Le affermazioni di Davide Casaleggio sulla futura inevitabile inutilità dei parlamenti mette in chiaro per chi ancora non l’avesse capito l’ideologia di fondo che è alla base del movimento Cinque Stelle, in particolare nella visione che egli ha ereditato dal padre Gianroberto. I “vaffa” di Grillo non rappresentano un’ideologia: sono serviti a raccogliere quel po’ di dissenso cialtronesco che nel nostro Paese non manca mai, e sono andati incontro a un sentimento generale di indignazione che ha attraversato ampi settori della società quando la vecchia classe dirigente invece di affrontare le ragioni profonde della crisi si è concentrata nella conservazione dei privilegi e nella tolleranza di prassi corruttive che non erano più compatibili con la situazione del Paese. La faccia rubiconda di Grillo rappresenta quindi la protesta, ammantata da vaghe utopie ambientaliste e da un giustizialismo a senso unico, ma è con la ditta Casaleggio che dobbiamo fare i conti se vogliamo capire qual è il modello di società che i Cinque Stelle hanno in mente. Da quel che ho intuito si tratta di un’ideologia che ha molte sfaccettature e origini lontane (come la “decrescita felice” di Latouche) ma, per quanto attiene il funzionamento delle istituzioni, si chiama “democrazia diretta”. Cerchiamo di comprendere in termini semplici di cosa si tratta e perché, pur potendo apparire a prima vista attraente, essa rischia di compromettere l’essenza stessa della democrazia che non è quella di esercitare direttamente le funzioni di governo ma di controllarne l’uso.

A che servono i parlamenti?
Ce lo eravamo già chiesti durante la prima repubblica quando le decisioni politiche venivano prese dai partiti e il parlamento sembrava una semplice camera di registrazione della volontà delle maggioranze, costituzionalmente obbligata ma politicamente irrilevante.
Lo ripetono oggi i Cinque Stelle con una variante importante. In passato i partiti “espropriavano” la funzione legislativa del parlamento senza averne la legittimità – essi dicono – mentre oggi, consentendo i nuovi mezzi di comunicazione di conoscere puntualmente, in tempo reale, la volontà popolare, il potere legislativo può essere svolto senza l’intermediazione del parlamento, e lo stesso potere esecutivo – cioè il governo – dovrebbe agire sotto il controllo continuo e verificabile dei sentimenti popolari. Ipotesi suggestiva che consente al movimento di dare un senso politico ai “vaffa” di Grillo e al tempo stesso di mandare a quel paese – in nome della democrazia diretta – tutta la classe dirigente coi suoi riti dove si esercita il potere di intermediazione; quella che, non a caso, essi definiscono “casta” e che non è costituita soltanto dai politici professionisti ma anche dai sindacalisti, dalle rappresentazioni di interessi, dai corpi intermedi, fino forse a raggiungere la magistratura e i diritti individuali (processi in piazza?).
In realtà la risposta ce l’avevano già data i grandi teorici del liberalismo: la funzione di governo viene esercitata negli stati moderni in nome del popolo, il quale ha assunto quel potere di legittimazione che in passato era appartenuto alla religione. Ma il potere di legittimazione non coincide con la funzione di governo, e proprio in questo le democrazie moderne si distinguono da quelle antiche (come la tanto celebrata “agorà” ateniese). Nelle democrazie liberali la volontà popolare si esprime normalmente attraverso la scelta dei propri rappresentanti rinnovandoli periodicamente attraverso libere consultazioni elettorali. Nel periodo che intercorre tra un’elezione e l’altra la maggioranza esprime un governo che deve mettere in atto quegli indirizzi generali che sono stati espressi dall’elettorato rispondendone al parlamento e, in ultima istanza, al popolo stesso che attraverso l’esercizio del voto resta sempre giudice ultimo dell’operato della classe politica.
Di più. Le democrazie liberali come si sono sviluppate negli ultimi due secoli, a partire dall’esperienza inglese, comportano alcuni limiti invalicabili alla stessa volontà popolare quando essa si arroga la pretesa di restringere o addirittura di annullare quelle libertà fondamentali che le carte costituzionali francese e americana per prime hanno fissato già due secoli fa. Si tratta dei diritti individuali, della libertà di pensiero e di espressione, della libertà di religione, della libertà di associazione e, nella versione liberista, anche della libertà di produrre e scambiare beni e servizi.
