Ernesto Galli della Loggia ha pubblicato sul Corriere della Sera del 29 aprile un articolo che farà discutere (“I promossi d’ufficio a scuola”). Non soltanto per l’autorevolezza dell’autore e per l’importanza del quotidiano che lo ospita ma soprattutto per avere centrato il problema fondamentale della scuola italiana che non è solamente quello delle sue molteplici inefficienze (reclutamento degli insegnanti, strutture, carenze didattiche, ecc.) ma soprattutto del modello cui si ispira (più o meno consapevolmente). Era ora!

Il modello di Don Milani
Di Don Milani si parla molto in questi giorni a proposito e a sproposito. Di lui, della sua personalità morale, delle virtù e dei difetti di un personaggio sicuramente carismatico, a noi in questa sede interessa poco; del suo modello formativo e didattico invece molto per l’influenza che ha avuto (insieme ad altri fattori concomitanti) nell’evoluzione della scuola italiana.
Un modello, quello proposto da Milani, fondato su un presupposto errato e foriero di conseguenze catastrofiche (come quelle denunciate da Galli della Loggia) in base al quale per ridurre la distanza culturale tra le classi sociali bisognasse abbassare il livello di apprendimento per renderlo accessibile ai meno favoriti e non invece fare l’opposto, consentire a tutti gradualmente di sviluppare le proprie potenzialità attraverso una valutazione del merito individuale.
La popolarità del “modello Milani” è facilmente comprensibile: schiacciando tutti verso la mediocrità e un grado di conoscenza elementare, generico, accessibile a chiunque, si va incontro a una concezione minimalistica della società sostanzialmente ispirata da una visione paternalistica che mantiene intatto il potere pastorale di chi si assume la responsabilità di guidare il gregge. Non solo: le famiglie meno avvedute vedono in questo modello scolastico una via facile per la promozione sociale dei propri figli e naturalmente i ragazzi perdono ogni stimolo allo sforzo individuale di miglioramento non vedendolo in alcun modo incoraggiato. A loro volta i sindacati preferiscono un sistema scolastico che copre più facilmente l’inadeguatezza di quella parte di insegnanti che sono giunti alla cattedra senza un’appropriata preparazione e spesso per motivi che hanno poco a che fare con la capacità didattica e molto invece con problemi di sbocco occupazionale (soprattutto nel Mezzogiorno).
L’egemonia culturale della sinistra democristiana assai diffusa nel primo ventennio della Repubblica ha entusiasticamente fatto proprie le idee di Don Milani, anche nella presunzione di rappresentare la sinistra di opposizione (comunisti e socialisti). Ma in realtà la concezione socialista della scuola, tracciata chiaramente da personaggi come Concetto Marchesi e dallo stesso Togliatti, era assai diversa; per essi l’accesso delle classi subalterne al potere passava attraverso una rigorosa selezione meritocratica in grado di formare gruppi dirigenti che potessero governare una società complessa come quella che – bon gré mal gré – il capitalismo aveva creato. Quindi: borse di studio e facilitazioni per accedere a un’istruzione superiore severa, non il contrario, abbassare il livello di apprendimento fino ai meno dotati. E’ paradossale (ma non tanto) che chi è liberale si riconosca più nella concezione togliattiana (e crociana) che non in quella cattolica.

Oltre Galli della Loggia ricordando Einaudi
Il citato articolo di Galli della Loggia si ferma alla diagnosi del fenomeno e delle sue degenerazioni, accentuate dagli sviluppi sociali e politici della recente storia della nostra Repubblica, e lì si ferma, forse perché scoraggiato dal disastrato panorama che ne emerge. Ma qualcosa si potrebbe fare, andando oltre la “buona scuola” della ministra Giannini, che pure si muoveva nella giusta direzione. Si potrebbe tornare a Luigi Einaudi e alla sua proposta di abolire il valore legale del titolo di studio. Basterebbe questo a mettere in moto alcuni meccanismi virtuosi: competizione tra le scuole per essere credibili nell’offerta di lavoro, selezione degli insegnanti, aumento della domanda di meritocrazia da parte delle famiglie, e via dicendo. Perché non ci proviamo?

Franco Chiarenza
30 aprile 2017

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