Di questa benedetta – o maledetta, secondo i punti di vista – manovra si scrive e si dice di tutto e di più; ho letto decine di articoli, ho ascoltato attentamente Paolo Savona che è economista di vaglia e che certamente ha influito sull’impostazione innovativa di questo bilancio, ho sentito i pro e i contro, cercando di evitare gli insulti, gli slogan, le falsità che hanno accompagnato il dibattito. Oltre tutto mancano ancora alcuni tasselli e in questi casi i dettagli hanno la loro importanza. Tutto ciò premesso, se a qualcuno interessa il mio spassionato parere, abbia pazienza perché non potrò rispettare i limiti di un twitter, che sembra ormai diventato il modo prevalente di comunicare col “popolo” perché a quel che pare – secondo i populisti che lo interpretano – non sarebbe in grado di sopportare un ragionamento che vada oltre le tre righe.

La manovra ha un aspetto politico, una prospettiva macro-economica e una dimensione micro-economica costituita dai singoli provvedimenti che la costituiscono.
Dal punto di vista politico essa esprime soprattutto l’esigenza dei Cinque Stelle di rispettare il mandato elettorale; lo sarebbe per qualunque partito ma lo è in particolare per il movimento di Grillo che è nato e si è sviluppato sulla critica a una classe dirigente considerata in blocco inaffidabile, opportunista e menzognera. Oltre tutto l’alleanza obbligata con la Lega lo ha messo in difficoltà sia perché il rozzo sciovinismo di Salvini non corrisponde alla cultura politica di una parte importante del movimento (per intenderci Fico, Di Battista e forse lo stesso Grillo) sia soprattutto perché ha consentito al leader della Lega di occupare la scena mediatica con provvedimenti anti-immigrati a costo zero con effetti immediati sul consenso elettorale, che infatti, stando ai sondaggi più recenti, è cresciuto fortemente per la Lega mentre registra una lenta ma costante flessione per i Cinque Stelle. Vero è che in realtà i flussi migratori erano già molto diminuiti prima che Salvini cominciasse a tuonare dal Viminale grazie alle misure adottate dal suo predecessore Minniti, ma tant’è gli umori e le paure non sono sempre compatibili con la realtà dei numeri.
Vi era dunque l’esigenza “politica” di Di Maio di rioccupare il palcoscenico, non essendo certo bastato il “decreto dignità”, bersagliato da critiche del mondo imprenditoriale ma soprattutto insufficiente ad “emozionare” i sentimenti popolari. Per questo il “reddito di cittadinanza”, punto qualificante della campagna elettorale dei Cinque Stelle, doveva a tutti i costi essere varato, costi quel che costi. E infatti su questo punto si è giocato il duro braccio di ferro con Salvini, fino a minacciare una crisi di governo. Per Salvini poteva essere una tentazione, ma alla fine ha prevalso nella Lega una tattica più prudente e sostanzialmente dilatoria (che molti attribuiscono alla crescente influenza di Giorgetti). Sta di fatto che Salvini ha fatto un passo indietro, ha ridimensionato la flat tax che tanto stava a cuore agli imprenditori, e ha puntato tutto sulla riforma della legge Fornero che i Cinque Stelle condividono e che consente un facile e immediato dividendo elettorale.
Da queste esigenze politiche la manovra non poteva prescindere, pena la perdita di credibilità di entrambi i partiti di governo, e questo spiega la rigidità dei Cinque Stelle e l’ostentazione nell’attribuirsene il merito (al brindisi dal balcone di palazzo Chigi non c’era nessuno della Lega).
