La vicenda della Sea Watch su cui ci si sta accapigliando in Italia (e altrove) è al tempo stesso molto semplice e assai complessa. Semplice nella sua dinamica: una nave appartenente a una ONG prende a bordo una quarantina di naufraghi abbandonati in mare dai soliti scafisti criminali. Con ciò si chiude l’aspetto umanitario della vicenda, i naufraghi risultano al momento dello sbarco in buone condizioni di salute (quelli che non lo erano erano già stati portati a terra), e si apre invece una complicata questione politica che non riguarda più i naufraghi come persone (posto che il loro ricollocamento in Italia o in altri paesi, dato il numero esiguo, non costituisce un problema) ma questioni di principio politiche con notevoli ricadute giuridiche.
Da una parte c’è Salvini, azionista di maggioranza di un governo che proprio sul problema dell’immigrazione clandestina ha raccolto il consenso elettorale con un preciso mandato di ridurre drasticamente il suo impatto sulla popolazione civile, il quale, in coerenza con gli impegni presi con l’elettorato, ha chiuso alle ONG l’accesso ai porti italiani; dall’altra c’è una ONG che ha assunto un atteggiamento chiaramente provocatorio con l’intenzione evidente di forzare il blocco e dimostrare così che la strada è di nuovo aperta al trasferimento dei profughi in Italia. C’è poi il governo olandese coinvolto direttamente per il fatto che il Sea Watch batte bandiera olandese e quindi, secondo il governo italiano, avrebbe dovuto farsi carico dei profughi. Non basta: c’è in gioco anche la Commissione dell’Unione Europea vincolata da un trattato (trattato di Dublino) che l’Italia non vuole più riconoscere e che gli altri stati dell’Unione rifiutano di modificare nella parte che più interessa l’immigrazione clandestina, gli oneri che ricadono sul paese di primo sbarco.
Una matassa difficile da sbrogliare in cui tutti hanno le loro ragioni e i loro torti ma che non consente forzature illegali e inopportune come quelle che la giovane comandante della Sea Watch ha compiuto a Lampedusa.
Intorno alla vicenda si è quindi giocata una partita politica senza esclusione di colpi che ha lasciato sul terreno una sola vittima, la possibilità di raggiungere un accordo ragionevole su scala europea. Questioni di principio, preoccupazioni elettorali (anche negli altri paesi europei), interpretazioni giuridiche, forzature “umanitarie” pretestuose, si sono mescolate in un intreccio che sarà difficile da sbrogliare. Salvini ha condotto la partita come un gatto col topo: alla fine il topo è rimasto vivo ma il leader della Lega ha dimostrato agli italiani di essere un vigile interprete delle loro preoccupazioni, e ai paesi dell’Europa del Nord le contraddizioni implicite nei loro comportamenti. La sinistra e i radicali si sono prestati alla finzione umanitaria che faceva da schermo a una sostanziale provocazione sperando di averne qualche vantaggio in termini di consenso elettorale ma non si vede una strategia realmente alternativa a quella della Lega in grado di aggregare consenso. L’ONG responsabile di questa vicenda voleva probabilmente dimostrare che Salvini è soltanto una “tigre di carta” e che la politica di chiusura dei porti non funziona, ma il costo ha finito per risultare troppo alto per un risultato tanto modesto.

Punto a capo
Bisogna ripartire da zero per cercare una soluzione che vada oltre il braccio di ferro che è stato ingaggiato tra la destra italiana e i paesi del Nord Europa che vedrebbero volentieri l’Italia svolgere con i profughi africani la stessa funzione di serbatoio che la Turchia garantisce nei confronti di quelli provenienti dall’Est. La riforma del trattato di Dublino è urgente: altrimenti Salvini avrà buon gioco a pretenderne una denuncia unilaterale.
Naturalmente però il problema vero è in Libia: è lì che bisogna intervenire con misure di breve e lungo termine. Nell’immediato, perché non chiedere all’Unione Europea di promuovere un intervento armato umanitario, autorizzato dall’ONU e affidato all’Unione Africana (per evitare accuse di neo-colonialismo), per il controllo e la gestione dei campi profughi? Con un adeguato supporto logistico e finanziario la cosa sarebbe realizzabile senza eccessive difficoltà e senza interferire più di tanto nella guerra civile in atto in quel paese.
Nel frattempo però non si può lasciare alle ONG, di alcune delle quali non sono chiari né i finanziamenti né gli obiettivi reali, il potere di decidere quali e quanti profughi trasferire in Italia. Ovviamente si dirà che le navi delle ONG si limitano a raccogliere i naufraghi ma, anche senza sospettare connivenze non dimostrate, è evidente che gli scafisti che continuano a gestire l’emigrazione clandestina sanno bene dove e quando fare incrociare le imbarcazioni abbandonate con mezzi di soccorso che non riportino indietro i profughi. Il risultato paradossale, al di là di ogni esigenza umanitaria (che va comunque sempre assicurata), è che coloro che vengono salvati non sono i più disgraziati ma quelli che hanno potuto pagare gli scafisti, alimentando così i loro loschi profitti!

