La domanda che mi sono posto subito dopo il vertice dell’Unione che ha sbloccato il piano di rilancio economico “Next generation” (con annesso Recovery Fund) su cui i governi di Polonia e Ungheria minacciavano di porre il veto è stata: chi ha vinto (o perso) nel tiro alla fune che da molti giorni contrapponeva Angela Merkel ai premier di Budapest e Varsavia?
Poco se ne capisce dai nostri media tutti concentrati al sollievo per la conferma dei 200 miliardi (sul cui utilizzo già si sta litigando) che parevano compromessi dall’ostinazione di alcuni partner europei (e del Parlamento di Strasburgo) di condizionare gli aiuti europei al rispetto delle regole dello stato di diritto, principio apertamente contestato da paesi che ostentatamente dichiarano di essere democrazie populiste lontane dal modello liberal-democratico degli altri 25 partner. A leggere certi giornali sembra che agli italiani interessi soprattutto incassare i soldi e che per il resto si tratti di impuntature di scarsa importanza. Ma per i liberali non è così: il rispetto dello stato di diritto vale più di qualsiasi finanziamento.

Il compromesso Merkel
Alla fine il compromesso che la leader tedesca ha strappato ha consentito alla Germania di chiudere con un successo non scontato il semestre della sua presidenza dell’Unione. Ma a quale prezzo? Come ne esce la credibilità politica e – diciamolo pure – ideologica di quella che dovrebbe avviarsi a diventare (soprattutto dopo la Brexit) una vera e propria confederazione fondata su principi condivisi? Per capirlo bisognerebbe analizzare il contenuto del compromesso, cosa che i nostri giornali non fanno in maniera adeguata.
Per quel che ne ho capito e fatte salve le inevitabili precisazioni che arriveranno mi pare si possa affermare:
a) – che sulla questione di principio (riconoscimento dello stato di diritto come fondamento dell’Unione) gli altri 25 paesi dell’Unione non hanno fatto alcun passo indietro.
b) – che sulla clausola che condiziona la distribuzione dei fondi europei al rispetto di tale principio la Merkel ha dovuto cercare un compromesso perchè purtroppo i trattati prevedono in molti casi (tra cui quello in oggetto) l’unanimità dei consensi e Polonia e Ungheria hanno minacciato di farla mancare. Portare avanti lo scontro fino alle estreme conseguenze avrebbe comportato una rottura dannosa soprattutto per le popolazioni polacche e ungheresi, in quanto entrambi i paesi sono beneficiari netti delle varie erogazioni europee. Si è preferito, almeno per il momento, evitare il peggio.
c) – che il compromesso è basato su un’interpretazione del vincolo non retroattiva e anzi spostata in avanti al momento in cui eventuali violazioni dello stato di diritto saranno confermate da pronunce definitive della Corte di giustizia europea. Clausola a cui teneva molto il leader ungherese Orban che l’anno prossimo dovrà affrontare elezioni politiche il cui esito non appare del tutto scontato, malgrado i condizionamenti posti ai mezzi di informazione non allineati.
d) – che infine Ungheria e Polonia hanno ottenuto (e questa sarebbe la cosa più grave) che la condizionalità del rispetto dello stato di diritto sia limitata al piano “Next generation” votato dal Parlamento europeo e non ad altri finanziamenti e vantaggi di cui già godevano.
Se questa mia lettura dell’accordo è corretta bisogna riconoscere che per non provocare una frattura dagli esiti incerti si è accettato di pagare un prezzo elevato in termini di credibilità politica. I liberali avrebbero certamente preferito una soluzione più drastica ma la Merkel e Macron (che anche in questa occasione hanno confermato la loro intesa strategica) hanno optato per una soluzione ispirata alla prudenza della “real-politik” nella convinzione che anche i partiti populisti al potere in alcuni paesi europei capiscano che c’è un limite al principio di sovranità oltre il quale scatta inevitabilmente l’incompatibilità con l’appartenenza all’Unione Europea.
A buon intenditor……

 

Franco Chiarenza
14 dicembre 2020

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