Inutile nasconderselo: da qualche mese Carlo Calenda ha imposto con un’abile campagna che utilizza largamente i social-network la sua candidatura, non soltanto a sindaco di Roma, ma in realtà a “sindaco d’Italia” (per utilizzare un vecchio slogan di Mario Segni di trent’anni fa). Lo fa argomentando in maniera convincente in netta controtendenza rispetto al mainstream corrente della politica nostrana, basato su approssimazioni, fake news, scambi di insulti, volgarità di vario genere.
I liberali lo seguono con simpatia e qualche perplessità, anche se il personaggio non si è mai dichiarato “liberale” in senso ideologico ma piuttosto appartenente a un più largo ambito culturale che potremmo definire liberal-democratico.
La sua originalità (e la conseguente attrattività) consiste proprio nel rifiuto delle gabbie ideologiche e partitiche che continuamente vengono riproposte sotto mentite spoglie, e spingere invece la riflessione sulle azioni piuttosto che sulle idee astratte: non a caso il suo movimento si chiama “Azione”. Il problema centrale del Paese, secondo Calenda, non è “fare cose di sinistra” piuttosto che “cose di destra” (salvo capire cosa ciò significhi realmente), ma semplicemente fare qualcosa.
La sua vis polemica si indirizza all’incapacità della politica di realizzare i propri progetti, qualunque siano: non per responsabilità di una burocrazia inerte e depotenziata, non per colpe altrui, ma per avere perso l’abilità di utilizzare gli strumenti e le strutture esistenti (e le condizioni esterne più o meno favorevoli) al fine di conseguire obiettivi chiari, riconoscibili, su cui i cittadini possano compiere scelte consapevoli. Qualunque liberale autentico non può che avere un riflesso positivo, come il cane di Pavlov quando sente la campanella: gli si presenta subito davanti il volto accigliato di Camillo Benso di Cavour. Purtroppo con una differenza, che Cavour muoveva su una scacchiera complessa forze non sempre omogenee facendole convergere su un obiettivo comune avendo dietro di sé sostegni che gli consentivano di passare rapidamente dal pensiero all’azione, la monarchia, l’esercito, la parte più colta e influente non soltanto del Piemonte ma (attraverso la Società Nazionale) anche degli altri regni italiani, senza parlare della nascente borghesia imprenditoriale che dell’unificazione vedeva tutti i possibili vantaggi. Calenda invece, anche quando dice cose condivisibili appare un isolato, guardato con diffidenza dal partito democratico che in lui teme un nuovo Renzi, detestato da Renzi per la stessa ragione, troppo debole per attivare un consenso deciso da parte di un mondo imprenditoriale indebolito e scottato da precedenti endorsment non corrisposti, e considerato pericoloso dai sindacati sempre timorosi di perdere potere contrattuale senza il mantenimento di quei riti defatiganti che non sembrano compatibili col messaggio calendiano.

Sindaco di Roma?
Così stando le cose il leader di Azione (forte della sua militanza nel gruppo social-democratico del Parlamento Europeo) ha fatto la mossa del cavallo: non ha aspettato che eventuali trattative sottobanco tra Zingaretti e Di Maio si concludessero abbandonando una capitale ingovernabile al dilettantismo dei Cinque Stelle in cambio di altre possibili “conquiste” del PD (Torino, Napoli, Palermo?). Pettegolezzi, fake, falsità, smentirebbero subito i vertici del Nazareno, ma, come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma qualche volta ci si azzecca.
Non c’è dubbio comunque che la mossa di Calenda ha messo in difficoltà il partito democratico anche perchè la sua candidatura, debitamente appoggiata, sarebbe l’unica in grado di battere la destra, e tutti lo sanno. Da parte sua Calenda rischia poco: da un lato affronta una campagna che gli dà grande visibilità , d’altra parte costringe il PD – anche in vista di elezioni politiche che potrebbero arrivare subito dopo l’elezione del nuovo Capo dello Stato nel 2022, a definire la vera natura dei suoi rapporti (secondo Calenda incestuosi) col movimento Cinque Stelle.

Il Liberale Qualunque sta a guardare: un po’ scettico, un po’ divertito, un po’ ammirato. Ma in fondo al cuore ha una speranza: e se ce la dovesse fare?

 

Franco Chiarenza
1 dicembre 2020

Quanto durerà la pandemia?
LQ: Nessuno lo sa. Secondo alcuni potrà anche prolungarsi, sia pure in forme striscianti, per tutto l’anno prossimo. Per questo bisogna abituarsi all’idea che con questa emergenza (e con altre che potrebbero presentarsi) dobbiamo imparare a convivere per evitare che i suoi effetti collaterali siano più dannosi della causa principale. Per farlo senza traumi occorre adeguare tutti gli strumenti necessari: politici e istituzionali, sanitari, di previdenza e assistenza sociale, rendendoli compatibili con una normale attività economica, produttiva e di servizio.

Il vaccino risolverà definitivamente il problema del Covid?
LQ: Del vaccino sappiamo ancora troppo poco. Gli annunci trionfalistici si susseguono da mesi ma in realtà, al di là dei diversi approcci scientifici di differenti centri di ricerca, vi sono problemi da risolvere che richiedono tempo: sperimentazione sicura, conservazione, distribuzione che eviti forme di speculazione. Speriamo che le autorità pubbliche si preparino tempestivamente e non soltanto a parole. Il che significa che le prevedibili criticità non vanno esorcizzate ma affrontate predisponendo sin d’ora strategie adeguate.

La strategia adottata dal Governo per contrastare la “seconda ondata” è quella giusta?
LQ: A prescindere dagli strumenti legislativi utilizzati (che suscitano in ogni liberale fondate riserve di costituzionalità) nel merito dei provvedimenti si può concordare su due punti fondamentali: il rifiuto del lockdown generalizzato e la gradualità delle limitazioni in rapporto alle situazioni oggettive di ciascuna Regione. Entrambi i punti tuttavia hanno messo in luce criticità che risalgono alle infelici modifiche al titolo V della Costituzione apportate nel 2001.

Quali sono le riserve di costituzionalità che suscitano preoccupazioni in un liberale?
LQ: Rovescio la domanda. Può un semplice decreto del presidente del Consiglio dei ministri sospendere – sia pure in una situazione di emergenza – diritti e facoltà che discendono direttamente dalla Costituzione? Per di più in maniera generalizzata come avvenne col lockdown di primavera?

Cosa c’è che non funziona nel rapporto tra Regioni e Stato?
LQ: Il principio delle “competenze concorrenti” che attribuisce in alcune materie (come la sanità) poteri prevalenti alle Regioni, ma mantiene allo Stato compiti di coordinamento non ben definiti che hanno aperto la strada a conflitti infiniti (anche prima del Covid). Con i DCPM il Governo, spinto dall’emergenza, si è attribuito dei poteri di intervento ( peraltro convalidati dal Parlamento) che sono in contrasto con quelli costituzionalmente assegnati alle Regioni; il che ha creato il caos che stiamo vivendo.

