La pandemia da coronavirus Covid-19 è in evidente fase di stallo o di regressione, avendo superato, almeno in Italia, il suo picco di letalità. Quanto abbiano contribuito a questo esito le misure di isolamento adottate da molti paesi (tra cui il nostro) e quanto invece si debba a una naturale evoluzione del virus sarà motivo di discussione quando tutto sarà finito. Non sono un epidemiologo ma di storia un po’ me ne intendo e ricordo che in passato altre pandemie non sono cessate certamente per misure di contenimento e nemmeno per l’intercessione di santi e madonne.
Quel che è sicuro è che più dall’epidemia i danni maggiori provengono in epoca contemporanea dal lockdown che l’accompagna i quali in tempi di globalizzazione dei fattori produttivi non sono paragonabili a quelli delle epidemie di un tempo. Adesso dobbiamo preoccuparci quindi di due priorità: come uscire dal blackout economico che si è venuto a creare e come prepararci ad analoghe emergenze (non necessariamente sanitarie) quando si riproporranno.

Come uscirne
Sulla exit strategy da adottare le opinioni sono tutt’altro che condivise. Nella maggioranza parlamentare che sostiene il governo una inedita alleanza tra l’estrema sinistra e i “cinque stelle” non nasconde l’intenzione di approfittare dell’occasione per insistere in una politica di sovvenzioni e aiuti a pioggia che compensi tutti coloro che sono stati danneggiati dall’epidemia; se poi un po’ di pioggia cade anche al di fuori del limite, pazienza! Naturalmente impiegare la maggior parte delle risorse disponibili a fini sostanzialmente assistenziali comporta una riduzione del sostegno alle imprese e l’avvio di un diffuso intervento pubblico che potrebbe portare al superamento dell’economia di mercato e a un rafforzamento del dirigismo paternalistico. La parte più moderata del partito democratico non condivide certamente questa direzione di marcia ma appare molto timida nelle contromosse, forse per il timore di non apparire abbastanza “di sinistra” e non lasciare ai Cinque Stelle uno spazio elettorale fondato sul voto di scambio assistenziale.
Il presidente Conte, ormai collaudato mediatore, forte di un imprevedibile consenso, procede col solito sistema delle addizioni per accontentare tutti: cinquecento pagine di provvedimenti che faranno a pugni tra loro per assicurarsi le risorse di copertura.
L’opposizione, dopo qualche esitazione dovuta al richiamo irresistibile del populismo demagogico, sembra avere imboccato la strada delle priorità imprenditoriali come presupposto del rilancio economico. Ma anche questa scelta urta con le tentazioni anti-europeiste sempre affioranti e con una visione autarchica che, soprattutto nel partito di Giorgia Meloni, continua a esercitare una forte attrazione. Salvini, per la sua formazione politica, sarebbe in perfetta sintonia con Fratelli d’Italia ma deve fare i conti con Zaia, Giorgetti e quanti nella Lega difendono prospettive più legate agli interessi dei ceti produttivi.
Berlusconi fa storia a sé. Ha finalmente capito l’importanza di restare al centro e in qualche modo proporsi come ago della bilancia in un confronto elettorale che potrebbe risolversi in un pareggio tra l’attuale maggioranza di governo e l’opposizione di destra. Di conseguenza contesta il governo proprio sul terreno delle prospettive dirigistiche e dello scarso sostegno alle imprese, avendo però cura di condividerne sostanzialmente la politica europeista (anche per quanto riguarda il MES che è l’unico strumento che possa farci avere i soldi subito e non in un futuro tutto ancora da definire come gli eurobond o il recovery fund).
Nel frattempo il mondo imprenditoriale si accinge a dar battaglia non appena il nuovo presidente di Confindustria diverrà operativo e sarà interessante vedere in quale misura egli riuscirà a rappresentare la protesta e le preoccupazioni di tutti i ceti produttivi (non soltanto industria ma anche commercio, artigianato, servizi, ecc.) proponendo alternative effettivamente praticabili. In autunno le elezioni regionali rappresenteranno uno step inevitabile e l’attuale governo si troverà comunque al capolinea: per essere sostituito da un altro con la stessa maggioranza oppure per accelerare lo showdown di elezioni anticipate. Non vedo politicamente realizzabile l’ipotesi di cui tanto si parla di mettere in piedi un nuovo governo tecnico che metta tutti d’accordo affidato a Draghi come avvenne in passato col governo Monti. Ma mai come adesso i tempi dell’economia non coincidono con quelli della politica: i mesi che ci separano dall’autunno saranno cruciali per le scelte che dovranno essere fatte.
Per i liberali la strada da percorrere è obbligata: alleggerire il peso fiscale sulle imprese (in particolare l’IRAP), sostenere con garanzie pubbliche l’indebitamento finalizzato alle attività produttive (come in parte si è fatto con i più recenti provvedimenti) ma soprattutto cogliere l’occasione in un momento in cui le resistenze corporative sono più deboli per realizzare quelle riforme di struttura che si invocano da sempre: introduzione nelle scuole di conoscenze sul funzionamento delle istituzioni democratiche e sui principi dell’economia di mercato, riforme per accelerare le cause civili e per semplificare le procedure degli appalti, liberalizzazione del commercio e dei servizi superando il sistema corporativo e corruttivo delle licenze (sostituendolo con accertamenti ex-post del rispetto delle regole), superamento del reddito di cittadinanza come attualmente erogato convertendolo in misure di sostegno all’occupazione per i giovani e in aumenti significativi delle pensioni sociali per gli anziani. Servirebbe anche istituire un servizio civile obbligatorio per giovani di entrambi i sessi al compimento del diciottesimo anno di età ma forse è chiedere troppo.

Le future emergenze
La seconda priorità, meno urgente ma di fondamentale importanza, proviene dall’esperienza del Covid 19, affrontata a colpi di decreti del presidente del consiglio, uno strumento amministrativo che mal si concilia coi suoi contenuti quando incidono sulle libertà costituzionalmente garantite.
Dobbiamo aggiornare le norme di legge, anche eventualmente ritoccando la Costituzione, per affrontare tempestivamente le emergenze che si riproporranno e che potrebbero essere non soltanto sanitarie (terremoti, eventi climatici, terrorismo, ecc.). Occorre concordare tra maggioranza e opposizione procedure chiare, garanzie per il mantenimento del controllo parlamentare, principi inderogabili sulla transitorietà delle misure da adottare. Un utile esercizio per accordarsi in modo diverso dal passato anche su altre modifiche costituzionali cercando intese su singole questioni e rinunciando a palingenetiche riforme complessive che allarmano l’opinione pubblica e favoriscono convergenze negative. Proprio l’esperienza del Covid-19 per esempio ripropone la revisione dell’ordinamento regionale e il riordino delle competenze sanitarie. E con la stessa procedura si potrebbero affrontare altri nodi che appesantiscono la governabilità (ben più importanti della riduzione del numero dei parlamentari su cui andremo a votare entro l’anno) come per esempio il superamento del bicameralismo perfetto.
Si potrebbe, volendo.

Franco Chiarenza
26 maggio 2020

 

P,S. Invito i miei lettori a vedere su You Tube la “War Room” di Enrico Cisnetto del 25 maggio con gli interventi di Paolo Mieli, Massimo Cacciari e Giuseppe De Rita. Uno scenario cupo e pessimistico: speriamo che sbaglino. All’insegna di “Io speriamo che me la cavo”.

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