Per questo esistono i parlamenti (che devono varare le leggi), le corti supreme (che devono controllare il rispetto dei vincoli costituzionali), le diverse autorità indipendenti (cui spetta assicurare tramite opportune regolamentazioni la libera concorrenza e contrastare la formazione di monopoli), ecc. In tale complessa realtà, che caratterizza tutti gli stati moderni, la democrazia si esercita quindi normalmente in forme indirette, anche per evitare che ogni confronto si trasformi in scontro e che le emozioni del momento prevalgano su ragionamenti che tengano conto dei diversi punti di vista. In questo senso possiamo affermare che i compromessi sono il sale della democrazia. “Inciuci”? Sì se gli accordi sono in realtà soltanto scambi di favori, no se servono ad eliminare asprezze demagogiche e trovare soluzioni funzionali.
E cos’è se non un compromesso il “contratto” tra Cinque Stelle e Lega che è alla base dell’intesa che ha prodotto il governo Conte? Lui stesso – Giuseppe Conte – è frutto di un compromesso.
In una democrazia liberale si ricorre agli scontri frontali e alle contrapposizioni nette soltanto su questioni fondamentali, quando nessuna possibilità d’intesa è possibile, come è avvenuto in passato in alcune occasioni: monarchia o repubblica, adesione al patto atlantico, entrata nella Comunità Europea, diritto di famiglia (divorzio, parità femminile, aborto) e altre – poche – questioni su cui le opzioni erano nette e coinvolgevano punti essenziali che le diverse culture politiche ritenevano inconciliabili. In tutti gli altri casi il parlamento è ottimamente servito durante la prima repubblica a svolgere un ruolo di mediazione, tanto più efficace quanto più discreto, quando maggioranza e opposizione, divisi per ragioni di politica internazionale e per differenze incolmabili sul modo di concepire la democrazia, riuscivano però spesso ad accordarsi su provvedimenti che apparivano oggettivamente necessari a garantire un’ordinata attività di governo.

La crisi della democrazia liberale
La democrazia rappresentativa come si è consolidata nell’Occidente è entrata in crisi quando si è interrotto il circuito di mediazione tra sentimenti popolari e rappresentanza politica, il che avviene puntualmente quando fenomeni globali che sfuggono alla comprensione della media degli elettori determinano cambiamenti nella vita quotidiana che appaiono intollerabili. E’ accaduto, per esempio, tra le due guerre mondiali in Europa e in Russia, allorché gli squilibri politici, economici e sociali che sconvolsero l’Europa dopo il 1918 alimentarono movimenti popolari di protesta (divenuti poi “populisti” quando si sono identificati con la dittatura di un uomo solo al comando) che hanno portato al potere il fascismo in Italia, il nazismo in Germania, il falangismo in Spagna, il comunismo in Russia. Mai la democrazia liberale aveva corso pericoli tanto estesi da parere irreversibili. Dobbiamo alla capacità di resistenza della Gran Bretagna e alle forti convinzioni democratiche del popolo americano (che ha sostenuto uno sforzo bellico senza precedenti nella storia) se il totalitarismo non ha prevalso. Una resistenza liberale che, anche dopo la fine del conflitto armato, è continuata fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989.
Oggi sta accadendo qualcosa di simile a ciò che avvenne un secolo fa. La globalizzazione dei mercati, la diffusione dell’automazione nella produzione industriale, la spinta di chi sta peggio verso luoghi dove si sta meglio, i nuovi mezzi di comunicazione che hanno diffuso informazioni incontrollabili seminando paura e preoccupazioni, hanno contribuito a creare una percezione di insicurezza su cui i partiti di destra e il movimento di Grillo sono facilmente riusciti a delegittimare i tradizionali processi di mediazione (e gli uomini che li gestivano) facendo credere legittima la perentoria richiesta di tornare indietro. Come se fosse possibile, anche volendolo.
