Il dibattito politico italiano è ossessionato dalla ricerca di una presunta purezza originaria che si sarebbe perduta. A sinistra si invoca il dire “qualcosa di sinistra”, a destra si lamenta la mancanza di una destra apertamente reazionaria; ed entrambi gli estremismi attribuiscono gli insuccessi elettorali, l’aumento dell’astensionismo, il successo di un movimento moralistico ideologicamente neutrale come quello di Grillo, al fatto che destra e sinistra non sono più chiaramente identificabili.
In realtà le cose non stanno come gli irriducibili reduci di antiche contrapposizioni di sistema vorrebbero. E, da un punto di vista liberale, non si tratta di un’evoluzione negativa ma, al contrario, di un processo di evoluzione che rimette il sistema di governo al servizio dell’individuo e delle sue scelte; riduce gli spazi di militanza e di delega fiduciaria e aumenta la variabilità dei risultati elettorali in funzione della maggiore o minore capacità di intercettare i punti di vista delle diverse componenti della popolazione. Si tratta di un fenomeno che riguarda tutte le democrazie occidentali ma che in Italia sta soltanto adesso manifestandosi in misura massiccia per il discredito che i partiti sono riusciti ad accumulare nel tempo.
L’errore che le maggiori forze politiche italiane (di centro sinistra e di centro destra) commettono consiste nella convinzione che per contrastare questa tendenza sia sufficiente inseguire affannosamente le preoccupazioni più rumorosamente evidenti che emergono (magari attraverso discutibili talk show che pretendono di rappresentarle) proponendo soluzioni confuse e demagogiche, spesso espresse da slogan ingenui ed infantili (quando non addirittura bizzarri), i quali dovrebbero indurre masse di elettori sprovveduti ad affidarsi ancora una volta alle loro cure. Una strategia perdente che non tiene conto dei cambiamenti avvenuti nella società e della più elevata capacità critica di settori crescenti della pubblica opinione, spesso silenziosi ma in attesa soltanto di qualche ancoraggio affidabile come quello che in circostanze assai simili si è prodotto in Francia con Macron.
Bisognerebbe fare il contrario: una forza politica che si candida al governo dovrebbe presentare un progetto complessivo ispirato da finalità ultime in cui sia ancora possibile scorgere origini storiche e culturali differenziate ma dove la soluzione dei problemi più immediati trovi una proposta convincente e concretamente realizzabile, tenendo conto dei limiti oggettivi entro i quali può effettivamente svolgersi oggi l’attività di governo (qualunque sia il soggetto politico chiamato a svolgerla).

Su generiche propensioni alla solidarietà sociale piuttosto che alla conservazione degli equilibri esistenti non si possono fondare scelte credibili di governo. Le priorità che incidono sulle preoccupazioni più diffuse sono in realtà tra loro conflittuali. Il contrasto alla disoccupazione non passa attraverso generiche e fumose “politiche del lavoro”, ma piuttosto nel realizzare riforme strutturali che rendano attrattivi gli investimenti nei settori produttivi. Tali riforme però comportano un ridimensionamento e una maggiore efficienza della burocrazia, l’eliminazione di vincoli corporativi ancora massicciamente presenti, investimenti pubblici nelle infrastrutture, diminuzione della litigiosità nella giustizia amministrativa, razionalizzazione degli apparati di sicurezza, distinzione dei ruoli e delle carriere nella giustizia penale, riforma degli studi superiori e universitari che riporti il nostro sistema formativo a livelli di credibilità in Italia e all’estero. Lo sappiamo da tempo che queste sono le priorità; perché non vengono mai affrontate o – peggio – quando lo sono con risultati così mediocri? E’ semplice (ma non si vuole dire). Perché qualsiasi soluzione davvero radicale e risolutiva comporta “morti e feriti”, cioè urta contro interessi diffusi, resistenze sindacali, privilegi acquisiti, indolenze inconfessabili. Ognuno vorrebbe cambiamenti radicali per gli “altri” ma nessuno è disposto ad accettarne per se stesso. Le dirigenze dei partiti quindi, pur consapevoli della necessità di compiere cambiamenti radicali, ne temono le conseguenze elettorali e affrontano i problemi con provvedimenti parziali, attenuati, sostanzialmente inidonei alla loro soluzione. Vale per la destra come per la sinistra.

Occorre fare come Macron. Dire con chiarezza (talvolta persino con spavalderia) cosa si vuole fare, senza alcuna concessione a chi la pensa diversamente, e sulla propria “agenda” di governo chiedere il consenso; le mediazioni – se saranno necessarie – verranno dopo e comunque saranno realizzate partendo da una posizione di forza incontestabile. Se non si fa così non se ne esce, in Italia come in Europa. Un’Europa che deve affrontare – possibilmente unita – grandi sfide planetarie che si chiamano Africa, Medio Oriente, rapporti commerciali con il Nord America, regolamentazione dei flussi finanziari che provengono dalla Cina e dai paesi produttori di petrolio.
Il problema dell’immigrazione – infine – va affrontato tenendo conto dell’evoluzione demografica, guardando al futuro, stabilendo con fermezza modi e tempi dei processi di integrazione che dovranno servire a mantenere l’identità culturale (non etnica) del nostro Paese e dell’Europa.
La paura, come sempre, non è una buona consigliera. Ma per battere la paura bisogna ragionare. Per ragionare bisogna conoscere i problemi e evitare di prospettare soluzioni semplicistiche e quasi sempre irrealizzabili. Bisogna guardare lontano, anche a costo di perdere qualche voto.

Solo i grandi statisti sono presbiti; i politicanti sono miopi. Servono urgentemente lenti multifocali.

Franco Chiarenza
2 luglio 2017

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