Il giovane Renzi, coerente con l’immagine che si è costruita di impavido rottamatore della vecchia politica, ha cercato la sfida a tutti i costi mettendo alla prova la composita galassia dei suoi avversari, sicuro che la sua strategia offensiva avrebbe alla fine prevalso; per questo – immagino – ha trasformato un referendum su alcune modifiche costituzionali in una chiamata plebiscitaria, senza tenere conto che proprio il referendum è il tipico strumento che consente alle opposizioni di aggregarsi senza la necessità di proporre alcunché di alternativo, uno strumento quindi da non utilizzare se non si ha la certezza di vincere.
In sostanza Renzi, al quale non mancano doti di leadership e coraggio innovativo (anche nei confronti dei riti consunti del suo partito), ha peccato di superficialità sottovalutando gli avversari. L’ha fatto una prima volta quando ha deciso, per ricompattare il proprio partito, di candidare Mattarella al Quirinale, consentendo così agli estremisti di Forza Italia di liquidare il patto del Nazareno; l’ha fatto di nuovo forzando una legge elettorale e una riforma costituzionale che andavano diversamente costruite e su cui era possibile trovare probabilmente un’intesa più ampia della maggioranza di governo. Ma in politica il metodo conta quanto e forse più della sostanza; caduta la possibilità di trovare sulle riforme un’intesa con almeno una parte dell’opposizione ha scelto lo scontro frontale ma così facendo ha spostato il dibattito dai contenuti istituzionali a una sorta di plebiscito sulla sua leadership andando inevitabilmente a fracassarsi sugli scogli referendari. Eppure la storia della nostra Costituzione, strattonata da tutte le parti, modificata spesso e male, doveva insegnargli che senza un accordo bipartisan largamente maggioritario in parlamento le riforme istituzionali finiscono per abortire (e anche quando sono approvate, soprattutto se malfatte e improvvisate come è avvenuto col titolo V, vanno incontro a un difficile assestamento costellato da contestazioni infinite). Bisognava prenderne atto: con questo parlamento il consenso di Berlusconi era imprescindibile per qualsiasi riforma strutturale, aver pensato di poterne fare a meno è stato un atto di presunzione che Renzi ha pagato caro; le volpi – diceva Craxi (riferendosi ad Andreotti) – prima o poi finiscono in pellicceria. E’ avvenuto infatti che essendo stata trasformata la consultazione in una richiesta di fiducia “coram populo” le opposizioni si sono compattate potendo contare sui tanti e diversi motivi di malumore che con i quesiti referendari nulla avevano a che fare (a cui si sono aggiunti quelli di quanti – pochi o molti che siano – hanno votato no per fermare una riforma pasticciata, incompleta e potenzialmente pericolosa). In momenti di difficoltà prudenza vuole che non si sfidi la pubblica opinione.

Tutto negativo quindi il bilancio del governo Renzi? Non direi. L’impostazione iniziale del programma di governo era corretta e le prime applicazioni, pur tra molti compromessi che ne hanno limitato l’efficacia, andavano nella direzione giusta: liberalizzare nei limiti del possibile il mercato del lavoro, introdurre nella scuola criteri meritocratici in grado di restituirle il prestigio perduto, semplificare la legislazione in materia civile e amministrativa, contenere i poteri di interdizione che negli ultimi vent’anni i sindacati e la magistratura si sono ritagliati a spese delle istituzioni politiche. In politica estera, a prescindere da qualche estrosità dell’ultimo periodo, vanno apprezzati il disimpegno da interventi non ben preparati (come in Libia), e l’energica spinta per un maggiore impegno europeo nei confronti dell’immigrazione incontrollata che mette in crisi le nostre strutture di accoglienza, anche e soprattutto cercando di modificare l’infausto trattato di Dublino. Per il resto non c’era altro da fare che attendere sperando che le elezioni in Francia, in Olanda e in Germania non ci riservino sorprese sgradite come è avvenuto per quelle americane. A proposito delle quali non bisogna dimenticare che il 2017 è anche l’anno dei primi cento giorni del nuovo presidente, essenziali come sempre per comprendere quanta parte del Trump elettorale farà parte del programma del nuovo inquilino della Casa Bianca: per ora tutto fa pensare al peggio. Un anno quindi cruciale in cui, per di più, l’Italia si troverà a svolgere compiti istituzionali internazionali rilevanti come la presidenza del G7 e l’entrata pro-tempore nel consiglio di sicurezza dell’ONU.