Perché ciò non si è verificato nella prima fase, quando fu decretato un lockdown generalizzato?
LQ: Perché nel clima di terrore che si era diffuso (ampiamente favorito dai mass media) l’opinione pubblica non avrebbe tollerato alcun dissenso sulla linea rigida adottata dal Governo e men che meno conflitti di competenza (che pure ci furono con la Lombardia); qualunque critica veniva considerata un’inaccettabile polemica strumentale. La stessa opposizione di destra, pur non scalfita nei sondaggi, ha avuto comportamenti esitanti e contraddittori tra gli stessi governatori eletti nelle loro liste (Piemonte, Lombardia, Veneto, Sicilia, Liguria, Calabria, Sardegna).

La divisione in zone differenziate nell’adozione delle misure di contenimento è giusta?
LQ: Fondamentalmente sì perché non ha senso limitare le libertà personali e il funzionamento degli esercizi commerciali nella stessa misura in situazioni completamente diverse; provvedimenti coercitivi adottati in base al principio di precauzione senza che vi sia un’emergenza immediata e dimostrabile sono incostituzionali e rappresentano un precedente pericoloso che potrebbe mettere in discussione la concezione stessa di stato di diritto.

Molti hanno sostenuto che la dimensione regionale non rispecchia la varietà delle situazioni. Hanno ragione?
LQ: In effetti la “colorazione” delle Regioni (rosso, arancione, giallo) è apparsa incongrua per una strategia realmente mirata a circoscrivere le zone infette perché all’interno delle Regioni (soprattutto delle più estese) coesistono situazioni molto differenti; la dimensione più adatta sarebbe stata quella provinciale ma le Regioni rappresentano entità amministrative ben definite (e dotate di poteri specifici in materia) le Province non più.

I negazionisti sono davvero soltanto incoscienti rabbiosi da isolare?
LQ: Bisogna distinguere. Quelli che negano l’esistenza del virus e considerano ciò che sta avvenendo un complotto internazionale teso a perseguire fini inconfessabili (chi, quali?) sono semplicemente degli esaltati che fanno parte della falange degli imbecilli che credono che la terra sia piatta; non vanno isolati, vanno ignorati. Altro discorso riguarda quanti sono preoccupati per le conseguenze economiche, sociali e politiche delle misure adottate che potrebbero riflettersi in cambiamenti anche rilevanti degli equilibri istituzionali (per noi liberali tanto importanti!). Essi, e il liberale qualunque tra loro, si chiedono semplicemente se una strategia basata su un inseguimento defatigante degli “infettati” fosse la migliore e se non convenisse, sin dall’inizio, concentrare risorse e strutture sulla cura degli ammalati con sintomi gravi piuttosto che pagare prezzi così alti in termini di vita civile; che, in fondo, è stata la strategia adottata da alcuni paesi come la Svezia, il Giappone, la Corea del sud (e, in pratica, da molti Stati nord-americani). Alla fine il numero dei morti da Covid non è stato in quei paesi, in rapporto alla loro popolazione, superiore a quello che si è dovuto registrare da noi.

L’obbligo della mascherina e il coprifuoco dopo le 22 sono apparsi a molti misure esagerate e inefficaci, utili soltanto a drammatizzare una situazione perfettamente controllabile.
LQ: Ecco il punto. Nessuno mi convincerà mai che l’uso della mascherina (specialmente se fatto in modo approssimativo, come si fa) o la indiscriminata chiusura serale dei ristoranti siano utili a contenere i contagi. Ma il problema è altrove: l’inadeguatezza delle nostre strutture sanitarie a fronteggiare la “seconda ondata”, malgrado essa fosse stata prevista. Le misure adottate dal Governo sono in gran parte strumentali, non servono a contenere il contagio ma a contrarre la circolazione delle persone sperando in tal modo di diminuire la pressione sulle strutture sanitarie. Ma se prima si spaventa la gente e poi ci si lamenta che in troppi si presentano ai pronto soccorso al primo colpo di tosse, qualcosa non ha funzionato nella politica comunicativa adottata dal Governo. E poiché i sintomi iniziali del coronavirus sono assai simili a quelli di una normale influenza il “liberale qualunque” trova assai grave che non si sia provveduto per tempo a distribuire in grandi quantità i vaccini adatti a prevenire l’ordinaria influenza.

Però tutti i paesi europei (esclusa la Svezia) hanno finito per adottare misure di contenimento della diffusione del virus simili alle nostre.
LQ: Infatti il nostro Governo si è mosso in sostanziale sincronia con la Francia e la Germania (anche se in qualche caso con maggior rigore formale); ma ciò non toglie che la discussione sull’analisi costi- benefici della strategia adottata resti aperta. Ma non ora.
Adesso bisogna rispettare anche le disposizioni che non ci piacciono e che abbiamo motivo di contestare; uno stato di diritto consiste pure nel rispettare le responsabilità di governo di chi è stato chiamato dal Parlamento ad esercitarle, soprattutto in un momento di emergenza come quello che indiscutibilmente stiamo vivendo.

La vittoria di Biden sembra, a tutti gli effetti, la rivincita di Obama. Non a caso l’ex-presidente aveva esercitato tutta la sua influenza per fare prevalere nelle primarie la candidatura di Biden, suo vice presidente, nella sfida epocale contro Trump; una sfida tanto più difficile in quanto un presidente uscente è sempre avvantaggiato nel rinnovo del mandato e, per di più, per ragioni complesse che tutti gli analisti hanno abbondantemente illustrato, in un contesto di ripresa economica solo in parte compromesso dall’epidemia Covid 19.
Certo, immaginare la presidenza di Biden come una semplice prosecuzione di quella di Obama, mettendo tra parentesi i quattro anni di Trump, è una semplificazione provocatoria che non va presa troppo sul serio: la storia non conosce parentesi e nessun presidente ricalca fedelmente le orme dei propri predecessori, anche quando appartengono allo stesso partito. Ma non vi è dubbio che le loro radici culturali e politiche siano molto convergenti e che dietro la figura del nuovo presidente molti elettori hanno individuato la proiezione carismatica di Obama. Le prossime scelte del nuovo presidente nella formazione del governo mostreranno in che misura ciò sia vero ma sin d’ora i nomi che circolano sembrano in gran parte confermare un orientamento di sostanziale continuità con l’amministrazione Obama, anche se l’inversione di rotta rispetto alle strategie di Trump non sarà così netta come molti osservatori europei ritengono, non soltanto perché i repubblicani mantengono posizioni predominanti in molti stati e potrebbero confermarsi in maggioranza nel Senato, ma anche per ragioni obiettive che spingeranno il nuovo presidente a seguire in parte le orme del suo predecessore soprattutto sul punto cruciale dei rapporti con la Cina. Ci sarà tempo per analizzare i nodi più importanti che Biden dovrà sciogliere in politica estera (oltre la Cina, la NATO, l’ Europa, l’Afganistan, il Medio Oriente) e in politica interna (riequilibrio fiscale, politica energetica, conflitti etnici, ecc.). Per ora cerchiamo di capire cosa hanno significato per la tenuta della democrazia americana queste elezioni che hanno visto la più elevata partecipazione di sempre.

