Le nostre generazioni, quella dell’immediato dopoguerra e quelle immediatamente successive che sia pure in modi talvolta antagonisti hanno avuto in comune radici culturali riconoscibili e mezzi di comunicazione nuovi ma comunque in continuità con quelli precedenti, si interrogano sul futuro che attende chi verrà dopo di noi. Una domanda legittima che i vecchi si sono sempre posti (quasi sempre, per fortuna, sbagliando le loro previsioni) e che comunque in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando assume una rilevanza particolare. Anche perché quando qualcosa scricchiola di una costruzione che faticosamente abbiamo eretto mantenendola in un delicato equilibrio che ha resistito alle contestazioni e alle spinte che da ogni parte l’insidiavano, ci domandiamo se e dove abbiamo sbagliato. Perché le possibilità sono due: che i tentativi di rovesciare il tavolo non siano ancora riusciti soltanto per mancanza di alternative immediatamente percorribili, oppure che i sistemi liberal-democratici multilaterali hanno dimostrato, anche a fronte di evidenti difficoltà, una propria intrinseca capacità di resistenza. Il che fa una notevole differenza perché nel primo caso ci troveremo prima o poi davanti alla riproposizione di paradigmi alternativi come quelli che già in passato si sono manifestati, a partire dal marxismo-leninismo fino alle diverse forme di fascismo (e, in effetti, se ne potrebbero trovare tracce, ancorchè non ben definite, tra i neo-fascismi sovranisti, ma forse anche in talune frange fondamentaliste verdi e nei risorgenti integralismi religiosi di ogni latitudine). Mentre se la democrazia liberale è ancora vitale e senza alternative, anche di lungo periodo, si tratta “soltanto” di correggere la rotta dove si sono verificate insufficienze e così riprendere il cammino dove l’abbiamo interrotto.

Si iscrive con convinzione al partito degli ottimisti, di coloro cioè che credono in un futuro in linea di sostanziale continuità con le nostre convinzioni etiche e politiche, un leader della sinistra cattolica come Enrico Letta, il quale, tra l’altro, anche sulla base di una constatazione che tutti supponevamo ma che lui ha sperimentato sul campo nel suo “esilio” parigino, sostiene che la deriva generazionale dai nostri principi e valori (e conseguenti prassi incompatibili con una democrazia avanzata) riguarda il nostro Paese più di altri comparabili in Europa. Non vi è dubbio: da noi si legge di meno, si studia poco e male, la frequenza agli spettacoli è quasi tutta concentrata sui livelli meno impegnativi, la discussione pubblica è povera e limitata a poco più di slogan (trovando in “twitter” lo strumento ideale); i confronti con la Francia e i paesi del nord sono impietosi (e temo anche con la Spagna). La ricetta di Letta è dunque chiara: abbiamo un deficit di classe dirigente adeguata alla complessità delle società contemporanee e quindi da lì bisogna partire, formando una nuova èlite non derivante da privilegi di classe e riattivando quell’ ascensore sociale basato sul merito che, seppure è mai esistito, è comunque da tempo bloccato dalle chiusure corporative. E di questo infatti l’ex presidente del consiglio si sta occupando con sano ottimismo cercando attraverso scuole di formazione politica di qualità di riattivare il circuito della trasmissione delle competenze e quindi anche un costruttivo dialogo tra le generazioni. Una strada che condivido se percorsa – come Letta mi pare faccia – senza la presunzione di imporre modelli che per noi sono stati imprescindibili ma che dovrebbero essere sottoposti a una verifica aperta e priva di pregiudiziali.

