La crisi in Catalogna ha riacceso l’attenzione su un vecchio tema, già sollevato a suo tempo da Altiero Spinelli, poi riproposto sempre più debolmente in diverse occasioni, fino a scomparire dall’agenda europea negli ultimi anni: quello della cosiddetta Europa delle Regioni. L’idea su cui si fonda la proposta nasceva – non a caso subito dopo la seconda guerra mondiale – partendo dalla constatazione dei danni prodotti dall’esasperazione dei nazionalismi sfociata in due conflitti che avevano sostanzialmente emarginato l’Europa rispetto alle nuove egemonie mondiali. Ci si chiedeva se l’Europa da rifondare non dovesse articolarsi in forme diverse dagli antichi stati nazionali che in fondo altro non erano che costruzioni, talvolta arbitrarie, prodotte dalla cultura statocentrica che il Vecchio Continente aveva ereditato dalla rivoluzione francese. Una nuova Europa quindi formata da grandi entità regionali omogenee per storia, cultura, condizioni economiche, unite tra loro da una federazione modellata sostanzialmente sull’esempio americano. Il tutto però – come appunto negli Stati Uniti – accompagnato da un potere federale forte espresso da un presidente eletto direttamente dal popolo e da un parlamento strutturato in una camera che rappresenti l’elettorato e una seconda costituita dagli stati federati. Un’idea che privilegia le autonomie e che trovò accoglienza nella costituzione che gli anglo-americani imposero alla Germania (per l’evidente preoccupazione che rinascesse il nazionalismo) con la quale vennero di fatto ricostituite entità regionali (lander) in gran parte corrispondenti agli antichi stati esistenti prima dell’unificazione realizzata nel XIX secolo dalla monarchia prussiana, dotate di poteri di governo che trovano il loro limite soltanto in quelli esplicitamente attribuiti al parlamento e al governo federali.
La tendenza a trasformarsi in stati indipendenti è emersa negli anni successivi in diverse parti d’Europa: non soltanto in Spagna (Catalogna e Paesi Baschi), ma anche in Francia (Corsica), in Belgio (Fiandra), in Gran Bretagna (Scozia, Galles e Ulster). Alcuni stati come la Jugoslavia creati – per la verità un po’ artificialmente – dopo la prima guerra mondiale, sono implosi scatenando sanguinose guerre civili e dando luogo a una frammentazione che ha trovato la conclusione di secolari conflitti inter-etnici rendendo indipendenti Slovenia, Croazia, Serbia, Kossovo, Bosnia, Macedonia, Montenegro. Anche la Cecoslovacchia ha visto separarsi (per fortuna consensualmente) la Repubblica Ceca e la Slovacchia. Pure l’Italia non è stata risparmiata, cominciando dai tentativi separatistici della Sicilia e dell’Alto Adige fino alle fantasiose creazioni “padane” della Lega di Bossi.
La crisi catalana sembra dimostrare che l’argomento è ancora attuale. Ma lo è davvero?

