetto le leggi pure quando non le condivido. Di conseguenza esco pochissimo e solo in automobile per non dovermi continuamente mettere e levare l’inutile mascherina, non vado più al ristorante, cinema, teatri, librerie mi sono preclusi, non viaggio per evitare stazioni e aereoporti trasformati in presidi militarizzati. Contribuisco così ad aumentare la voragine economica e occupazionale che produce molti più danni del coronavirus.

P.S. – La Svezia, che non ha adottato alcuna forme estrema di lockdown , ha avuto 5.000 morti su una popolazione di 10 milioni di abitanti. La Lombardia che ha, più o meno, lo stesso numero di abitanti, ne ha avuti 17.000.

 

Franco Chiarenza
12 settembre 2020

Per tre persone su quattro che incontrate per strada se domandate cosa gli ricorda il 20 settembre vi risponderà, forse, che si vota per la riduzione dei deputati e per il rinnovo di alcuni consigli regionali. Pochi ricordano che è il 150° anniversario di Porta Pia, della fine del potere temporale della Chiesa, di Roma capitale dell’Italia unificata, avvenimenti che hanno cambiato la storia d’Italia, della religione cattolica, e quindi, in una certa misura, del mondo.
Certo, ci saranno le solite cerimonie commemorative alimentate soprattutto dai radicali e dalla Massoneria, la sindaca si farà viva in qualche modo di malavoglia, forse il presidente della Repubblica, governo e parlamento, dedicheranno all’avvenimento parole di circostanza, ma mai come in questa occasione mi rendo conto di quanto ci siamo allontanati dai valori risorgimentali che sono anche, nel bene e nel male, il fondamento della società civile in cui operiamo quotidianamente. Persino a Roma, che non sarebbe quella che è senza il 20 settembre 1870, il disinteresse è palpabile.
Molto diverso fu il centenario nel 1970: grande folla a porta Pia, seduta celebrativa congiunta di Camera e Senato, ricevimento al Quirinale, rievocazioni storiche, convegni di studio conditi da inevitabili (e salutari) tentativi di rilettura degli eventi in chiave revisionista. Nulla nemmeno di paragonabile a quanto si è fatto a Torino nel 2011 per i 150 anni della proclamazione del regno d’Italia.

Le ragioni di questa indifferenza (che è peggio della contestazione) sono molte e risalgono certamente al modo stesso in cui l’unità d’Italia si completò con l’occupazione di Roma. Ma i motivi più recenti e forse più pregnanti sono altri:

  1. il Paese non percepisce più la Capitale come punto di riferimento culturale e politico; anche perchè la moltiplicazione dei centri decisionali (le Regioni all’interno e le istituzioni dell’Unione Europea all’esterno) ne ha ridotto l’importanza.
  2. Roma è diventata sinonimo di cattivo funzionamento della pubblica amministrazione, identificato sommariamente con la burocrazia statale, considerata un apparato lento, costoso e inefficiente.
  3. La Capitale è assurta alla ribalta di tutti i media mondiali per vicende giudiziarie inquietanti e anche per il pessimo stato di manutenzione della città: rifiuti, condizioni delle strade, trasporti, ecc..
  4. Roma è considerata una città parassitaria che vive a spese del resto del Paese senza assicurare in modo efficiente i servizi corrispondenti. Al “palazzo” si addebita ogni sorta di nefandezza: intrighi, corruzione, privilegi della classe politica, anche oltre la verità dei fatti, come facile scarico di responsabilità che sono in realtà dell’intero Paese.
  5. Roma è sentita oggi più come sede della Chiesa e proscenio mondiale della sua predicazione apostolica che non la capitale di uno stato laico nella sua dimensione secolare, laica, aperta a tutte le culture.

Ognuno di questi punti richiederebbe un’analisi specifica e ad essi probabilmente altri se ne potrebbero aggiungere. Ma consentite a me, romano come tanti altri di adozione, di esprimere amarezza e sconforto per un anniversario che avrei voluto diverso.

 

Franco Chiarenza
11 settembre 2020

I miei amici liberali (tanto per cambiare) sono assai divisi come votare nel referendum sulla riduzione dei parlamentari: per alcuni, schierati per il no, siamo di fronte a un attacco alla democrazia rappresentativa, primo passo verso l’ introduzione del mandato imperativo (attualmente escluso dall’art.67 della Costituzione), per altri si tratta di una ragionevole riduzione, anche in considerazione del fatto che il bicameralismo integrale vigente porta di fatto il numero dei legislatori quasi a quota mille, di gran lunga maggiore di ogni altro paese d’ Europa.