Ridurre tuttavia il problema a un deficit di competenza (seppure politica) mi pare insoddisfacente. Dobbiamo forse ammettere che i nuovi mezzi di comunicazione hanno lacerato in profondità un tessuto su cui erano disegnate le nostre idee politiche con tutte le loro diversità dialettiche. Come ha osservato lucidamente Gianfranco Pasquino sembra che, forse per la prima volta nella storia (almeno recente), si sia spezzato il dialogo intergenerazionale all’interno delle famiglie, luogo deputato alla trasmissione della memoria e di valori condivisi, non tanto per una volontà antagonistica ma perché i “social” hanno modificato più che i contenuti il linguaggio stesso, la semantica che ha caratterizzato le generazioni precedenti, producendo una incomunicabilità che va oltre le intenzioni dei soggetti coinvolti. Se questo è vero (e temo lo sia) il problema consiste nel riattivare i processi di scambio comunicativo che si stanno esaurendo; uno sforzo che non può limitarsi al discorso sostanzialmente elitario di Letta (formazione delle classi dirigenti) ma dovrebbe coinvolgere la scuola, i mezzi di comunicazione di massa ancora in grado di penetrare e superare le barriere generazionali, l’associazionismo nelle sue diverse articolazioni.
Il nuovo linguaggio utilizzato dai giovani tende alla semplificazione venendo così incontro alla naturale pigrizia di ogni essere umano; perché cos’altro è la pigrizia se non la ricerca del minimo sforzo per ottenere i medesimi risultati? Ma il fatto è che se la “pigrizia” diventa anche intellettuale, si allarga alle funzioni mnemoniche ed elaborative del cervello, i risultati non sono affatto gli stessi. Lo sforzo di apprendimento costituisce un’indispensabile ginnastica mentale in assenza della quale il pensiero si affievolisce nei facili luoghi comuni fino forse a scomparire del tutto, assorbito interamente dal divertimento spensierato. Il problema riguarda tutti ma si innesta in Italia in un contesto che sconta un’arretratezza plurisecolare; già cinquant’anni fa Tullio De Mauro rilevava che più della metà della popolazione non era in grado di comprendere il significato di una proposizione che non fosse elementare. Il che spiega anche perché in un paese di 60 milioni di abitanti si vendessero (prima che arrivassero la televisione e internet) soltanto cinque milioni di copie di giornali, e la televisione al suo arrivo negli anni ’50 abbia avuto una penetrazione massiccia e fulminante con una capacità di condizionamento (anche politico) senza uguali in Europa.
La conseguenza più grave di questo stato di cose è l’incapacità di comprendere fenomeni complessi, di porre in ordine logico i concetti, di esprimere quella “consecutio”, su cui già Giovanni Sartori aveva messo in guardia quando ha trattato la metamorfosi culturale prodotta dalla televisione (che, peraltro, era ben minore di quella che sta creando internet).

Naturalmente non possiamo pretendere che tutti abbiano il tempo, la voglia, le capacità di comprendere a fondo gli aspetti più complessi della vita sociale, non più comprimibili in ambiti ristretti (famiglia, lavoro, comunità, ma anche nazione); la formazione di classi dirigenti credibili in grado di riattivare un processo fiduciario che si è interrotto è perciò ineliminabile (e in tal senso Letta ha ragione). Il vero pericolo è che i nuovi modi di comunicare, alimentando l’illusione autoreferenziale della democrazia diretta, possano in realtà determinare nuove diseguaglianze, più culturali che economiche, producendo èlites invisibili e incontrollabili in grado di gestire con tutti gli strumenti di manipolazione che le nuove tecnologie continuamente elaborano le relazioni tra le masse popolari e l’esercizio del potere, anche servendosi della mediazione di leader populisti spregiudicati. Mi spiego meglio.
Il populismo non nasce oggi, c’è sempre stato ed è in qualche misura connaturato alle moderne democrazie; è ben noto che l’applicazione del suffragio universale a società complesse è possibile soltanto mediante i partiti politici che nascono appunto come “interpreti” di interessi e sentimenti (specifici o diffusi, secondo i casi) che non avrebbero altrimenti la forza e la capacità di esprimersi. Finché il rapporto fiduciario si mantiene i partiti possono compiere la loro opera di mediazione (o di contrapposizione) in maniera funzionale; se poi si riconoscono tutti in alcuni valori fondanti della comunità la loro alternanza al potere non comporta pericoli per la stabilità democratica, come dimostra l’esperienza delle democrazie anglosassoni (e dei modelli ad esse ispirati). Il problema sorge quando il rapporto di fiducia, per le ragioni più diverse che non starò qui a ricordare, viene meno; ci troviamo in tal caso di fronte a una crisi di sistema (e non di semplice ricambio) che può sfociare nelle derive più irrazionali. Se poi contestualmente si verifica una rivoluzione dei modi di comunicare determinata dalla diffusione di strumenti tecnologicamente avanzati disponibili per tutta la popolazione, la questione si complica ulteriormente: la sfiducia trova uno sbocco autoreferenziale da cui deriva la pretesa che ogni intermediazione sia non soltanto inutile ma anche dannosa. E’ su questa base che Grillo ha fondato un movimento qualunquista di massa.
Nulla di male se la democrazia diretta esercitata attraverso una piattaforma internet fosse davvero possibile (riproducendo con modalità aggiornate il mito dell’agorà ateniese); ma così non è, non perchè necessariamente esso costituisca l’anticamera di regimi autoritari plebiscitari (anche se l’esperienza del passato ci dice che è ben possibile) ma perchè in realtà genera nuovi sistemi di intermediazione incontrollabili e pericolosi. C’è il rischio concreto (forse già visibile nel portale Rousseau, significativo già nella denominazione) che un’èlite che si rinnova per cooptazione possa esercitare un potere fondato sull’ignoranza sostanziale di masse presuntuose (nel senso letterale della parola) o quanto meno indifferenti.