Stati-nazione, realtà ineliminabili
In realtà, malgrado le spinte separatiste, quasi ovunque (almeno in Europa occidentale) gli stati nazionali hanno risolto i problemi delle minoranze ricorrendo ad autonomie anche molto accentuate ma senza mai compromettere le competenze nazionali in politica estera, militare e di controllo sull’economia e la finanza (che, semmai, sono state devolute in parte a strutture sovra-nazionali come l’Unione Europea); anche regioni di comprovate tradizioni storiche, linguistiche, religiose, giunte molto vicine dalla secessione dagli stati in cui la storia li aveva collocati, hanno, alla fine, fatto un passo indietro.
Perché le cose sono andate così? (e andranno così probabilmente anche in Catalogna?)
Perché le motivazioni di orgoglio identitario diventano prevalenti solo quando si associano a meno nobili ragioni economiche, soprattutto quando queste ultime sono manipolate da pochi o molti demagoghi scaltri; non a caso le regioni con velleità secessioniste sono quasi sempre le più ricche. Basta far credere che chiudersi nei propri confini significhi disporre liberamente delle risorse prodotte in loco evitando che vengano utilizzate altrove o per finalità non immediatamente corrispondenti agli interessi della propria comunità. Il che è palesemente falso perché in tempi di globalizzazione non conta soltanto la ricchezza prodotta, ma anche – e forse di più – le norme che regolano gli scambi commerciali e la certezza del diritto per gli attori (sempre più mobili) dell’economia e della finanza internazionale. Nella partita che si gioca per stabilire le regole conta molto la dimensione (fisica, economica, politica, militare) dei soggetti che vi partecipano ed è inevitabile che gli equilibri vengano misurati sulla forza complessiva degli stati, formalmente tutti uguali ma dove qualcuno è più uguale degli altri. Potrebbe – per esempio – la Germania svolgere il suo ruolo egemonico in Europa se ai tavoli che contano invece della Repubblica federale sedessero come entità indipendenti la Sassonia, la Baviera, e gli altri 14 lander che la costituiscono? Qualcuno può pensare che nel direttorio della BCE il governatore della banca centrale slovacca conti quanto quello della Francia? Quanto potrebbe fare la Catalogna indipendente per difendere da sola la propria agricoltura rispetto alle possibilità di essere parte importante di un paese come la Spagna senza il cui accordo nessuna decisione può essere presa? Il mondo degli affari, la finanza, gli imprenditori, l’hanno capito da un pezzo: meglio contare all’interno di uno stato forte e autorevole che non rischiare di restare isolati e impotenti per un riguardo a tradizioni localistiche rispettabili ma oggi politicamente insignificanti ed economicamente motivate soltanto da un egoismo sociale tanto immorale quanto impraticabile. Fiscalità di vantaggio? E’ un’arma a doppio taglio se praticata in paesi che devono investire molte risorse in infrastrutture e deve fare i conti con l’Unione Europea (salvo chiamarsene fuori con tutti i problemi che ciò comporta).

Decidere da sé
A queste obiezioni gli “indipendentisti” rispondono che vogliono decidere da sé il loro destino pur ammettendo che i poteri nazionali sono ormai alquanto diluiti per effetto della globalizzazione e del decentramento, e (almeno in Catalogna), anche per questo, dicono di volere in ogni caso restare in Europa e continuare a far parte dell’Eurozona. Doversi far carico delle funzioni nazionali più impegnative e costose (politica estera, rete diplomatica, spese militari) renderebbe assai meno conveniente l’indipendenza; ignorarle contando sulla propria marginalità nella certezza che altri comunque provvederanno alla loro sicurezza toglierebbe a questi nuovi mini-stati qualsiasi credibilità (e possibilità di contare nelle sedi dove si decidono le strategie internazionali). Se, alla fin dei conti, ciò che dovrebbe cambiare riguarda l’istruzione, la giustizia, la sicurezza interna, l’ordinaria amministrazione, si tratta di materie che possono essere regolate nell’ambito di statuti regionali (come oggi già avviene).
A questo punto l’indipendenza diventa poco più che una soddisfazione sentimentale, perseguita in maniera convinta soltanto da gruppi (minoritari spesso anche all’interno degli schieramenti indipendentisti) che ritengono in una dimensione più ridotta di potere più facilmente effettuare esperimenti istituzionalmente innovativi, in senso autoritario o “socialmente avanzati”; premessa inevitabile di conflitti che possono rapidamente precipitare in un caos di cui le guerre balcaniche ci hanno dato un terrificante esempio.

Catalogna divisa
Un’ultima osservazione. I referendum hanno sempre dimostrato che le secessioni spaccano i paesi pressappoco a metà: creare un’indipendenza condivisa è in tali condizioni un’impresa assai ardua. Decenni (e qualche volta secoli) di unità statuale hanno prodotto inevitabilmente mescolanze, interessi, contaminazioni, strutture burocratiche, legislazioni comuni che è molto difficile dissolvere; il che, se l’indipendenza va in porto, determina tensioni, complicazioni, creazione di nuove minoranze dissenzienti. Lo dimostra quanto sta avvenendo in Catalogna, ma anche le vicende della Brexit; dove lo scioglimento di legami assai meno forti rispetto a quelli consolidati all’interno di stati nazionali secolari, si sta dimostrando difficile e pieno di incognite. Gli osservatori politici sono in proposito concordi: alla fine del percorso ne usciranno tutti più deboli, il Regno Unito ma anche le istituzioni di Bruxelles.

 

Franco Chiarenza
25 ottobre 2017

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