Il governo Conte 2 procede il suo accidentato cammino cercando intanto di conseguire il primo obiettivo per cui è nato: fare quadrare i conti del 2019 e soprattutto la previsione di bilancio per il 2020 superando indenne il vaglio della Commissione europea. La manovra di bilancio si presenta ancora una volta confusa, piena di micro-tasse più o meno visibili, con trascurabili misure strutturali, frenata dalle preoccupazioni politiche del movimento Cinque Stelle. Bisogna riconoscere che con questa maggioranza e in così poco tempo non era possibile fare molto di più, ma resta l’impressione di una manovra tappa-buchi priva di un orizzonte che vada oltre la congiuntura.

Fragilità politica
La debolezza politica della compagine governativa è evidente. Il movimento Cinque Stelle è sostanzialmente diviso tra la linea dettata da Grillo (e che Di Maio segue con visibile riluttanza), favorevole a una collaborazione a oltranza con il PD, e quella di chi vorrebbe un “ritorno alle origini” anche a costo di un isolamento politico e di una verifica elettorale probabilmente penalizzante. Ma anche tra i democratici e i renziani il clima non è dei migliori; l’ex presidente del consiglio sembra poco interessato alle sorti del governo, attento piuttosto ad accaparrarsi adesioni tra i democratici più scettici ma anche tra la destra moderata delusa dalla linea politica di appiattimento su Salvini che Berlusconi continua a sostenere. Il futuro di Renzi (come lui lo vede) è chiaro: un blocco centrale che rappresenti l’ago della bilancia in un futuro parlamento eletto con una legge proporzionale pura (con una soglia di sbarramento molto bassa) nella speranza che né la destra di Salvini e Meloni né il partito democratico raggiungano comunque la maggioranza. Ma anche il movimento Cinque Stelle, per ridimensionato che sia, potrebbe trovarsi in una posizione tatticamente analoga.

Fragilità strategica
La grande questione che l’attuale maggioranza non riesce ad affrontare in maniera coerente, in parte per le contraddizioni interne ma anche per mancanza di risorse sufficienti, è quella della ripresa della crescita. Per raggiungere l’obiettivo la ricetta è nota ed è quella chiaramente illustrata da Carlo Bonomi all’assemblea degli industriali lombardi: abbattere il cuneo fiscale che penalizza la produzione, completare le infrastrutture sul territorio (ferrovie, strade, porti, trasporti urbani) e quelle per realizzare reti di comunicazione ad elevata potenzialità; e così facendo rendere attraente il sistema Italia agli investimenti stanando anche i capitali che restano inutilizzati nei canali finanziari. Infine concentrare gli investimenti pubblici disponibili nelle maggiori criticità a partire dalla scuola. Ma una politica siffatta, orientata alla crescita, impone una forte riduzione della spesa assistenziale – comunque mascherata – e una sforbiciata molto sostanziosa agli sprechi della pubblica amministrazione (non soltanto centrale ma anche regionale). Soltanto un governo forte con una prospettiva a lungo termine può affrontare un programma che garantisca tali priorità affrontando anche l’impopolarità che può derivarne. E qui mi fermo.

Franco Chiarenza
4 novembre 2019

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