Si tratta di una clamorosa illusione. La soluzione del problema consiste nell’andare avanti, anche dal punto di vista istituzionale, creando nuove forme di raccordo e di corretta informazione in grado di penetrare pure in quei settori della popolazione che sembrano sensibili soltanto ai twitter di Salvini. Non si tratta di negare paure che – vere o esagerate che siano – sono comunque largamente diffuse, ma di analizzarle proponendo rimedi credibili e ragionevoli. Bisogna spiegare, per esempio, che cambiare la dimensione degli stati aggregandoli in grandi federazioni è un modo efficace di contrastare gli effetti negativi della globalizzazione, se non altro perché consente di essere attivamente presenti ai tavoli ristretti dove le grandi potenze mondiali stabiliscono le regole del gioco. E che per questa ragione – se non se ne vogliono accettare altre, pur importanti, di carattere culturale – l’unità europea è un bene irrinunciabile da completare con l’unione politica, e non un nemico su cui scaricare le nostre frustrazioni e i danni prodotti da scelte sbagliate che sono nostre, e soltanto nostre. D’altronde l’abbiamo visto anche in questi giorni: è con l’Europa che i grandi giganti della comunicazione e del commercio (Amazon, Google, ecc.) devono fare i conti sia per quanto riguarda l’aspetto fiscale che le garanzie sui contenuti. Nulla in proposito avrebbero potuto fare le singole nazioni, compresa la Germania. E’ con Juncker, presidente della Commissione dell’Unione Europea, che Trump ha finito per accordarsi dopo tentativi espliciti di dividere i paesi europei e incoraggiarne le spinte secessionistiche. La Brexit sta avvolgendosi in se stessa tra contraddizioni e pentimenti anche perché il governo inglese non è riuscito a dividere i paesi europei ed è costretto a trattare con la Commissione dell’Unione. E’ stata la richiesta dell’Ucraina di entrare nell’Unione che ha scatenato l’ira della Russia la quale, utilizzando strumentalmente le minoranze russofone, ha violato ogni principio di diritto internazionale sottraendo brutalmente la Crimea al governo legittimo di Kiev. Insomma è l’Europa che fa paura, anche debole com’è; figurarsi se si trasformasse in un blocco comune di stati che – come è avvenuto in America con gli Stati Uniti – mettesse in comune la politica estera, la difesa militare e il coordinamento delle politiche finanziarie. Per queste ragioni la partita che si giocherà nelle elezioni europee del 2019 sarà cruciale, anche per noi, anzi soprattutto per noi. Con buona pace di Salvini che vorrebbe rinunciare alla nostra posizione di partner importante dell’Unione per vendere qualche mobile della Brianza in più in Russia.
“Sovranismo” non significa nulla. Nessuno minaccia la sovranità delle nazioni nelle materie che più direttamente riguardano la vita quotidiana dei cittadini; si tratta soltanto di mettere insieme quelle funzioni di governo che, esercitate in nome di un’entità più grande, tornano a vantaggio di tutti. Negli Stati Uniti ogni stato ha la sua legislazione, la sua politica fiscale, scolastica e via dicendo. Ma mettere insieme la politica estera, le forze armate, accettare principi comuni di diritto garantiti da una Corte Suprema, affidare a un potere federale alcuni compiti per consentirne una maggiore efficienza è una convenienza di tutti. Quello che dobbiamo fare in Europa è l’ultimo passo: costituire gli Stati Uniti d’Europa con chi ci sta. Chi non ci sta ne resti fuori, si accorgerà presto quanto poco gli convenga.
Ma anche a casa nostra qualcosa bisogna fare per riformare le istituzioni e renderle più adeguate al protagonismo che – giusto o sbagliato che sia – comunque emerge da masse crescenti di elettori. Non una riforma costituzionale pasticciata e incoerente come quella che Renzi ha tentato di imporre due anni fa, e nemmeno il plebiscitarismo pericoloso di Salvini che porterebbe a forme autoritarie di governo le quali, anche se approvate dalla maggioranza degli elettori, metterebbero comunque a rischio lo stato di diritto liberale. Si potrebbero però introdurre forme più stringenti di controllo dell’elettorato sugli eletti (e per questo basterebbe tornare ai collegi uninominali senza rinunciare alla libera responsabilità dei deputati), affrontare con ammortizzatori sociali più efficaci gli effetti dell’automazione e della liberalizzazione degli scambi, e studiare altre misure in grado di rafforzare la sicurezza dei cittadini senza compromettere le garanzie dello stato di diritto.

La democrazia diretta di Casaleggio
Torniamo a Casaleggio. Vale la pena parlarne perché mentre il futuro che ci prospetta Salvini è ben noto e ricalca forme di autoritarismo già sperimentate (e purtroppo largamente praticate anche oggi), la “democrazia diretta” di Casaleggio rappresenta una relativa novità che, presentandosi come la forma più aggiornata e perfetta di democrazia, fonda la sua legittimità su presupposti molto diversi da quelli para-fascisti che caratterizzano in Europa movimenti come quello francese della Le Pen e altri consimili. L’idea di Casaleggio si basa – come abbiamo visto – sul presupposto che i nuovi mezzi di comunicazione interattivi siano in grado di realizzare su vasta scala un modello di democrazia partecipata non soltanto perché consentono di compiere scelte in tempo reale ma anche per la possibilità di raccogliere informazioni sufficienti per rendere i cittadini pienamente consapevoli delle loro decisioni. Una tesi suggestiva che tuttavia ignora l’importanza dei corpi intermedi per la tenuta della democrazia; andrebbero rilette le considerazioni di Edmund Burke sulla rivoluzione francese – primo esempio di “democrazia diretta” – dove l’autore ne prevedeva le inevitabili degenerazioni in senso autoritario, come poi puntualmente avvenne con il “Terrore” di Robespierre.
