Viviamo – dice Anne Applebaum – un momento di trasformazione delle nostre società, una fase di transizione che potrebbe condurci ad esiti oggi imprevedibili. In questo saggio da poco disponibile in italiano – Il tramonto della democrazia. Il fallimento della politica e il fascino dell’autoritarismo (Mondadori, 2021) – l’autrice si interroga sui motivi di un fenomeno insidioso: il declino dei valori della società aperta, la perdita di fiducia verso la democrazia liberale. Sarà forse un tramonto lungo, non necessariamente bello da vedere. Potrebbe anche portare (e in alcuni paesi è già stato così) alla cupa notte dell’autoritarismo o della democratura, ma potrebbe anche preludere a una nuova alba, a una reazione contro queste minacce e alla rinascita morale e civile fondata sui principi della libertà politica.
Il saggio contiene numerosi riferimenti autobiografici. Inizia con una festa, un party di capodanno a base di musica e allegria, stufato di manzo e barbabietole arrosto; un ricevimento informale, tra amici, come tanti altri se ne tennero nel mondo in quel 31 dicembre 1999. Era un periodo di entusiasmi, forse eccessivi, e di grande ottimismo, forse immotivato. Gli invitati si consideravano tutti liberali. “Liberali del libero mercato, liberali classici, magari thatcheriani. Anche coloro che in campo economico avevano posizioni meno definite credevano nella democrazia, nello Stato di diritto, nei meccanismi di controlli ed equilibri, e in una Polonia membro della NATO e sulla via di aderire all’Unione Europea, una Polonia parte integrante dell’Europa moderna. Negli anni Novanta era questo che significava essere ‘di destra’.”
Pur nelle ovvie differenze interne, il mondo che potremmo chiamare liberale o liberalconservatore – nel quale si riconosce l’autrice – condivideva alcuni principi basilari. Poi molta acqua è passata sotto i ponti, il mondo è cambiato, e con esso gli orientamenti generali dell’opinione pubblica. Si è diffuso e consolidato un punto di vista critico verso gli ideali liberali, considerati nel loro senso più ampio. E ciò ha prodotto una spaccatura nel mondo conservatore, cioè nel mondo della Applebaum. Due decenni dopo, sembra tutto diverso. “Circa metà degli invitati alla festa non parlerebbe più con l’altra metà. E per motivi politici, non personali. La Polonia è ormai una delle società più polarizzate d’Europa, e abbiamo finito per trovarci sui lati opposti di una profonda linea di divisione, che attraversa non solo quella che era la destra polacca, ma anche la vecchia destra ungherese, la destra spagnola, la destra francese, la destra italiana e, con qualche differenza, anche la destra britannica e la destra americana.”
L’autrice racconta l’evoluzione di questi ultimi anni, che spesso paragona agli anni della Trahison des clercs, di quel tradimento dei chierici raccontato da Julien Benda frutto del compromesso morale e della pavidità intellettuale, ma anche della convenienza, della faziosità, dell’avventurismo di quei cattivi e talvolta pessimi maestri che credevano di possedere delle idee senza capire che ne è erano posseduti. E così molti intellettuali di oggi si sono ridotti a fare i burattini dei dittatori o degli aspiranti dittatori: chi per senso di rivalsa, per rancore o per megalomania, chi per interesse e arrivismo, per appagare l’aspirazione ad essere cooptato nella nuova oligarchia, nella cerchia di quelli che contano. “Se si è convinti di meritare il potere, la motivazione per attaccare l’élite, controllare il sistema giudiziario e manipolare la stampa per soddisfare le proprie ambizioni è forte. Il risentimento, l’invidia e soprattutto la convinzione che il ‘sistema’ sia ingiusto, non solo nei confronti del paese, ma di se stessi, sono sentimenti che svolgono un ruolo importante fra gli stessi ideologi nativisti della destra polacca, tanto che distinguere le loro motivazioni personali da quelle politiche non è facile.” Improvvise – anche se forse covate negli anni – sono fiorite le conversioni, le giravolte, i revirement, anche da parte di personaggi insospettabili. Anne Applebaum racconta la delusione nel constatare che alcune sue vecchie frequentazioni avevano nel frattempo cambiato bandiera, dopo aver ammainato quella del liberalismo.
L’autrice si sofferma anche sulla natura di questo pensiero illiberale, sul suo fascino, sulle ragioni del suo successo: rifiuto della complessità, ostilità verso il dissenso, ricerca di un’armonia priva di fratture e divisioni in una comunità nazionale vissuta come organica, ossessione verso il nemico, interno o esterno che sia. C’è poi la grande suggestione della cospirazione, sempre in voga in questo genere di costruzioni ideologiche. “La presa emotiva di una teoria del complotto è dovuta alla sua semplicità. Essa spiega fenomeni complessi, rende conto del caso e di accidenti, offre al credente la gratificante sensazione di avere un accesso speciale e privilegiato alla verità. Per coloro che divengono i guardiani dello Stato a partito unico, la ripetizione di tali teorie del complotto offre anche un’altra ricompensa: il potere.” Queste teorie – diciamo pure: queste farneticazioni – hanno trovato, a giudizio dell’autrice, un nuovo veicolo nei mutamenti della tecnologia, che hanno cambiato il modo di informarsi e costruirsi un’opinione. Si dice spesso: fake news, ecco il problema. Ma le fake news ci sono sempre state, anche quando ci limitavamo a chiamarle mistificazioni, bugie, disinformazione; in una parola: balle. Ma adesso sembra sparita quella convenzione per cui – all’interno di un universo pluralistico di valori – si convergeva almeno su alcuni elementari dati di realtà. Come spiega molto bene la Applebaum, “i vecchi giornali e le vecchie emittenti creavano la possibilità di un dialogo nazionale unitario. In molte democrazie avanzate, oggi, un dibattito comune non esiste, e tanto meno una narrazione comune. Le persone hanno sempre avuto opinioni diverse. Oggi hanno fatti diversi.”
Anne Applebaum invita all’ottimismo, dice di credere nelle nuove generazioni, soprattutto a quelle che si avvicinano adesso alla politica e all’impegno civile. Descrive una nuova festa, tenutasi vent’anni dopo, e la mente corre a un romanzo di Dumas. Ma qui i protagonisti non sono moschettieri incanutiti e astuti cardinali, bensì i reduci della vecchia festa, gli amici rimasti tali, più i molti altri che vi si sono aggiunti, figli compresi. “Insieme possiamo far sì che parole vecchie e fraintese come liberalismo tornino a significare qualcosa”.
Il libro si conclude con un omaggio e con una speranza. L’omaggio è rivolto a Ignazio Silone, uno dei nostri maggiori scrittori, mente lucida e consapevole, simbolo della cultura terzaforzista, nemico dei totalitarismi di ogni colore. La speranza è che le sue parole possano servire ancora da ammonimento. Gli avversari di oggi, come quelli di allora, sono i fanatici, gli estremisti, gli sfascisti, i mestatori del tanto peggio tanto meglio; ma anche i tiepidi, i rassegnati, gli equilibristi, i cinici, i sostenitori di false equivalenze morali tra la libertà e la sua negazione.

 

Saro Freni
02/08/2021

 

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