Le ragioni dei primi (fautori del no) sono in realtà politiche: vogliono far fallire un progetto che ha sempre caratterizzato il movimento Cinque Stelle accusandolo (giustamente) di cavalcare l’anti-politica colpendo il principio stesso di rappresentanza parlamentare. Perciò, al di là della questione di merito (per la verità poco difendibile) ritengono che ci si trovi davanti a un vero e proprio attacco alla democrazia mediante una modifica costituzionale mal formulata e fonte di infinite complicazioni quando ad essa si dovrà concretamente accompagnare una qualsiasi legge elettorale.
I liberali del sì obiettano che, almeno finora, le ragioni del no sono fondate su un processo alle intenzioni, in ogni caso difficilmente realizzabili almeno fin quando governerà l’attuale maggioranza in cui è determinante il partito democratico, saldamente ancorato ai principi della democrazia parlamentare. Nell’attuale situazione il numero dei parlamentari è certamente eccessivo (e, per la verità, i liberali lo denunciano da tempo) e diluire il sì in un generale consenso è anche una tattica per diminuire l’”effetto bandiera” che i grillini attribuiscono alla vicenda.

Personalmente, da “liberale qualunque”, credo che la questione sia irrilevante per i seguenti motivi che riassumo in breve:

  1. E’ certamente vero che il numero complessivo dei parlamentari (deputati e senatori) è eccessivo.
  2. E’ altrettanto vero che la modifica costituzionale per come è stata proposta e per le sue motivazioni (riduzione dei costi della politica) è incongrua, inefficace, mal formulata e puramente demagogica. Essa rischia, tra l’altro, di creare ulteriori ingorghi nell’attività legislativa, in pieno contrasto con le esigenze di semplificazione e di accelerazione da tutti invocate.
  3. Non è vero che la diminuzione dei parlamentari incida in maniera significativa sui costi della politica che sono ben altri e andrebbero effettivamente ridotti.
  4. E’ vero invece che esiste nel Paese un diffuso sentimento di indignazione per i privilegi che la classe politica si è attribuita ad ogni livello istituzionale (a cominciare dagli stipendi e dagli indifendibili vitalizi): chi semina vento raccoglie tempesta. I Cinque Stelle si sono limitati a raccogliere (nelle forme qualunquistiche che sono loro proprie) la protesta che ne è derivata. A prescindere dal referendum sarebbe bene che chi esercita il potere politico ne tenga conto anche in futuro.
  5. Tuttavia non riscontro nella riforma proposta alcun “attentato alla democrazia”. I poteri del parlamento restano intatti. Che essi siano diventati più formali che sostanziali è cosa che sappiamo da sempre; nella prima repubblica era una “camera di registrazione” della volontà dei partiti, nella seconda, col prevalere delle leadership carismatiche, la sua condizione non è migliorata e le ragioni della sua crisi vanno cercate altrove (anche nei sistemi elettorali); ne discutono da tempo giuristi, costituzionalisti, intellettuali di ogni colore.
  6. E’ grave invece che ancora una volta venga eluso il vero problema che è quello di differenziare i compiti e le modalità di elezione delle due Camere concentrando in una di esse (quella dei deputati) la fiducia al governo e l’approvazione dei bilanci e assegnando al Senato compiti di controllo in seconda lettura e una funzione di raccordo con le Regioni, sul modello del Bundesrat tedesco. Una riforma che potrebbe trovare un consenso trasversale se venisse trattata a sé senza essere inglobata in più complesse riforme costituzionali.
  7. Esiste un problema (non soltanto italiano) di introdurre quanto meno alcuni correttivi al principio di rappresentanza come lo abbiamo ereditato dal costituzionalismo ottocentesco. Forme controllate di revoca del mandato (recall election) sono studiate e sperimentate in tutto il mondo e non sarebbero in contrasto col modello liberale.

In sostanza: penso che il problema della funzionalità e della credibilità del parlamento non passi attraverso la riduzione dei suoi componenti , ma ritengo anche che i problemi della rappresentanza non debbano essere elusi difendendo lo status quo.
Per questo motivo mi asterrò nel referendum.