Il problema è che per soddisfare queste esigenze politiche mancano le risorse necessarie, salvo finanziarle almeno in parte in deficit (che è infatti quel che si propone). Ma un ulteriore aumento del debito pubblico va in direzione opposta agli accordi presi dal precedente governo con l’Unione Europea e porta inevitabilmente a uno scontro frontale con la Commissione di Bruxelles e con la Banca Centrale Europea, la quale ultima, come si sapeva da tempo, ridurrà progressivamente gli acquisti di buoni del tesoro previsti dal quantitative easing. Uno scontro probabilmente gradito da Salvini che non nasconde i suoi sentimenti ostili verso qualsiasi processo di integrazione che limiti la sovranità degli stati nazionali, un po’ meno da Di Maio che deve fare i conti con una base meno convinta dell’opportunità di uscire dall’Europa. Probabilmente il leader dei Cinque Stelle conta sulla condizione di debolezza delle istituzioni comunitarie alla vigilia del rinnovo del parlamento di Strasburgo, ma commette un grave errore di prospettiva perché il nemico non è Juncker, ma l’ostilità crescente delle pubbliche opinioni del nord-Europa che imputano all’Italia l’incapacità di ridurre un debito pubblico che potrebbe danneggiare l’intera Europa. Il successore di Juncker alla presidenza della Commissione – chiunque sia – non sarà più “morbido” ma semmai il contrario. In sede europea i peggiori nemici dell’Italia sono proprio i “sovranisti” degli altri paesi, anche se Salvini finge di non accorgersene.

Per ciò che attiene gli aspetti macro-economici a cui questa manovra vorrebbe ispirarsi la fonte più credibile e più competente mi pare quella del professor Paolo Savona, un economista formato in Banca d’Italia le cui idee si possono discutere ma non liquidare semplicisticamente. Non a caso, dopo mesi di silenzio, il governo lo ha lanciato sui mass-media (televisione, giornali, social-network) per difendere la “filosofia” della manovra dagli attacchi che provenivano da tutte le parti.
La tesi di Savona, se ho capito bene, è relativamente semplice. La politica economica portata avanti dall’Unione Europea, su spinta della Germania, fa della stabilità monetaria e finanziaria il presupposto per ogni altra esigenza di sviluppo e di espansione, anche nei cicli depressivi che – secondo Savona – richiederebbero invece un sostegno attraverso l’espansione del debito pubblico. Savona non nega l’importanza della stabilità, sostiene però che vada accompagnata da una flessibilità sui parametri di Maastricht che l’Unione non ha praticato, almeno nei confronti dei paesi mediterranei che hanno economie più esposte alla volatilità dei mercati. Con la crisi mondiale partita dagli Stati Uniti nel 2008 l’Europa era entrata in una recessione dalla quale soltanto ora sta uscendo, ma ancora una volta la politica di stabilità imposta dalla Germania alle istituzioni comunitarie ha impedito l’adozione di misure di flessibilità che avrebbero consentito ai paesi mediterranei di crescere più rapidamente compensando almeno in parte gli squilibri esistenti all’interno dell’Unione. Eppure nel 2003, quando Francia e Germania in crisi lo chiesero, i “parametri” di Maastricht furono accantonati senza problemi, e quando si trattò di salvare il sistema bancario tedesco si consentì al governo di Berlino azioni di salvataggio che costarono centinaia di miliardi. C’erano buone ragioni soprattutto di carattere politico e sociale per farlo, perché non conveniva a nessuno che l’asse portante dell’Europa che collega Parigi con Berlino venisse meno; ma ci sono altrettante buone ragioni per venire incontro oggi all’Italia, anche perché non conviene né alla Francia né alla Germania che entri in una spirale negativa irreversibile un paese come l’Italia che – con rispetto parlando – non è la Grecia, trattandosi della terza economia continentale. D’altronde proprio la crisi greca insegna che essa avrebbe potuto risolversi presto e a costi inferiori se affrontata subito con maggiore flessibilità e senza intenti pedagogicamente punitivi. Savona quindi non soltanto nega la fama che si è creato col famoso “piano B” ma sostiene al contrario che l’Europa e la stessa moneta unica sono indispensabili; però la loro governance deve cambiare passo, come hanno fatto gli Stati Uniti durante la presidenza Obama con ottimi risultati. Il cosiddetto “piano B” – spiega Savona – altro non è che ciò che tutti fanno (magari in silenzio); prepararsi a gestire un’eventuale uscita dall’ Eurozona nel caso in cui la BCE (che, non dimentichiamo, avrà un nuovo presidente l’anno prossimo alla scadenza del mandato di Draghi) frenasse le politiche espansive accettando il veto della Germania alla creazione dei cosiddetti “eurobond”, titoli di credito garantiti dalla banca stessa e in grado di creare liquidità in maniera costante. L’Italia quindi deve avviare una politica espansiva facendo leva su un misurato aumento del debito pubblico e sull’utilizzo di risorse potenziali che potrebbero essere impiegate per investimenti e sviluppo (risparmio privato, patrimonio immobiliare, ecc.). La linea del rigore invece, producendo disagio e forti asimmetrie sociali, non è politicamente sostenibile.

