La gente comune, in maggioranza priva di una laurea in economia, non ci capisce più nulla: MES no, eurobond sì, BEI bòh, fondi speciali non si sa. Poi c’è la BCE col QI, il SAFE. Tutti si improvvisano economisti e aumentano la confusione. Si litiga tanto ma non si comprende bene su che cosa. Certo si tratta di soldi, questo almeno è chiaro; soldi nostri che l’Europa non vuole restituirci (secondo Salvini e Meloni) e di cui sdegnosamente potremmo anche fare a meno chiedendoli a Cina, Giappone, (e perchè no alla Corea?); soldi europei di cui abbiamo bisogno (secondo Conte e Gualtieri) e che non possiamo ottenere da nessuno al di fuori dell’Europa. Allora, come stanno realmente le cose?
Secondo il Liberale Qualunque stanno semplicemente così.

Cosa intendiamo per Europa
L’Europa non è quella che gli europeisti vorrebbero e nemmeno quella che i sovranisti (meglio chiamarli nazionalisti) immaginano. Si tratta, oggi come oggi, di un club di stati nazionali che si sono associati per convenienze economiche e a tal fine hanno messo insieme alcune risorse finanziarie creando strumenti adatti per amministrarle: alcuni di essi hanno addirittura rinunciato a battere moneta in favore di una moneta unica in grado di fronteggiare l’egemonia del dollaro americano sui mercati internazionali. Tutto il resto è fumo negli occhi: parlamento europeo, corte di giustizia, burocrazia di Bruxelles. Certo, molti di noi, i liberali più di tutti, vorrebbero che fosse molto di più, ma dobbiamo essere realisti: oggi l’Unione Europea è sostanzialmente quella che abbiamo descritto e quindi, come in qualsiasi club che si rispetti, bisogna fare i conti con tutti i suoi soci ognuno dei quali ha un voto e le decisioni quasi sempre vanno prese all’unanimità. Ma come accade in tutti i club, i soci sembrano tutti uguali ma qualcuno di loro conta di più (per ricchezza, prestigio, origini familiari, ecc.). E’ il caso di Francia e Germania, ma pure l’Italia, per varie ragioni che qui sarebbe troppo lungo elencare, fa parte del gruppo di soci più autorevoli anche se la sua immagine si è molto incrinata negli ultimi anni.
Quando uno dei soci si trova in difficoltà ha il diritto di chiedere l’aiuto degli altri ma chi deve garantire i prestiti necessari ha anche il diritto di chiedere adeguate garanzie; funziona così ovunque, nelle famiglie, nelle collettività, nei mercati. Se uno dei soci bara e dichiara situazioni che non corrispondono alla realtà i casi sono due: o viene espulso dal club oppure i soci gli danno l’aiuto necessario a precise condizioni e con vincoli molto stringenti. E’ quello che è avvenuto con la Grecia e tra i soci che chiedevano garanzie per aiutarla c’eravamo anche noi. Piaccia o meno così ha funzionato l’Unione Europea fino ad oggi; chi non ci sta può sempre andarsene (come ha deciso di fare la Gran Bretagna).