La frattura

Si è sempre detto che gli Stati Uniti rappresentano un modello di democrazia liberale non soltanto per averne recepito i principi fondamentali riassunti nel Bill of Rights ma anche per essere riusciti a contenere la necessaria dialettica politica e sociale dentro i parametri invalicabili di valori condivisi. Da questa diffusa convinzione discendeva la tolleranza per comportamenti non sempre coerenti con i presupposti ma comunque ispirati a un fair play istituzionale che non era un orpello formale ma il contenitore obbligato delle mediazioni che un sistema politico fondato sull’equilibrio dei poteri rendeva necessarie. La presidenza di Trump è stata vissuta con preoccupazione (non solamente nell’ establishment tendenzialmente democratico), non tanto per il rifiuto provocatorio dei codici del politically correct quanto per essere percepita come un tentativo di rovesciamento dei principi basilari su cui l’America aveva – soprattutto dopo la seconda guerra mondiale – fondato la propria immagine: democrazia partecipata, economia di mercato regolata, multilateralismo per governare la globalizzazione. Il rozzo sovranismo di Trump prefigurava un modello opposto: rifiuto di qualsiasi vincolo internazionale, trasformazione della democrazia partecipata in democrazia plebiscitaria, soppressione di ogni regolamentazione del mercato e ritorno a un capitalismo aggressivo. Intendiamoci: queste due Americhe sono sempre esistite e, quando non hanno trovato un ragionevole terreno di incontro, hanno mostrato anche in passato quanto aspra possa essere la loro conflittualità (basti ricordare in proposito le tensioni istituzionali durante le presidenze di F.D. Roosevelt nella prima metà del secolo scorso). Tuttavia gli apparati dei due partiti maggiori sono sempre riusciti a trovare un accettabile compromesso garantito da un’alternanza che rendeva conveniente a entrambe le parti rispettare il fair play istituzionale.

La tenuta
Con la presidenza di Trump il compromesso è saltato e il tycoon ha cercato di rovesciare il tavolo delle regole trasformando la dialettica politica in una guerra a oltranza, in modo da produrre ferite profonde negli assetti istituzionali. Ci è riuscito? Per ora sembra di no; i suoi tentativi di condizionare la giurisdizione (attraverso il controllo della Corte Suprema), le forze armate, i mass media, le prerogative degli Stati, non sono andati in porto e la macchina istituzionale ha rapidamente archiviato i suoi eccessi come bizzarrie da non prendere troppo sul serio. Malgrado tutto quindi, nonostante quattro anni dedicati a delegittimare il check and balance americano e a trasformarlo in una lotta senza quartiere resa aspra da fanatismi irragionevoli, il sistema ha retto e l’alternanza ha potuto esprimersi salvaguardando l’essenza della democrazia liberale.
La mobilitazione elettorale senza precedenti ha dimostrato che gli americani, o gran parte di essi, hanno capito che la posta in gioco questa volta implicava la credibilità del modello americano e che le motivazioni economiche (ragione principale in passato degli orientamenti elettorali) dovevano segnare il passo a fronte di ragioni che coinvolgevano la natura stessa dello stato di diritto. Anche quella parte di classe media bianca che, secondo molti analisti, aveva riversato le sue frustrazioni sul voto a Trump quattro anni fa, si è resa conto che, al netto di alcuni vantaggi che certamente ne ha ricavato, una presidenza così violentemente antagonista rischiava di trasformarsi in un boomerang incontrollabile. La mancanza di sensibilità istituzionale di Trump, dimostrata anche in occasione della sua sconfitta elettorale, fa parte del gioco ma non costituisce la parte più preoccupante della situazione.

E adesso?
Anche se il sistema istituzionale ha retto altro discorso è quello che attiene alla sostanza delle politiche di Trump, sulle quali il consenso popolare è evidentemente rimasto molto elevato. Ed è questo il punto: confermata la “tenuta” degli assetti istituzionali (almeno per ora) non è tempo di facili illusioni: Trump non è la causa della frattura americana ma la conseguenza di una strategia politica inadeguata che il partito democratico (e i repubblicani moderati) hanno portato avanti in questi anni. Detto in altri termini: forse Trump è finito ma il trumpismo è vivo e vegeto e trascurarne la rilevanza sarebbe un ennesimo errore. Per questo, ferme restando le affinità politiche e culturali, la presidenza di Biden non potrà essere una semplice prosecuzione di quanto le presidenze di Obama avevano lasciato in sospeso.

Franco Chiarenza
16 novembre 2020

La vicenda delle mascherine “anti-Covid” sta diventando un fatto ideologico piuttosto che, come dovrebbe essere, di semplice prevenzione sanitaria. Colpa anche del Governo che invece di sensibilizzare l’opinione pubblica con una ragionevole persuasione si affida a bandi terroristici con minacce sanzionatorie tanto sproporzionate quanto inefficaci. Se qualcuno avanza delle obiezioni viene subito criminalizzato come “negazionista” (cioè una specie di nazista), ma, se ci si parla a quattr’occhi, lontani da intercettazioni, videocamere e quant’altro, verrà fuori la filosofia tutta italiana del “per lo meno”. Sì, forse servono a poco all’aria aperta, ma “così almeno la mettono nei locali chiusi”, forse mille euro di multa sono esagerati ma “così almeno ci stanno più attenti”, effettivamente dipende anche dalle mascherine, quelle che tutti si tengono in tasca e tirano fuori soltanto quando vedono arrivare i carabinieri, sono inefficaci però “così almeno riducono gli assembramenti da movida”. Un vizio diffuso, come quei sindaci che mettono all’ingresso del paese un divieto di velocità di 10 km. orari (manco a piedi!) perchè “così almeno vanno a 50”.

La polemica Mattarella – Johnson

Dietro questo atteggiamento si nasconde un fastidioso paternalismo, purtroppo largamente condiviso perchè gli italiani stessi si considerano inaffidabili e ritengono necessario essere trattati come discoli, con un adeguato apparato di minacce e sanzioni (poco importa se realisticamente efficaci). Quando Manzoni nei “Promessi Sposi” descriveva le “grida” delle autorità spagnole aveva presenti, come in altre parti del libro, vizi e comportamenti a lui contemporanei e che da allora purtroppo si sono mantenuti. Ciò che manca a noi italiani è una cosa importantissima che si chiama principio di responsabilità: certe cose si fanno o no non per paura delle sanzioni ma per convinzione e perchè di ciò che si fa (o non si fa) ci si assume la responsabilità. Quando il premier britannico Boris Johnson ha spiegato che certe misure di “lockdown” erano impossibili nel suo paese perchè gli inglesi “amano la libertà” più degli italiani, si riferiva in realtà al fatto che la società britannica quando si tratta di misure che limitano la libertà personale si affidano alla propria valutazione assumendosene la responsabilità. Quanto ciò sia vero è molto discutibile, ma la piccata risposta del nostro presidente (non a caso ex democristiano di sinistra), non ha colto il punto essenziale, limitandosi a contrapporre un principio di “serietà” stabilito dall’alto con decreti e sanzioni, a quello della libertà responsabile.
La “serietà” deve essere un fatto individuale, basato su informazioni corrette (molto diverse da quelle che i mass media italiani continuano a diffondere, anch’essi condizionati dalla filosofia che bisogna spaventare anche quando basterebbe ragionare perchè “così almeno…”. In Gran Bretagna, ma anche altrove, misure drastiche come il lockdown imposte in regioni e località che mostravano di essere state attaccate dal virus solo marginalmente, non sarebbero state possibili.
L’altro giorno in una delle solite interviste a un virologo (ormai divenuti tutti star del video) la fanciulla che poneva le domande, dopo la scontata risposta ispirata a un sano e prudente terrorismo sanitario, ebbe l’ardire di osservare che però il numero dei morti era drasticamente diminuito, ma di fronte all’imbarazzata ammissione del virologo, ha subito aggiunto che naturalmente non bisognava mettere l’accento su questo dato altrimenti la gente abbassa la guardia. Appunto.