Vediamo Infine gli aspetti micro-economici della manovra, cioè i suoi contenuti concreti. L’opposizione si è scatenata sullo sforamento del deficit portato al 2,4% del pil (contro lo 0,8 previsto e concordato con la Commissione europea in cambio di maggiore flessibilità) ma in realtà non è questo ciò che più preoccupa. Altre volte negli ultimi anni il deficit aveva raggiunto e superato questa percentuale senza grandi conseguenze. E nemmeno appaiono significativi alcuni tagli a spese sostanzialmente assistenziali (sostituite da altre diverse ma ugualmente assistenziali come i rimborsi ai risparmiatori danneggiati dal fallimento di alcune banche). Anche il reddito di cittadinanza non può scandalizzare in linea di principio il centro-sinistra perché si pone in continuità con il reddito di inclusione del governo Gentiloni e corrisponde – almeno nelle intenzioni – ad analoghe misure adottate in numerosi paesi europei. Un sostegno finalizzato ad ammortizzare gli inconvenienti delle grandi trasformazioni che incombono sulle future caratteristiche del mondo del lavoro è condivisibile; lo riconoscono tutti da destra a sinistra, e molti paesi del nord-Europa sono impegnati già da anni in politiche di ricollocazione delle risorse umane che rischiano di restare disoccupate a fronte della crescente automazione che investe i processi produttivi. Il problema dunque non riguarda l’opportunità di una misura che probabilmente anche il centro-sinistra, se avesse vinto le elezioni, avrebbe affrontato, riguarda invece le modalità di realizzazione e le compatibilità di bilancio.
Per quanto attiene le prime, premesso che per quanto riguarda la povertà nessuno contesta la necessità di venire incontro con interventi pubblici almeno alle situazioni più gravi, l’obiezione concerne il generico concetto di “povertà” dietro il quale spesso si nascondono situazioni che con essa non hanno nulla a che vedere (e che Di Maio, cresciuto a Pomigliano d’Arco, dovrebbe conoscere bene). In un paese come il nostro dove l’economia sommersa ha raggiunto (secondo calcoli che mi paiono ottimistici) il 19,5% del pil per un giro d’affari che supera i 320 miliardi di euro quanti sono i lavoratori che risultano totalmente o parzialmente disoccupati mentre in realtà lavorano in nero (secondo l’INPS oltre tre miliomi)? Riceveranno anch’essi il “reddito di cittadinanza? Naturalmente Di Maio dice di no e promette controlli e pene severe che francamente fanno pensare alle “grida“ di manzoniana memoria, considerata l’insufficienza cronica degli strumenti di controllo accompagnata spesso da una sostanziale omertà dell’opinione pubblica che rasenta la complicità.
