Che il coinvolgimento massiccio delle organizzazioni non governative (ONG) nelle operazioni di salvataggio dei barconi di fuggitivi che approdano quotidianamente in Italia potesse esserci del marcio era possibile. Bene fa quindi la magistratura a indagare in tale direzione, anche se, non sollecitata dal governo, essa va certamente oltre i limiti che dovrebbero accompagnare l’azione inquisitoria dei pubblici ministeri. D’altronde è interesse delle stesse organizzazioni di volontariato distinguere il grano dal loglio per evitare che nella benemerita collaborazione delle ONG possa esserci qualcuno che ci specula. Dove ha sbagliato dunque il procuratore di Catania Carmelo Zuccari?

Dove ha sbagliato
Nella comunicazione. Il caso Zuccari è in proposito emblematico. Sin dai tempi ormai lontani di “Mani pulite” si è instaurato un rapporto perverso tra la magistratura inquirente e i mezzi di informazione che ha dato luogo al ben noto fenomeno dei processi mediatici che anticipano e spesso svuotano di credibilità i veri processi celebrati nelle aule di giustizia con tutte le garanzie che la legge prevede quando si tratta di mettere in gioco la vita stessa di un cittadino. Si tratta di un fenomeno gravissimo che scardina uno dei pilastri fondamentali dello stato di diritto e alimenta il giustizialismo populista, e che si è aggravato man mano che i nuovi mezzi di comunicazione hanno aumentato la loro pervasività mentre si sono attenuati i controlli e i richiami al principio di responsabilità.
I magistrati hanno in questa degenerazione una parte di responsabilità, messa recentemente in evidenza anche nella relazione annuale del Procuratore generale della Corte di Cassazione. Le ragioni sono probabilmente molte (desiderio di visibilità, eccesso di autostima, visioni politiche, pretesa di sorvegliare e intimorire una classe dirigente potenzialmente corrotta, ecc.) ma il fatto è che è giunto il momento di fare un passo indietro. Carmelo Zuccari invece ha fatto un passo avanti: è andato in un talk show televisivo a raccontare la sua verità, senza ancora che vi sia non soltanto una sentenza ma nemmeno – come lui stesso ha ammesso – uno straccio di prova.

Cosa fare
Occorre tornare alle origini. Innanzi tutto spegnere i riflettori sull’attività della magistratura inquirente e tornare a una prassi di riservatezza che sarebbe utile anche per la raccolta delle prove. Poi bisogna tornare a ragionare sulla separazione delle carriere dei magistrati: come sostiene molta parte della dottrina giuridica (ma lo affermava anche Giovanni Falcone) inquirenti e giudicanti hanno non soltanto funzioni diverse e potenzialmente conflittuali ma anche differente sensibilità giuridica e dovrebbero percorrere itinerari formativi differenziati. Con l’adozione del processo accusatorio il pubblico ministero è a tutti gli effetti una “parte” (l’accusa) che si contrappone all’altra (difesa), mentre il giudice deve mantenere una posizione di terzietà sancita anche dalla Costituzione. Confonderne le carriere contribuisce soltanto a rafforzare lo spirito di casta della magistratura e indebolisce oggettivamente l’indipendenza dei giudici rispetto alle divisioni interne dell’Associazione Magistrati (ANM).
I magistrati inquirenti non sono dei moderni inquisitori chiamati a far trionfare la giustizia, come invece taluno di essi interpreta il proprio ruolo; sono soltanto dei funzionari dello Stato che hanno vinto un concorso (si spera non condizionato da pregiudizi ideologici) chiamati a raccogliere le denunce su possibili violazioni della legge e avviare le indagini preliminari dalle quali un giudice (il GIP) stabilisce se e come avviare un processo penale. Spetterà poi alla procura procedere agli accertamenti e sostenere l’accusa nel processo, confrontandosi con la difesa degli imputati.
L’avviso di garanzia fu introdotto a suo tempo – come dice il nome stesso – per avvertire un libero cittadino che la magistratura inquirente stava indagando sul suo conto e per quali ragioni, in modo che egli avesse tempo e modo di organizzare la sua difesa. Reso pubblico si è trasformato in un avviso ai mezzi di comunicazione sull’avvio di un’azione penale nei confronti di uno o più cittadini che la procura riteneva già probabilmente colpevoli. Il resto lo fanno i giornalisti (talvolta con la complicità di magistrati compiacenti che fanno accedere a documenti che dovrebbero restare riservati) e se poi il disgraziato incappato in questa macchina infernale verrà assolto (come è avvenuto spessissimo) tutta l’enfasi accusatoria dei mezzi di informazione si ridurrà a una breve notizia marginale.
Non si tratta soltanto di arginare il protagonismo di magistrati e poliziotti (che dire, a proposito, delle conferenze stampa in cui si denunciano persone non ancora condannate e spesso nemmeno rinviate a giudizio?) ma di capire perché queste violazioni della correttezza giuridica non suscitino nell’opinione pubblica la riprovazione che ci aspetterebbe e anzi spesso sono accettate acriticamente. La ragione è – a mio avviso – che la classe politica e coloro che sono ad essa adiacenti hanno talmente compromesso la propria credibilità da rendere possibile una legittimazione della funzione salvifica della magistratura, anche a prescindere dalle garanzie che dovrebbero caratterizzare uno stato di diritto (per le quali, per esempio, non si è colpevoli fino a sentenza definitiva). Come dire che la democrazia per salvare se stessa si affida a strumenti che democratici non sono; se poi un Carmelo Zuccari si sente in dovere di proclamare la sua verità in televisione e senza contraddittorio, non bisogna stupirsi.

Franco Chiarenza
1 maggio 2017

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