Inutile girarci intorno: questo è il problema. Oggi come mai in precedenza, perché l’inattesa svolta americana ci rivela che l’Europa, di cui – piaccia o meno – rappresentiamo una componente importante, è il re nudo della famosa favola di Andersen.

Europa sì
Uno dei luoghi comuni ricorrenti è che l’Europa è nata male perché concepita soltanto sulla dimensione dell’economia di mercato, senza una “testa” politicamente responsabile e senza sensibilità sociale. La verità è che l’Unione Europea non poteva probabilmente che nascere così; nella storia nulla è casuale e ci sono motivazioni reali e profonde perché le cose siano andate nel modo in cui sono accadute malgrado gli sforzi di una classe dirigente che nei principali paesi del continente non mancava occasione per dichiararsi europeista. Ma anche così, con regole cogenti per regolamentarne i mercati e certamente sbilanciata sul piano politico e militare a favore dell’ombrello protettivo americano, la Comunità Europea ci ha consentito di crescere come mai in precedenza, di assicurare alla maggioranza della popolazione un tenore di vita tra i più elevati al mondo, di creare una rete complessa di rapporti interdipendenti che hanno permesso ai giovani di sentirsi europei a prescindere dalle differenze di lingua, di culture, di religioni. Non succedeva dai tempi dell’illuminismo quando sulla spinta del rinnovamento umanistico e rinascimentale l’Europa riaffermò la propria egemonia culturale sostanzialmente unitaria, al di là dei conflitti militari e dei conflitti politici che la dividevano.
Il trattato di Schengen ha aperto i confini di molti paesi consentendo a uomini e merci di muoversi liberamente senza visti e passaporti, come in una sola nazione; il progetto Erasmus ha permesso a centinaia di migliaia di giovani di viaggiare e fare esperienze in paesi diversi dal proprio.
L’unificazione monetaria ha assicurato ai paesi che hanno aderito all’Eurozona anni di stabilità nei prezzi eliminando le crescite fittizie fondate sulle manovre del cambio e costringendo la nostra industria manifatturiera a realizzare innovazioni di prodotto che l’hanno resa più competitiva; se non ha conseguito a pieno gli effetti positivi che ha avuto in altri paesi la colpa è soltanto nostra. Abbiamo sottovalutato l’importanza delle infrastrutture in una economia globalizzata dove i fattori della competizione non riguardano soltanto il costo del lavoro ma anche (e forse soprattutto) le infrastrutture: siano esse quelle culturali (scuole e università), dei servizi (soprattutto giustizia e servizi legali), dei trasporti (ferrovie, porti, autostrade), del credito (banche e strutture di sostegno agli investimenti), della pubblica amministrazione, della sicurezza; tutti settori in cui siamo rimasti indietro, condizionati dai ricatti elettorali di corporazioni variamente costituite che hanno sempre ostacolato qualsiasi cambiamento radicale. Con chi ce la vogliamo prendere? Siamo arrivati al punto di perdere cospicui finanziamenti pur di non adeguarci alle rigorose regole anti-corruzione pretese da Bruxelles, mentre in altri paesi (vedi Spagna) si rimettevano a nuovo coi soldi europei (e quindi anche nostri). Colpa della Merkel, brutta (il che è vero) e cattiva (il che non è vero)?