Coronavirus
Con l’arrivo micidiale della pandemia Covid 19 le regole esistenti sono sembrate insufficienti a tutti i soci; non è di questo che si discute. Per fare ripartire l’economia dopo la batosta occorrono misure straordinarie e ciò vale per l’Italia ma anche per gli altri paesi. La Banca Centrale Europea si è attivata (dopo qualche esitazione) e acquisterà titoli (anche italiani) per centinaia di miliardi. Quali sono allora i problemi? Sono due: la quantità di risorse da immettere nel sistema per impedire strozzature finanziarie (che potrebbero venire anche dai mercati extra-europei) ma che non possono superare certi limiti senza il rischio di innescare processi inflattivi incontrollabili, e come distribuire i fondi cash immediatamente disponibili. Ed è qui che casca l’asino, o meglio si fa sentire il pregiudizio dei nostri partner nei confronti della capacità dei nostri governi di utilizzare correttamente risorse che provengono dalla cassa dell’intero circolo, e cioè di tutti i suoi componenti. Hanno torto?
Bisogna essere onesti: in passato l’Italia si era impegnata a ridurre il debito pubblico almeno della metà per allinearlo a quello degli altri soci e non lo ha fatto. Ha chiesto tempo e deroghe per sistemare alcune condizioni strutturali che strozzavano l’economia e non lo ha fatto; al contrario ha disperso le risorse disponibili in misure assistenziali di dubbia efficacia. Ha ottenuto l’assegnazione di fondi europei destinati alle aree meno sviluppate (in cui rientrava il nostro Mezzogiorno) e non li ha utilizzati, tanto che per la maggior parte sono finiti dirottati in altri paesi (come Spagna e Portogallo). Cosa pensereste se foste tedeschi o olandesi qualunque? Uno dei “difetti” della democrazia è che bisogna tenere conto non soltanto dei governi ma anche delle opinioni pubbliche, e queste si formano anche su pregiudizi amplificati dai mass-media; non sempre i governi, soprattutto se dispongono di maggioranze deboli, riescono a mediare tra la “pancia” delle credenze populiste e i veri interessi del loro paese. E’ sempre stato così, figurarsi in tempi di social-network.
Detto questo resta il fatto che il “club Europa” – piaccia o no – si fonda su un’economia di mercato regolata in cui i problemi del disagio e dell’emarginazione si risolvono aumentando l’efficienza produttiva e con essa i posti di lavoro, riservando le misure di assistenza sociale a quanti si trovano realmente in condizioni di povertà; il che, almeno nella percezione delle pubbliche opinioni dei paesi settentrionali, il nostro paese non ha fatto. In sostanza, per non farla troppo lunga, i nostri partner non si fidano di come spenderemo le risorse che il club potrebbe metterci a disposizione e vorrebbero essere certi che i soldi vadano realmente alle persone e alle strutture produttive danneggiate dal coronavirus e non vengano dispersi in altre direzioni. L’opposizione (Salvini e Meloni) indignata invoca l’orgoglio nazionale, la maggioranza si batte sui tavoli europei per strumenti flessibili che non implichino controlli e supervisioni; ma l’Italia col suo deficit da record mondiale si trova in difficoltà e rischia l’isolamento. Ecco in cosa consiste la partita che si sta giocando a Bruxelles.

Italexit?
Inutile girarci troppo intorno: nel club o ci si sta con le regole che noi stessi abbiamo contribuito a scrivere o se ne esce. Cambiare le regole si può ma è un lavoro lungo e difficile che certo non si risolve in poche settimane, e anche l’ipotesi di creare un altro club più esclusivo con i soci disposti a trasformarlo in una vera comunità politica fondata su valori condivisi richiede tempi lunghi. Adesso non ci sono alternative: cercare aiuti fuori dall’Unione significa fare un passo verso l’uscita come appunto vorrebbero le minoranze nazionaliste (non soltanto in Italia).
Ma poi: chi ci dovrebbe aiutare e a quale prezzo? Perchè gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone o chiunque altro (a prescindere dal fatto che sono anch’essi duramente colpiti dalla pandemia) dovrebbero darci consistenti aiuti senza adeguate garanzie? Certo, il “piano Marshall” – spesso evocato – era un aiuto a fondo perduto ma era stato concepito per aiutare un paese distrutto dalla guerra e che non aveva risorse sufficienti per superare l’emergenza; l’Italia di oggi, malgrado tutto, non è nelle stesse condizioni. E poi dove va a finire la “dignità nazionale” sempre evocata dalla coppia Salvini-Meloni?
“Faremo da soli” è la sdegnata risposta di Salvini, e non è una minaccia da prendere alla leggera perchè in realtà fare da soli si può. Basta uscire dall’euro, deprezzare la moneta che lo sostituisce, rapinare il risparmio privato trasformandolo forzosamente in titoli di credito garantiti dallo Stato, difendere la produzione nazionale creando barriere doganali, evitare i fallimenti attraverso indiscriminate nazionalizzazioni; ma il prezzo che pagherebbero gli italiani sarebbe altissimo.
Buona parte delle esportazioni non troverebbe sbocchi adeguati, merci e servizi esteri dovrebbero essere pagati in dollari (il cui cambio sui mercati finanziari ci penalizzerebbe), il potere d’acquisto reale diminuirebbe e con esso i consumi interni; insomma un avvitamento all’indietro che ci riporterebbe agli anni ’30 del secolo scorso. E magari, passo dopo passo, dopo avere riesumato dal fascismo autarchia e corporativismo, anche il modello politico potrebbe modificarsi per passare da una democrazia liberale a una democrazia illiberale (come propongono gli esempi di Putin e di Orban).
Prima di buttare alle ortiche quello che abbiamo costruito negli ultimi settant’anni stateve accorte.

Franco Chiarenza
16 aprile 2020

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