L’hanno scritto in molti e lo confermo: la scissione del partito democratico si è consumata in modo freddo e un po’ squallido, come una separazione consensuale di coniugi che da anni non si parlavano più. Sarebbe stato meglio farlo in congresso sulla base di un confronto politico serio da cui emergessero le reali differenze tra le parti in causa. Si è preferito percorrere una strada più ambigua, un po’ perché le antipatie personali, le insofferenze caratteriali vi hanno giocato un ruolo inconfessabile e talmente evidente da suscitare fastidio, ma anche perché sia la maggioranza “renziana” che la minoranza scissionista contengono al loro interno visioni diverse e sulle quali si preferisce in questo momento non dividersi. Tuttavia le ambiguità tattiche non possono nascondere una domanda di fondo, non a caso ampiamente trattata nel dibattito mediatico: ci sono ragioni vere e profonde che rendevano ineluttabile la divisione del partito?

La risposta è sì; ma per capire meglio occorre fare un passo indietro. Torino, Lingotto 2007. Valter Veltroni celebra il suo trionfo realizzando il sogno di costituire dalle ceneri della prima repubblica un nuovo partito il quale, prendendo atto definitivamente della fine delle contrapposizioni ideologiche, disegnasse una vasta area riformista di ispirazione liberal-socialista con l’apporto anche di tutti coloro che erano disposti a rigettare vecchi fondamentalismi ormai improponibili. Un compromesso storico moderno in grado di adeguare il nostro sistema politico alla prassi europea e occidentale senza egemonie precostituite e senza la pretesa di costituire un modello ideologico come la “terza via” che avevano avuto in mente Moro e Berlinguer vent’anni prima; un partito nuovo quindi che nasceva anche per far fronte al bipolarismo che andava prendendo piede con il ricompattamento delle destre e di ampi settori liberal-conservatori in un partito anti-ideologico come quello che si era formato intorno alla figura carismatica di Berlusconi. Una prospettiva a lungo termine mirata a catturare vaste aree di consenso anche nel centro dello schieramento e il cui modello era evidentemente – anche nella scelta del nome – il partito democratico americano di Kennedy e di Clinton (Obama non era ancora arrivato).
Il progetto trovò sulla sua strada l’opposizione di D’Alema il quale, al di là della presunzione autoreferenziale che lo porta istintivamente a respingere ogni idea che non sia scaturita da lui, rappresentava comunque lo zoccolo duro del vecchio partito comunista (sia pure riformato dopo la svolta della Bolognina) e un apparato costituito (almeno in parte) da una frangia minoritaria ancora ideologicamente motivata, ostile a una svolta che si annunciava liberale anche nelle scelte economiche. Erano gli anni della globalizzazione ancora vissuta come evoluzione positiva e il vento soffiava in Occidente in favore della “società aperta” di popperiana memoria. Contestando la strategia veltroniana dei tempi lunghi che rischiava di confinare la sinistra all’opposizione D’Alema riuscì già due anni dopo a sbarazzarsi di Veltroni ma non fu in grado di proporre alcuna strategia realmente alternativa. Da quel momento il partito democratico ha cominciato ad annaspare giorno per giorno alla continua ricerca di un compromesso tra i reduci della sinistra marxista e i sostenitori di una forza di governo riformista aperta al centro; divisi su tutto ma uniti dal potere che esercitavano in pezzi importanti della realtà sociale e politica (soprattutto del settore pubblico allargato: enti locali, società partecipate, televisione, sanità, ecc.).

Ciò nonostante il seme buttato da Veltroni non si era completamente disperso.
All’orizzonte comparve un intrepido boy scout, certo Matteo Renzi. Un corpo estraneo per la nomenklatura il quale però ne aveva compreso tutte le debolezze, e in particolare la trappola in cui si era cacciata consentendo le “primarie” aperte a tutti (un’altra imitazione americana che però non teneva conto delle profonde differenze dei due contesti) mediante le quali personaggi estranei al partito erano riusciti utilizzando un populismo di sinistra a buon mercato a farsi riconoscere candidati vincenti al vertice di enti locali dove altrimenti non sarebbero mai giunti: De Magistris a Napoli, Emiliano a Bari, Doria a Genova, Pisapia a Milano, Orlando a Palermo, Marino a Roma, lui stesso a Firenze. Tutti personaggi non indicati dal partito e in gran parte ostili al vecchio gruppo dirigente catto-comunista. Applicando a livello nazionale la lezione che aveva imparato a Firenze (e che comprendeva anche la necessità di unire alla spregiudicatezza tattica contenuti strategici seriamente riformisti e fortemente aggreganti), Renzi avviò la sua marcia su Roma che, dopo un fallimento iniziale (quando l’apparato fece quadrato su Bersani), lo portò in tempi brevi alla segreteria del partito e, poco dopo, malgrado le perplessità del presidente Napolitano, da via del Nazareno a palazzo Chigi dove arrivò congedando bruscamente Enrico Letta con modalità che violavano tutte le regole del bon ton istituzionale. Il “ragazzo” apparve subito per quel che era: un po’ villano, sicuro di sé, circondato da molti yes men (e soprattutto yes women), ancorato a slogan populisti come la “rottamazione” che facevano pensare alla “giovinezza” fascista; ma proprio per questa discontinuità dalla vecchia classe dirigente forse in grado di far breccia in un elettorato confuso e preoccupato che cominciava a sentire sulla pelle gli effetti della crisi e ne addebitava la colpa a chi aveva governato fino a quel momento.
A questo punto la minoranza del PD dovette fare buon viso a cattivo gioco ma la dissidenza – che era politica e non soltanto personale – covava sotto la cenere. La vera partita si giocava sulla realizzazione del programma della “Leopolda” che, con toni e contenuti certamente più grezzi, rilanciava nella sostanza il progetto veltroniano del Lingotto.

