Che le risorse disponibili non fossero sufficienti a coprire tutte le promesse elettorali della Lega e dei Cinque Stelle era evidente già prima delle elezioni del 4 marzo. Che un’ulteriore espansione del debito pubblico fosse impossibile senza creare difficoltà nei rapporti con l’Unione Europea era altrettanto chiaro. Che gli impegni internazionali assunti dai governi precedenti andassero onorati per ragioni di credibilità sui mercati e per il rischio di penali molto sostanziose era ovvio.
La domanda è: se tutto ciò era prevedibile perché Di Maio e Salvini anziché predisporre un programma di governo che, senza venir meno agli impegni presi, li scadenzasse in tempi ragionevoli, hanno preferito mettere tutto sul piatto del bilancio 2019 andando incontro a infortuni e contorsioni ancora in corso?

Governo fragile
Se l’alleanza tra Lega e Cinque Stelle fosse davvero fondata su un patto di legislatura – come si vuol fare credere – il governo sarebbe forte e non avrebbe avuto difficoltà a scadenzare nel tempo la realizzazione di promesse tanto impegnative. Il reddito di cittadinanza – per esempio – non può essere seriamente introdotto senza una riforma dei centri di collocamento che, nel migliore dei casi, richiederà un anno; si sarebbero così risparmiati almeno cinque miliardi nel budget 2019.
L’unica spiegazione possibile è che l’intesa di maggioranza non è affatto solida e ciò spiega perché entrambi i protagonisti avendo l’occhio puntato soprattutto alle prossime elezioni abbiano bisogno di successi di facciata da potere esibire in una campagna elettorale che da europea potrebbe diventare anche nazionale.
Il più preoccupato è naturalmente Di Maio per diverse ragioni. Innanzi tutto per i malumori che emergono sempre più frequentemente nella base militante del suo movimento, in secondo luogo per il lento ma inesorabile scivolamento del primato all’interno dell’alleanza verso Salvini su cui concordano tutti i sondaggi di opinione, infine perché le riforme più care ai Cinque Stelle, come il reddito di cittadinanza, sono anche le più costose e problematiche in termini di risultati immediati. Salvini ha già incassato il suo dividendo, in parte per il progressivo ridimensionamento di Forza Italia, ma soprattutto perché i provvedimenti che hanno consolidato la sua popolarità sono sostanzialmente a costo zero: misure anti-immigrati, revisione del codice penale in materia di autodifesa, ecc.
Per rimediare i Cinque Stelle hanno precipitosamente inserito (con un emendamento!!!) nella legge anti-corruzione la cessazione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, una misura richiesta dalla loro base per contrastare lo scandalo delle frequenti utilizzazioni che ne sono state fatte per garantire l’impunità (spesso proprio nei reati di corruzione); ma la fretta di rilanciare la propria immagine può generare risultati controproducenti. A una giusta esigenza, condivisa da gran parte dell’opinione pubblica anche al di fuori dell’attuale maggioranza, non si può rispondere con un provvedimento affrettato e maldestro che potrebbe incidere negativamente sullo stato di diritto eliminando la certezza dell’imputato di avere un giudizio definitivo in tempi certi. Occorre riformare tutta la struttura del processo e inquadrare la prescrizione in una serie di misure che giuristi e politici (anche di sinistra) propongono da tempo. Così un problema vero ha innescato una reazione che verte più sul metodo che sulla sostanza e su cui la Lega ha avuto gioco facile a farsi paladina dei diritti degli innocenti (fino al giudizio definitivo, come afferma la nostra Costituzione).
A questo punto del percorso la fragilità del governo appare evidente. Confermata anche dalla crescente consapevolezza che il progetto nazional-populista di Salvini è poco compatibile con le idee prevalenti nella base del movimento Cinque Stelle dove le prime incrinature cominciano a manifestarsi apertamente mentre Di Battista annuncia (o minaccia?) il suo prossimo rientro in Italia.

I vincoli inderogabili
Male ha fatto il movimento di Grillo a promettere cose che i vincoli internazionali dell’Italia non avrebbero mai consentito senza correre il rischio di un rovesciamento delle alleanze che il Paese ha pazientemente costruito negli ultimi settant’anni. Posto di fronte alla realtà delle cose Di Maio ha dovuto già fare i primi passi indietro e altri probabilmente ne seguiranno. Non si poteva chiudere Taranto senza declassare l’Italia – oggi tra i più importanti produttori d’acciaio – a potenza di serie B e creare una crisi occupazionale e sociale gravissima; non si poteva bloccare l’oleodotto TAP che risponde a un disegno strategico concordato con gli Stati Uniti per sottrarre l’Europa (e l’Italia) dalla dipendenza energetica russa; non si può fermare la TAV in Val di Susa perché rappresenta un anello fondamentale dell’asse ferroviario veloce est-ovest (dalla Spagna ai paesi dell’Est) concordato in sede europea che si affianca all’altro nord-sud (dalla Scandinavia alla Sicilia) di cui il traforo del Brennero costituisce un passaggio fondamentale; non si può bloccare il terzo valico appenninico senza mettere in crisi il porto di Genova isolandolo dai mercati del nord Europa. E altri esempi si potrebbero fare, dagli interessi dell’industria aeronautica nella costruzione dei nuovi aerei F35 a quelli dell’ENI e dell’ENEL impegnate in grandi progetti internazionali.
L’idiosincrasia per le cosiddette “grandi opere” che i Cinque Stelle hanno ereditato da una malintesa cultura ambientalista e da un moralismo demagogico basato sull’equazione indimostrabile per la quale i lavori pubblici di una certa importanza siano fonte certa di corruzione (per evitare la quale è meglio non fare le opere, invece di fare le opere eliminando la corruzione), mostra tutti i suoi limiti entrando, oltre tutto, in rotta di collisione con gli interessi e le convinzioni della Lega.
Intendiamoci: tutto si può fare e se davvero le intenzioni degli elettori che hanno votato i Cinque Stelle sono di retrocedere questo paese a livelli esistenziali più bassi in nome di una maggiore sostenibilità ambientale, si tratta di un progetto che da liberale non condivido per le derive che comporta verso la concezione di stato etico ma che ha piena legittimità nella dialettica democratica (almeno fin quando non mette in pericolo i principi fondamentali dello stato di diritto). Ma per realizzarlo occorre un governo coeso e talmente solido da imprimere un radicale cambiamento alla politica industriale del Paese, e ci vuole il tempo necessario. Dice la saggezza popolare che gatta frettolosa partorisce gattini ciechi.

Franco Chiarenza
9 novembre 2018

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