Noto alcuni sintomi preoccupanti (al di là di vicende elettorali che hanno carattere transeunte, ma non per questo perdono la loro importanza segnaletica): uno di essi è la perdita progressiva della memoria storica che non avviene soltanto per l’incuria scolastica (che semmai è la conseguenza non la causa del fenomeno) ma per una radicata indifferenza per tutto ciò che è stato “prima”, da cui poi deriva una incapacità di previsione per il futuro. L’ignoranza della storia determina in molti giovani una desertificazione culturale che si traduce, per esempio, anche nel loro modo di viaggiare; girano il mondo ma non lo “vedono”, perché i centri commerciali e le discoteche sono uguali dappertutto.
Ma anche qui attenzione: vedo anche giovani impegnati nelle letture storiche degli ambienti che visitano, nella frequentazione di musei e concerti di musica classica, interlocutori certi di un passaggio generazionale che non si spegne. Saranno loro le nuove èlites, di fatto ancor più esclusive di quelle che il finto populismo ha abbattuto, in quanto possessori esclusivi delle conoscenze, come gli antichi sacerdoti di alcune società del passato ? Se così fosse ci troveremmo di fronte a un processo di ricambio della classe dirigente diverso soltanto per gli strumenti di selezione che utilizza; resta da capire se compatibile con le convinzioni etico-politiche di base che abbiamo elaborato dall’illuminismo in poi o invece intenzionate a costituire una classe sacerdotale in grado di gestire un sostanziale monopolio delle conoscenze. Con effetti devastanti sulla diseguaglianza culturale, che, francamente, mi pare più grave di quella economica e sociale.

Per concludere: le èlites, variamente denominate (classi dirigenti, ceto politico, ecc.) sono sempre esistite e sempre ci saranno; in una democrazia liberale per durare a lungo e lasciar traccia del loro passaggio devono essere in grado di interpretare correttamente i sentimenti popolari, soprattutto nei momenti di difficoltà, proponendo soluzioni praticabili in tempi ragionevoli ed evitando di arroccarsi sui propri egoistici privilegi. Soprattutto però devono essere trasparenti nei loro comportamenti anche privati e quotidiani, imitare la moglie di Cesare che doveva non soltanto essere onesta ma anche sembrarlo al di sopra di ogni sospetto. Per questa ragione il problema è come si formano: se sul merito, sulla selezione fondata sulla competenza, o su altri presupposti familistici, corporativi, di subordinazione politica.
Per trasformarsi da classe dirigente responsabile a casta arroccata nella difesa dei propri privilegi ci vuol poco; basta anche l’esibizione di alcuni dettagli simbolici amplificata dalla pervasività dei social (a cui non siamo ancora abituati), come per esempio l’abuso delle “auto blu, i vitalizi e i tanti irragionevoli privilegi che la classe politica si attribuisce. In un’epoca dove le immagini prevalgono sul ragionamento e in cui la semplificazione concettuale porta anche alla sommarietà dei giudizi valgono a discreditare intere classi dirigenti più questi “dettagli” che gli stessi reati penali (come la corruzione), gravi ma comunque perseguibili dalla giustizia ordinaria. A proposito della quale occorre aggiungere – senza volere aprire troppi fronti che ci porterebbero lontano – che anche i riti e le lentezze incomprensibili dell’ordinamento giudiziario, soprattutto penale, pur derivati da tradizioni garantiste che vanno rispettate, contribuiscono fortemente alla delegittimazione delle èlites (di cui la magistratura fa parte a pieno titolo). Abituati dalla televisione alla rapidità e alla concretezza dei sistemi giudiziari anglosassoni (certamente banalizzati da logiche spettacolari ma non del tutto infondati) molti cittadini si chiedono perchè non sia possibile una giustizia veloce ed efficiente anche nel nostro Paese.