Val la pena ricordare ancora una volta che le decisioni politiche devono confrontarsi con realtà sempre più complesse che sfuggono alla comprensione anche di persone di media cultura; è davvero sufficiente l’aiuto che può provenire dalla divulgazione mediatica, sia che essa passi attraverso gli strumenti tradizionali (stampa, televisione, radio, letteratura popolare) oppure tramite i social network (you tube, twitter, facebook, instagram, ecc.)? E’ difficile crederlo, e infatti nessuno seriamente lo pensa. Tutti sanno che la competenza è necessaria in qualsiasi attività, nessuno si sognerebbe di operare suo figlio sulla base di un prontuario pubblicato su internet, nessuno pretende di essere più bravo di Messi nel calciare in porta; le competenze sono sempre e comunque necessarie. Ma – qualcuno potrebbe obiettare – il caso della politica è diverso. In un apologo attribuito a Protagora (e riportato da Platone) si racconta che Mercurio , incaricato di portare agli uomini l’arte politica, abbia domandato a Giove come essa dovesse essere distribuita: se, come le altre arti, solo ai competenti o invece a tutti. A tutti, rispose Giove, perché diversamente dalle altre arti a questa tutti devono partecipare “altrimenti non potrebbe esistere alcuna comunità”. Ma poiché è impossibile mantenere continuamente attivi milioni di potenziali elettori sui tanti problemi che quasi quotidianamente richiedono l’intervento della politica, ecco che bisogna ammettere che “fare politica” significa avere un obiettivo, pensare un modello di società in cui riconoscersi, non necessariamente possedere le competenze per realizzarlo. A questo devono provvedere i “tecnici”, coloro cioè che conoscono i mezzi e gli strumenti attraverso i quali la pubblica amministrazione può realizzare il progetto politico che incontra il favore della maggioranza della popolazione; e la loro scelta non può avvenire che in quei “corpi intermedi” i quali di fatto esercitano la funzione di mediazione tra volontà popolare e compatibilità politiche e che una facile demagogia vorrebbe eliminare. Che poi tale realtà sia rappresentata da un portale interattivo – come il Rousseau dei Cinque Stelle costituito da alcune migliaia di aderenti rigorosamente selezionati – o dai vecchi partiti politici, poco cambia. In ogni caso c’è un procedimento selettivo che in qualche modo promuove una minoranza al compito di rappresentare la volontà politica di quote più o meno rilevanti dell’elettorato. La “democrazia diretta” diventa così fatalmente indiretta anche nelle soluzioni proposte dai Cinque Stelle, con, in più, una totale mancanza di trasparenza sugli obiettivi ideologici che si vogliono realizzare e sulle effettive possibilità dei gestori della piattaforma di manipolare le scelte dei suoi partecipanti; non a caso vengono proposti (e di fatto imposti) dall’alto i vertici del movimento e si affida a “garanti” carismatici un ruolo opaco ma la cui presenza è chiaramente avvertibile; l’antica funzione carismatica dei partiti è semplicemente trasferita al proprietario del portale, come avviene infatti con la “Casaleggio e Associati” cui di fatto spetta l’ultima parola sulle vicende interne del movimento Cinque Stelle.
Bisogna fare attenzione a non cadere nella trappola suggestiva delle soluzioni facili. Dietro il paravento dell’onestà personale e della lotta alla corruzione e ai privilegi della classe politica, che costituiscono il presupposto di qualsiasi progetto politico non un obiettivo strategico o ideologico, si possono compiere le scelte più diverse e contraddittorie pur di esercitare un potere che rischia di diventare arbitrario e incongruente. Significativa in proposito mi è sembrata – durante le trattative che seguirono le elezioni del 4 marzo – la riesumazione della prassi politica (teorizzata da Giulio Andreotti negli anni ’60) dei “due forni”, cioè della possibilità per il movimento Cinque Stelle di allearsi indifferentemente con la destra (Salvini) o con la sinistra (PD) pur di raggiungere alcuni obiettivi (prevalentemente di carattere sociale e di tutela ambientale) su cui esso ritiene di fondare la propria identità. Ma la politica – quella vera – richiede analisi e prospettive di più ampio respiro e scelte che non sono riconducibili alla logica NIMBY (per chi non ne conosce il significato vedere su wikipedia).

