Con una cerimonia solenne nella sede della Banca d’Italia, alla presenza del Capo dello Stato e del presidente del Consiglio, è stato presentato qualche giorno fa il primo volume dell’edizione nazionale delle opere di Luigi Einaudi. Un’occasione per il governatore Visco di ribadire alcune preoccupazioni molto attuali e per il curatore Pier Luigi Ciocca di ricordare alcuni passaggi fondamentali del pensiero di Einaudi. Un’opportunità per un liberale qualunque come me per riflettere ancora una volta sulla sua eccezionale personalità.

Einaudi presidente
Non avrebbe mai potuto immaginare che la sua lunga esistenza politica si sarebbe conclusa al Quirinale, in quel palazzo che aveva ospitato papi e re, e che lui stesso – monarchico – rispettava come simbolo dell’unificazione nazionale. Ci arrivò in un momento difficile di passaggio istituzionale dal regno dei Savoia alla nascita della Repubblica in seguito a un referendum che aveva profondamente lacerato il Paese. La sua presidenza costituiva un precedente nel quale avrebbero in qualche misura dovuto riconoscersi i successori, un esempio per un’opinione pubblica incuriosita dalla novità, una garanzia per i monarchici che la loro preferenza istituzionale non sarebbe stata oggetto di discriminazione (come invece, necessariamente, si doveva fare in quel momento nei confronti dei nostalgici del fascismo).
Einaudi seppe svolgere il suo compito con uno stile ineguagliabile, unendo alla modestia personale un rispetto per le forme necessariamente solenni del ruolo istituzionale, utilizzando tutti gli strumenti che la Costituzione gli riconosceva per esercitare un ruolo di persuasione e di controllo sugli atti di governo. Non per questo smise di scrivere; lo “Scrittoio del Presidente” rappresenta una testimonianza preziosa di questa sua esperienza e, con le più note “Prediche inutili”, un testamento politico fondato sulla convinzione che la nuova classe dirigente dovesse con l’esempio, con chiare scelte politiche ed economiche, favorire la crescita morale e materiale del popolo italiano che usciva dalla terribile esperienza del fascismo e della seconda guerra mondiale

Einaudi economista
Einaudi era certamente un sostenitore dell’economia di mercato. Ma, proprio per questo, riteneva che il sistema italiano ereditato dal fascismo fosse lontano da quel modello, dato il peso che in esso avevano ancora le corporazioni, i monopoli, i vincoli di ogni genere che caratterizzavano la presenza dello Stato. Ma non era contrario all’intervento pubblico per principio; al contrario lo riteneva necessario quando serviva a garantire l’uguaglianza delle opportunità, quando cioè era finalizzato ad assicurare quanto più possibile le condizioni minime di partenza nella competizione esistenziale. Da qui l’importanza che Einaudi attribuiva alla scuola e alla sua capacità di rispondere efficacemente alle esigenze della società; da qui la sua ostilità al riconoscimento legale del titolo di studio che favorisce inevitabilmente la mediocrità a scapito della competenza. Nella sua concezione la scuola avrebbe dovuto essere diffusa ovunque secondo i diversi livelli di formazione, severa quanto basta per operare una giusta selezione, attenta a promuovere competenze da riversare sul mercato del lavoro, sensibile all’innovazione, in grado sostanzialmente di consentire a chiunque di possedere le conoscenze necessarie per potere deliberare consapevolmente nelle scelte che la società civile impone a ciascuno dei suoi componenti. Così non è stata e ne paghiamo le conseguenze anche in termini di coesione sociale.
Il medesimo principio valeva negli assetti produttivi; toccava allo Stato intervenire nelle infrastrutture necessarie e ogni qual volta potesse svolgere un ruolo di “volano” per lo sviluppo. Temeva però come la peste – ben conoscendo i vizi della classe politica – che strumenti pensati per realizzare tali compiti finissero per trasformarsi in giganteschi serbatoi di sottogoverno. La questione morale e le teorie economiche erano nel suo pensiero strettamente associate. Da qui la sua diffidenza per i colossi statali come l’IRI e l’ENI, troppo grandi e potenti per essere controllati dalla politica ma, al contempo, troppo infestati da logiche politiche clientelari per svolgere una funzione di sostegno all’iniziativa privata sufficentemente elastica da assecondare le variabili di un mercato sempre più ampio.

