L’estate si avvicina e tutto sembra immobile; una lunga sosta in una congiuntura mondiale che non potrebbe permetterselo. L’Unione Europea è in attesa del suo prossimo Esecutivo; dopo avere approvato la nomina di Ursula Von Der Leyden alla presidenza della Commissione il Parlamento dovrà esprimersi sulla composizione della Commissione stessa secondo le indicazioni che verranno dalla nuova presidente e dal Consiglio. Nel frattempo bisognerà attendere gli sviluppi della Brexit che dipenderanno in gran parte dalla nuova leadership del partito conservatore che sostituirà Theresa May. Incombe poi la “questione italiana” che non è riducibile a un problema interno di casa nostra per le conseguenze che essa può avere sugli equilibri europei: non si tratta soltanto del deficit per eccesso di debito o del blocco dei porti alle ONG, ma in generale di una politica estera ondivaga che sembra mettere in discussione le alleanze tradizionali a cominciare dalla stessa NATO. Che il governo Conte riesca a sopravvivere o meno poco cambia se nuove elezioni dovessero confermare il risultato elettorale conseguito da Salvini. Vi sono poi altre due incognite: quale sarà la linea politica del nuovo governo greco guidato dal conservatore Mitsotakis e cosa accadrà in Spagna dove il governo socialista di Sanchez soffre della mancanza di una maggioranza sicura. Nè gli stati europei possono ignorare la guerra civile in Libia che rischia di destabilizzare ulteriormente l’intero bacino del Mediterraneo; una questione che dovrebbe interessare tutti i partner dell’Unione e non soltanto i paesi che vi si affacciano. Sarebbe auspicabile – almeno in questo caso – evitare che i paesi europei procedano in ordine sparso pestandosi i piedi.

L’Italia sospesa
Anche in Italia la stabilità del governo è messa a dura prova dalle continue diffide che si lanciano i due partiti della maggioranza; l’imperturbabile presidente Conte continua a dire che “tutto va bene” e che si tratta di “normale dialettica”. Ma non è molto normale l’infinita serie di dichiarazioni ostili che si scambiano i due vice presidenti.
La verità è che entrambi i partiti della maggioranza si trovano in difficoltà: la popolarità della Lega è messa a rischio non certo dalle sfide un po’ donchisciottesche delle ONG (puntualmente esaltate dalla Francia) ma piuttosto dalla vicenda dei finanziamenti russi scoppiata proprio mentre Putin veniva accolto trionfalmente a Roma (sarà un caso?). Anche il contrasto con i Cinque Stelle sulle prossime misure economiche (salario minimo o flat tax?) diventa in questo contesto cruciale per recuperare il consenso degli imprenditori del centro-nord messo duramente alla prova dalle priorità fissate dai Cinque Stelle (e dalla stessa Lega), cioè reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni.
Ma il movimento di Di Maio sta peggio: perde pezzi, è fortemente contestato da molti militanti, è diviso su questioni importanti come quelle esplose a Torino sul salone dell’auto (emigrato a Milano), rischia di rimettere in discussione il salvataggio dell’ex-ILVA di Taranto, è costretto per salvare l’Alitalia a chiedere aiuto all’odiata Atlantia (la holding che controlla la società Autostrade nel mirino dei Cinque Stelle dopo il crollo del ponte Morandi); persino sulla TAV Torino-Lione arrivano segnali di cedimento. La Capitale, vetrina obbligata dell’intero Paese, affoga tra i rifiuti non raccolti mentre gli autobus prendono fuoco, le strade sono rimaste groviere impercorribili e tutti i progetti di rilancio, a cominciare dal discusso stadio della Roma, restano nei cassetti; dopo tre anni di amministrazione Raggi è impossibile dare la colpa ai predecessori e la sindaca ricorre all’aiuto di Stato, seguendo appunto la prassi di alcuni suoi predecessori (Alemanno).

 

Franco Chiarenza
16 luglio 2019

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