Europa no
In Europa contiamo sempre meno. L’asse franco-tedesco, perno essenziale degli equilibri continentali, è sempre più inclinato verso Berlino mentre i problemi del Mediterraneo (non ultimo quello dell’immigrazione selvaggia) sono vergognosamente trascurati. Il trattato di Schengen andava bene quando riguardava essenzialmente gli europei, è diventato un disastro quando ha consentito a centinaia di migliaia di immigrati clandestini di sfuggire a qualsiasi controllo. E infatti è stato precipitosamente sospeso da molti paesi quando l’invasione ha assunto dimensioni senza precedenti.
L’euro forte favorisce la Germania e le sue esportazioni, e se anche fosse vero che il suo surplus commerciale è il risultato di scelte di politica economica virtuose (al contrario delle nostre) come faremo a risalire la china senza concrete misure di sostegno incompatibili con i severi vincoli del trattato di Maastricht?
Per queste ragioni i sostenitori del ritorno alle piene “sovranità nazionali” ritengono che la flessibilità necessaria ai paesi mediterranei (Italia, Grecia, Spagna) si possa ottenere soltanto abbandonando l’Eurozona e tornando al controllo nazionale dei cambi. Politiche sociali di sostegno per il lavoro possono essere realizzate soltanto tramite politiche protezionistiche variamente calibrate in base ad accordi bilaterali, come Trump si propone di fare per correggere gli squilibri commerciali con la Cina, il Giappone e la Germania responsabili delle delocalizzazioni industriali e dei problemi sociali connessi. I vantaggi di un’Europa unita sono stati reali ma rappresentano un’eredità del passato che oggi non corrisponde più alle convenienze di paesi come il nostro. La Brexit e la vittoria di Trump in America hanno contribuito a rafforzare queste tesi; è sempre più difficile convincere le opinioni pubbliche (una volta prevalentemente europeiste) della convenienza a restare in un’Unione Europea fondata sull’asse Berlino – Francoforte. Il fatto che per ora – ma non ancora per molto – la Banca Centrale Europea sia governata da un italiano attutisce ma non elimina il problema.

Europa forse
Il fatto è che la costruzione europea rappresenta una sfida. Vere o sbagliate che siano le ragioni dell’exit o del remain occorre esaminare il problema adottando ottiche diverse, se non si vogliono compiere errori irrimediabili.
Innanzi tutto bisogna considerare realisticamente se tornare indietro sia possibile, quanto ci costerebbe e se sarebbe davvero conveniente; aspetterei di vedere cosa succederà con la Gran Bretagna che pure era assai meno integrata di noi nell’Unione.
Poi occorre capire se le svalutazioni competitive rappresenterebbero davvero quella panacea che alcuni immaginano per risolvere i problemi dell’occupazione mantenendo tutte le nostre cattive abitudini (che è il vero sogno di tanti italiani). Perché le condizioni del mercato internazionale non sono più quelle di tanti anni fa e perché il rischio delle ritorsioni protezionistiche è assai più elevato.
Se riavere il controllo sulla propria moneta significa – come mi pare pensino molti fautori dell’Italexit – aumentare la spesa pubblica per sostenere i bisogni sociali, occorre capire se ciò comporterebbe una ripresa dell’inflazione come già la conoscemmo in passato. L’inflazione – insegnava Einaudi – è la più ingiusta delle tasse perché grava in maniera inversamente proporzionale su ricchi e poveri.
Se però restare in Europa significa lasciare le cose come stanno gli svantaggi per l’Italia potrebbero aumentare e rischieremmo, come la Grecia, un avvitamento verso il basso che ci renderebbe sempre più periferici negli equilibri continentali. Bisogna quindi restare in Europa e cambiarla. Questa è la vera sfida.
Trump forse ci aiuterà; ritirando l’ombrello a stelle e strisce ci costringerà a fare i conti con noi stessi. E i conti sono presto fatti: ci conviene essere una piccola parte di un’Europa grande e potente in grado di fare valere le sue (e nostre) ragioni, piuttosto che restare soli a cercare alleanze bilaterali che somiglierebbero pericolosamente a quelle tra un topo e un leone ?
Ma perché l’opinione pubblica si convinca di questo occorre fare sul serio; il passo compiuto dalla cancelliera Merkel in direzione di un’Europa forte tra chi ci sta, va nella giusta direzione.
Ma resta da definire come, in quali tempi, con quali passaggi, verso quali conclusioni. Dovremo attendere le elezioni francesi e tedesche per capire meglio? Forse sì; un’Europa senza la Francia e la Germania non è nemmeno immaginabile.

Franco Chiarenza
13 febbraio 2017

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