La vera novità di questo inizio di campagna elettorale che stiamo vivendo è la discesa in campo di Pietro Grasso. La candidatura del presidente del Senato si rivelerà probabilmente determinante per lo schieramento di sinistra per diversi motivi:

  1. si tratta di una personalità che per prestigio istituzionale può in qualche misura superare i veti reciproci tra PD e MDP.
  2. facendo asse con Giuliano Pisapia, Laura Boldrini e forse Luciano Violante può rappresentare il perno di un virtuale comitato di garanti con la benedizione dei padri nobili della sinistra, Walter Veltroni e Romano Prodi.
  3. può costituire motivo di attrazione nei confronti di forze collaterali come il movimento per gli Stati Uniti d’Europa messo in campo da Emma Bonino.
  4. può contare probabilmente di appoggi mediaticamente significativi come quello di Roberto Saviano.
  5. infine last but not least può utilizzare la propria immagine di ex procuratore nazionale anti-mafia per contrastare la campagna dei Cinque Stelle che, come sempre, punterà su una generica damnatio di tutta la classe politica.

Rose e spine
Naturalmente non saranno rose e fiori; al contrario, le spine sono molte e si faranno sentire. Renzi rischia di restare confinato in un angolo anche perché Grasso, nelle sue prime mosse, non gli ha fatto sconti ritenendolo responsabile della crisi del PD. Già in difficoltà dovendo impostare una campagna elettorale alternativa alla destra ma sapendo che probabilmente dopo le elezioni con essa, o con una sua parte, dovrà fare i conti, cerca disperatamente di raccogliere consensi su temi tipicamente populisti come quello dell’avversione alle banche (fino al contrasto esibito muscolarmente con la Banca d’Italia), senza tenere conto dei rischi istituzionali che ciò comporta e della debolezza inevitabile di un discorso fatto da chi per parentele ed amicizie con banche in difficoltà ha avuto a che fare.
Anche per ciò che riguarda il programma la pretesa dell’estrema sinistra di rimettere in discussione il jobs act e la riforma scolastica Giannini (senza parlare delle pensioni e di altri temi su cui la pubblica opinione vibra con sensazioni diverse e spesso opposte) non consente molti margini di manovra per un accordo. Resta l’esigenza di un’unità delle sinistre che la legge elettorale rende imprescindibile anche a costo di riserve mentali pronte ad esplodere un’ora dopo aver conosciuto i risultati elettorali, seguendo la strategia che Berlusconi ha imposto al centro-destra. Una strategia utile per vincere e arginare l’ondata dei Cinque Stelle ma non per governare il Paese e compiere le scelte difficili che lo attendono.

Scenari
E’ presto per andare oltre nelle previsioni. Certo è che rischia di venir meno quel progetto varato alla “leopolda” nel quale Renzi si proponeva al governo del Paese trasformando il partito democratico in un “partito della Nazione” sulla base di principi sostanzialmente liberali sia in economia (difesa dell’economia di mercato con regole severe che ne tutelino il corretto funzionamento, rimozione delle corporazioni che inceppano lo sviluppo del Paese, fisco orientato a favorire la produttività) che in politica estera (maggiore integrazione europea) e nella formazione (scuola e università che premino il merito). Un percorso su cui il governo Renzi si è faticosamente inoltrato, andandosi però a fracassare su una riforma costituzionale frettolosa, mal costruita e senza tenere conto che il patto con l’opposizione (patto del Nazareno) per riformare le istituzioni attraverso scelte condivise poteva funzionare soltanto comprendendovi l’elezione del Capo dello Stato e soprattutto rinunciando a quei toni spavaldi da piccolo Cesare che hanno costituito parte rilevante della sua rovina.

 

Franco Chiarenza
10 novembre 2017

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