 

Franco Chiarenza
27 agosto 2020

Consenta a un “liberale qualunque” di esprimere nell’ambito di una dialettica rispettosa che tiene conto delle difficoltà in cui si trova il Capo dello Stato in un momento così complicato qualche riserva su alcuni suoi recenti comportamenti.
Lei non è un liberale; non lo è per radici politiche e culturali, se non per quella parte che il cattolicesimo democratico ha ereditato dalla concezione laica dello Stato che ha avuto in Sturzo prima e in De Gasperi poi i propri massimi esponenti. Ma i liberali hanno apprezzato il modo equilibrato con cui ha esercitato il suo mandato e il rispetto che ha sempre dimostrato per i principi fondanti della democrazia liberale. Proprio per questo mi permetto di contestare due momenti in cui la sua voce non si è levata come i liberali si sarebbero attesi.
La prima riguarda l’emergenza Covid: la proroga di uno stato di emergenza, qualunque siano le motivazioni (a mio avviso molto fragili) non può essere autorizzata da una maggioranza parlamentare senza che il Capo dello Stato non rilevi autorevolmente la necessità di regolare diversamente il problema dell’esercizio di poteri che comprendono la soppressione di diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione, anche eventualmente integrando la Carta nei punti mancanti. Al contrario Lei ha affermato il principio che la tutela della libertà non comprende quella di fare ammalare (e quindi di danneggiare) gli altri, stabilendo un principio che potrebbe prestarsi in futuro a interpretazioni molto pericolose. Perchè se è vero che la libertà di ciascuno di noi trova un limite invalicabile nelle libertà altrui, è altrettanto vero che spetta allo Stato attraverso norme di carattere costituzionale stabilire dove si colloca tale confine. Soltanto attraverso la definizione dello “stato di emergenza” e la creazione di adeguati strumenti di controllo della sua gestione che non derivino da una semplice maggioranza parlamentare è possibile stabilire tempi, modi e caratteristiche di provvedimenti lesivi delle libertà individuali compatibili con uno stato di diritto. Tutte cose che lei ben conosce, per cui debbo ritenere che non avere colto l’occasione per ricordare al Parlamento e al Paese ragioni e limiti di una situazione emergenziale che lo sta strangolando, sia stata una scelta politica che rientra nella sua autonomia ma nei cui confronti non posso nascondere una delusione tanto più profonda quanto più elevata è la mia stima per la sua persona.
La seconda questione riguarda lo scandalo, ormai ricorrente, dell’intreccio che si è venuto a creare tra le forze politiche e l’attività della magistratura inquirente. Problema antico che lei ben conosce per essere stato dibattuto anche quando Lei faceva parte della Corte costituzionale, ma che ha assunto dopo lo scandalo Palamara e (perchè no) anche dopo le inquietanti rivelazioni sulle pressioni politiche che avrebbero accompagnato la sentenza definitiva di condanna di Silvio Berlusconi in Cassazione nel 2013, un rilievo che poteva giustificare da parte del Capo dello Stato, che è anche presidente del CSM, un intervento più significativo di quanto non sia stato nelle prudenti dichiarazioni che ho potuto leggere.
L’imparzialità dei giudici penali (imparzialità, non neutralità perchè, come mi ricordava Valerio Zanone quando ne discutevamo, la neutralità potrebbe intendersi nei confronti dei valori fondamentali della Repubblica), è vitale per la credibilità e il prestigio dell’ordine giudiziario, pilastri ineludibili della certezza del diritto. Non si può aspettare che la magistratura si riformi da sola; la sua autonomia non va confusa con un’autoreferenzialità corporativa.
Non sta a me, naturalmente, suggerire al presidente della Repubblica cosa fare, ma da cittadino e da liberale mi sarei aspettato un segnale forte, un messaggio al Parlamento per richiamarlo alle sue responsabilità, la dimostrazione di una preoccupazione che vada oltre la formulazione di qualche espressione di circostanza.

Cordiali saluti,  Franco Chiarenza.

17 agosto 2020

LQ: Che si dice sotto le stelle (Cinque o più) di questo “stato d’emergenza” infinito?

Unovaleuno: Non cambi mai, sei sempre il solito esagerato: è stato prorogato soltanto di due mesi o poco più, con una regolare votazione parlamentare.

LQ: E a te sembra normale che la sospensione dei diritti civili avvenga a colpi di maggioranza? Oggi con la scusa del Covid, e domani?

UvU: Il Covid 19 non è una “scusa”; è una pandemia che contagia e uccide centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.

LQ: Noi abbiamo già pagato il nostro contributo: 35.000 morti e la paralisi dell’economia che minaccia di fare danni ancora maggiori.

UvU: Senza lo stato d’emergenza e il lockdown sarebbe stato molto peggio.

LQ: Tu credi davvero che il lockdown sia servito a qualcosa? Come mai paesi che lo hanno applicato in maniera meno rigorosa e per minor tempo non hanno un rapporto morti/ricoverati/popolazione diverso dal nostro?

UvU: i giornali sono pieni di notizie terrificanti che vengono proprio dai paesi che hanno sottovalutato il problema e che oggi se ne pentono come gli Stati Uniti, il Brasile o la Svezia.