Non è il solo punto di criticità. C’è il problema dei centri per l’impiego ai quali dovrebbe essere demandato il compito di incrociare la domanda e l’offerta di lavoro e la gestione degli indispensabili percorsi di formazione; chiunque conosca come funziona il collocamento (soprattutto nel centro-sud) e si immagina cosa potrebbero diventare gli obbligatori “lavori socialmente utili” in contesti economicamente e moralmente degradati (lo abbiamo già visto in Campania e in Sicilia) capisce che una misura temporanea finalizzata a proteggere i disoccupati dalla povertà si trasformerebbe fatalmente in una elargizione praticamente assistenziale e permanente. Abbiamo già sperimentato come identici strumenti legislativi, formativi, burocratici, abbiano diversamente funzionato nelle differenti parti d’Italia. Il nostro è il paese dei furbi che non esitano a compiere falsi in atto pubblico anche soltanto per parcheggiare l’auto negli spazi riservati agli invalidi. Vien da ridere a pensare a quello che potrebbe accadere e alla facilità di scambiare prestazioni alimentari con contanti da utilizzare diversamente; vien da piangere al vedere questa concezione da stato di polizia incompatibile con la libertà di scelta dei consumatori che porta inevitabilmente alla crescita di un’economia parallela sommersa.
Per quanto poi riguarda l’obbligo di accettare almeno una proposta di lavoro (su tre) sorge un dubbio: ci sono davvero disponibili sul mercato tante offerte di lavoro? E se sì come mai abbiamo un tasso di disoccupazione così elevato? Il rischio è che l’offerta di lavoro davvero praticabile dall’incrocio dei dati sia in realtà molto limitata. Non vorrei che gli unici posti di lavoro in più prodotti dal reddito di cittadinanza siano quelli che serviranno per potenziare i nuovi centri per l’impiego!
Per ciò che concerne la convinzione (peraltro assai diffusa, ci credette anche Renzi) che l’espansione della spesa, generando maggiori consumi, faccia aumentare la domanda interna di beni e servizi determinando in maniera quasi automatica effetti positivi sulla produzione e conseguentemente sull’occupazione, si tratta di una rozza rivisitazione della teoria di Keynes chiamata deficit spending. Per la verità la maggioranza degli economisti (c’è sempre però qualcuno che la pensa diversamente) ritiene che oggi nelle condizioni date (assai diverse da quelle ipotizzate da Keynes) una immissione di liquidità nella disposizione delle persone fisiche non possa produrre gli effetti che i Cinque Stelle immaginano, e comunque non nei tempi e nella misura che si vorrebbe; in realtà maggiori disponibilità di soldi produce comportamenti molto differenziati che dipendono dalle condizioni “reali” di chi li riceve che, essendo diversissime tra loro, finiscono per disperdersi in mille rivoli. Per avere risultati positivi occorrerebbe invece concentrare le poche risorse disponibili su quei comparti produttivi in grado di generare occupazione, agendo quindi prevalentemente sulla leva fiscale. Si ricade altrimenti in una logica vecchissima (altro che cambiamento!) praticata dopo gli anni ’70 quando l’espansione della spesa in deficit ha prodotto un debito pubblico che, malgrado i tentativi di contenimento, ha superato oggi i 2.300 miliardi di euro. Un debito che solo parzialmente è servito a dotare il Paese delle necessarie infrastrutture (sanità, scuole, porti, aeroporti, strade, servizi collettivi, ecc.) essendo stato per la maggior parte utilizzato per elargizioni sostanzialmente assistenziali e improduttive (pensioni baby, false invalidità, malasanità, corruzione, ecc.). Un debito pubblico che ci siamo portati appresso per anni senza mai proporci seriamente di ridurlo anche perché la congiuntura finanziaria internazionale (e la politica dei grandi regolatori monetari, Federal Reserve negli Stati Uniti e BCE in Europa) manteneva molto bassi gli interessi. Adesso che la fase di contenimento si sta esaurendo e ci si avvia a un periodo di relativa espansione inflazionistica (con conseguente aumento degli interessi) per i paesi indebitati come il nostro saranno dolori.

