L’agenda politica italiana segnala una singolare continuità: i problemi non si risolvono, si rinviano.
L’Alitalia è tecnicamente fallita e, dopo il rifiuto di possibili acquirenti privati, continua a perdere soldi ripianati dal governo con “prestiti-ponte” che naturalmente non verranno mai restituiti. Ponte verso cosa se tutti gli interlocutori possibili si sono tirati indietro? Il gruppo Atlantia (Benetton) sembrava disposto a tenerla in piedi anche perdendoci un po’ di soldi ma l’evidente contropartita era il rinnovo delle concessioni autostradali; un prezzo che ovviamente il movimento Cinque Stelle, molto esposto in una concezione “punitiva” della concessionaria ritenuta responsabile del crollo del ponte Morandi, non poteva pagare.
Ma anche il nodo delle concessioni verrà al pettine e non potrà essere risolto con la demagogia. Il fatto è che la galassia delle concessioni Atlantia (con al centro “Autostrade per l’Italia”) ha acquisito nel tempo un’esperienza e una capacità di gestione che non sono sostituibili in tempi brevi; il problema evidenziato dalla sciagura di Genova e dallo stato di crisi di molte strutture autostradali non consiste soltanto nella colpevole incuria della concessionaria ma anche nell’assoluta mancanza di controlli da parte del concedente (cioè lo Stato). La soluzione più razionale sarebbe quella di rinnovare la concessione ad Atlantia, ponendo a suo carico le ingenti spese di ristrutturazione della rete oltre al completamento della “Gronda” di Genova, indispensabile a prescindere dalla ricostruzione del ponte Morandi, e al contempo rendendo i controlli più incisivi. Le responsabilità penali e civili del crollo del ponte Morandi verranno accertate dalla magistratura e dovrebbero restare separate dalle ragioni di convenienza che determinano la scelta del concessionario. Ma spesso la politica deve fare i conti con i sentimenti più che con la ragione, e l’indignazione per quanto è avvenuto a Genova e continua a succedere in altri tratti autostradali è troppo forte per consentire una scelta che poteva salvare contemporaneamente la continuità di gestione delle autostrade (con nuove condizioni più stringenti) e Alitalia.
Anche a Taranto la situazione dell’ex-ILVA è in stallo dopo il clamoroso gesto di Arcelor Mittal di denunciare un contratto firmato soltanto un anno fa. Naturalmente le accuse si rimpallano: da una parte si denuncia la mancata attuazione dello scudo penale nei confronti di reati commessi dalle gestioni precedenti, a cui si aggiunge un atteggiamento pregiudizialmente ostile della magistratura che impedirebbe di fatto la realizzazione del piano industriale. D’altra parte si sostiene che la decisione di Arcelor sia in realtà dovuta alla crisi mondiale della produzione di acciaio e forse all’intenzione di fare fallire Taranto per concentrare altrove gli impianti del produttore franco-indiano. Come che sia i sindacati assistono terrorizzati al precipitare della situazione verso una chiusura che aprirebbe una crisi occupazionale ed economica di ampie dimensioni.

Ma il problema è più ampio e profondo. Gli investimenti stranieri se ne vanno dall’Italia e non ne arrivano di nuovi, né i capitali italiani imboscati nei depositi bancari si sognano di emergere. Il nostro paese è considerato ostile alla cultura industriale e non bastano i fattori vantaggiosi che il sistema-Paese può vantare (manovalanza qualitativamente eccellente, centri di ricerca scarsi ma di buon livello, infrastrutture insufficienti ma decorose). Essi non compensano gli aspetti negativi (energia più cara, costi della mano d’opera aggravati da contributi sociali molto elevati, formazione professionale scadente e non corrispondente alla domanda delle imprese, burocrazia invadente, numero eccessivo di livelli di competenza della pubblica amministrazione). E soprattutto la sensazione che non funzioni con la rapidità e l’imparzialità necessarie il sistema giudiziario il quale non appare in grado di garantire un corretto “rule of law”. Questa percezione è aggravata da una situazione politica condizionata da un movimento come i Cinque Stelle apertamente ostile all’economia di mercato che si è manifestata nel precedente governo con un sostanziale blocco di quei pochi adeguamenti infrastrutturali già in cantiere (emblematici i casi della Val di Susa, del terzo valico tra Liguria e Lombardia, della “Gronda” di Genova, e molti altri).
Tutto ciò dovrebbe preoccupare molto di più del debito pubblico, malgrado le dimensioni assurde che esso ha raggiunto. Se un debitore è dinamico e produttivo nessuno spinge perchè riduca la sua posizione debitoria, se è statico e resta chiuso in casa a curare il suo giardinetto, la fiducia dei creditori viene meno e le sollecitazioni speculative diventano incontenibili; non siamo ancora a questo punto ma il rischio comincia ad essere percepibile

In queste condizioni logica vorrebbe che l’attuale esperienza di governo non vada oltre l’approvazione del bilancio e che ci si avvii fatalmente a nuove elezioni. Ma non tutti sono d’accordo; non tanto (o non soltanto) perchè in primavera scadono i consigli d’amministrazione di molte aziende pubbliche o partecipate dallo Stato (anche se il sospetto è lecito), quanto per consentire ai Cinque Stelle di fare definitivamente i conti con se stessi prima di una verifica elettorale. Il movimento infatti sembra spaccato tra due linee di tendenza che la leadership di Di Maio non è riuscita a comporre: da una parte Grillo, tornato prepotentemente sulla scena, favorevole a un’alleanza permanente con la sinistra democratica (accentuando le caratteristiche ambientalistiche delle sue origini), dall’altra i moralisti “puri e duri”, ostili pregiudizialmente a qualsiasi collegamento col passato, fautori di uno “splendido” isolamento in Parlamento e nel Paese. Dalla soluzione di questo conflitto, assai più che da un’improbabile nuova forza centrista, dipendono probabilmente le future maggioranze di governo.

Franco Chiarenza
7 dicembre 2019

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