I maestri del liberalismo nell’Italia repubblicana

L’ultimo libro di Giuseppe Bedeschi (I maestri del liberalismo nell’Italia Repubblicana, Rubbettino, 2021) dimostra che al liberalismo i maestri non sono mancati, né sono mancate le scuole: cioè le correnti di pensiero, spesso in contrasto tra loro. Sono mancati, tragicamente, alunni attenti e volenterosi. E una lezione così importante è stata ascoltata da pochi e messa in pratica da quasi nessuno.
L’autore passa in rassegna quelli che a suo avviso sono stati i principali protagonisti della cultura liberale italiana del periodo, mettendo in luce gli elementi fondamentali del loro pensiero. A comporre questo pantheon sono Croce, Einaudi, Salvemini, Calogero, Antoni, Maranini, Bobbio, Matteucci, Sartori, Romeo. Un capitolo a parte è dedicato alla critica liberale del marxismo; un altro alla tradizione meridionalista. In appendice si può trovare un ritratto di Lucio Colletti, in cui viene ricostruita la sua particolare parabola intellettuale.

Il libro ha alcuni meriti che è opportuno mettere in luce. In primo luogo, viene riscoperta la tradizione del liberalismo nazionale, che in molti casi è stata sottovalutata, misconosciuta e vista come un residuo provinciale, una specie di salotto di nonna Speranza. Bedeschi riesce a restituire la complessità di questo pensiero, nei differenti approcci, senza negare divergenze e contrasti. Non cade, insomma, nella tentazione di ricondurre questi filoni ad una forzata unità con azzardati sincretismi o con spericolati tentativi di riconciliazione a posteriori. Lo stile di scrittura è piano e scorrevole, facilmente comprensibile da tutti.

In medaglioni di poche pagine non si può ovviamente esaurire il pensiero di un autore. Possiamo considerare questo libro come una lettura introduttiva per comprendere una parte importante della cultura filosofica, storica e politica del nostro paese, alla luce dei temi e dei problemi che si è trovata di fronte. Ma anche come punto di partenza per riflessioni ulteriori intorno al liberalismo italiano, con particolare riferimento alle ragioni del suo declino politico.
In altri termini, ci si potrebbe chiedere per quale motivo – per restare soltanto al periodo repubblicano – il liberalismo italiano non sia riuscito a guidare – o comunque a influenzare in modo significativo – i processi di trasformazione del paese. Un esame del genere non potrebbe prescindere da una seria analisi degli errori del suo ceto politico e intellettuale, e spesso delle sue compromissioni e dei suoi cedimenti. La convinzione di aver rappresentato la minoranza illuminata ma inascoltata in un contesto ostile è una gradevole consolazione, ma in molti casi è un facile alibi per nobilitare la propria irrilevanza.

A questo proposito, si potrebbe riflettere su quanti danni abbia provocato – soprattutto negli ultimi decenni – l’uso scriteriato del termine liberalismo per designare fenomeni culturali e politici che del liberalismo erano l’antitesi o la parodia: dal berlusconismo al leghismo. Anche adesso, di fronte a certe comiche mistificazioni, qualche maestro del liberalismo servirebbe ancora. Sono tanti i finti liberali – e i loro cantori di corte – a cui far indossare un bel cappello d’asino.

 

Saro Freni
09 ottobre 2021

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