E’ il sottotitolo di un libro di Piero Tony, magistrato in pensione, pubblicato nel 2015 da un “editore di sinistra” (Giulio Einaudi). Ed è un impietoso atto d’accusa contro le distorsioni del sistema giudiziario di cui la sinistra italiana porta una rilevante quota di responsabilità.
Quando dico “sinistra” non intendo soltanto quella politica, ormai spesso tale più per tradizione storica che per un’effettiva visione sociale alternativa, ma piuttosto quella sinistra pedagogica e moralista che è maggioranza negli ambienti intellettuali che contano lungo l’asse che da Milano si spinge fino a Roma e a Napoli ma che è invece minoranza quasi sempre nel Paese.
Essa ha utilizzato la magistratura, in larga parte condizionata dagli stessi presupposti culturali e politici, per “raddrizzare” il Paese attribuendole una funzione sostanziale di governo che in Parlamento non riusciva a svolgere; il pensiero corre naturalmente a “mani pulite” ma non soltanto di questo si tratta, ma di una lunga e ininterrotta serie di interventi che gradualmente hanno trasformato l’Italia in una repubblica giudiziaria (come molti osservatori stranieri – a cominciare dall’Economist – non hanno mancato di rilevare).
I liberali – se sono davvero tali – non sono moralisti, non utilizzano la questione morale come strumento demagogico per conseguire obiettivi di potere. Se quindi le finalità di miglioramento della società fossero raggiunte attraverso mezzi istituzionalmente non ortodossi Machiavelli ci ricorda che sono i risultati che contano; anche se – come invece ci ha insegnato Erasmo – bisogna fare attenzione perché i mezzi utilizzati non sono indifferenti rispetto agli obiettivi che si intendono conseguire e finiscono per assumere una funzione che trascende le finalità di chi li ha utilizzati.
Per restare al nostro libro, se davvero una giustizia di parte avesse ottenuto il risultato di rendere migliore il Paese, al di là di ogni formalità istituzionale, si potrebbe anche convenire sulla sua necessità; ma è stato davvero così? E’ quel che si domanda Piero Tony in questo pamphlet forse troppo leggero per la quantità di problemi che solleva, ma molto utile come atto di denuncia e come testimonianza di una coscienza che ha il coraggio di interrogarsi pubblicamente.

Il libro contiene pagine da ricordare come quelle sulla responsabilità civile dei giudici (sancita da un referendum ma sempre boicottata dai magistrati), sull’abuso delle intercettazioni telefoniche, sui rischi di una interpretazione estensiva della discrezionalità, sui dubbi che solleva certa legislazione ambigua come quella che riguarda il concorso associativo, e infine sulle modalità scandalose che caratterizzano in Italia il funzionamento del sistema penitenziario.
Il libro di Tony ha il pregio di concludersi con alcune proposte concrete che andrebbero prese molto sul serio; sarebbe forse il momento che magistrati preparati e consapevoli che hanno ormai lasciato la carriera, per limiti di età o per scelte diverse, costituiscano un’associazione che proprio per essere al di fuori di qualsivoglia gioco di potere sia in grado di rappresentare un organo di consulenza utile al governo, al parlamento e soprattutto a una pubblica opinione sempre più sconcertata.

 

Franco Chiarenza
17 dicembre 2017

 

Piero Tony – Io non posso tacere – (Giulio Einaudi, Torino 2015) – pag. 125, euro 16

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