Franco Chiarenza
10 ottobre 2020

Oggi sono in pochi a considerare il venti settembre una data rilevante, degna di essere festeggiata. Questo è un male, perché è il frutto della scarsa memoria storica del paese; ma è anche un bene, perché alla festa parteciperebbero troppi ospiti indesiderati. E soprattutto perché l’anniversario simbolo della laicità dello Stato rischierebbe di trasformarsi nella celebrazione del suo funerale.

Che cosa avrebbero da dire i politici italiani, che hanno fatto a gara per accreditarsi presso le gerarchie ecclesiastiche, cercandovi quella legittimazione culturale che non possedevano in proprio? Che cosa avrebbero da dire i giornalisti, soprattutto quelli del servizio pubblico, che in molti casi hanno fatto dei loro spazi una dépendance del Vaticano e della Cei, oltre che – spesso nello stesso momento – una lussuosa foresteria dei partiti? Che cosa avrebbero da dire questi nuovi leader – di cui non facciamo i nomi per carità di patria, e forse persino per carità di Dio – che sul piano della laicità riescono a far rimpiangere i vecchi, i quali già facevano rimpiangere i vecchissimi?

Allora diciamo qualcosa noi, nel nostro piccolo: una breve riflessione sui rapporti fra Stato e Chiesa nella storia d’Italia può essere infatti di una qualche utilità anche per il presente. Benché il primo articolo dello Statuto Albertino designasse la religione cattolica come religione di Stato, i governanti dell’età liberale erano perfettamente consapevoli della necessità di una politica laica, che non confondesse i piani di Dio e di Cesare. Il modo in cui si era realizzata l’unificazione rendeva questo atteggiamento quasi inevitabile, e l’anticlericalismo – inteso in primo luogo come contestazione del potere temporale del Papa – fu uno dei tratti caratterizzanti di quella fase storica.
Pur animati da ispirazioni differenti, la destra e la sinistra concordavano in linea di massima su questa linea, sia per ragioni politiche che di principio. Vi erano coloro i quali si appellavano al primato della scienza contro la religione, traendo spunto dalla filosofia positivista allora molto in voga. Vi era chi difendeva l’indipendenza dello stato nazionale da ingerenze esterne, sulla base di considerazioni che discendevano da un certo hegelismo di destra. Vi era poi chi – come i cattolici liberali – riteneva improprio e nocivo per la stessa Chiesa l’esercizio del potere temporale. Le cose cambiarono quando gli echi delle antiche lotte iniziarono a spegnersi, a cavallo tra i due secoli. Ci si era resi conto che i cattolici si erano integrati nello stato nazionale e non coltivavano più, almeno nella loro grande maggioranza, propositi di rivincita.

Sebbene alcuni uomini politici considerassero come una minaccia tanto i neri (i clericali) quanto i rossi (i socialisti), si affermò presto la convinzione che questi fossero più minacciosi di quelli, e che potesse essere utile guadagnare i primi alla propria causa. Fu soprattutto Giolitti ad adottare un diverso atteggiamento nei loro confronti, pensando di poterli utilizzare per la stabilizzazione del sistema. Ma fu la Grande Guerra a mutare completamente lo scenario. Alla fine del conflitto nacquero nuovi partiti; e tra questi il Partito popolare di don Sturzo, che replicava con maggior successo il precedente tentativo di Romolo Murri. Era un modo per integrare le masse cattoliche nella vita nazionale, con un programma di tipo riformatore.
Ma qualche anno dopo, il Papa fece la sua scelta, e scelse Mussolini abbandonando Sturzo, che dovette partire per il suo lungo esilio. Quello tra il fascismo e la Chiesa cattolica fu un patto di potere, che sarebbe sfociato nella firma dei Patti lateranensi, l’11 febbraio 1929. Il secondo dopoguerra vide la sconfitta del fronte laico sull’articolo 7 della Costituzione: una sconfitta amara, dovuta tra l’altro alla diserzione di molti presunti laici, a cominciare dai comunisti.

Gli anni successivi furono caratterizzati da significative battaglie per la laicità, sul piano culturale e del costume, che contribuirono alla secolarizzazione e alla modernizzazione del paese. Il risultato del referendum sul divorzio – una legge che era stata introdotta quattro anni prima grazie allo sforzo congiunto del radicalsocialista Fortuna e del liberale Baslini – rese esplicito il rifiuto, da parte di una larga maggioranza di cittadini, di bardature che percepivano come imposte, e che non rappresentavano più il sentimento profondo della società italiana.
In questi casi, si conclude spesso rimpiangendo i grandi laici di una volta, da Gaetano Salvemini a Ernesto Rossi, fino – perché no? – a Marco Pannella. E invece di questi tempi viene spontaneo rimpiangere i cattolici di una volta, che erano cattolici veri, e non baciapile improvvisati che agitano rosari mai sgranati e Vangeli mai letti. Era un cattolico vero e non un clericale De Gasperi, che seppe dire no a Pio XII, comportandosi con la dignità di un uomo delle istituzioni: ed è impietoso il confronto con gli attuali protagonisti della nostra vita pubblica. Altri uomini, e forse anche altre istituzioni. Montanelli scrisse che De Gasperi entrava in chiesa per parlare con Dio, mentre Andreotti parlava col prete. I clericali di oggi – che meno credono, più fingono di credere – non parlano né con l’uno né con l’altro. Non con il prete, che spesso è molto meno clericale di loro. Non con Dio, perché probabilmente – se hanno una coscienza – in fondo temono si faccia vivo.

 

Saro Freni
29 settembre 2020

Fatto finalmente questo stupido referendum che non servirà a niente è venuto il momento di affrontare i veri problemi istituzionali importanti che non riguardano il numero dei deputati ma la loro qualità e i loro poteri; il che, in termini concreti, significa mettere mano alla nuova legge elettorale e superare il bicameralismo integrale che caratterizza da settant’anni il nostro sistema legislativo.