LQ: i giornali italiani hanno tutti adottato una linea di sostegno alle misure emergenziali che in alcuni casi ha assunto toni terroristici attraverso una indegna manipolazione dei dati, soprattutto nei titoli.

UvU: le cifre e i dati sono quelli che sono e il governo si è mosso in base alle indicazioni del Comitato tecnico scientifico.

LQ: la pubblicazione dei verbali che il governo ha tentato di mantenere segreti dimostra che non è vero. Il CTS aveva consigliato di chiudere soltanto le regioni e le province dove i contagi avevano raggiunto livelli preoccupanti. La decisione di estendere il lockdown dalle Alpi al Lilibeo è stata una decisione politica di Conte, il quale poi ha proceduto a colpi di decreti sulla cui legittimità costituzionale io (e non soltanto io) esprimo qualche dubbio.

UvU: E’ un punto che è già stato chiarito. Non c’era il tempo di fare diversamente e comunque il parlamento ha sanato ogni anomalia. La verità è che voi liberali fate sempre obiezioni di principio che non tengono conto delle situazioni di emergenza.

LQ: I diritti delle persone non sono questioni marginali. E il danno economico che il Paese dovrà pagare in autunno con centinaia di migliaia di disoccupati si misurerà purtroppo con un aumento della povertà e delle disuguaglianze. Ma se il CTS aveva consigliato di non chiudere tutta l’Italia perchè, secondo te, il governo lo ha fatto? Per un principio di uguaglianza nella malattia? Uno malato, tutti malati, per solidarietà?

UvU: Sciocchezze: è stata una misura prudenziale, il contagio poteva espandersi anche al sud.

LQ: Ma non è avvenuto. Chiudi quando è necessario non prima. Mi domando: se Bergamo fosse stata in Sicilia credi che avrebbero chiuso tutto in Lombardia?

UvU: Il lockdown ha avuto una duplice funzione: quella precauzionale e anche una educativa. In un paese scarsamente disciplinato come il nostro dobbiamo prepararci a convivere con gli effetti sconvolgenti dell’emergenza climatica e di pandemie di cui abbiamo solo avuto un assaggio.

LQ: Finalmente: è la “decrescita felice”! Che però tanto felice non sembra.

UvU: Non scherzare: un’epoca è finita.

LQ: E dovremo rinunciare a qualche libertà, vero?

UvU: Già oggi le libertà democratiche nella loro formulazione ottocentesca rappresentano un’astrazione. Le masse sono diventate protagoniste senza intermediari perchè le nuove tecnologie digitali consentono livelli e modalità di partecipazione mai esistiti in precedenza.

LQ: Quindi non ho torto a ritenere che il Covid 19 abbia rappresentato per voi un’occasione da non perdere per sperimentare forme di controllo sociale da applicare anche in futuro a fronte di altre emergenze (per esempio ambientali).

UvU: In un certo senso sì.

LQ: E non credi, al di là di ogni disquisizione sui diritti inalienabili della persona, che questo rappresenti un rischio grave per la democrazia?

UvU: Dipende. Se il controllo politico resta aperto a tutti la democrazia cambia forma ma non sostanza. Naturalmente tutto dipende dall’informazione, dalle sue fonti, dai mezzi di comunicazione.

LQ: Appunto. E dalla manipolazione che se ne può fare anche attraverso i social o portali come il Rousseaux.

UvU: E ti pareva che non te la pigliavi con Rousseau, filosofo e portale?

LQ: A Rousseau noi liberali preferiamo sempre Tocqueville, Montesquieu, Locke e tutto ciò che ha portato alla concezione di “società aperta”. Ma non è il caso di cominciare una discussione di filosofia politica. Volevo soltanto conferma di alcuni miei sospetti. E l’ho avuta.

Come era prevedibile la proroga dello stato di emergenza , annunciata in sordina dal governo nella speranza che passasse inosservata nell’orgia trionfalistica della “vittoria” di Bruxelles, è stata colta al volo dalle opposizioni in cerca di un nuovo cavallo di battaglia su cui smarcarsi dall’indubbio vantaggio (almeno mediatico) che Conte ha ricavato dall’esito del Consiglio Europeo.
L’enfasi di Salvini e la sua esibizione nel convegno organizzato al Senato fanno però un po’ ridere. E’ piuttosto difficile per un liberale qualunque scorgere in lui e nel suo partito un difensore dello stato di diritto, e lui stesso, che non è un cittadino qualsiasi ma il capo dell’opposizione, presentandosi senza mascherina e incitando implicitamente alla disobbedienza civile, mostra di ignorare che la prima regola dello stato di diritto è che le leggi si possono contestare ma finché ci sono vanno rispettate.

