Smettiamola di denominare le leggi elettorali con la desinenza latina “um”: mattarellum, porcellum, italicum. Un uso invalso a seguito di una battuta di spirito (quale fu all’origine nella versione di Sartori) che, se ripetuta all’infinito, diventa noiosa e volgare.
Parliamo di legge elettorale e basta.
I fatti sono noti. La legge vigente è stata dichiarata dalla Corte Costituzionale legittima e praticabile salvo il previsto ballottaggio tra le prime due liste che non abbiano raggiunto il 40% e il criterio per le candidature multiple. Considerato che – al momento attuale – la percentuale del 40% sembra irraggiungibile da qualsiasi partito ne deriva di fatto una legge proporzionale corretta da un modesto sbarramento del 3%. Si tornerebbe quindi a privilegiare la rappresentanza rispetto alla governabilità con un’inversione di tendenza stupefacente.
In realtà, poiché la legge è stata comunque modificata dalla Corte, un nuovo passaggio parlamentare pare inevitabile non soltanto dal punto di vista giuridico ma anche semplicemente per motivi di correttezza. E a questo punto sarà impossibile evitare una riapertura dei giochi a tutto campo perché in effetti un ritorno alla proporzionale nelle attuali condizioni non lo vuole nessuno (salvo forse il movimento cinque stelle che ha tutto da guadagnare da una situazione di instabilità di governo).
Inoltre c’è il problema del Senato. Immaginata dal partito renziano come un corollario alla riforma istituzionale che prevedeva la soppressione del Senato elettivo, la nuova legge elettorale non teneva conto del bicameralismo. Bocciata la riforma non vi è dubbio che alle prossime elezioni si voterà anche per i senatori e difficilmente si potrà conservare per esso una legge elettorale tanto difforme da quella che regolerà l’elezione della Camera dei deputati. Un accordo rapido e bi-partisan – come vorrebbe Renzi – trova quindi molti ostacoli sul suo cammino e la chiave del gioco – ancora una volta – passa nelle mani di Berlusconi, il quale non sembra interessato ad elezioni anticipate anche perché spera entro l’anno di ottenere alla corte di giustizia di Strasburgo un verdetto favorevole che gli consenta di rimettersi in gioco.

Forse sbaglio, ma ho l’impressione che Gentiloni possa dormire sonni tranquilli; si arriverà alla fine dell’anno senza un accordo definitivo, e da lì alla scadenza naturale del 2018 il passo sarà breve. Anche perché il presidente Mattarella non sembra entusiasta di sciogliere le Camere senza una visione chiara del “dopo”, soprattutto in un momento in cui l’Italia ha la presidenza di turno del G7 e la politica internazionale, già scossa dalla Brexit e dall’elezione di Trump, dovrà fare i conti con le elezioni in Olanda, Francia e Germania. A proposito della quale va detto che la candidatura di Schulz per i socialisti apre nuove prospettive, sia nel caso che la Merkel superi la difficile prova elettorale sia nell’eventualità di una nuova grande coalizione con i socialisti; se c’è un personaggio capace di imprimere un nuovo slancio all’unificazione politica dell’Europa questi è l’ex presidente del Parlamento europeo Martin Schulz.

Chi vivrà vedrà.

Franco Chiarenza
26 gennaio 2017

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.