Il futuro
La questione dell’immigrazione considerata in una proiezione a lunga scadenza passerà inevitabilmente dall’apertura delle frontiere (nostre ma pure degli altri paesi europei), anche per esigenze obiettive imposte dal crollo demografico; il problema riguarda i tempi e le modalità con cui effettuare tale trasmigrazione (perché di questo si tratterà) modificando le nostre leggi che oggi rendono problematico e illegale l’utilizzo degli immigrati, ma anche evitando che l’Italia venga utilizzata come un gigantesco campo profughi in cui concentrare tutti gli immigrati e da cui attingere eventualmente soltanto in base alle necessità di ciascun paese europeo. Il che avverrà inevitabilmente se i porti restano aperti, gli sbarchi consentiti e, al contempo, vengono chiuse le frontiere terrestri in palese violazione degli accordi di Schenghen (pudicamente dichiarati “sospesi”).
Il problema delle frontiere esterne dell’Unione è strettamente legato alla riapertura di quelle interne. O si risolve affidando all’Unione il compito di vigilarle con mezzi adeguati (anche paramilitari), eliminando definitivamente quelle interne e riattivando senza deroghe e “sospensioni” la libera circolazione all’interno dei paesi europei che hanno aderito allo “spazio Schenghen, oppure i “sovranismi” troveranno una loro giustificazione. L’obbligo di accogliere e registrare i profughi da parte dei paesi di “primo ingresso” (che è la questione che divide i paesi più esposti dagli altri) può essere mantenuto soltanto se accompagnato dall’apertura delle frontiere interne e da misure di accoglienza gestite dall’Unione e rese obbligatorie per tutti. E’ tempo di rimettersi intorno a un tavolo senza preclusioni pregiudiziali; vale per l’Italia ma anche per gli altri partner sempre pronti a invocare la solidarietà e a non praticarla.

Il fantomatico “piano Marshall” per l’Africa
Molti sono quelli che cercano di eludere problemi immanenti con fughe in avanti come immaginare un fantomatico “piano Marshall” per l’Africa che in tempi brevi dovrebbe consentire agli africani di restare a casa loro in condizioni esistenziali accettabili. L’ho pensato anch’io ma mi sono convinto che:

  1. per realizzarlo occorrono risorse molto rilevanti (che dubito i paesi europei sarebbero disposti a impegnare) e tempi talmente lunghi da non incidere sulle spinte migratorie.
  2. un piano coordinato di interventi dovrebbe essere accompagnato da una rinuncia di alcune potenze europee ex-coloniali a gestire strategie di sostegno strettamente legate ai propri interessi (Francia, Italia, Gran Bretagna ma anche Germania, ecc).
  3. il piano ERP funzionò dopo la guerra nell’Europa occidentale anche perchè si accompagnò alla presenza di una classe dirigente responsabile, formata secondo principi omogenei, preparata a gestire la complessità dell’economia. Purtroppo non mi pare che, nella maggioranza dei casi, tali condizioni esistano nell’Africa equatoriale e meridionale (con qualche eccezione: Sudafrica, Kenya, Etiopia e pochi altri).
  4. l’unica cosa realizzabile concretamente in tempi brevi è l’avvio di una politica di integrazione, collegata con l’Unione Europea, nei paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo (Magreb, Egitto, Libano). L’Italia potrebbe proporlo insieme agli altri paesi meridionali dell’Unione, Francia, Spagna, Grecia, Malta.
    Condizioni complessivamente difficili che richiederebbero da parte dell’Europa uno sforzo unitario che non pare all’orizzonte e che comunque frenerebbero l’emigrazione ma non la fermerebbero per la semplice ragione che è l’Europa che tra pochi anni avrà bisogno degli immigrati per sopravvivere.

Piuttosto bisogna pensare a come selezionare l’immigrazione, come garantire la loro integrazione, come formare le nuove generazioni (nostre e loro) a convivere in una situazione così diversa, con la consapevolezza che i nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra identità nazionale ed europea può anche passare attraverso l’integrazione degli immigrati secondo la grande lezione che ci proviene dalla storia dell’impero romano e che si è ripetuta molti secoli dopo negli Stati Uniti d’America.

 

Franco Chiarenza
1 luglio 2019

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