Covid e libertà individuali

Tuttavia il problema esiste e i primi a sollevarlo non sono stati Salvini e Meloni ma giuristi, commentatori, economisti e politici assai distanti dalle posizioni politiche della destra. Cerchiamo quindi di capire i reali termini della questione che, con la consueta lucidità, Sabino Cassese, ex presidente della Corte costituzionale, ha sintetizzato in una battuta: lo stato di emergenza è legittimo se è in atto un’emergenza, non è legittimo se viene deciso in base a previsioni di pericoli futuri perché l’indeterminatezza di tali previsioni lo rende incompatibile con lo stato di diritto.
Quindi la prima domanda da porci è: il virus circola ancora, e quanto è pericoloso? La risposta più ragionevole è che sì, circola ancora e probabilmente dovremo conviverci a lungo; ma, almeno in Europa, esso è sempre meno “virulento”, i suoi tassi di mortalità sono drasticamente diminuiti, i reparti di terapia intensiva sono deserti, e gli esperti clinici (non i virologi) sono unanimi nell’affermare che, per come si presenta oggi, il coronavirus è facilmente controllabile e non suscita particolare allarme. Perché allora il governo e i virologi che lo assediano continuano a diffondere messaggi allarmistici? Probabilmente per un eccesso di prudenza; si teme in sostanza che il virus possa riaffacciarsi in forme violente o perché importato da paesi in cui la fase acuta è tutt’altro che conclusa, o anche per effetto di un allentamento del lockdown. Si giustifica quindi la sospensione delle libertà civili non per la realtà del momento ma per un pericolo futuro (non dimostrato e non dimostrabile). Ma Cassese ci ha spiegato che l’emergenza per un pericolo futuro è non soltanto illegittima ma anche pericolosa per le applicazioni che potrebbe avere nei più diversi contesti; l’”emergenza “prudenziale” inventata da Conte e Speranza non è costituzionalmente corretta, anche perché di rinvio in rinvio a colpi di maggioranza può durare all’infinito.

La seconda domanda è: quanto è vero che le drastiche misure adottate in Italia sono state determinanti per il miglioramento della situazione? La domanda è importante perché se la risposta è sì l’allungamento delle misure emergenziali si giustifica maggiormente. Tuttavia il liberale qualunque che legge dati e cifre e non si fida degli ingannevoli titoli dei giornali, può facilmente constatare che la risposta è no per diverse ragioni che non sto qui a ripetere (per averle già esposte). Sta di fatto che persino il numero di morti di coronavirus degli Stati Uniti (150.000) se rapportati alla popolazione non è superiore al nostro e che il numero dei contagiati, sempre evidenziato dai fautori del lockdown, non è significativo perché dipende dalla quantità di tamponi effettuati e dalla gravità dei sintomi (molti infatti vengono rimandati a casa, sia pure in quarantena).

Se questa è la situazione si può quindi tranquillamente affermare: a) che la chiusura totale del territorio attuata in Italia per tre mesi non era necessaria e poteva essere sostituita da misure più mirate sia dal punto di vista territoriale, individuando le “zone rosse” e attenuando i vincoli nel Mezzogiorno dove, per ragioni che i virologi ancora non hanno saputo spiegare, il virus si è presentato in forme meno gravi, (e non certo per il lockdown!) e accentuando i controlli sull’unico dato certo costituito dal fatto che oltre l’80% dei casi letali ha riguardato anziani ultresettantenni, spesso già colpiti da patologie pregresse. b) che le conseguenze economiche (forse un milione di posti di lavoro perduti) hanno colpito prevalentemente la parte più attiva e produttiva della popolazione (industria, commercio, agricoltura, servizi) lasciando indenni il pubblico impiego e quanti vivono di assistenza pubblica (nelle sue diverse forme: pensioni, sussidi, redditi di cittadinanza, ecc.). c) che il danno è particolarmente rilevante in Italia (anche rispetto agli altri paesi europei) perché il Paese stava già attraversando una fase di recessione prima della pandemia e resta sempre aggravato dal maggior debito pubblico dell’Occidente.
Tutto ciò considerato il prolungamento dello stato di emergenza fino al 15 ottobre (col fondato sospetto che lo si voglia ulteriormente prolungare) non ha senso, aggrava la situazione economica, ostacola un’utilizzazione razionale e convincente degli aiuti europei che, come è stato ripetuto fino alla nausea, non devono servire a finanziare ulteriori misure assistenziali ma a rimuovere gli ostacoli che deprimono la produttività, gli investimenti e le capacità imprenditoriali.

