Ansiosi di assistere il 20 gennaio a una bella scena stile farwest con Trump asserragliato nella Casa Bianca con le corna in testa e il mitra spianato mentre Biden e i suoi dai tetti circostanti cercano di farlo sgombrare, gli italiani si sono distratti dalle noiose vicende politiche di casa nostra; forse perché sono sempre uguali e molto meno pittoresche (ve lo immaginate Renzi armato di pistola che entra a palazzo Chigi e costringe Conte a saltare dal famoso balcone dove Di Maio brindava alla fine della povertà?).
E però in attesa che Renzi si procuri un’arma che sia in grado di sparare non a salve, delle manovre in corso nei palazzi della politica italiana bisogna pure occuparsi al di là della tipica consuetudine nostrana di dire/non dire, alludere, lanciare attacchi e accuse per poi prontamente smentirli, minacce, ricatti, ecc.. Una cosa è certa: la maggior parte dell’opinione pubblica è quanto meno perplessa perché non capisce come a fronte del problema che maggiormente preoccupa (ed è ancora la pandemia) si apra sostanzialmente una crisi di governo fondata su alchimie poco comprensibili. Anche coloro che criticano il governo per la sua inadeguatezza (tra cui il sottoscritto) pensano che non ci siano alternative praticabili se non un rimpasto che francamente non pare decisivo per le sorti della Repubblica. A meno che non si voglia arrivare ad elezioni anticipate in primavera (ultima scadenza utile prima del “semestre bianco”), eventualità che tutte le componenti della maggioranza dicono di escludere.

Odore di soldi
La verità è che tutto gira intorno ai 200 miliardi del Recovery Fund. Chi deve gestirli e come. Una volta tanto il problema è serio e non riguarda le solite logiche spartitorie connaturate al sistema politico italiano ma qualcosa di più importante, quale idea di Paese si vuole privilegiare in questa irripetibile occasione. Da questo punto di vista la partita è effettivamente decisiva: non si tratta di poltrone e strapuntini da ridistribuire e le opzioni di fondo (a prescindere dai soliti “distinguo” e dalle perenni ovvietà onnicomprensive) sono abbastanza chiare. Da un lato coloro che ritengono che i fondi europei, in consonanza col “Next generation” di Ursula van der Leyen, debbano essere destinati agli investimenti strutturali di cui l’Italia ha bisogno per tornare a crescere recuperando gli anni perduti, dall’altra parte quanti guardano al passato (più immaginario che reale), a nostalgie ingiustificate e pericolose, in esse cercando una protezione dagli inevitabili cambiamenti che ci attendono. Una posizione quest’ultima che mortificando l’innovazione e ridimensionando il rischio imprenditoriale si affida a un salvifico e invasivo intervento dello Stato senza preoccuparsi troppo se con esso si finiscano per accettare limiti e condizioni alla nostra libertà individuale.
Chi come me si riconosce nella cultura liberal-democratica non può che sostenere la prospettiva indicata dall’Unione Europea e si attende dal governo una chiara indicazione delle priorità e dei modi e tempi della loro realizzazione. E quando parla di strutture intende non soltanto quelle fisiche come i trasporti o le reti digitali ma anche riforme da lungo tempo attese come quella del fisco che faccia uscire il nostro Paese da un sistema primitivo di balzelli e sussidi variamente distribuiti secondo le convenienze elettorali per raggiungere finalmente l’obiettivo di rendere trasparenti e prevedibili i prelievi, condizione indispensabile per facilitare gli investimenti.
Next Generation per chi non lo sappia significa “future generazioni” ed è a loro vantaggio che dovrebbe essere indirizzata la maggior parte dei fondi che l’Unione ci ha assegnato: quindi soprattutto la scuola e la formazione in generale che vanno riprogettate in funzione delle sfide del futuro. Per muoversi velocemente in questa direzione occorre un piano dettagliato che rispecchi una filosofia di sviluppo sostenibile in sintonia col nuovo modello europeo che si cerca di costruire per metterlo in grado di fare la sua parte nei processi di globalizzazione che la pandemia potrà cambiare ma non fermare. Purtroppo – ed è questo il vero problema – il maggior partito di governo, cioè i Cinque Stelle, non ha ancora deciso da che parte stare, né la loro recente “convention” è servita a fare chiarezza.
Giuseppe Conte è al centro di questa tenaglia: si è impegnato con Bruxelles a portare avanti a oltranza la prima opzione ma deve quotidianamente mediare con le ambiguità dei Cinque Stelle e di alcune componenti dello stesso PD che non vedono di malocchio un’espansione ulteriore dello stato assistenziale. Renzi è entrato nella questione a gamba tesa nel modo spavaldo che gli è proprio ma ha almeno il merito di avere scoperchiato la pentola in ebollizione consentendo agli odori (più o meno maleodoranti) di uscire dalla cucina.

Cinque stelle sono troppe
Al centro di tutto, come al solito, ci sono loro: i Cinque Stelle. Forti di una maggioranza parlamentare che non corrisponde più agli umori del Paese, decisi a mantenere le posizioni fino alla fine, ma anche loro intrappolati perchè il loro potere si identifica necessariamente con la persona del presidente del Consiglio e per questo non acconsentiranno mai a sostituirlo, come vorrebbe Renzi. E’ prevedibile che presto le carte torneranno in mano a Mattarella, politico consumato e tutt’altro che “super partes”, ma forte di un ampio prestigio che ha saputo conquistare e certamente consapevole che il suo ruolo istituzionale non gli consente soluzioni che non dispongano di una chiara maggioranza parlamentare. Altrimenti ci sono le elezioni col rischio però che il loro risultato non cambi molto la situazione e anche l’Italia cada in una sindrome politica come quelle che abbiamo visto in Spagna e in Israele: elezioni ripetute alla ricerca di una maggioranza stabile introvabile, prova evidente della incapacità dei sistemi elettorali proporzionali di assicurare quella governabilità di cui hanno bisogno più che mai le democrazie liberali contemporanee.

 

Franco Chiarenza
11 gennaio 2021

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