È dalla fine dell’800 che l’Europa paventa il “pericolo giallo” prevedendo che, prima o poi, l’ondata irresistibile dei popoli orientali avrebbe travolto l’Occidente civilizzato. Un pericolo evocato anche da Mussolini prima che si ritrovasse col “patto tripartito” alleato col Giappone militarista che si accingeva ad attaccare gli Stati Uniti d’America. Perchè al Giappone soprattutto si pensava come potenza in grado di soggiogare l’intero Estremo Oriente (Cina compresa) per poi riversare le nuove masse militarizzate sull’Europa. Non è andata così ma la paura dei fantasmi orientali, trasferita sulla Cina divenuta nel tempo uno strano ircocervo capitalista e comunista al tempo stesso, è rimasta. La visita del presidente cinese Xi Jinping in Europa (e in Italia in particolare) ha riacceso le polemiche per gli accordi commerciali che in tale occasione dovrebbero essere firmati.

Il boomerang di Trump
Era evidente già da tempo che la politica isolazionista e protezionista inaugurata dal presidente americano avrebbe prodotto una crisi dei vincoli internazionali che pazientemente erano stati costruiti intorno alla globalizzazione attraverso una rete di accordi multilaterali che servivano soprattutto a imporre regole ai paesi emergenti per limitare al massimo il dumping sociale che ne sarebbe conseguito. In buona sostanza all’apertura degli scambi e del commercio internazionale avrebbero dovuto corrispondere standard minimi fiscali, di protezione sociale e un rule of law (certezza del diritto) che consentissero alla concorrenza di giocare ad armi pari; a questo servivano il WTO, l’OCDE e gli accordi di vertice che si stipulavano tra le grandi potenze (G8, G20, ecc.).
Con la filosofia dell’America First Trump ha messo il suo paese fuori da ogni vincolo internazionale stabilendo con arroganza il primato di accordi bilaterali in cui la forza obiettiva del governo di Washington avrebbe piegato ogni altro contraente; ma il “via libera” del presidente americano ha significato un “liberi tutti” e quindi l’allentamento di quei vincoli che dalla fine della seconda guerra mondiale legavano le economie di mercato di tutto il mondo alla supremazia degli Stati Uniti.
Quanto, al di là di qualche effimero successo a breve termine (un po’ di stabilimenti manifatturieri rientrati negli States) tutto ciò convenga agli interessi geo-politici americani è tutto da verificare.

La sfida cino-americana
Il nodo è rappresentato dalla Cina. Dopo la conversione al sistema capitalistico operata da Deng Xiao Ping negli anni ’80 (riuscendo a mantenere il centralismo politico leninista) la Cina ha avuto uno sviluppo impressionante che, dopo avere eliminato alcune delle condizioni di miseria diffusa ereditate dall’estremismo di Mao Zedong, si è rivolto alla conquista dei mercati internazionali con una politica apparentemente discreta ma sostanzialmente espansiva, favorita dalla commistione pubblico/privato che caratterizza il sistema. Gli strumenti utilizzati dai cinesi sono differenziati e in generale poco trasparenti ma riescono a condizionare con cospicui finanziamenti molte economia strutturalmente deboli in Asia e in Africa (e adesso anche in Europa).
Lo sbarramento messo in atto dai predecessori di Trump era costituito da tre componenti con le quali necessariamente i governi cinesi dovevano fare i conti: quella politica attraverso la SEATO (una sorta di NATO sud-orientale, disciolta nel 1977 e sostituita dall’ASEAN, un’alleanza strategica che punta alla creazione di un’area di libero scambio tra alcuni paesi del sud-est asiatico); quella militare garantita dalla incontestabile superiorità militare americana che si evidenziava nelle grandi basi militari in Corea, in Giappone e nelle Filippine e che garantiva Taiwan dalle pretese annessionistiche cinesi; quella economica che subordinava l’accesso ai vantaggi della globalizzazione (ivi compresi gli appetibili mercati americani) al rispetto di regole e vincoli che ruotavano intorno al WTO. Quando Trump ha disinvoltamente rimesso in discussione questo delicato equilibrio di contenimento immaginando una resa senza condizioni dei cinesi, il risultato è stato che improvvisamente il governo di Pechino si è inserito in tutti gli spazi che gli Stati Uniti lasciavano liberi proclamandosi ipocritamente sostenitore del multilateralismo (disponibile cioè ad accettare quelle regole che Trump dichiarava di non volere più rispettare).