Quanto sono a rischio le nostre libertà?

E’ l’ultima domanda, la più importante.
Il rischio principale è di abituare la gente a farne a meno. Ogni volta che la libertà viene soppressa o limitata è sempre per qualche “buona ragione”: per salvare il popolo dall’ignoranza, come sosteneva il Grande Inquisitore nel famoso dialogo con Gesù reincarnato, raccontato mirabilmente da Dostoevskij, per ovviare alla non consapevolezza del popolo sui suoi reali interessi, come sosteneva Rousseaux (vero Casaleggio?), per “proteggere” il popolo dalle tentazioni mondane (come ha fatto per secoli la Chiesa), per ragioni di equità sociale e realizzare l’uguaglianza, come sosteneva Lenin. Oggi il pericolo proviene da un’estremizzazione dell’ambientalismo, da un salutismo fanatico, dalle forme più estreme di ecologismo, che propongono nuove giustificazioni per imporre dall’alto, con metodi autoritari, limitazioni alle libertà personali.
Qualcuno può obiettare che in Europa siamo lontani da rischi di questo genere e certamente avrebbe ragione. L’Europa democratica si riconosce nei progetti di transizione verde e digitale di Ursula Van der Leyen che nulla hanno a che fare con i fondamentalismi potenzialmente illiberali di certo ambientalismo, ma il pericolo è che una volta introdotto nelle teste dei cittadini il principio che la loro libertà è un accessorio al quale si può facilmente rinunciare per conseguire finalità superiori, il virus che vi si installa è assai più pericoloso del Covid, e può emergere nelle occasioni più disparate soprattutto se non definiamo con adeguate norme anche costituzionali che cosa si intende per stato di emergenza, chi può proclamarlo, quali sono gli strumenti di garanzia che devono accompagnarlo. Cose di cui non vedo traccia nel dibattito di questi giorni.
Il virus delle scorciatoie illiberali è infido, circola per contagio, spesso è asintomatico e non esistono vaccini che possano contrastarlo perché si fonda sulla paura, cioè su uno stato d’animo irrazionale che può essere utilizzato per costringere la gente a chiudersi nelle loro “case” cioè nelle loro certezze, vere o presunte: il coronavirus, la paura degli immigrati, il rifiuto di confrontarsi con chi è diverso da noi, con chi professa religioni apparentemente incomprensibili, quella paura che nei secoli passati ha prodotto persecuzioni, guerre, stermini. Soltanto la cultura liberale, fondata sulla tolleranza, sulla conoscenza delle realtà che ci circondano, ha assicurato al genere umano lunghi periodi di pace e di prosperità, almeno quando è stata rispettata (perché non sempre chi si dice liberale si comporta come tale)

Ma da chi dunque il “liberale qualunque” deve guardarsi, visto che non siamo né in Ungheria, né in Polonia, né tantomeno in Russia o in Turchia?
Domanda insidiosa che costringe i liberali a guardare oltre le apparenze per scorgere i sintomi di un virus non facilmente riconoscibile. Il “tampone” da utilizzare è uno solo: quello che mette in evidenza il fanatismo in ogni sua forma. Quando sentite qualcuno che dice “che dopo l’emergenza nulla sarà come prima”, che bisogna passare da un’economia di mercato a uno “sviluppo sostenibile” (chi decide quando lo è?), quando si invitano i ristoratori a cambiare mestiere, quando si immaginano città senza automobili e metropolitane, percorse soltanto da felici famiglie in monopattino o (al massimo) in bicicletta, quando si sostiene che lo smartworking (talvolta inteso come lavoro a domicilio in cui ciascuno fa quel che gli pare) sostituirà completamente le attuali modalità di impiego (chissà chi lavorerà la terra, pulirà le strade, farà funzionare le fabbriche, guiderà i treni?), rizzate le orecchie: dietro certe banalità accattivanti e ingannevoli si nasconde il virus di chi propone una “società diversa”. A quel punto emerge il virus anti-liberale; lo si vede affiorare per esempio nella casareccia “decrescita infelice” che Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno copiato da Serge Latouche, nei residui del fascismo “sociale” ancora presenti nel partito di Giorgia Meloni, ma anche in alcuni settori della sinistra democratica, a cominciare dalla LEU in cui non a caso milita il ministro Speranza, fautore di una chiusura prolungata delle attività economiche.
E’ il momento di vigilare, respingere il terrorismo mediatico, ragionare con la testa, leggere i dati senza mediazioni distorcenti. Questo è il consiglio che può dare il “Liberale Qualunque”, cioè un signor Nessuno che vorrebbe restituiti al più presto i propri diritti di cittadino (che non sono soltanto quelli elettorali).