Il secondo pilastro della manovra è costituito dal cosiddetto superamento della legge Fornero (alla quale invece – al netto di alcuni errori gravi ma marginali – quasi tutti gli economisti riconoscono il merito di avere tamponato l’emorragia incontenibile della spesa pubblica consentendo all’Italia di riacquistare credibilità in Europa e sui mercati), cioè la possibilità di anticipare l’età pensionistica. Purtroppo è stato fatto credere prima delle elezioni che gli oneri derivanti dalla soppressione della legge Fornero sarebbero stati tranquillamente coperti dai tagli ai vitalizi parlamentari e alle cosiddette “pensioni d’oro”. A prescindere da ogni considerazione di carattere giuridico (è davvero possibile modificare con un tratto di penna diritti acquisiti? E quali conseguenze potrà produrre tale prassi nella credibilità del nostro stato di diritto?) gli effetti economici della redistribuzione sono assai modesti: non più di qualche centinaio di milioni a fronte dei molti miliardi necessari. La Lega afferma, un po’ semplicisticamente, che mandando subito in pensione quattrocentomila persone si creano altrettanti posti di lavoro che, a loro volta, generano reddito e contributi previdenziali per rimpinguare i bilanci dell’INPS. In realtà ciò è molto improbabile: il settore privato tenderà a non sostituire quelli che vanno in pensione per ottimizzare meglio le risorse disponibili, specialmente in quei comparti interessati ai nuovi traguardi dell’automazione, quello pubblico ha già problemi di eccesso di dipendenti e dovrebbe approfittarne per ridurre una burocrazia fin troppo pletorica.
Il punto è un altro: il personale che occorre (sia nel privato che nel pubblico) deve essere adeguatamente formato, in grado di utilizzare tecnologie innovative (il cosiddetto 4.0), essere disposto a una mobilità interna ed esterna maggiore di quella esistente, essere in sostanza preparato a utilizzare le opportunità che offre un’economia avanzata, anche a costo di rinunciare a facili protezioni familiari o statali che abbassano la competitività del sistema produttivo. E di questa “visione” nella manovra non c’è traccia, nemmeno in prospettiva.
C’è poi un altro aspetto dell’accorciamento dell’età pensionistica che suscita perplessità: la possibilità che aumenti il sommerso con l’immissione sul mercato del lavoro (soprattutto nell’agricoltura e nei servizi) di mano d’opera a basso costo perché già coperta dalla pensione. O davvero si crede che persone che hanno raggiunto i 62/63 anni in condizioni di salute sempre migliori (grazie ai progressi sanitari che hanno prolungato l’aspettativa di vita) vadano a trascorrere tutto il loro tempo a passeggiare col cane o a occuparsi dei nipotini (sempre più scarsi e sempre più autonomi)?

Lo Stato è indebitato ma gli italiani sono “ricchi”?
Un argomento recentemente tornato d’attualità perché utilizzato largamente dai partiti di governo per giustificare l’espansione della spesa pubblica in deficit è quello delle dimensioni del risparmio privato e del patrimonio immobiliare. E’ vero che il nostro risparmio è più elevato che in Francia e nella stessa Germania ma non si capisce la connessione con il debito pubblico. Si vorrebbe utilizzare il risparmio privato per compensare il debito pubblico? E come? Non certo con una conversione forzosa che sarebbe immorale, incostituzionale, contraria alle regole del mercato e conseguentemente avversata dall’Unione Europea e dalle istituzioni internazionali, un passo verso l’isolamento. Allora rendendo appetibili nuovi titoli di credito garantiti dallo Stato e, per evitare un rating negativo dei mercati, premiandone l’inalienabilità; in sostanza pagando interessi elevati in cambio dell’impegno a non vendere per diversi anni? Un rischio che non so quanti risparmiatori sarebbero disposti a correre. La verità è che il risparmio privato è come un “fondo sovrano” frammentato, va dove trova maggiore convenienza e minori rischi; per questo in un mercato aperto è sostanzialmente volatile e può essere “catturato” soltanto offrendo garanzie di credibilità che noi, con misure avventate, potremmo perdere del tutto. Quanto poi al patrimonio immobiliare esso potrebbe servire soltanto a trarne vantaggi fiscali sotto forme più o meno immaginifiche di imposta patrimoniale; è quello che ha fatto Monti con l’IMU e che, parzialmente, hanno fatto i suoi successori e che è sempre stato considerato deleterio dai partiti che oggi governano il Paese. E’ vero che coerenza e politica non sono mai andati d’accordo ma c’è un limite a tutto. Vuoi vedere che alla fine si scopre che Monti aveva ragione? E’ proprio vero: le vie del Signore sono infinite!!!

