Mentre il partito democratico continua con irritante lentezza il suo dibattito volto a definire non soltanto gli assetti di potere interni ma anche la piattaforma programmatica su cui dovrà caratterizzare la sua proposta alternativa, qualcosa si muove: comincia ad emergere un dissenso spontaneo nei confronti delle politiche della maggioranza, indirizzato soprattutto contro il movimento Cinque Stelle. L’accoglienza riservata dagli imprenditori lombardi alla relazione del presidente Bonomi, assai critica nei confronti del governo ma soprattutto contro il movimento di Di Maio, la manifestazione pro-TAV di Torino, il voto di alcuni senatori Cinque Stelle contro il condono dell’edilizia abusiva di Ischia, rappresentano segnali di disagio che non vanno sopravalutati (anche alla luce dei sondaggi che indicano il mantenimento di un forte consenso al governo) ma che meritano di essere analizzati con attenzione.

Cinque Stelle
Mentre infatti la Lega prosegue nel suo percorso politico di ricompattare una destra conservatrice, moderatamente protezionista, radicata soprattutto nel Lombardo-Veneto ma con significative presenze in altre regioni, con una leadership forte pronta a cavalcare spregiudicatamente tutte le pulsioni emotive tipiche dell’irrazionalismo sempre presente nella piccola borghesia italiana, restando però sostanzialmente inserita in un contesto istituzionale tradizionale (non bisogna dimenticare che la Lega ha governato con Berlusconi per molti anni), il movimento Cinque Stelle si trova in difficoltà a mantenere la sua immagine di strumento di raccolta dell’indignazione morale contro la corruzione e l’illegalità dopo l’imbarazzante inserimento nel decreto per Genova di un condono edilizio sulle abitazioni abusive di Ischia, pervicacemente voluto da Di Maio (con Berlusconi complice che rideva sotto i baffi).
Ma le difficoltà del movimento di Grillo non si fermano ad Ischia. Presentandosi alla ribalta come portatore di una politica sociale finalizzata a contrastare le crescenti diseguaglianze, esso, mettendo insieme istanze che, per quanto confuse, vanno considerate – stando ai tradizionali canoni interpretativi – più di sinistra che di destra, assumeva su di sé la parte più ingrata del programma di governo per i costi che implica e per i tempi che richiede (il che vale sia per il cosiddetto reddito di cittadinanza che per le pensioni sociali). Di Maio si trova così intrappolato tra l’esigenza di far fronte alla fin troppo facile (e gratuita) popolarità di Salvini e l’anima originaria del suo movimento che spinge a soluzioni rapide e costose le quali, comportando necessariamente uno scontro frontale con l’Unione Europea, portano altra acqua al mulino della Lega.
Non possiamo ancora sapere in quale misura queste evidenti contraddizioni incideranno sul consenso (già decrescente) che ha spinto i Cinque Stelle al potere. Lo vedremo nei prossimi mesi quando le sue diverse anime cominceranno a confrontarsi, tenendo conto che la composizione della sua base militante (piattaforma Rousseau) e quella del suo improvvisato elettorato (soprattutto meridionale) sono molto differenti. La base del movimento di Grillo infatti ha raccolto sotto le sue insegne spinte diverse e non sempre coerenti tra loro: innanzi tutto quella ambientalista favorevole al cosiddetto “sviluppo sostenibile”, da cui deriva in gran parte l’ostilità nei confronti delle “grandi opere”, ma accanto ad essa una cultura politica più estremistica derivata dalle tesi di Serge Latouche (la ben nota “decrescita felice”), pericolosa non per le previsioni decadentiste a cui si ispira ma per le derive autoritarie e anti-liberali che potrebbe comportare. Ci sono poi una componente etica massimalista che di fatto immagina una funzione etica dello Stato da cui derivano le derive dirigiste della compagine di Di Maio, e infine una frangia sostanzialmente socialista, con evidenti simpatie per il populismo alla Che Guevara (per esempio Di Battista), avversa alla globalizzazione e al neo-capitalismo, la quale raccoglie consensi tra i reduci del sessantottismo e giovani romanticamente egualitari. Una base militante quindi variegata e con diverse priorità difficile da tenere compatta a fronte di scelte di governo imposte dalla realtà. Ma l’elettorato è in grande maggioranza cosa diversa e credo che Grillo, Casaleggio e lo stesso Di Maio ne siano consapevoli (lo prova appunto lo stesso “caso Ischia”).
Molti di coloro che hanno votato il 4 marzo per il movimento di Grillo non lo hanno fatto per condivisione ideologica e men che meno per avversione alla modernità. Le ragioni sono state altre: innanzi tutto una generica insofferenza per chi governa – chiunque sia – che ha sempre colpito anche in passato uomini e partiti quando hanno dovuto compiere scelte inevitabilmente divisive che provocano delusione e rancori. Ma questa volta la protesta è stata alimentata anche dai comportamenti inaccettabili di una vecchia classe dirigente arroccata nei suoi privilegi, tanto più ingiustificabili in un momento in cui le disuguaglianze sociali approfondivano il solco tra i diversi ceti sociali e tra sud e nord; non si ha idea di quanti abbiano votato per rabbia, per punire l’arroganza del potere che si accompagnava all’evidente incapacità di farsi carico di un disagio sociale sempre più avvertibile. In questo contesto la proposta dei Cinque Stelle di un salario di cittadinanza – di per sé tutt’altro che scandaloso e già avviato dal governo Gentiloni – è stata letta in maniera distorta coltivando illusioni di un assistenzialismo generalizzato che ha fatto la differenza.
Adesso però ci si comincia a rendere conto che dietro lo schermo accattivante dei “vaffa” di Grillo si cela ben altro: una visione di governo pericolosa che, nell’intento frettoloso di mostrarsi “diversi”, sta rischiando di buttare insieme all’acqua sporca anche il bambino che andava lavato. Le esperienze di governo del movimento, locali e nazionali, sono state gestite, almeno fino ad oggi, con incompetenza, superficialità, dilettantismo (sbandierati come valori positivi rispetto al professionismo della cosiddetta “casta”) creando gravi difficoltà al sistema produttivo del Paese che, piuttosto che di sussidi, vive di credibilità e di stabilità del quadro politico.

Crisi imminente?
In un paese normale una situazione siffatta, con un governo presieduto da un arbitro privo di prestigio continuamente impegnato a mediare i conflitti tra i due veri protagonisti della partita, non potrebbe durare a lungo. Ma forse non sarà così. Salvini pensa probabilmente di mantenere e aumentare il consenso elettorale con una campagna anti-europea e non ha interesse ad anticipare il voto almeno fino alle elezioni europee; Di Maio, dal canto suo, se provocasse una crisi andrebbe incontro a una sconfitta politica sancita da un rovesciamento dei rapporti di forza con la Lega, rischiando oltre tutto personalmente di scomparire dalla scena in base alle assurde regole del suo partito che, imponendo un rapido turn over, comporterebbero in caso di nuove elezioni la sua sostituzione al vertice. E’ ragionevole quindi ritenere che, almeno in base a un calcolo politico (al netto delle variabili imprevedibili), il governo possa durare fino a giugno dell’anno prossimo. Con quanti danni per il Paese non si sa. Ma, dicono i miei amici pentastellati, peggio di prima non è possibile. Invece è possibile.

 

Franco Chiarenza
15 novembre 2018

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