Personaggio complesso, indecifrabile se non si tiene conto delle sue origini, Enzo Bettiza ha svolto un ruolo importante nel liberalismo italiano del dopoguerra. Era nato a Spalato in Dalmazia e la sua famiglia faceva parte della ricca borghesia di origine veneta che per diversi secoli ha convissuto con la maggioranza serbo-croata di quella tormentata regione adriatica. Esiliato in Italia dopo la nascita della repubblica comunista in Jugoslavia, è stato giornalista, scrittore, deputato del partito liberale. In sintonia con Indro Montanelli, col quale condivideva un anti-comunismo senza sconti, nel 1973 lasciò il Corriere della Sera per fondare “Il Giornale”.
Laico convinto sostenne nel partito liberale la linea “lib-lab” portata avanti da Altissimo per contenere il pericolo di un compromesso storico tra cattolici e comunisti, ma al sorgere della Lega non nascose la sua simpatia per il secessionismo lombardo-veneto che ne rappresentava il fondamento. Contraddizioni che vanno lette appunto nella cultura mitteleuropea adriatica che rappresentò sempre una caratteristica del suo impegno letterario e giornalistico, nel quale è sempre presente una grande attenzione per le trasformazioni del mondo dell’Europa orientale dove le distinzioni linguistiche e culturali si sono mescolate per secoli senza corrispondere quasi mai ai confini politici.
Testimone lucido e attento del suo tempo – che è anche il mio – fu liberale più per istinto e per cultura che non per convinta adesione alle teorie economiche e giuridiche del liberalismo; un personaggio peraltro da iscrivere senza esitazione nel “pantheon” dei liberali del XX secolo.

 

Franco Chiarenza
28 luglio 2017

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