 

Franco Chiarenza
30 luglio 2020

Come sono andate le cose, più o meno, lo sappiamo: ne sono pieni giornali, telegiornali, talk show, col solito contorno di dilettanti allo sbaraglio sui social.
Ma come valuta un “liberale qualunque” l’accordo raggiunto?
I termini quantitativi del “recovery fund” costituiscono la parte meno importante dell’intesa (anche se la più enfatizzata dai media), anche perché i fondi saranno disponibili nella migliore delle ipotesi tra molti mesi, ci sono dei passaggi parlamentari a Strasburgo e nelle capitali nazionali non del tutto scontati e, per quanto riguarda l’Italia – che esce comunque dalla lunga maratona come una “sorvegliata speciale”, la trasformazione di generiche buone intenzioni in specifici progetti di spesa destinati alle infrastrutture materiali (porti, strade, ferrovie, e soprattutto potenziamento delle connessioni in rete) e immateriali (riforma della giustizia, rinnovamento della burocrazia, adeguamento delle normative commerciali e amministrative, scuola, università, ricerca) è tutta da verificare.
Anche per questo sarà necessario ricorrere al MES che rende immediatamente disponibili risorse da utilizzare per riformare e potenziare in via prioritaria il delicato settore della sanità che molte carenze ha mostrato in occasione del “coronavirus”.
Tutto ciò premesso: qual’è la valutazione complessiva?

Il “liberale qualunque” ritiene che:

  1. Esce comunque rafforzato il ruolo della Commissione alla quale spetterà gestire i nuovi fondi disponibili nell’ambito di un bilancio comunitario maggiorato; il che non può che essere gradito a chi, come i liberali, considera la Commissione come il governo “in nuce” di una futura unione politica.
  2. Il Consiglio (composto dai Capi di Stato e di governo) mantiene il suo ruolo di vigilante di ultima istanza; viene meno l’unanimità (e quindi il diritto di veto) ma viene introdotto il “freno di emergenza” che ciascun paese può attivare se ritiene che i soldi dati “a fondo perduto” non vengono utilizzati correttamente; una cautela necessaria per superare le diffidenze dei cosiddetti “paesi frugali” (Olanda, Danimarca, Austria, Finlandia, Svezia e paesi baltici). I liberali italiani non dovrebbero scandalizzarsi ma anzi considerare giustificata tanta cautela dopo le pessime prove della politica assistenziale promossa dalla Lega e dai Cinque Stelle quando erano insieme al governo.
  3. L’asse franco-tedesco che, dopo tre giorni di aspre discussioni, sembrava indebolito ha finito invece per imporre il proprio compromesso e riconfermare quindi la propria supremazia. Hanno giocato come il gatto col topo: hanno lasciato che i due schieramenti contrapposti (“frugali” da una parte, “mediterranei” dall’altra), si scannassero a oltranza per poi imporre con una vigorosa zampata la soluzione che tra loro avevano già concordato. I liberali ne prendono atto ma sono delusi: ben altro si aspettavano dall’asse Merkel Macron.
  4. L’Italia ha giocato la partita con determinazione ed è riuscita a portare a casa un buon risultato che, oltretutto, rafforza quelle componenti della maggioranza (una parte dei democratici e Renzi) che sono consapevoli che su questa partita si gioca la credibilità del Paese in Europa e sono pronte quindi a respingere le tentazioni assistenzialiste che puntualmente si presenteranno nei Cinque Stelle.
    Giuseppe Conte, tutto sommato, ne esce bene anche considerando che si è trovato per quattro lunghi giorni nella scomoda posizione di imputato alle prese con un pubblico ministero come Rutte, intransigente anche per ragioni di politica interna, dovendo far fronte all’ondata sovranista che nel suo paese minaccia di travolgere storici equilibri politici di una delle democrazie più antiche e tolleranti d’Europa.
  5. Cos’è dunque che è andato male, almeno da un punto di vista liberale? Presto detto:
    a) la necessità di raggiungere un compromesso sulle somme disponibili “a fondo perduto” (che non sono, come molti pensano, “regalati” ma soltanto prelevati da un fondo comune finanziato anche dall’Italia) ha portato a ridimensionare il coraggioso piano per la transizione a un’economia ambientalmente sostenibile su cui la presidente Von der Leyen aveva impostato le linee programmatiche della nuova Commissione; un fatto questo che comporterà anche qualche difficoltà nel passaggio parlamentare all’assemblea di Strasburgo dove i Verdi e i loro alleati sono determinanti.
    b) il fatto che nessuno abbia avuto il coraggio di “rovesciare il tavolo”, abbandonando il “piccolo cabotaggio” (qualche miliardo in più o in meno) e pretendendo riforme strutturali per l’Unione: a cominciare dalle fiscalità di vantaggio per continuare con gli esuberi commerciali della Germania, per finire con un piano coordinato di interventi in Africa. Come dire: volete che facciamo i “compiti a casa”? D’accordo, ma allora rivediamo il programma e trasformiamo l’Europa in un ambizioso progetto geo-politico. Chi ci sta?
    c) e infine che sia stato sostanzialmente accantonata l’idea che il “recovery fund” sia accessibile soltanto ai paesi che rispettano i diritti umani e civili che caratterizzano le democrazie liberali (con esclusione quindi dei paesi del cosiddetto “gruppo di Visegrad – Ungheria, Polonia, Cechia, Slovacchia). Per la verità i liberali sostengono in proposito un punto di vista più drastico: i diritti non si barattono con gli aiuti economici, chi non si riconosce nei principi della democrazia liberale (che vanno ben oltre l’esistenza di libere elezioni), non possono far parte di un’unione fondata appunto su di essi (trattato di Nizza). E anche questo poteva far parte del “rovesciamento del tavolo”.