Le vere alternative
La verità è che i modi per rispettare la volontà popolare sono soltanto due: il primo è quello di affidare a un uomo o a un partito il compito di realizzare il modello preferito rinunciando ad ogni possibilità di controllarne l’esecuzione lasciandolo indisturbato al potere, e, come sappiamo ciò porta inevitabilmente alla dittatura. Dittatura che può essere esercitata oggi in modi più indiretti e meno esibiti di un tempo semplicemente effettuando forti pressioni sulla libertà di informazione, sull’indipendenza della magistratura, sulla pubblica amministrazione, anche lasciando formalmente aperto il confronto elettorale con un’opposizione ridotta all’impotenza (come avviene con la “democrazia illiberale” di Orban in Ungheria, con il regime instaurato da Putin in Russia e con il rafforzamento dell’autocrazia di Erdogan in Turchia).
L’altro modo di rispettare la volontà popolare è quello liberale in cui i cittadini eleggono i loro rappresentanti, rinnovandoli periodicamente, affidando ad essi la scelta di un governo che operi nella direzione indicata dalla maggioranza. La proposta di Casaleggio di sostituire al parlamento la registrazione immediata e continua della volontà popolare attribuisce ai sentimenti, alle emozioni (spesso passeggere), all’influenza di un’informazione non sempre corretta, un potere di indirizzo e di veto in cui prevarrebbe facilmente chi meglio sa suscitare commozione, apprensione, passioni, a scapito di ragionamenti più lungimiranti. Non solo; essa impedirebbe di fatto qualsiasi compromesso, inteso nel senso migliore, per trovare soluzioni più condivise possibili nella soluzione dei problemi quotidiani.
Insomma questa retorica della volontà popolare lasciamola da parte: l’hanno adoperata tutti. Cominciò Mussolini col fascismo, vennero poi i partiti viziati da una democrazia interna molto discutibile, dopo di loro Berlusconi “uomo solo al comando”, poi ci ha provato Renzi, infine la “democrazia diretta” di Casaleggio che ha tutta l’aria di essere in effetti “diretta da Casaleggio”.

La trasparenza
Quando i Cinque Stelle hanno trattato per finta, già intenzionati a non raggiungere alcun accordo (come avvenne con Bersani nel 2013) hanno preteso che l’incontro avvenisse in streaming sotto gli occhi di tutti, trasformando la trasparenza in uno strumento di propaganda; quando, cinque anni dopo, hanno trattato con la Lega il contratto di governo, streaming è stato accantonato perché avrebbe rappresentato un impedimento all’intesa che ha consentito la nascita del governo Conte. La diplomazia è uno strumento indispensabile della politica, da sempre; essa serve appunto a smussare gli angoli, cercare soluzioni accettabili (anche se non ideali) per le parti che si confrontano, e può comportare contropartite non sempre confessabili pubblicamente. Ciò che conta è che i risultati siano tali da costituire un vantaggio per il conseguimento degli obiettivi che le maggioranze politiche si danno. Cavour ce lo ha insegnato: se per realizzare l’unità d’Italia bisognava pagare un prezzo alla Francia cedendole Nizza e la Savoia (culla della dinastia regnante) il gioco valeva la candela; ma se a Plombières ci fosse stato streaming l’unità d’Italia avrebbe dovuto ancora attendere a lungo. (Per chi non sa cosa avvenne a Plombières è sempre possibile consultare wikipedia).
La trasparenza è certamente un valore positivo. Ma, come altri, se portato all’eccesso diventa un difetto. La vita umana non è fatta di bianco e nero ma di molte tonalità grigie senza le quali si va incontro a conflitti, guerre, fondamentalismi, settarismi, fanatismi, voglia di distruzione dell’avversario; trasformare le scelte politiche in un comizio permanente può produrre – anche senza volerlo – questi risultati.
Ciò non toglie che domani – un domani molto lontano – il perfezionamento dei media interattivi, la possibilità di introdurvi il principio di responsabilità, l’aumento dei livelli medi di conoscenza di crescenti parti della popolazione, il riconoscimento generalizzato del principio di tolleranza, potranno forse consentire a una democrazia elettronica di svolgere una funzione decisiva nelle grandi scelte e di raccordare meglio i sentimenti e le priorità dell’elettorato con i suoi rappresentanti. Ma pure in tal caso il ruolo dei corpi intermedi, anche quando rappresentano interessi particolari, resta fondamentale in uno stato che voglia mantenere i suoi presupposti democratici e liberali.

 

Franco Chiarenza
3 agosto 2018

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