Cosa pensa il liberale qualunque del nuovo governo presieduto da Mario Draghi?
Poche cose, ma fondamentali.

I) – Il governo, per come è costituito e per come ci si è arrivati, non rappresenta la “salvezza della democrazia” ma, al contrario, un momento buio e drammatico che ha messo in luce i problemi strutturali del nostro sistema politico. Quando bisogna affidarsi a un chirurgo, per bravo che sia, vuol dire che gli anticorpi non sono riusciti a impedire alla malattia di diffondersi; per tornare in buona salute l’operazione non basta, occorre rimuovere le cause che hanno prodotto la malattia.

II) – Proprio per questo il governo Draghi, mettendo insieme, volenti o nolenti, tutti i partiti con la sola esclusione di Fratelli d’Italia, costituisce un’occasione forse unica per mettere mano ad alcune riforme strutturali che, per essere efficaci, richiedono un consenso molto ampio che le sottragga alla tentazione di speculazioni elettorali. Si tratta di cose di non poco conto: una riforma della magistratura che restituisca credibilità e prestigio alla funzione giudiziaria (gravemente compromessi da quanto è emerso clamorosamente col “caso Palamara”), una riforma della scuola in senso meritocratico che consenta alle nuove generazioni di confrontarsi a parità di conoscenze e competenze con quelle che emergono dagli altri paesi, una riforma del Senato che differenzi i suoi compiti rispetto a quelli primari della Camera dei deputati realizzando quel monocameralismo di fatto che caratterizza tutte le democrazie parlamentari del mondo, una legge elettorale che (almeno per la Camera) garantisca la governabilità e trovi definitiva sistemazione (per lo meno nei suoi principi generali) nella Costituzione, una riforma del titolo V della Carta che chiarisca definitivamente poteri e limiti delle Regioni eliminando le incongruenze e i difetti che la sciagurata riforma del 2001 ha introdotto (con evidenti ripercussioni anche nella gestione dell’epidemia Covid 19).

III) – La scelta dell’ex-presidente della BCE per guidare un governo d’emergenza è ovviamente dovuta alla priorità dei problemi economici. Si tratta in sostanza di condurre in porto il piano italiano per il “Recovery fund” in maniera efficiente e funzionale rispetto agli obiettivi fissati dal progetto “Next generation” di Ursula von der Leyen, secondo le compatibilità fissate dal Consiglio Europeo (e quindi anche dal nostro governo) e le indicazioni operative approvate dal Parlamento Europeo. Che Draghi voglia gestire questo compito fondamentale senza eccessivi condizionamenti esterni appare evidente dalla composizione del ministero dove gli incarichi strategici sono stati assegnati a Daniele Franco (Banca d’Italia), Roberto Cingolani (fisico responsabile dell’innovazione tecnologica di “Leonardo”, ex Finmeccanica) al quale spetterà coordinare quella transizione ecologica (probabilmente assorbendo qualche delega dal ministero dello Sviluppo economico e da quello delle infrastrutture) che sta tanto a cuore a Grillo e che non è incompatibile con gli obiettivi di Draghi, Vittorio Colao (ex dirigente di diverse aziende attive nella comunicazione) all’innovazione tecnologica, Enrico Giovannini (economista, ex presidente dell’Istituto centrale di statistica, già ministro nel governo Letta) alle infrastrutture. E’ questa infatti la squadra che compilerà nel dettaglio il piano italiano del “Recovery fund”.

IV) – La conferma di Speranza al ministero della sanità indica che sulla questione della lotta contro la pandemia il nuovo governo intende muoversi in sostanziale continuità con quello precedente. L’attribuzione dell’importante dicastero dello Sviluppo economico a Giancarlo Giorgetti (anche se privato probabilmente di qualche competenza a favore della transizione ecologica) indica non soltanto l’ampiezza della svolta impressa alla Lega ma anche l’intenzione di Draghi di privilegiare una nuova intesa tra i soggetti della produzione (imprese e sindacati) che consenta all’iniziativa privata, sorretta da investimenti infrastrutturali pubblici, di rilanciare l’occupazione. La nomina di Andrea Orlando, infaticabile mediatore del partito democratico, al ministero del lavoro potrebbe facilitare tale strategia.

V) – La scelta di un giurista indipendente come Roberto Garofoli nell’incarico cruciale di sottosegretario alla presidenza indica l’intenzione di Draghi di mantenersi al di sopra delle parti anche nella quotidianità dei rapporti intergovernativi (spesso affidata al suo “braccio destro”).

VI) – La discesa in campo di Draghi ha “sparigliato” i tradizionali schieramenti politici: se questo era davvero l’obiettivo di Renzi è perfettamente riuscito. A destra la clamorosa “conversione” della Lega da una linea nazionalistica e sovranista a un’altra più moderata, filo-europea e certamente più consona agli interessi imprenditoriali della Lega nelle regioni settentrionali, segna il ritorno alla tradizione nordista di quel partito e probabilmente l’attenuazione dei toni populistici anti-immigrati che hanno caratterizzato la leadership di Salvini. I primi riflessi si sono avuti a Strasburgo dove i deputati della Lega hanno votato a favore del “Recovery plan” in discontinuità col passato. Al centro Grillo, malgrado il prestigio di cui gode all’interno del suo movimento, ha dovuto faticare molto per portare la maggioranza del gruppo parlamentare ad appoggiare Draghi, fino al referendum sulla piattaforma Rousseau che, malgrado il quesito già incorporasse la risposta, non ha superato il 60% dei consensi, mettendo in evidenza una fronda (guidata da Di Battista e Casaleggio) che potrebbe presto trasformarsi in scissione; un fatto importante in grado di accelerare la trasformazione del movimento in un partito ecologista compatibile con i partiti “verdi” che in Europa hanno assunto un peso elettorale rilevante. E che tale sia la tendenza lo dimostra l’insistenza di Grillo per i temi della “transizione ecologica” mentre passano in secondo piano i moralismi giustizialisti su cui i “Cinque Stelle” avevano in gran parte fondato il loro consenso (e non a caso Bonafede è rimasto escluso dal governo).
Non è poco. Resta l’incognita di Giuseppe Conte; se prenderà la guida del movimento oppure vorrà lanciarsi “in proprio” nella competizione elettorale, forte di quel 15% che tuttora i sondaggi gli attribuiscono.

VII) – Il governo Draghi ha un anno di tempo, non di più. Dovrà gestire le elezioni amministrative (che sarebbe opportuno rinviare a settembre) con i risvolti politici che ne deriveranno ma non potrà andare oltre la scadenza del mandato di Mattarella (febbraio 2022). A quel punto, chiunque sia il futuro presidente della Repubblica, nuove elezioni politiche saranno inevitabili. Il compito di Draghi è di arrivarci non soltanto avendo varato il Recovery fund ma anche, almeno in parte, riattivato gli anticorpi demandati al salvataggio della nostra fragile democrazia.

Così la pensa il liberale qualunque che sono io.

 

Franco Chiarenza
16 febbraio 2021

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