Pensavo si trattasse di una riedizione, seppure rivista e aggiornata, di un testo che già avevo letto per essere stato pubblicato dalla Fondazione Einaudi di Roma nel 1995, ho dovuto invece constatare che il libro di Ernesto Paolozzi è qualcosa di diverso, molto di più. In esso infatti emergono le inquietudini del presente, le incertezze (molto liberali) della validità delle ricette in cui abbiamo sempre creduto.
In questa raccolta di saggi (in qualche momento un po’ disomogenea) emerge infatti con chiarezza la difficoltà – in qualche momento angosciosa – di mettere in qualche modo d’accordo i vecchi canoni del liberalismo (e nel caso specifico di quello crociano, di cui Paolozzi è sempre stato attento conoscitore) che la nostra generazione riteneva in certa misura inviolabili, con le nuove trasformazioni sociali indotte dalla globalizzazione (mondializzazione preferisce chiamarla l’autore, dandogli un significato differente) che con fatica si adattano alle procedure delle democrazie liberali.
Il testo è molto contenuto, considerata la difficoltà dei temi trattati, ma non è di facile lettura e non appartiene alla letteratura politica divulgativa di cui sono inutilmente pieni gli scaffali delle nostre librerie. Ogni riga presuppone conoscenze basilari, ogni capitolo induce a riflessioni profonde e propone dubbi non risolti nella più pura tradizione popperiana (che ne è stato della feroce avversione a Popper che ricordo nelle nostre conversazioni di tanti anni fa?).

Molte cose che Paolozzi descrive e commenta sono ampiamente condivisibili, almeno nel contesto culturale liberale in cui ci riconosciamo. Anche se avrei alcune obiezioni sull’utilizzo di certe affermazioni di Tocqueville che non corrispondono affatto alla realtà americana di oggi ancora basata, come ai tempi in cui il visconte Alexis de Clérel andava scoprendola, su un’etica civile diffusa e condivisa che rappresenta il cemento capace di tenere insieme le sue contraddizioni laceranti; non ho conosciuto critici più feroci della società statunitense degli americani stessi, ma al contempo sono loro che ancora ci indicano in una costruzione politica e sociale come quella che hanno eretto e consolidato in oltre due secoli l’unica strada percorribile per salvare il liberalismo, e con esso la libertà “tout court”: quella “balance of powers” che resiste a tutte le spinte omogeneizzanti, anche le più recenti indotte dalla globalizzazione dell’economia e dalla diffusione planetaria delle nuove tecnologie digitali (su cui Paolozzi esprime condivisibili preoccupazioni).

Ma altro è a mio avviso il punto fondamentale che emerge dalla lettura dei diversi saggi contenuti nel libro di Paolozzi: il rapporto tra liberalismo e relativismo e quindi l’inevitabile riflessione sui limiti del principio di tolleranza che di ogni concezione liberale rappresenta un evidente presupposto, quel rispetto del pensare e dell’agire di ogni individuo altro da sé, senza il quale il liberalismo perde ogni significato; e come mettere d’accordo questa esigenza – tanto più importante in un’epoca come la nostra in cui le intolleranze e i settarismi sembrano segnare una nuova preoccupante emersione – con l’idealismo crociano tanto avverso ad ogni forma di relativismo e sempre alla ricerca di principi assoluti su cui connotare la “religione della libertà”.
La risposta Paolozzi la trova in una lettura originale delle ultime opere del filosofo napoletano rilanciando un’evoluzione “movimentista” del suo pensiero, distante ma componibile con il liberalismo della “Critica”, ancora influenzato dall’idealismo hegeliano anche quando ne prendeva le distanze (“Ciò che è vivo e ciò che è morto…..”). E dunque Paolozzi dedica al principio di “vitalità”, incardinato nella categoria dell’utile, alcuni spunti molto stimolanti restituendoci un’immagine di don Benedetto diversamente “vitale” (mi si perdoni il gioco di parole) e imprevedibilmente moderna.

Naturalmente non è questa la sede per approfondire il tema e per condividerne o contestarne alcuni passaggi ma in ogni caso va riconosciuto al libro di Paolozzi il merito di cercare di mettere insieme in una piattaforma costruita su fondamenti comuni quel che resta valido del pensiero liberale contemporaneo. Tentativo tanto più apprezzabile in quanto si misura con la questione davvero dirimente del nostro tempo che è quella della complessità, e della domanda che ne scaturisce logicamente: se gli strumenti offerti dalla democrazia liberale sono ancora in grado – anche con gli inevitabili adattamenti – di governarne i tanti aspetti di un mondo in transizione di cui sappiamo da dove viene ma non riusciamo a capire dove va.
C’ è nel libro un passaggio molto bello, quando Paolozzi scrive: “Il liberale può e deve svolgere un ruolo che potremmo definire di movimento, che non è l’incoerenza o l’opportunismo, ma l’intelligenza di chi sa che il bene non è un feticcio da adorare. Il bene si conquista giorno dopo giorno solo nella concreta azione politica la quale si trova a fronteggiare problemi sempre nuovi e quindi a proporre soluzioni sempre nuove, di ripensare e rimodulare il rapporto tra lo Stato e l’individuo nello svolgimento della storia.”

 

Franco Chiarenza
5 maggio 2017

 

Ernesto Paolozzi – Il liberalismo come metodo – Kairos edizioni – Napoli 2015 – pag. 126

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