Siamo l’unico paese – tra quelli più importanti coi quali pretendiamo di confrontarci – che cambia spesso la legge elettorale. Il che è una componente non secondaria del distacco tra società civile e classe politica di cui, a parole, continuamente ci si lamenta.
E non soltanto perché da qualche tempo, col venir meno del voto di preferenza, il parlamento sia composto da “nominati” piuttosto che da “eletti” (problema tutto sommato secondario in un sistema proporzionale, come dirò) ma per la fondata impressione che importanti “regole del gioco”, quali certamente sono quelle che definiscono i sistemi elettorali, vengano di volta in volta modificate in funzione di veri o presunti interessi di parte.

L’elettorato non è stupido
Ma talvolta il gioco non riesce perché si fonda su previsioni che possono risultare errate; può così avvenire (ed è successo) che norme studiate per “punire” gli avversari si ritorcano contro chi le ha immaginate e imposte perché anche gli elettori (non tutti ma quanti bastano) qualche volta ragionano e cambiano voto proprio in funzione della legge elettorale. L’effetto tuttavia più dannoso della variabilità delle regole elettorali è proprio quello che riguarda l’immagine della classe politica, di qualunque colore, finendo per coinvolgere la credibilità dello stesso sistema democratico.
Non entro nel merito del cosiddetto “Rosatellum”, celermente approvato dal parlamento a colpi di mozioni di fiducia (altra grave scorrettezza istituzionale; il voto di fiducia dovrebbe sempre riguardare l’attività di governo non le regole istituzionali). Si tratta di un sistema elettorale né peggio né meglio di altri, essendo poi a conti fatti un “Mattarellum” modificato aumentando la quota proporzionale e in tal modo avvantaggiando le coalizioni; per questo il movimento di Grillo, notoriamente contrario a qualsiasi alleanza, lo considera uno strumento creato per precludergli la possibilità di andare al governo. In realtà ogni sistema proporzionale comporta la necessità di creare alleanze per costituire maggioranze di governo; non si capisce perché i Cinque Stelle fossero favorevoli al sistema tedesco che, essendo fondamentalmente proporzionale, rende necessarie le coalizioni di governo, come dimostra l’esperienza della Merkel che, pur avendo vinto le elezioni, è alle prese con una difficile trattativa per realizzare una nuova maggioranza. A meno che la differenza non consista nel fatto che il “Rosatellum” impone la scelta delle alleanze prima del voto mentre il sistema tedesco consente di affrontare il problema dopo le elezioni; ma in tal caso è legittimo il dubbio che la declamata trasparenza dei “grillini” altro non sia che un lasciare le mani libere ai propri capi. Perché – da sempre – in politica sono le alleanze che determinano la credibilità dei programmi sventolati in campagna elettorale.
Ma anche la “furbata” (come si direbbe a Roma) messa a segno dai partiti che si accingono a combattersi senza esclusione di colpi (almeno a parole) mettendo intanto fuori gioco il movimento di Grillo dimostra una debolezza che potrebbe rivelarsi pericolosa.
Accantonare mediante artifici istituzionali un problema di moralità politica, a torto o a ragione ritenuto fondamentale da ampie parti dell’elettorato (e in gran parte intercettato dal movimento di Grillo) invece di affrontarlo alla radice eliminando dal costume politico e amministrativo quelle forme di corruzione e di clientelismo che si sono diffuse nel corpo sociale come metastasi inarrestabili, serve soltanto a rafforzare la rappresentanza della protesta che ormai i Cinque Stelle si sono assunti (e sulla quale riescono a mantenersi uniti). Non vorrei che a forza di giocare ai quattro cantoni si finisca per arrivare al crollo dei cantoni e che chi sta in mezzo finisca per avere partita vinta.

Come uscirne
La sinistra pone la questione delle preferenze come discriminante per una “accettabilità democratica” di qualsiasi sistema elettorale. Ma tale affermazione è quanto meno ingenua. Chiunque ricorda le elezioni delle prime legislature repubblicane quando si votava con un sistema proporzionale (leggermente corretto) sa benissimo che gli eletti erano quasi sempre i primi delle liste predisposte dai partiti, anche quando non si ricorreva alla diffusa prassi fraudolenta di aggiungere le preferenze alle schede che ne erano prive (sono stato rappresentante di lista in ancor tenera età e lo ricordo bene). In un sistema proporzionale per liste quindi le preferenze sono poco più di una formalità che peraltro comporta gravi rischi di voto di scambio, pressioni clientelari, costi non indifferenti; abbiamo dimenticato che il referendum vinto da Mario Segni nel 1991 (vinto col 96% dei voti e 63% di partecipazione) riguardava proprio la soppressione delle preferenze.
L’unico modo per uscirne è ancora quello proposto in quegli anni dal “manifesto dei 31” in cui si chiedeva l’adozione di una legge elettorale uninominale a doppio turno (come quella sostanzialmente adottata con successo per l’elezione dei sindaci). E’ il solo sistema che rende gli eletti responsabili davanti ai loro elettori, garantisce la governabilità e se anche talvolta può discostare la composizione del parlamento da una puntuale rappresentanza dell’elettorato ha il vantaggio di determinare con certezza chi vince, con quali alleati, con quali programmi. Viene da molti anni adottato in Francia e da sempre e senza nemmeno il ballottaggio in paesi di antica tradizione liberale come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. In Germania il sistema è misto ma la presenza di tre forti partiti tradizionali (democristiani, socialisti e liberali) ha sempre impedito una frammentazione parlamentare; quest’anno alcune “new entry” hanno già messo in crisi la governabilità e la Merkel sta incontrando molte difficoltà a formare un nuovo governo stabile.

Se da noi si vuole cercare un compromesso si potrebbe approfittare dell’esistenza di due camere per adottare per esempio un sistema proporzionale (corretto da una consistente soglia di sbarramento) per la Camera e eleggere i senatori in collegi uninominali su base regionale.
Ma tutto ciò, in un paese come il nostro, non basta. Occorre rendere definitivi i sistemi adottati costituzionalizzandone i contenuti, per evitare ad ogni elezione di tornare a discuterne.
E, con l’occasione, riformare alcune competenze del Senato su cui non sarebbe difficile trovare un accordo ampiamente condiviso se si rinuncia all’idea bislacca di renderlo non elettivo e costituito da consiglieri regionali in trasferta. Se proprio se ne vuole evitare l’elezione diretta si può adottare con qualche modifica il modello del Senato francese.

Franco Chiarenza
28 ottobre 2017

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