Legge elettorale
Il modo di eleggere i nostri rappresentanti in Parlamento è fondamentale: la Costituzione non dice nulla in proposito lasciando alle leggi ordinarie il compito di determinarlo. Il che ha significato nel tempo che ogni maggioranza ha cercato di disegnare una legge elettorale che garantisse il suo mantenimento (con maggiore o minore successo). La fantasia degli studiosi della materia si è in questi ultimi anni scatenata immaginando sistemi complicati che spesso hanno dato risultati assai diversi dalle previsioni, dovendo anche tenere conto dell’esistenza del Senato per il quale la Costituzione prevede un vincolo di rappresentanza regionale non facilmente eludibile. Ma, gira e rigira, il dilemma, – da noi come in ogni altra democrazia parlamentare – è relativamente semplice: si tratta di decidere se privilegiare il principio di rappresentanza o invece quello della governabilità, essendo praticamente impossibile garantirli entrambi nella stessa misura.
Il principio di rappresentanza assicura lo stesso peso ad ogni voto espresso e si traduce in un sistema proporzionale (tanti voti, tanti deputati), corretto di solito da uno sbarramento per evitare un frazionamento eccessivo (in Germania, per esempio, è il 5%); esso rispecchia fedelmente l’effettiva composizione dell’opinione politica degli elettori ma spesso non consente la formazione di maggioranze stabili e quindi incide sulla governabilità (obbligando i partiti ad alleanze talvolta eterogenee).
Il principio di governabilità presuppone una legge elettorale uninominale per la quale il territorio nazionale viene diviso in collegi in cui il candidato deputato viene eletto a maggioranza (con turno unico o ballottaggio), un po’ come avviene nelle elezioni comunali; essa garantisce maggioranze certe e quindi la governabilità, ma spesso non riflette l’effettiva composizione delle diverse opinioni (escludendo di fatto dalla rappresentanza i partiti minori). Il sistema è normalmente adottato nei paesi di tradizione anglosassone (Gran Bretagna, Stati Uniti, ed altri), dove infatti può succedere (ed è accaduto) che la maggioranza parlamentare non coincida coi voti popolari complessivamente considerati.
Una variabile del sistema proporzionale pensata per conciliare almeno in parte la rappresentanza e la governabilità, è il sistema maggioritario che assegna alla lista vincente (o a un gruppo di liste alleate) un “premio di maggioranza” costituito da un numero di seggi aggiuntivo rispetto a quelli effettivamente conseguiti.

Naturalmente tutti i sistemi possono essere integrati da correttivi che ne attutiscano gli effetti negativi ma, in sostanza, quando si discute una legge elettorale è tra i primi due principi (rappresentanza o governabilità) che si deve scegliere.

L’esperienza di questi settant’anni ha dimostrato:

  1. che i sistemi proporzionali (anche nella versione maggioritaria) consentono ai partiti di esercitare un potere determinante nella formazione delle liste e quindi nella scelta dei parlamentari. Anche quando le liste non sono bloccate gli elettori di fatto danno la preferenza al partito dal quale si sentono maggiormente rappresentati più che ai singoli candidati. La prima repubblica che a lungo aveva adottato sistemi proporzionali è stata definita infatti “partitocratica”. In realtà essi hanno dimostrato di funzionare in maniera accettabile soltanto quando il contesto politico è caratterizzato da un sostanziale bipartitismo, con pochi grandi formazioni politiche in grado di alternarsi al potere senza produrre cambiamenti eccessivamente radicali (come accadeva in Germania e in Spagna fino a poco tempo fa). Essi inoltre privilegiano il rapporto tra candidati-deputati e partito di appartenenza rispetto a quello tra candidati-deputati e territorio.
  2. che peraltro i sistemi uninominali possono, in talune circostanze, non riflettere la reale volontà politica dell’elettorato perchè l’elezione dei deputati dipende dall’estensione dei collegi e dal radicamento territoriale dei partiti (in Italia, per esempio, penalizzerebbe un movimento come i Cinque Stelle). Essi consentono però di instaurare un rapporto molto stretto tra rappresentati e rappresentanti (che da un lato dà a questi ultimi maggiore autonomia rispetto al partito che li ha candidati, ma d’altra parte favorisce il clientelismo e i condizionamenti localistici delle scelte politiche). I sistemi uninominali hanno indubbiamente il vantaggio di indicare subito con certezza la maggioranza di governo, determinando nei paesi che li hanno adottati forme di alternanza abbastanza riconoscibili da parte dell’elettorato (secondo lo schema “progressisti”/“conservatori”, talvolta con liberali e verdi a far da terzi incomodi).
  3. che naturalmente l’efficacia dei modelli elettorali dipende anche dalle altre variabili istituzionali. Se adottati in regimi presidenziali (come quello americano e, in parte, quello francese) hanno una valenza, se utilizzati in monarchie costituzionali (dove il Capo dello Stato non è elettivo e non esercita funzioni di direzione politica), come avviene nell’Europa settentrionale, ne hanno una completamente diversa.
  4. infine che bisogna tenere conto dell’esistenza dei tanti livelli intermedi dotati di poteri legislativi (come gli “States” negli Stati Uniti, i “Lander” in Germania, le autonomie speciali in Spagna e in Gran Bretagna e, naturalmente, delle Regioni a casa nostra).