Che cosa non ha funzionato? Premesso che non è vero che nulla sia stato fatto e riconoscendo anzi che in alcuni settori (lavoro, scuola, pubblica amministrazione, diritti civili) il governo si è mosso con decisione sfidando le resistenze corporative e il potere di interdizione dei sindacati che tanto a lungo avevano prodotto i loro effetti negativi, la macchina bellica di Renzi si è inceppata sulle riforme istituzionali. Le quali erano sì previste da tempo (Lingotto, Leopolda, ecc.) ma dovevano essere affrontate con intelligenza e cautela, stando attenti – almeno in quel caso – a non cadere nella trappola del “fare a qualunque costo” nella quale è precipitata invece Maria Elena Boschi, inopportunamente incaricata di tenere le fila di una materia così delicata, dove l’opposizione (esterna ma anche interna) non avrebbe mancato di far sentire il suo peso. La strada giusta era quella imboccata da Renzi col “patto del Nazareno” che prevedeva due percorsi tra loro indipendenti, quello della condivisione della cornice istituzionale da riformare ed aggiornare (c’era anche da eleggere il nuovo Capo dello Stato dopo le dimissioni irrevocabili di Napolitano), l’altro delle scelte di governo dove maggioranza e opposizione si sarebbero normalmente confrontati in parlamento. L’incubo mediatico dell’”inciucio”, alimentato dalla convinzione largamente diffusa da Grillo e dai suoi complici che la politica debba sempre essere trasparente e controllabile non da strumenti istituzionali ma da una base popolare spesso incompetente e esposta alla più smaccata disinformazione, è stata forse la ragione principale che ha indotto Renzi e Berlusconi ad abbandonare il progetto, timorosi entrambi di perdere il consenso delle proprie basi e di alimentare il successo dei Cinque Stelle. Fu un grave errore che fece sentire i suoi effetti col referendum che doveva decidere di una riforma istituzionale pasticciata, obiettivamente impresentabile, e che ha finito invece per rappresentare un plebiscito su Renzi in cui non era difficile mettere insieme gli oppositori politici e i contestatori dei contenuti.

Conosciamo il seguito: le dimissioni di Renzi, il governo fotocopia di Gentiloni, la scissione fredda del partito democratico. La frammentazione della sinistra e quella non troppo diversa della destra (anch’essa tutt’altro che priva di validi motivi) rischiano di gettare l’Italia nell’ingovernabilità, considerato anche che un quarto dell’elettorato sembra orientato a sostenere il movimento di Grillo sostanzialmente privo di un’ideologia di riferimento e compatto soltanto nella contestazione dell’attuale classe dirigente, pronto quindi a dividersi a sua volta di fronte a concrete scelte di governo (come dimostra il caso di Roma).
Perché il problema è un altro, ed è molto antico: il modello di società che vogliamo realizzare e su cui passa la vera divisione del paese reale (e che, non a caso, si presenta molto simile in tutti i paesi occidentali). Se andare avanti nella costruzione di una società aperta con tutti i rischi che ciò comporta o tornare indietro a chiuderci nelle nostre presunte sicurezze; la prima ipotesi è quella di un’Europa politicamente unita per affrontare da posizioni di forza gli inevitabili cambiamenti che la globalizzazione produce, di una liberalizzazione che abbatta le gabbie protettive delle corporazioni che ostacolano la meritocrazia e l’innovazione, ecc. La seconda è quella dell’affermazione delle sovranità nazionali, del ritorno ai protezionismi con tanto di dogane e passaporti, come nel passato. Due strade che hanno entrambe le loro motivazioni ma che richiedono scelte chiare senza cercare impossibili compromessi. Si possono studiare correttivi ma non si deve cercare di confonderle facendo credere che si possono percorrere contemporaneamente: esse vanno in direzioni diverse.

Di questo bisogna discutere. Su questo il liberale qualunque vuol giudicare la credibilità delle forze politiche e la loro capacità di portare avanti un progetto coerente. Sul fatto che chi ha pubbliche responsabilità debba essere onesto e che i marciapiedi debbano essere puliti sono tutti d’accordo, ma non è su questo che ci si deve confrontare. La vittoria di Trump in America, l’affermazione di personaggi come Marina Le Pen in Francia, sembrano segnare una svolta verso la distruzione di quanto si è realizzato – proprio su spinta americana – nel secolo scorso in direzione del multilateralismo e della globalizzazione non soltanto economica ma anche culturale; con benefici immensi per tutta l’umanità anche nella legittimazione della democrazia liberale come forma di governo ottimale. Ma la paura di perdere i propri privilegi sta spingendo in Occidente ampi settori dei ceti medi a tornare indietro: si sentono insicuri e sono quindi disposti ad appoggiare chiunque proponga di smantellare quelle che – complici molti media – ritengono essere le cause del loro (giustificato) disagio. Marcia indietro, subito, senza stare troppo a pensare alla sua fattibilità concreta e alle conseguenze che potrebbero derivarne.
Ne parleremo.

P.S. – A chi non lo avesse ancora fatto consiglio la lettura dell’ottimo articolo di Alesina e Giavazzi sul Corriere della sera del 22 febbraio.

 

Franco Chiarenza
24 febbraio 2017

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