La globalizzazione dei valori.
In conclusione: il quadro che emerge dal combinato disposto (come dicono i giuristi) delle dichiarazioni rilasciate senza freno (le parole sono pietre, ha ammonito anche il presidente della BCE Draghi), delle leggi già approvate e di quelle che stanno per esserlo o che vengono annunciate, fa intravedere una cultura sostanzialmente avversa alle logiche di mercato, diffidente nei confronti dell’iniziativa privata, insofferente ai vincoli monetari, conseguentemente favorevole all’estensione del settore pubblico, che riporterebbe la nostra società civile indietro nel tempo fino alle concezioni di “stato etico” che i nostri avi hanno sperimentato col fascismo. Un contesto che si sposa purtroppo con l’insofferenza per tutti i poteri che non dipendono dallo Stato (magistratura, sistema dell’informazione, servizi privati, commercio svincolato da prescrizioni corporative) in nome di un populismo proclamato come unica fonte di ogni potere. Se si andasse avanti su questa strada il passaggio dalla democrazia liberale a quella illiberale teorizzata da Orban (e da molti altri) diverrebbe possibile e in cambio di ordine e sicurezza i nazionalisti di Salvini e i populisti di Grillo chiederebbero all’elettorato mano libera per installare anche in Italia un regime sostanzialmente (anche se non formalmente) autoritario. Come quelli di Putin in Russia, di Erdogan in Turchia, e molti altri sparsi per il mondo.
La crisi di rigetto della globalizzazione che l’Europa sta attraversando non stupisce; la storia ci insegna che ogni cambiamento davvero radicale (e la globalizzazione lo è) comporta squilibri che non sempre vengono vissuti con serenità da chi ne è – o ritiene di esserne – danneggiato. Per superarla occorre “cultura e intelligenza” (che era lo slogan di noi studenti dell’unione goliardica subito dopo la guerra). E soprattutto consapevolezza che malgrado le convulsioni di molti paesi occidentali, nonostante una crisi economica di assestamento male gestita, la globalizzazione è stata un grande successo ed è irreversibile, per quanto Trump possa twittare in contrario: se l’Occidente non saprà gestire e superare questo momento di preoccupazione se ne avvantaggeranno soprattutto paesi come la Cina e la Russia per i quali la globalizzazione rappresenta soltanto un fatto che riguarda i mercati e non i valori che nella cultura liberale si accompagnano alla libertà degli scambi. A sostenere il contrario siamo per fortuna in molti: in America, in Europa, in Estremo Oriente, nell’emisfero australe e persino in alcuni paesi dell’Africa e del Medio Oriente. Da che parte si collocherà l’Italia? Si rinchiuderà nel proprio giardino (peraltro bellissimo) serrando porte e finestre ed erigendo muri di cinta e cancelli, oppure i suoi abitanti capiranno, prima o poi, che tutto, a cominciare dalla loro storia e dalla loro natura, dovrebbe portarli ad affrontare il mare aperto? La partita è ancora tutta da giocare.

Franco Chiarenza
15 ottobre 2018

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