La vittoria di Biden sembra, a tutti gli effetti, la rivincita di Obama. Non a caso l’ex-presidente aveva esercitato tutta la sua influenza per fare prevalere nelle primarie la candidatura di Biden, suo vice presidente, nella sfida epocale contro Trump; una sfida tanto più difficile in quanto un presidente uscente è sempre avvantaggiato nel rinnovo del mandato e, per di più, per ragioni complesse che tutti gli analisti hanno abbondantemente illustrato, in un contesto di ripresa economica solo in parte compromesso dall’epidemia Covid 19.
Certo, immaginare la presidenza di Biden come una semplice prosecuzione di quella di Obama, mettendo tra parentesi i quattro anni di Trump, è una semplificazione provocatoria che non va presa troppo sul serio: la storia non conosce parentesi e nessun presidente ricalca fedelmente le orme dei propri predecessori, anche quando appartengono allo stesso partito. Ma non vi è dubbio che le loro radici culturali e politiche siano molto convergenti e che dietro la figura del nuovo presidente molti elettori hanno individuato la proiezione carismatica di Obama. Le prossime scelte del nuovo presidente nella formazione del governo mostreranno in che misura ciò sia vero ma sin d’ora i nomi che circolano sembrano in gran parte confermare un orientamento di sostanziale continuità con l’amministrazione Obama, anche se l’inversione di rotta rispetto alle strategie di Trump non sarà così netta come molti osservatori europei ritengono, non soltanto perché i repubblicani mantengono posizioni predominanti in molti stati e potrebbero confermarsi in maggioranza nel Senato, ma anche per ragioni obiettive che spingeranno il nuovo presidente a seguire in parte le orme del suo predecessore soprattutto sul punto cruciale dei rapporti con la Cina. Ci sarà tempo per analizzare i nodi più importanti che Biden dovrà sciogliere in politica estera (oltre la Cina, la NATO, l’ Europa, l’Afganistan, il Medio Oriente) e in politica interna (riequilibrio fiscale, politica energetica, conflitti etnici, ecc.). Per ora cerchiamo di capire cosa hanno significato per la tenuta della democrazia americana queste elezioni che hanno visto la più elevata partecipazione di sempre.

La frattura

Si è sempre detto che gli Stati Uniti rappresentano un modello di democrazia liberale non soltanto per averne recepito i principi fondamentali riassunti nel Bill of Rights ma anche per essere riusciti a contenere la necessaria dialettica politica e sociale dentro i parametri invalicabili di valori condivisi. Da questa diffusa convinzione discendeva la tolleranza per comportamenti non sempre coerenti con i presupposti ma comunque ispirati a un fair play istituzionale che non era un orpello formale ma il contenitore obbligato delle mediazioni che un sistema politico fondato sull’equilibrio dei poteri rendeva necessarie. La presidenza di Trump è stata vissuta con preoccupazione (non solamente nell’ establishment tendenzialmente democratico), non tanto per il rifiuto provocatorio dei codici del politically correct quanto per essere percepita come un tentativo di rovesciamento dei principi basilari su cui l’America aveva – soprattutto dopo la seconda guerra mondiale – fondato la propria immagine: democrazia partecipata, economia di mercato regolata, multilateralismo per governare la globalizzazione. Il rozzo sovranismo di Trump prefigurava un modello opposto: rifiuto di qualsiasi vincolo internazionale, trasformazione della democrazia partecipata in democrazia plebiscitaria, soppressione di ogni regolamentazione del mercato e ritorno a un capitalismo aggressivo. Intendiamoci: queste due Americhe sono sempre esistite e, quando non hanno trovato un ragionevole terreno di incontro, hanno mostrato anche in passato quanto aspra possa essere la loro conflittualità (basti ricordare in proposito le tensioni istituzionali durante le presidenze di F.D. Roosevelt nella prima metà del secolo scorso). Tuttavia gli apparati dei due partiti maggiori sono sempre riusciti a trovare un accettabile compromesso garantito da un’alternanza che rendeva conveniente a entrambe le parti rispettare il fair play istituzionale.

La tenuta
Con la presidenza di Trump il compromesso è saltato e il tycoon ha cercato di rovesciare il tavolo delle regole trasformando la dialettica politica in una guerra a oltranza, in modo da produrre ferite profonde negli assetti istituzionali. Ci è riuscito? Per ora sembra di no; i suoi tentativi di condizionare la giurisdizione (attraverso il controllo della Corte Suprema), le forze armate, i mass media, le prerogative degli Stati, non sono andati in porto e la macchina istituzionale ha rapidamente archiviato i suoi eccessi come bizzarrie da non prendere troppo sul serio. Malgrado tutto quindi, nonostante quattro anni dedicati a delegittimare il check and balance americano e a trasformarlo in una lotta senza quartiere resa aspra da fanatismi irragionevoli, il sistema ha retto e l’alternanza ha potuto esprimersi salvaguardando l’essenza della democrazia liberale.
La mobilitazione elettorale senza precedenti ha dimostrato che gli americani, o gran parte di essi, hanno capito che la posta in gioco questa volta implicava la credibilità del modello americano e che le motivazioni economiche (ragione principale in passato degli orientamenti elettorali) dovevano segnare il passo a fronte di ragioni che coinvolgevano la natura stessa dello stato di diritto. Anche quella parte di classe media bianca che, secondo molti analisti, aveva riversato le sue frustrazioni sul voto a Trump quattro anni fa, si è resa conto che, al netto di alcuni vantaggi che certamente ne ha ricavato, una presidenza così violentemente antagonista rischiava di trasformarsi in un boomerang incontrollabile. La mancanza di sensibilità istituzionale di Trump, dimostrata anche in occasione della sua sconfitta elettorale, fa parte del gioco ma non costituisce la parte più preoccupante della situazione.

E adesso?
Anche se il sistema istituzionale ha retto altro discorso è quello che attiene alla sostanza delle politiche di Trump, sulle quali il consenso popolare è evidentemente rimasto molto elevato. Ed è questo il punto: confermata la “tenuta” degli assetti istituzionali (almeno per ora) non è tempo di facili illusioni: Trump non è la causa della frattura americana ma la conseguenza di una strategia politica inadeguata che il partito democratico (e i repubblicani moderati) hanno portato avanti in questi anni. Detto in altri termini: forse Trump è finito ma il trumpismo è vivo e vegeto e trascurarne la rilevanza sarebbe un ennesimo errore. Per questo, ferme restando le affinità politiche e culturali, la presidenza di Biden non potrà essere una semplice prosecuzione di quanto le presidenze di Obama avevano lasciato in sospeso.

Franco Chiarenza
16 novembre 2020

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