Senato

E’ raro trovare nelle democrazie parlamentari due assemblee sostanzialmente simili nella modalità di elezione, nella durata e nei poteri legislativi, come avviene in Italia. Ciò ha sempre comportato lentezze nei procedimenti legislativi e talvolta maggioranze instabili. Tutti i tentativi di riformare su questo aspetto la Costituzione sono abortiti ma adesso, con la riduzione dei parlamentari, il nodo diventa centrale.
Prima domanda: non conviene a questo punto sopprimere semplicemente il Senato?
Io credo di no, perchè una seconda camera “di riflessione” può essere utile per depurare l’attività legislativa dai fattori emozionali che talvolta la condizionano (un po’ come le corti d’appello rispetto ai tribunali). A condizione però che il Senato non abbia gli stessi poteri della Camera dei deputati (per esempio in materia di fiducia al governo o di approvazione del bilancio) e svolga invece una funzione utile e complementare rispetto alla prima Camera, per esempio nei controlli di qualità sulle nomine ai vertici della pubblica amministrazione, nei trattati internazionali, nelle leggi (non di bilancio) che coinvolgono il ruolo e le funzioni delle Regioni.
A tal fine il Senato deve essere composto in maniera diversa dalla Camera dei deputati. I costituenti nel 1947 avevano indicato alcune differenziazioni: durata diversa, età differente per elettori e eleggibili, ma la tendenza di tutte le mini-riforme è stata di rendere le due Camere sempre più omogenee.
Seconda domanda: come hanno risolto il problema quei paesi europei che hanno mantenuto forme di bicameralismo?
In Gran Bretagna la Camera dei Lord, al netto dei membri ereditari che provengono da poche famiglie di antica nobiltà, è costituita da personalità nominate a vita dalla Regina su indicazione del primo ministro, un po’ come avveniva nel Senato regio della monarchia italiana. Di fatto essa svolge un’utile funzione di “consulenza” giuridica e costituzionale e molto raramente respinge una legge approvata dai Comuni, e quando lo fa la Camera elettiva può sempre confermare le proprie scelte obbligando il Capo dello Stato a promulgare la legge contestata.
In Germania la struttura federale dello Stato ha consigliato di prevedere una seconda Camera (Bundesrat) composta da rappresentanti delle Regioni (Lander). I suoi poteri sono specificati dalla Costituzione ma in linea di massima il Bundesrat partecipa alla funzione legislativa in maniera limitata, restando al Bundestag (parlamento federale, eletto con sistema proporzionale previo sbarramento del 5%) il potere di nominare e sfiduciare il Cancelliere federale (capo del governo), approvare le leggi di bilancio, ecc. Al Bundesrat peraltro sono riconosciuti alcuni poteri specifici (per esempio in materia di politica europea) e di fatto esso esercita un potere di controllo sull’attività del parlamento federale; insieme ad esso elegge i giudici costituzionali (metà e metà). La sua composizione è variabile perchè ogni nuova maggioranza nei lander può sostituire la propria rappresentanza nell’assemblea, ragione per la quale spesso (come adesso) la maggioranza che sostiene il governo al Bundestag può non coincidere con quella esistente nel Bundesrat, senza che ciò incida sulla governabilità.
In Francia il Senato partecipa a pieno titolo alla funzione legislativa ma ha poteri limitati; quelli essenziali infatti (come la fiducia al governo) spettano all’assemblea nazionale (elettiva) che ha sempre l’ultima parola in caso di disaccordo. I senatori sono eletti con procedura indiretta attraverso i dipartimenti coinvolgendo deputati, senatori, consiglieri dipartimentali e regionali, consigli municipali. Il Senato viene rinnovato per metà ogni tre anni. Il sistema è un po’ macchinoso ma serve a coinvolgere gli enti locali – seppure indirettamente – nell’attività legislativa. Si tenga presente inoltre che in Francia vige un sistema semi-presidenziale che concentra nel presidente della repubblica (elettivo) molti poteri che in altri paesi sono svolti dai capi di governo designati dai parlamenti.
Anche in Spagna il Senato non ha gli stessi poteri della Camera bassa (Cortes) in quanto, per esempio, soltanto quest’ultima vota la fiducia al governo e in caso di conflitto con il Senato prevale la volontà della Camera se la legge viene riapprovata con una maggioranza qualificata (salvo che per le leggi costituzionali). Il sistema di elezione dei senatori è molto diverso da quello della Camera perchè tiene conto delle differenti autonomie locali (58 su 266 senatori sono eletti dalle 17 assemblee delle Comunità autonome).

Come si vede molte sono le soluzioni possibili: la peggiore era quella individuata da Maria Elena Boschi nella riforma costituzionale proposta da Renzi e bocciata nel referendum confermativo del 2018 che, per risparmiare sugli stipendi dei senatori, li trasformava in commessi viaggiatori dalle regioni di provenienza (di cui erano anche consiglieri) a Roma, col risultato che o facevano una cosa o l’altra. Un pasticcio memorabile che ancora ricordiamo con orrore.
L’importante è mantenere al Senato la connotazione di rappresentanza degli interessi locali che la Costituzione già aveva prefigurato nel 1947, sancirne compiti e funzioni in modo chiaro che non dia adito a troppe interpretazioni controverse, cercare su questa riforma un consenso trasversale coinvolgendo le opposizioni, come sempre si dovrebbe fare in materia di revisioni costituzionali, e iniziare al più presto l’iter legislativo perchè il nuovo Senato possa essere funzionante in coincidenza con lo scadere della legislatura.

 

Franco Chiarenza
22 settembre 2020

E’ la domanda che molti mi fanno. Come se io possedessi capacità divinatorie in una materia così complicata come la politica italiana (complicata perchè sono complicati gli italiani!).
Posso soltanto fare qualche riflessione che lascia il tempo che trova.

  1. Non credo che l’esito del referendum sul numero dei parlamentari abbia grande importanza. Se vince il sì (come è molto probabile) i Cinque Stelle si sbracceranno per attribuirsene il merito ma il fatto che persino il PD (dopo un po’ di giravolte) si sia orientato per il sì e la sostanziale convergenza delle destre attutiranno la percezione trionfalistica di Grillo e Di Maio. Se vince il no l’immagine dei Cinque Stelle ne resterà incrinata ma le conseguenze per il governo saranno minime. Il problema viene dopo. Per rendere realmente funzionale il nuovo assetto parlamentare occorre non soltanto una appropriata legge elettorale ma anche mettere all’ordine del giorno il superamento del bicameralismo integrale.
  2. Neanche i risultati delle elezioni regionali saranno determinanti per la tenuta della maggioranza a meno che il PD non subisca una sconfitta in Toscana, sua roccaforte storica. Per le altre Regioni in cui si vota ho pochi dubbi sulla vittoria della destra in Puglia (oltre alla conferma in Veneto e Liguria), e di De Luca (sinistra) in Campania. Un’eventuale sconfitta del PD nelle Marche non sarebbe sufficiente a mettere in crisi la maggioranza di governo.
  3. Il vero nodo politico che dovrà essere sciolto in ottobre è la resa dei conti all’interno del movimento Cinque Stelle. Si tratta di misurare (anche nei gruppi parlamentari) i rapporti di forza tra l’ala moderata favorevole a mantenere l’alleanza col PD (che fa capo a Di Maio e può contare sull’appoggio di Grillo) e la parte “movimentista” di cui potrebbe assumere la guida Di Battista (con la benedizione del clan Casaleggio). Ne uscirà probabilmente un compromesso ma bisognerà vedere quali saranno le conseguenze su una base militante che mostra segni crescenti di disagio.
  4. Il problema più importante che dovrà essere risolto entro ottobre non è politico ma piuttosto economico e sociale, quando il governo dovrà presentare alla Commissione dell’Unione Europea il programma di investimenti strutturali per i quali si apre la possibilità di accedere ai finanziamenti del recovery fund faticosamente strappati da Conte al vertice europeo dello scorso luglio. La gravissima situazione economica e sociale che si prospetta, anche per il permanere delle misure restrittive dello stato di emergenza connesse alla pandemia, produrrà pressioni fortissime per l’allargamento di misure assistenziali incompatibili con gli impegni assunti a Bruxelles ma che naturalmente la destra di Salvini e Meloni cavalcheranno senza remore. Senza una maggioranza solida in grado di ridimensionare le preoccupazioni elettorali dei Cinque Stelle sarà impossibile andare avanti e in tal caso lo scenario si complicherebbe. La soluzione più logica sarebbe lo scioglimento anticipato delle Camere e il conseguente ricorso alle urne (come vorrebbero le destre, convinte, in base ai sondaggi, di potersi avvicinare alla maggioranza assoluta). Ma Mattarella potrebbe giocare una carta di riserva prima che il semestre bianco metta fuori gioco il Quirinale: la conosciamo tutti: ha un nome e un cognome Mario Draghi. Ma con quale maggioranza?