Einaudi governante
Come governatore della Banca d’Italia e poi ministro dell’Economia operò scelte molto nette: lotta all’inflazione (da lui considerata la più iniqua delle tasse perché colpisce maggiormente in proporzione chi meno ha), stabilità monetaria e contenimento del debito pubblico. Si deve a quelle decisioni (e a quelle successive di apertura dei mercati al commercio internazionale) se il Paese poté riprendersi con una velocità che stupì tutto il mondo, creando quel “miracolo” economico degli anni ’50 che miracoloso non fu ma semplicemente il frutto di scelte lungimiranti e di buon senso che non tutti avevano inizialmente apprezzato. Il futuro dell’Italia nell’idea di Einaudi coincideva con quello dell’Europa, la quale soltanto mettendo insieme le proprie risorse e le diverse espressioni culturali avrebbe potuto ritrovare un ruolo importante nella nuova distribuzione delle egemonie politiche che si stava delineando nel mondo. Se fosse vivo oggi si riconoscerebbe nello slogan “Più Europa”.
All’Europa Einaudi affidava anche le sue speranze perchè fosse finalmente abbattuto il muro dei privilegi corporativi che impediva lo sviluppo del Paese nel cruciale settore dei servizi; un fardello che ancora oggi frena l’innovazione e pesa sulla crescita almeno quanto l’esistenza di un debito pubblico ingestibile. E in effetti quel poco che si è riusciti a liberalizzare lo si deve ai trattati europei. Ma la strada da percorrere è ancora lunga; restano ancora radicati negli italiani alcuni vizi che hanno ereditato dalla loro storia, tra i quali quello di cercare sempre nella protezione dello Stato la risposta a tutti i problemi, anche di quelli che potrebbero risolvere da soli.

Einaudi giornalista
Molti non ricordano che Einaudi è stato anche un grande giornalista, sin dalle sue origini. Dalla pratica giornalistica ha ereditato probabilmente la sua scrittura rigorosa ma semplice e sempre comprensibile, convinto che la divulgazione corretta è altrettanto importante della competenza scientifica. E’ stato un collaboratore storico del “Corriere della Sera” prima dell’avvento del fascismo e dopo la caduta di quel regime; ma la sua firma compariva spesso anche sull’Economista. Nel periodo tra le due guerre, impedito nell’attività politica, diresse riviste specializzate di grande rilievo come “Riforma sociale” e “Rivista di storia economica”. Molto sensibile al tema della libertà di informazione, da lui giustamente considerato cruciale per le democrazie liberali, si schierò contro la decisione della DC di mantenere l’Ordine dei giornalisti, creato dal fascismo per controllare i giornalisti.

La terra di Einaudi
La famiglia Einaudi era molto legata alla terra, rivelando in ciò le antiche origini contadine. Anche Luigi Einaudi era attaccato a quel mondo, ai suoi riti, ai suoi valori; da lì aveva tratto quei convincimenti sull’importanza della competenza, del rigore morale, della concezione del rischio come fattore ineludibile dell’esistenza per affrontare il quale occorre prepararsi senza contare troppo sulla protezione dello Stato. Principi che aveva messo in atto nel podere di San Giacomo a Dogliani che lui stesso aveva acquistato dai conti Marenco e del quale si occupava attivamente nei momenti liberi e dove si rifugiava per scrivere e meditare. Anche da Presidente non mancò mai a una vendemmia, e ancora oggi un bicchiere di dolcetto Einaudi vale una gita in quei luoghi bellissimi, a contatto con le valli che hanno visto il fiorire di eresie protestanti le quali hanno lasciato un’eredità culturale che per secoli ha garantito il mantenimento di valori liberali fondamentali nella costruzione del Piemonte moderno, primo mattone dell’unità d’Italia.

Franco Chiarenza
20 gennaio 2019

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