Ma i bilanci – si sa – vanno fatti anche tenendo conto delle partite passive; e sull’altro piatto del governo Renzi le criticità non sono poche, spesso per difficoltà oggettive talvolta per la tendenza dell’ex-presidente del consiglio a cercare consensi facili nell’immediato rinunciando a misure più efficaci (anche se meno avvertibili in prima battuta) tali da modificare in profondità gli elementi strutturali che frenano lo sviluppo. Cominciando dalla disoccupazione che continua a restare alta specialmente tra i giovani. E poiché per avere occupazione occorrono investimenti se questi non arrivano non è colpa del destino (cinico e baro) ma vuol dire semplicemente che le imprese ritengono poco conveniente avviare nuove attività in Italia. Non si tratta soltanto del costo del lavoro, certo non superiore al resto d’Europa; quel che occorre – tutti lo ripetono da anni – è da un lato la rimozione dei vincoli burocratici e delle protezioni corporative che scoraggiano le nuove iniziative, dall’altro la costruzione di infrastrutture che contribuiscano alla modernizzazione del Paese: strade, porti, aeroporti, mobilità urbana, ma anche giustizia lenta, scuole scadenti, sanità e pensioni fuori controllo, e quant’altro funziona poco e male in tutto il Paese e soprattutto nel Mezzogiorno che resta il grande malato d’Europa.
Non sarebbe stato meglio utilizzare i modesti margini di flessibilità consentiti dal gigantesco debito pubblico che ci trasciniamo da decenni per ridurre gli oneri fiscali delle imprese invece di disperderli in modo maldestro distribuendo la famosa “mancia” di 80 euro che (come era prevedibile), non ha risolto alcun problema ai beneficiari e men che meno ha prodotto significativi incrementi dei consumi? E’ completamente mancata una strategia di largo respiro mentre il ministro Padoan è apparso spesso frastornato e condizionato dalla difficoltà di mettere insieme le esigenze elettorali del premier e le compatibilità che l’Europa giustamente ci chiede.

Eccoci dunque al nuovo governo. Perchè Gentiloni ? Da un punto di vista rigorosamente costituzionale il governo Renzi, non essendo stato sfiduciato dal parlamento, avrebbe potuto restare in carica; ma hanno prevalso considerazioni politiche e la stessa credibilità di un leader che aveva esplicitamente legato ai risultati del referendum la sua permanenza alla guida del governo. La scelta di Mattarella è stata quindi corretta e nulla avrebbe giustificato sul piano istituzionale uno scioglimento anticipato delle Camere, tanto più in presenza di una vistosa carenza di regole applicabili per lo svolgimento di nuove elezioni.
Un governo fotocopia? In parte sì, e volutamente, per segnare appunto la continuità con un governo espresso dalla stessa maggioranza; ma attenzione, Paolo Gentiloni non è una fotocopia di Renzi. Proveniente da quella componente cattolica – la Margherita – che aveva contribuito nel 2007 a costituire il partito democratico sulle ceneri del vecchio partito comunista (variamente ridenominato), il discendente di quel conte Vincenzo Ottorino Gentiloni che nel lontano 1913 aveva siglato per i cattolici un’alleanza elettorale con Giolitti, sostituisce all’immagine arrembante di Renzi quella di più basso profilo di chi conosce le regole della politica e sa gestire il compromesso. E’ come se la campanella strappata bruscamente di mano a Enrico Letta nel 2015 fosse tornata al punto di partenza.
Andare ad elezioni anticipate in estate con questo governo ? E’ possibile ma non è probabile.

Il compito a cui è chiamato Gentiloni in questa fase è di completare dove possibile le riforme in cantiere e non attuate (alcune delle quali urgenti e necessarie), avviare in sordina qualche riforma costituzionale condivisa (per esempio la soppressione del CNEL e delle Province), occuparsi in maniera prioritaria di sicurezza interna e di politica estera. Affidare il ministero degli interni a Marco Minniti è apparsa una scelta opportuna che premia la competenza e l’esperienza acquisita negli ultimi anni dal ministro in materia di sicurezza; meno felice pare la sostituzione della Giannini al ministero della pubblica istruzione con Valeria Fedeli, ex-sindacalista della CGIL. Le sue prime mosse appaiono infatti tese non a migliorare la riforma della “buona scuola” (che nella sua prima attuazione ha mostrato molte criticità) ma a rovesciarne le priorità: tornano a farla da padroni i sindacati della scuola, viene rimesso in discussione un percorso di meritocrazia e di responsabilità gerarchica e ci ritroveremo a settembre col consueto balletto dei trasferimenti da nord (dove mancano gli insegnanti) a sud (dove abbondano), coi presidi delegittimati a intervenire sulle carenze didattiche degli insegnanti, con cattedre mescolate in funzione delle esigenze dei docenti e non degli allievi. Con buona pace di quanti – come me – speravano che si fosse imboccata la strada giusta per fare risalire l’Italia dagli ultimi posti nelle classifiche OCDE a un livello più compatibile con le tradizioni culturali del Paese.
Pure sui “vaucher” i sindacati preparano la loro vendetta chiedendo un referendum che non solo li sopprima ma faccia tornare in vita l’articolo 18 sui licenziamenti in una versione ancor più rigida di quella originaria (con buona pace per i nuovi investimenti), sempre in base al principio che sia meglio avere meno occupati ma garantiti al 100% piuttosto che tollerare offerte più elastiche di lavoro (subito bollate come forme di sfruttamento) anche quando possono alleviare almeno in parte la disoccupazione o quanto meno fare emergere in parte il lavoro nero. Del quale nessuno si occupa e si preoccupa: si depreca a parole, lo si tollera nei fatti (sapendo che senza il suo supporto l’economia – soprattutto in alcune aree meridionali – ne sarebbe ulteriormente danneggiata). In sostanza ci si volta dall’altra parte e si ripetono gli anatemi contro l’evasione fiscale come se il lavoro nero non ne rappresentasse una componente fondamentale. L’importante – per i sindacati – è tornare a sedersi col governo al tavolo della sala gialla di palazzo Chigi per ritrovare quel ruolo quasi istituzionale di interlocutori obbligatori che con Renzi temevano di avere perduto.

Dovremo rimpiangere Renzi?

 

Franco Chiarenza
10 gennaio 2017

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