 

Franco Chiarenza
13 settembre 2020

Ero abituato ad attribuire al termine “negazionista” un preciso significato per connotare chi nega la “shoà”. Vedo che adesso nel linguaggio neo- politically correct indica più generalmente chi nega la pericolosità della pandemia da virus Covid 19. E siccome mi sono trovato a condividere alcune obiezioni sulle strategie messe in atto per contrastare l’epidemia, mi domando se anch’io sono un “negazionista”. Rispondo con poche brevi considerazioni:

  1. Non nego l’esistenza e la pericolosità del virus. E non credo possa farlo nessuna persona ragionevole.
  2. Nego invece che le drastiche misure di lockdown adottate in Italia siano state determinanti per diminuirne gli effetti. Il numero dei morti e dei ricoverati in terapia intensiva è, in rapporto alla popolazione, non molto diverso da quello di altri paesi che si sono limitati a misure più contenute. Il danno economico invece è misurabile in almeno dieci punti di pil e forse un milione di disoccupati in più.
  3. Nego che la dannosità (e in particolare la letalità) del virus sia uguale a quella della fase più aggressiva (che da noi si è manifestata tra febbraio e giugno del 2020). Lo ammettono molti virologi e clinici ma lo dicono sottovoce per paura di essere etichettati come “negazionisti” che trasmettono messaggi sbagliati perchè inducono a comportamenti più rilassati. La gente deve continuare ad avere paura. Io sono invece convinto che i contagi possono essere curati nella grande maggioranza dei casi in maniera adeguata senza eccessivi allarmismi: abbiamo strutture meglio attrezzate e, probabilmente, difese immunitarie aumentate. La gente non deve essere continuamente tenuta in stato d’allarme, al contrario va rassicurata e indotta a tornare a una vita normale.
  4. Nego l’efficacia della campagna terroristica a cui si sono abbandonati alcuni media (per indurre alla prudenza, dicono), ostinandosi per esempio a considerare gli infettati come ammalati. Tutti sanno che così non è e lo dimostra il gran numero di positivi sottoposti semplicemente alla cosiddetta “quarantena” (15 giorni a casa in isolamento). Mentre è evidente, come si è visto sin dal primo momento, che il virus diventa realmente pericoloso quando colpisce persone già affette da infermità pregresse soprattutto se anziane (come avviene anche in molte forme di “normale” influenza). Ciò era palese già nella prima fase dell’epidemia e sarebbe stato possibile adottare nei confronti delle persone a rischio e nei territori maggiormante colpiti misure di controllo preventive anche attraverso screening generalizzati, cosa che non si è fatta, optando invece per una chiusura indifferenziata del Paese (che era stata sconsigliata anche dal CTS) i cui costi economici e sociali sono ancora da verificare nella loro effettiva dimensione.
  5. Nego la possibilità di rendere permanenti le misure di distanziamento proclamate dai famigerati decreti concordati tra il CTS e il ministro Speranza. Per i giovani si tratta di divieti innaturali, impossibili da rispettare e irragionevoli nella loro motivazione. Contribuiscono però a rendere disagevoli le comunicazioni, a danneggiare le relazioni sociali e l’enorme indotto che su di esse fa affidamento (ristoranti, alberghi, competizioni sportive). Altri miliardi andati in fumo, altre centinaia di migliaia di disoccupati. Poi basta prendere un autobus per rendersi conto di quanto siano ridicoli certi divieti che ricordano le “grida” di manzoniana memoria. Sarà divertente vedere cosa succederà nelle nostre scuole alle prese con mascherine metti e togli, banchi con le rotelle, distanziamenti impossibili, insegnanti in tuta da palombaro.
  6. Nego alcuna seria validità anti-virus alle mascherine ormai mantenute più come simbolo di allarme sociale che per la loro reale efficacia. Se infatti il virus si trasmette soltanto a distanza ravvicinata (come dicono i virologi) e non viaggia liberamente nell’atmosfera (come molti pensano) le mascherine servono soltanto a ostacolare l’emissione di sostanze potenzialmente virali (tosse, starnuti, contatti ravvicinati) in ambienti chiusi, ma per essere efficaci dovrebbero essere cambiate ogni giorno, disinfettate, corrispondere a modelli “chirurgici” che quasi nessuno in realtà adotta. Se poi se ne proclama l’obbligo di usarle soltanto in alcune ore del giorno e della notte si può capire l’ilarità che tale normativa ha scatenato nei social.
  7. Nego al Comitato Tecnico Scientifico il potere che si è attribuito di sospendere i diritti civili in base a considerazioni sanitarie mai sottoposte a seri contraddittori scientifici. Certo, il CTS fa il suo mestiere che è allarmistico per definizione (in base al principio di precauzione) ma spetta al potere politico mediare tra le esigenze sanitarie (accertando che siano reali e non immaginarie, come quelle predittive non verificate) e le drammatiche emergenze sociali ed economiche che il terrorismo mediatico sta creando attraverso una narrazione catastrofista basata su una lettura dei dati scorretta e in alcuni casi palesemente falsa.
  8. Nego che si debba aspettare che guarisca l’ultimo infettato in val Brembana per abolire il regime di emergenza. Potremmo attendere fino al 2025 (fatte salve le terze, quarte, quinte, ondate che gli apocalittici continuano a preannunciare, ansiosi di rinchiudere tutti in casa).
  9. Nego infine a chiunque la facoltà di definirmi come militante dell’estrema destra perchè sostengo le tesi di cui sopra. Anche perchè da cittadino consapevole quale ritengo di essere rispetto le leggi pure quando non le condivido. Di conseguenza esco pochissimo e solo in automobile per non dovermi continuamente mettere e levare l’inutile mascherina, non vado più al ristorante, cinema, teatri, librerie mi sono preclusi, non viaggio per evitare stazioni e aereoporti trasformati in presidi militarizzati. Contribuisco così ad aumentare la voragine economica e occupazionale che produce molti più danni del coronavirus.

P.S. – La Svezia, che non ha adottato alcuna forme estrema di lockdown , ha avuto 5.000 morti su una popolazione di 10 milioni di abitanti. La Lombardia che ha, più o meno, lo stesso numero di abitanti, ne ha avuti 17.000.

 

Franco Chiarenza
12 settembre 2020

Per tre persone su quattro che incontrate per strada se domandate cosa gli ricorda il 20 settembre vi risponderà, forse, che si vota per la riduzione dei deputati e per il rinnovo di alcuni consigli regionali. Pochi ricordano che è il 150° anniversario di Porta Pia, della fine del potere temporale della Chiesa, di Roma capitale dell’Italia unificata, avvenimenti che hanno cambiato la storia d’Italia, della religione cattolica, e quindi, in una certa misura, del mondo.
Certo, ci saranno le solite cerimonie commemorative alimentate soprattutto dai radicali e dalla Massoneria, la sindaca si farà viva in qualche modo di malavoglia, forse il presidente della Repubblica, governo e parlamento, dedicheranno all’avvenimento parole di circostanza, ma mai come in questa occasione mi rendo conto di quanto ci siamo allontanati dai valori risorgimentali che sono anche, nel bene e nel male, il fondamento della società civile in cui operiamo quotidianamente. Persino a Roma, che non sarebbe quella che è senza il 20 settembre 1870, il disinteresse è palpabile.
Molto diverso fu il centenario nel 1970: grande folla a porta Pia, seduta celebrativa congiunta di Camera e Senato, ricevimento al Quirinale, rievocazioni storiche, convegni di studio conditi da inevitabili (e salutari) tentativi di rilettura degli eventi in chiave revisionista. Nulla nemmeno di paragonabile a quanto si è fatto a Torino nel 2011 per i 150 anni della proclamazione del regno d’Italia.