Per trovarsi in linea di continuità sostanziale con i nostri valori e convinzioni le nuove èlites, figlie di internet più che dei genitori naturali, dovranno essere molto diverse da noi nel modo di esercitare quel potere reale ma spesso indefinito di cui disporranno. L’accountability (che in inglese è qualcosa di più della traduzione italiana “affidabilità”) di un ceto politico dipende da molte cose; ma essenziale resta la sua capacità di riconoscersi in alcuni valori comuni e nella credibilità che gli deriva dalla convinzione di essere al servizio degli interessi collettivi. Con tutti i loro limiti le classi dirigenti di derivazione borghese che condussero l’Italia a unificarsi, ma anche quelle di diversa e più composita formazione che si sono assunte la responsabilità di ricostruire una coscienza civile democratica dopo la drammatica parentesi del fascismo, hanno avuto questa capacità. Ci rendiamo conto forse solo oggi in maniera convinta che l’attuale crisi non nasce oggi con l’emergere preoccupante di un gruppo di potere che sembra completamente disancorato dai valori fondanti della nostra fragile unità; covava sotto la cenere da tempo e la cultura politica del nostro Paese non se n’era accorta, o, quanto meno, l’aveva sottovalutata. Ricostruire una credibilità è molto più difficile che perderla. Chi intende farlo (e spero siano in molti, anche di diverse sensibilità politiche) cominci con una seria autocritica: in passato si sono tollerate cose intollerabili e in nome della politica si sono compiute malversazioni di ogni genere. Se non si parte da una autentica rigenerazione morale (non moralistica) non si andrà lontano.

Franco Chiarenza
21 marzo 2019

Quando mi è stato chiesto di chiudere il corso di Napoli della Scuola di liberalismo l’Europa sembrava scivolare pericolosamente verso un populismo nazionalista diffuso, variamente motivato ma comunque tale da indicare una chiara linea di tendenza ostile non soltanto al disegno di unificazione del Vecchio Continente ma anche connotata dal rifiuto del liberalismo. Lo scetticismo sembrava d’obbligo.
Ma da allora molte cose imprevedibili sono avvenute e tra tutte la vittoria dei liberali in Olanda e quella di Macron in Francia. L’ondata populista pare arginata e un vento nuovo sembra soffiare in Europa.

A fare la differenza è stato il voto giovanile. Quando è mancato le elezioni hanno prodotto la Brexit, la presidenza Trump, regimi conservatori nazionalisti in Ungheria e in Polonia; quando si è mobilitato ha mostrato il vero volto dell’Europa di domani, quello di chi non ha paura dei cambiamenti, delle generazioni che hanno vissuto l’esperienza Erasmus e non vogliono tornare indietro, di quanti pensano che l’immigrazione è una sfida che può essere affrontata e vinta con vantaggio per tutti e non una sciagura da criminalizzare. Per questi giovani l’Europa non è un problema ma la soluzione dei problemi.

Occorre andare avanti dunque non tornare indietro ripercorrendo una strada che troppi europei percorsero nella prima metà del secolo scorso e che è costata milioni di morti, distruzioni spaventose e si è conclusa con la perdita dell’egemonia mondiale che le nazioni europee avevano esercitato fino ad allora. L’Europa, culla del liberalismo e della democrazia, ha generato in quegli anni il totalitarismo, antitesi radicale del pensiero liberale e del socialismo democratico nelle loro diverse accezioni. Come è stato possibile?

E’ stato possibile perché l’insicurezza genera i mostri dell’intolleranza. La paura delle differenze culturali di razza, religione, e quant’altro, è stata usata dai nemici della democrazia liberale come arma psicologica per chiudere i cancelli e, all’ombra di rassicuranti muri di cinta, giustificare la creazione di regimi autoritari. Da questa schiavitù che ci ha portato ad obbedire a chi ci conduceva ad aggredire altri popoli ed etnie differenti siamo stati liberati dai figli d’Europa che alcuni secoli prima erano emigrati in un continente sconosciuto e là avevano gradualmente costruito sistemi politici e sociali che mettevano al centro i diritti e i doveri dei cittadini; è agli americani che dobbiamo la libertà di scelta di cui oggi disponiamo.

