A crisi conclusa il dibattito sull’operato del Capo dello Stato in questa difficile contingenza può svolgersi più serenamente di quando – nei giorni scorsi – era sostanzialmente inquinato dalle simpatie partigiane per questo o quello schieramento. In esso occorre distinguere due aspetti diversi tra loro ma evidentemente contigui: quello giuridico-costituzionale e l’altro più propriamente politico.

L’articolo 92
Al centro della polemica sui poteri che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica c’è l’ormai celeberrimo articolo 92, mai tanto citato come in questi giorni. Esso, come è noto, attribuisce al Capo dello Stato il potere di nominare il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri. Non è questa la sede per addentrarsi nelle molteplici e fin troppo elaborate disquisizioni che hanno accompagnato (non da oggi) l’interpretazione da dare al dettato costituzionale; il problema non è tecnico-giuridico ma politico-giuridico. I limiti entro i quali il presidente della Repubblica può esercitare il potere di nomina sono chiaramente espressi dall’insieme delle norme che regolano l’assetto costituzionale italiano, le quali – piaccia o no – disegnano uno stato parlamentare in cui le maggioranze di Camera e Senato hanno il compito di indicare le scelte politiche e quindi di esprimere il governo. Il presidente della Repubblica può intervenire soltanto in casi limite che riguardano l’idoneità delle personalità prescelte oppure il costituirsi di una situazione di stallo tra le forze politiche, o infine per fronteggiare un’emergenza politica e economica che minaccia la sicurezza del Paese. Per il primo caso ricordiamo il veto opposto dal presidente Scalfaro alla nomina di Previti al ministero della Giustizia nel 1994, per il secondo la decisione del presidente Einaudi nel 1953 di affidare la presidenza del Consiglio a Giuseppe Pella, e infine il caso più recente, quando nel 2011 il presidente Napolitano promosse la costituzione del governo Monti.
La presenza di un economista – della cui competenza nessuno dubita – come ministro dell’Economia nella lista proposta dal presidente incaricato poteva rappresentare un casus belli che autorizzava il presidente a porre il veto, sol perché in passato Paolo Savona aveva pubblicamente espresso la sua avversione alla moneta unica e la convinzione che, in caso estremo, se ne potesse anche uscire? Non essendocene per di più traccia nel programma minuziosamente concordato tra Cinque Stelle e Lega? Francamente non credo; da “liberale qualunque” ho il dubbio che Sergio Mattarella sia andato oltre i limiti dei suoi poteri. Fatta salva naturalmente la sua buona fede che nessuno può mettere in dubbio.
Nelle discussioni che si sono accese un po’ ovunque tutti hanno fatto a gara nel ricordare, oltre quelli già citati, altri interventi del Quirinale nella formazione dei governi; ma si è dimenticato di aggiungere che essi sono sempre rimasti inquadrati nella moral suasion che i presidenti della Repubblica possono legittimamente esercitare, e si sono infatti sempre conclusi con un’intesa – più o meno amichevole – col presidente del Consiglio incaricato. Uno scontro frontale come quello che si è consumato tra Mattarella e Conte e che ha portato alla rinuncia a formare il governo malgrado esistesse in Parlamento una maggioranza che lo sosteneva, a quanto ricordo non si era mai verificato.

L’opportunità politica
Ma al di là della diatriba giuridico-costituzionale dobbiamo chiederci: era politicamente opportuna (o addirittura necessaria, come alcuni sostengono) la rigidità sul nome di Savona? Non credo, e ne spiego le ragioni:

  1. Savona è un esperto economista che sa benissimo (come lui stesso ha dichiarato) che l’uscita dall’euro è un’eventualità da giocare naturalmente in tempi lunghi e con tutta la prudenza del caso e da realizzare soltanto se non si riesce a piegare la Germania a consentire quelle modifiche che l’Italia (ma non soltanto) richiede per contrastare i danni che provengono dalla partecipazione all’Eurozona. Non condivido le tesi di Savona ma so bene che molti autorevoli economisti (compreso il neo-ministro Tria che ne ha preso il posto) sono sostanzialmente sulle sue posizioni. E comunque ci sarà tempo e modo di intervenire quando il problema si porrà concretamente.
  2. Il veto sul nome di Savona alimenta il populismo demagogico anti-tedesco che sta crescendo nell’elettorato. Dare la colpa delle nostre insufficienze al desiderio perverso di distruggerci da parte di nemici immaginari è una strategia ben nota da sempre: si chiama “capro espiatorio”. Domando a Mattarella (e a quei tedeschi che a diverso titolo sono entrati nelle nostre vicende con la stessa leggerezza di un elefante in un negozio di cristalleria): cui prodest?
  3. La resistenza di Mattarella è facilmente vendibile a un’opinione pubblica smarrita e disinformata come il colpo di coda di un establishment duramente colpito dalla volontà popolare e che non vuole abbandonare il potere. Cosa che Di Maio e Salvini si sono affrettati a fare un’ora dopo che Conte aveva rinunciato al mandato. Col risultato che le quotazioni di Salvini hanno guadagnato almeno sette punti in percentuale.
  4. Mattarella ha esercitato le sue funzioni fino ad ora con grande equilibrio guadagnandosi un giusto prestigio. Ma non è un personaggio politicamente neutrale; è stato eletto da una maggioranza parlamentare di centro-sinistra senza alcuna condivisione con quella che allora era l’opposizione, e proviene da una militanza politica che risale alla Democrazia cristiana e in particolare alla sua componente di sinistra (come d’altronde suo fratello Piersanti barbaramente assassinato dalla mafia). L’attuale maggioranza non mancherà di ricordare le sue origini politiche in ogni occasione utile per tenerlo sotto scacco.
  5. Esiste una regola della democrazia, discutibile ma inevitabile se non si vuole cadere in un paternalismo politico che non è di casa in un sistema liberale: lasciare governare chi vince le elezioni. Demagogia, disinformazione, populismo velleitario si infrangono soltanto di fronte alle realtà incontrovertibili che dimostrano che vincoli e sacrifici non sono espressioni di poteri occulti che agiscono contro i nostri interessi ma il risultato di errori compiuti da noi e che vanno corretti da noi nel nostro interesse. Dentro o fuori dall’euro non cambia nulla; l’illusione che qualche manovra finanziaria fondata sulla flessibilità dei cambi monetari possa risparmiarci i sacrifici necessari è molto diffusa e alimentata da apprendisti stregoni che non tarderebbero a scomparire quando l’acqua alta cominciasse a salire producendo inflazione, bruciando il risparmio, diminuendo ulteriormente la credibilità del sistema Italia sui mercati internazionali.

 

Franco Chiarenza
1 giugno 2018

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