Il governo Conte-bis è partito attraversando indenne il coro di contestazioni che la Lega e il partito di Giorgia Meloni hanno inscenato dentro e fuori il Parlamento. Non mi pare che ci siano dubbi che si tratti di un governo debole partorito da una maggioranza parlamentare consapevole di non rappresentare – almeno in questo momento – la maggioranza dell’elettorato. Un governo nato dall’improvvisazione di un leader, forse sopravalutato, come Salvini il quale ha realizzato in pochi giorni uno degli auto-gol più clamorosi della storia repubblicana, consentendo a tutti coloro che gli si oppongono (ivi comprese le cancellerie europee più influenti) di vincere la partita cogliendo a volo l’occasione che si offriva. Resta da capire se l’auto-gol sia stato volontario (come molti sostengono) per non affrontare le scadenze di fine anno, o se invece si sia trattato semplicemente di un errore di valutazione sulla possibilità che i Cinque Stelle, dopo un anno di alleanza cementata dall’avversione al PD e alle istituzioni europee, potessero davvero ancora utilizzare i “due forni” con la stessa disinvoltura che avevano esibito dopo le elezioni del 2018; il che coincide con un’errata conoscenza della galassia pentastellata e del ruolo determinante che in essa vi svolge ancora Beppe Grillo.
Adesso tutto ciò non ha più alcuna importanza. E’ prevedibile che Lega e Fratelli d’Italia faranno un’opposizione senza sconti in attesa di un possibile inciampo che renda necessarie le elezioni, che Berlusconi invece cerchi di occupare uno spazio di “destra moderata e europeista” (compatibilmente con quanto resta ancora del suo elettorato, minato anche dalla scissione di Toti), che sul versante opposto Calenda cerchi a sua volta di creare una formazione di centro-sinistra in grado di raccogliere un elettorato di centro che non si riconosce nel PD e nelle sue tentazioni dirigistiche (chiaramente avvertibili nel programma di governo) e facendo i conti con il protagonismo sempre imprevedibile di Renzi. Quello che conta, adesso, è l’azione di governo.

Che fare.
Al di là di un programma farraginoso e difficilmente realizzabile senza perdere ulteriori consensi, il governo Conte-bis è chiamato a fare poche cose, subito e nel miglior modo possibile.
La prima è sciogliere il nodo dell’immigrazione clandestina nel suo duplice aspetto, quello degli sbarchi (dove si è concentrata l’azione repressiva di Salvini) e l’altro – più importante – della gestione degli immigrati sul territorio. Per risolvere il problema la solidarietà europea è imprescindibile e sembra che finalmente Macron e Merkel abbiano capito che abbandonare l’Italia a un destino di contenitore senza limiti dei flussi migratori dall’Africa è una politica che genera i Salvini e, conseguentemente, mina la stabilità dell’assetto liberal-democratico delle istituzioni comunitarie. Anche la nuova Commissione Von der Leyen pare muoversi nella direzione giusta che è una sola: modificare radicalmente il trattato di Dublino del 1997.
La seconda cosa da fare è l’aggiustamento del bilancio 2019. Anche in questo caso una maggiore propensione degli stati europei e della Commissione a facilitare politiche espansive sembra a portata di mano ma non bisogna illudersi che ciò significhi potere spendere in maniera illimitata aumentando ulteriormente il debito. L’attribuzione a Gentiloni del “dicastero” dell’economia è stata una mossa assai abile della nuova presidente ma non ci aiuta affatto; al contrario ci costringe a fare i conti con le compatibilità europee più di quanto abbiamo fatto fino ad oggi. La reazione positiva dei mercati internazionali alla nascita del Conte-bis costituisce un incoraggiamento a indirizzare la spesa pubblica nelle infrastrutture e in una politica fiscale che aiuti le imprese, evitando misure esclusivamente assistenziali che non risolvono alcun problema strutturale; il che è difficile da far capire ai Cinque Stelle ma anche a una parte del PD imbevuti di una cultura che riduce la socialità a redistribuzione delle (poche) risorse disponibili. Si tratta di un punto cruciale: se i ceti produttivi del nord (che hanno accolto la svolta di agosto con molta perplessità) avvertono di essere ancora una volta nel mirino di una politica fiscale penalizzante si traferiranno in massa sotto l’ala protettiva di Salvini, e sono molti di più e molto più seri delle “folle” di scalmanati in bermuda che hanno festeggiato il leader della Lega in alcune spiagge italiane.
Il terzo punto prioritario, collegato al secondo, è quello di avviare una riforma profonda delle infrastrutture materiali e culturali che rendono il nostro Paese non competitivo. Il lavoro dipende dalle imprese e dalla loro capacità di stare sui mercati nazionali e internazionali; aiutare le imprese in tutti quegli aspetti non salariali che incidono fortemente sulla produttività (costi energetici, complicazioni burocratiche, deficienze nelle strutture territoriali e nei trasporti, mancanza di una formazione di quadri preparati al futuro 4.0, ecc.) è l’unico modo serio di combattere la disoccupazione.
Il quarto punto riguarda il contrasto all’evasione fiscale senza proseguire nella politica dei condoni, immorale prima ancora che inefficace, capace tutt’al più di rastrellare qualche miliardo “una tantum”. Non dovrebbe essere difficile mettere a punto con le nuove tecnologie sistemi di incrocio dei dati in grado di fare emergere, almeno in parte, l’immensa platea sommersa che caratterizza nel nostro paese soprattutto le attività di servizio.
Infine il Mezzogiorno. Continuare nella politica degli aiuti finanziari a chi apre delle attività nel sud si traduce in un inutile spreco di risorse se non è accompagnata da modifiche strutturali profonde (anche salariali e fiscali in questo caso) che rendano convenienti gli investimenti e facciano emergere l’imprenditoria sommersa (che pure esiste); altrimenti gli “aiuti” si prendono e poi si fugge, come è avvenuto innumerevoli volte negli anni passati.

Di tutto il resto, compresa la riduzione dei parlamentari e le modifiche costituzionali che dovrebbero esservi connesse, ne riparliamo tra un anno se il governo sarà ancora in piedi (cosa di cui dubito).

 

Franco Chiarenza
12 settembre 2019

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