La farsa coreana
La debolezza americana è emersa clamorosamente nella ridicola sfida con Kim-il Jong, dittatore di un feroce regime vetero-comunista nella Corea del nord, il quale ha giocato con Trump come Speedy Gonzales contro il gatto Silvestro. Prima la minaccia di colpire gli Stati Uniti con razzi intercontinentali, poi l’improvvisa disponibilità all’accordo, poi un nuovo irrigidimento con l’umiliazione internazionale di Hanoi (luogo simbolico, scelto non a caso dai coreani). E Trump dietro a ogni mossa di Kim come un cane dietro all’osso, convinto di superare ogni ostacolo col suo carisma personale. Mentre la verità è – e i suoi consiglieri glielo avevano detto – che il pallino è in mano ai cinesi che manovrano il dittatore nord-coreano come vogliono (anche perchè senza il loro appoggio non durerebbe a lungo) i quali vogliono una cosa sola, il ritiro degli americani dalla Corea del Sud. Un paese strategico, economicamente molto sviluppato ma militarmente dipendente dalla protezione americana, che i cinesi vorrebbero “neutralizzare” per includerlo di fatto in quel sistema imperiale a geometria variabile che essi vorrebbero gradualmente costruire attorno alla propria egemonia, anche mantenendo talune diversità autoctone (con sistemi politici differenziati) secondo un modello già adottato per Hong Kong e attraverso il quale il regime di Pechino spera di vincere le resistenze di Taiwan alla riunificazione. Se ci riuscissero disporrebbero di un potenziale economico superiore a quello del Giappone (che, ricordiamo, è la quarta potenza economica mondiale) e si avvicinerebbero all’agognato traguardo di realizzare una partnership mondiale con gli Stati Uniti (per ora ancora molto lontana).

La via della seta
In tale contesto si colloca la famosa “via della seta” che prende il nome dal percorso effettuato nel XIII secolo da Marco Polo per andare da Venezia in Estremo Oriente via terra, ma che già era stato praticato sin dai tempi dell’impero romano. Si tratta di un progetto grandioso per collegare la Cina all’Europa attraverso ferrovie e strade coordinate con diramazioni che attraversano l’intero continente asiatico, e con linee navali che ne costituiscono la variante marittima. La sua realizzazzione consentirebbe un impulso straordinario agli scambi commerciali e per essa la Cina offre di anticipare i capitali necessari ai paesi attraversati; ma naturalmente se le economie di tali paesi sono deboli i finanziamenti si trasformano in vincoli politici ed è questo che preoccupa molte nazioni occidentali.
Sbarcando in Europa il presidente Xi sa di muoversi in un terreno minato; lo farà dunque con molta prudenza ma ha dalla sua parte due potenti alleati: la divisione dei paesi europei (molti dei quali hanno già firmato memorandum d’intesa simili a quello che è all’attenzione del governo italiano), e la politica suicida di Trump che, mettendo in difficoltà l’Europa rischia di buttarla nelle braccia della Cina. Certo, il mercato interno cinese non è comparabile a quello americano, i vincoli culturali e politici che uniscono le due sponde dell’Atlantico sono ben più solidi delle fragili identità nazionali dei paesi dell’Asia centrale, istituzioni forti e articolate come quelle dell’Unione Europea e della NATO sono in grado di resistere a chi vorrebbe smantellarle, ma usque tandem, Donald, abuteris patientia nostra?

Franco Chiarenza
15 marzo 2019

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