Per un primo bilancio può bastare: il secondo lo faremo quando capiremo come il governo Conte in concreto intende spendere questi soldi. “Il liberale qualunque” resta in trepida attesa. Ma, affacciati al balcone ci sono anche non soltanto Rutte ma pure Macron e Merkel, nessuno si illuda che si sono ritirati in cucina.

Franco Chiarenza
23 luglio 2020

Scoprire l’acqua calda” significa secondo il dizionario De Mauro “credere o presentare come nuova e originale una cosa già nota o ovvia”. Il liberale qualunque è allibito: gli italiani hanno scoperto che la magistratura viene influenzata dalle convinzioni politiche nella sua azione giudiziaria e che quindi non è, come dovrebbe essere, imparziale e neutrale rispetto ai diversi soggetti politici che si contendono l’esercizio del potere. Ci sono magistrati (molti, pochi?) i quali quando avvistano quello che a proprio insindacabile giudizio può configurarsi come un “pericolo per la democrazia” affondano il piede sull’acceleratore e travolgono i presunti “colpevoli” senza pietà, talvolta eludendo anche le garanzie costituzionali che dovrebbero sempre accompagnarsi all’esercizio della funzione giurisdizionale. E’ avvenuto con “mani pulite”, si scopre oggi che è accaduto anche con Berlusconi.

Il liberale qualunque crede nello stato di diritto e proprio per questo non può simpatizzare con un populista autoreferenziale come Silvio Berlusconi, ma non può nemmeno accettare che la magistratura, priva com’è di legittimazione popolare, si sovrapponga al parlamento dettando, di fatto, le regole del gioco secondo una concezione “polically correct” da essa stessa stabilita. Da tempo infatti quanti ancora si identificano con una cultura liberale denunciano la deriva “politica” della magistratura che, non a caso, si organizza in correnti ideologicamente motivate le quali condizionano le carriere (designazioni, promozioni, distacchi) assicurandosi che nei principali distretti giudiziari vadano procuratori “allineati”, come è stato clamorosamente confermato dallo scandalo Palamara. Naturalmente tutto ciò nulla ha in comune con lo stato di diritto, cardine inalterabile di ogni democrazia liberale. Ma che le cose stiano così si sa da decenni e fa impressione vedere (come nella favola del “re nudo” che improvvisamente tanti scoprano che la magistratura integerrima era un manto di ermellino sotto il quale si nascondevano pulsioni, intenzioni e distorsioni che tutti fingevano di non vedere. Finché, per puro caso, il manto è scivolato via e il “popolo bambino” ha esclamato stupito: “ma è nudo!!!”.

Per risolvere il problema non bastano soluzioni parziali affidate alla corporazione stessa che dovrebbe metterle in atto. Bisogna procedere radicalmente avviando le riforme che da sempre proponiamo: separazione tra magistratura inquirente e giudicante, azione di contrasto alle contaminazioni tra politica e funzioni giudiziarie, e, per rendere più difficile la “dittatura” delle correnti, ricorrere anche, almeno parzialmente, al sorteggio di un certo numero di componenti del CSM. Ma il liberale qualunque non vede all’orizzonte nessuno in grado di farlo e nemmeno di proporlo. Continuammo così, fino al prossimo scandalo.

Franco Chiarenza
17 luglio 2020