La vicenda è nota: Paolo Giordana, capo di gabinetto della sindaca di Torino Chiara Appendino (Cinque Stelle), ha dovuto dimettersi per avere sollecitato la cancellazione di una multa inflitta a un conoscente. Poca cosa ma indice di un costume assai diffuso dove l’esercizio del potere è sempre connesso all’eccezione privilegiata, spesso anche esibita. E’ significativo che l’episodio sia avvenuto a Torino e non – come ci si aspetterebbe – in una cittadina della provincia meridionale.

La purezza degli amministratori
Qualcuno ha pensato che la vicenda possa danneggiare l’immagine dei Cinque Stelle dimostrando la loro incapacità a scegliersi i collaboratori (confermando così l’impressione negativa della collega sindaca di Roma). Credo che non sia così.
L’elettorato dei Cinque Stelle è essenzialmente costituito da gente che si ribella al potere (politico e amministrativo) soprattutto per i privilegi che esibisce, per la corruzione diffusa ad ogni livello, per il clientelismo che domina incontrastato in ogni settore della pubblica amministrazione, e conseguentemente contesta il principio di delega considerando delegittimata la classe politica. Se così è l’episodio torinese si inquadra perfettamente nelle aspettative dei militanti del movimento e susciterà consenso e approvazione.
E’ davvero incredibile la resistenza che i politici degli altri schieramenti oppongono a qualsiasi intervento che ne limiti i privilegi, senza capire che il problema non è di valutare quanto essi siano giustificati da circostanze obiettive e quanto invece frutto di demagogia ma semplicemente di prendere atto che questi sono i sentimenti prevalenti nell’elettorato, e non soltanto in quello “grillino”. D’altronde i dati reali giustificano l’indignazione: trattamenti pensionistici che continuano ad essere privilegiati, auto blu due o tre volte più di quelle in dotazione alla classe politica di altri paesi comparabili, scambio di favoritismi (comprese le assunzioni), concorsi truccati, e chi più ne ha più ne metta. Demagogia? In parte forse sì, ma è quello che si merita una classe politica cieca e sorda a fronte del mugugno che sale dal Paese dove la classe media si trova alle prese con problemi inediti (come la disoccupazione giovanile) e aspettative tradite. Le ragioni delle difficoltà sono tante, complesse e in gran parte derivanti da fatti esterni ma ciò non toglie che l’opinione pubblica le attribuisca anche alla incapacità e all’incompetenza di chi ci governa.
Per questo forse l’asserita incompetenza dei Cinque Stelle diventa secondaria; forse che gli altri hanno dimostrato di essere più capaci?

Pagare le multe
Dobbiamo cominciare dal basso: pagare le multe invece di cercare l’amico che ce le cancella, fare la fila invece di saltarla, pagare il biglietto dell’autobus anche se il controllore non passa mai, e man mano salendo di livello, non pretendere dalla scuole promozioni non meritate, attuare la raccolta differenziata dei rifiuti, ecc. Ripristinare la legalità nei comportamenti quotidiani è un problema che riguarda tutti ed è la premessa per governare i cambiamenti che certamente si imporranno, ma l’esempio deve venire dall’alto, da chi pretende di rappresentarci. E’ veramente drammatico per la nostra democrazia che sia dovuto scendere in piazza un brillante comico per ricordarlo e per mobilitare il consenso su questi temi.
Naturalmente sappiamo tutti che per governare non basta essere onesti; lo sanno pure loro, i Cinque Stelle. E per questo, avendo messo in piedi un sistema di selezione della classe dirigente demagogico e inadeguato che apre l’esercizio del potere a dilettanti allo sbaraglio, stanno cercando di costituirsi un supporto di competenze tecniche che sia in grado di aiutarli. In realtà le cose non funzionano così: le competenze politiche non si acquisiscono “andando a scuola”, altrimenti avremmo tutti i docenti di scienze politiche al governo invece che in cattedra. Occorre macinare esperienze, cominciando dai circoli di quartiere e procedendo in responsabilità crescenti con responsabilità amministrative e politiche locali, regionali e infine nazionali. E’ questo il modello che dai tempi della repubblica romana ci tramandano le grandi democrazie occidentali. La politica è anche una professione, illudersi che consista soltanto nella registrazione degli umori popolari ha come unica conseguenza un rafforzamento del potere reale dei “tecnici” ai quali si finiscono per delegare quelle scelte e quelle mediazioni che ogni attività di governo comporta.

 

Franco Chiarenza
31 ottobre 2017

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