Le ragioni di questa indifferenza (che è peggio della contestazione) sono molte e risalgono certamente al modo stesso in cui l’unità d’Italia si completò con l’occupazione di Roma. Ma i motivi più recenti e forse più pregnanti sono altri:

  1. il Paese non percepisce più la Capitale come punto di riferimento culturale e politico; anche perchè la moltiplicazione dei centri decisionali (le Regioni all’interno e le istituzioni dell’Unione Europea all’esterno) ne ha ridotto l’importanza.
  2. Roma è diventata sinonimo di cattivo funzionamento della pubblica amministrazione, identificato sommariamente con la burocrazia statale, considerata un apparato lento, costoso e inefficiente.
  3. La Capitale è assurta alla ribalta di tutti i media mondiali per vicende giudiziarie inquietanti e anche per il pessimo stato di manutenzione della città: rifiuti, condizioni delle strade, trasporti, ecc..
  4. Roma è considerata una città parassitaria che vive a spese del resto del Paese senza assicurare in modo efficiente i servizi corrispondenti. Al “palazzo” si addebita ogni sorta di nefandezza: intrighi, corruzione, privilegi della classe politica, anche oltre la verità dei fatti, come facile scarico di responsabilità che sono in realtà dell’intero Paese.
  5. Roma è sentita oggi più come sede della Chiesa e proscenio mondiale della sua predicazione apostolica che non la capitale di uno stato laico nella sua dimensione secolare, laica, aperta a tutte le culture.

Ognuno di questi punti richiederebbe un’analisi specifica e ad essi probabilmente altri se ne potrebbero aggiungere. Ma consentite a me, romano come tanti altri di adozione, di esprimere amarezza e sconforto per un anniversario che avrei voluto diverso.

 

Franco Chiarenza
11 settembre 2020

I miei amici liberali (tanto per cambiare) sono assai divisi come votare nel referendum sulla riduzione dei parlamentari: per alcuni, schierati per il no, siamo di fronte a un attacco alla democrazia rappresentativa, primo passo verso l’ introduzione del mandato imperativo (attualmente escluso dall’art.67 della Costituzione), per altri si tratta di una ragionevole riduzione, anche in considerazione del fatto che il bicameralismo integrale vigente porta di fatto il numero dei legislatori quasi a quota mille, di gran lunga maggiore di ogni altro paese d’ Europa.

Le ragioni dei primi (fautori del no) sono in realtà politiche: vogliono far fallire un progetto che ha sempre caratterizzato il movimento Cinque Stelle accusandolo (giustamente) di cavalcare l’anti-politica colpendo il principio stesso di rappresentanza parlamentare. Perciò, al di là della questione di merito (per la verità poco difendibile) ritengono che ci si trovi davanti a un vero e proprio attacco alla democrazia mediante una modifica costituzionale mal formulata e fonte di infinite complicazioni quando ad essa si dovrà concretamente accompagnare una qualsiasi legge elettorale.
I liberali del sì obiettano che, almeno finora, le ragioni del no sono fondate su un processo alle intenzioni, in ogni caso difficilmente realizzabili almeno fin quando governerà l’attuale maggioranza in cui è determinante il partito democratico, saldamente ancorato ai principi della democrazia parlamentare. Nell’attuale situazione il numero dei parlamentari è certamente eccessivo (e, per la verità, i liberali lo denunciano da tempo) e diluire il sì in un generale consenso è anche una tattica per diminuire l’”effetto bandiera” che i grillini attribuiscono alla vicenda.

Personalmente, da “liberale qualunque”, credo che la questione sia irrilevante per i seguenti motivi che riassumo in breve:

  1. E’ certamente vero che il numero complessivo dei parlamentari (deputati e senatori) è eccessivo.
  2. E’ altrettanto vero che la modifica costituzionale per come è stata proposta e per le sue motivazioni (riduzione dei costi della politica) è incongrua, inefficace, mal formulata e puramente demagogica. Essa rischia, tra l’altro, di creare ulteriori ingorghi nell’attività legislativa, in pieno contrasto con le esigenze di semplificazione e di accelerazione da tutti invocate.
  3. Non è vero che la diminuzione dei parlamentari incida in maniera significativa sui costi della politica che sono ben altri e andrebbero effettivamente ridotti.
  4. E’ vero invece che esiste nel Paese un diffuso sentimento di indignazione per i privilegi che la classe politica si è attribuita ad ogni livello istituzionale (a cominciare dagli stipendi e dagli indifendibili vitalizi): chi semina vento raccoglie tempesta. I Cinque Stelle si sono limitati a raccogliere (nelle forme qualunquistiche che sono loro proprie) la protesta che ne è derivata. A prescindere dal referendum sarebbe bene che chi esercita il potere politico ne tenga conto anche in futuro.
  5. Tuttavia non riscontro nella riforma proposta alcun “attentato alla democrazia”. I poteri del parlamento restano intatti. Che essi siano diventati più formali che sostanziali è cosa che sappiamo da sempre; nella prima repubblica era una “camera di registrazione” della volontà dei partiti, nella seconda, col prevalere delle leadership carismatiche, la sua condizione non è migliorata e le ragioni della sua crisi vanno cercate altrove (anche nei sistemi elettorali); ne discutono da tempo giuristi, costituzionalisti, intellettuali di ogni colore.
  6. E’ grave invece che ancora una volta venga eluso il vero problema che è quello di differenziare i compiti e le modalità di elezione delle due Camere concentrando in una di esse (quella dei deputati) la fiducia al governo e l’approvazione dei bilanci e assegnando al Senato compiti di controllo in seconda lettura e una funzione di raccordo con le Regioni, sul modello del Bundesrat tedesco. Una riforma che potrebbe trovare un consenso trasversale se venisse trattata a sé senza essere inglobata in più complesse riforme costituzionali.
  7. Esiste un problema (non soltanto italiano) di introdurre quanto meno alcuni correttivi al principio di rappresentanza come lo abbiamo ereditato dal costituzionalismo ottocentesco. Forme controllate di revoca del mandato (recall election) sono studiate e sperimentate in tutto il mondo e non sarebbero in contrasto col modello liberale.

In sostanza: penso che il problema della funzionalità e della credibilità del parlamento non passi attraverso la riduzione dei suoi componenti , ma ritengo anche che i problemi della rappresentanza non debbano essere elusi difendendo lo status quo.
Per questo motivo mi asterrò nel referendum.

 

Franco Chiarenza
27 agosto 2020