Insieme agli americani, al sicuro sotto il loro scudo militare, abbiamo costruito un nuovo ordine mondiale fondato su tre pilastri: i diritti individuali, il “rule of law” (cioè il primato della legge), e la libertà di scambio di persone e merci (cioè l’economia di mercato). Da questo asse atlantico euro-americano abbiamo affrontato e vinto la grande sfida contro l’unico sistema alternativo che possedeva la dignità e la grandezza dei grandi ideali ma che era segnato irrimediabilmente dall’utopia paternalistica dello “stato buono” e che puntualmente conduce a trasformare i cittadini in sudditi.

Dopo il crollo dell’alternativa comunista Stati Uniti ed Europa con un articolato sistema di trattati multilaterali hanno guidato la globalizzazione e per vent’anni hanno assicurato – pur tra tanti errori – un lungo periodo di pace e prosperità, riducendo la fame nel mondo, favorendo lo sviluppo dei paesi orientali e africani meno sviluppati. Certo, non sono mancate guerre locali, non si è riusciti ad impedire che il Medio Oriente si trasformasse in un perpetuo incendio destabilizzante, ma nel complesso bisogna ammettere che il rischio di una terza guerra mondiale è stato evitato e che è poco probabile che si avveri la profezia di Einstein (“non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale; so che quella successiva si farà con archi e frecce”).

Ma adesso siamo giunti a una svolta: nuovi soggetti si candidano alla guida dei processi di globalizzazione e le carte del “grande gioco” non le daranno più soltanto gli Stati Uniti e l’Europa. Lo stesso asse atlantico appare irrimediabilmente incrinato – a prescindere da Trump – e, come dice Angela Merkel, l’Europa, se vuole restare tra i decisori mondiali, deve unirsi e fare da sé.
Può farlo soltanto se: 1) elimina le resistenze nazionalistiche e corporative che ancora vi sono radicate, 2) riesce a comporre le culture politiche e sociali mediterranee con quelle dell’Europa del nord, 3) riesce ad assorbire le inevitabili immigrazioni attraverso un progetto unitario, 4) crea le condizioni per essere competitiva, e non soltanto dal punto di vista produttivo.

Non si tratta di annegare le identità nazionali in un coacervo burocratico indifferenziato (come per alcuni aspetti è avvenuto nell’Unione) ma di prendere atto che vi è una convenienza comune a stare insieme, a procedere uniti per contare di più, ed essere quindi disposti a mettere da parte le differenze che provengono dal passato.
Il nostro continente ha caratteristiche comuni che lo rendono riconoscibile: il liberalismo dei diritti (allargato ai diritti sociali), l’economia di mercato regolata (lontana tanto dagli eccessi dello spontaneismo liberista quanto dal dirigismo statalista), una grande varietà di modelli sociali ereditati dalla storia, una cultura linguisticamente differenziata ma omogenea nelle manifestazioni e nelle interrelazioni artistiche, nella filosofia, nella scienza, e infine nell’assenza di una qualsivoglia egemonia religiosa che possa mettere in pericolo il principio di laicità.

Il passo successivo da compiere è quello di creare una federazione in cui le distinzioni tra competenze nazionali e federali siano chiare e senza ambiguità e nella quale gli “stati che ci stanno” mettano insieme: – la politica estera.
– la moneta e la politica economica.
– la politica di difesa militare.
Esiste già oggi probabilmente un nucleo ristretto di paesi disposti a compiere queste rinunce alla propria sovranità. Se l’esperimento riesce “l’intendence suivrà”, gli altri, prima o poi, si accoderanno.

C’è però un problema di legittimità democratica senza la cui soluzione ogni costruzione istituzionale mostrerebbe le stesse debolezze dell’Unione Europea come la conosciamo. Il processo di legittimazione democratica deve partire dai cittadini, non a colpi di referendum – spesso emotivi, divisivi e distorsivi – ma avendo il coraggio di eleggere un’assemblea costituente europea a suffragio universale diretto.
Il trattato costituzionale elaborato faticosamente nel 2005 e poi affondato dai referendum in Francia e in Olanda, si apriva nel preambolo con la formula: “Noi, Capi di Stato di ……(segue l’elenco dei paesi aderenti) promulghiamo ecc.” ripetendo lo schema delle costituzioni europee ottocentesche octroyés (cioè concesse dai sovrani). La costituzione europea che bisogna disegnare dovrebbe invece aprirsi con la stessa dizione di quella americana del 1787: “Noi, popoli europei, promulghiamo la seguente Costituzione ….”

 

Franco Chiarenza
16 giugno 2017