L’ultima opera letteraria di Ernesto Paolozzi segna un ulteriore momento di allontanamento dell’autore dal liberismo – inteso come concezione liberale dell’economia – attraverso un percorso che lo studioso crociano aveva intrapreso da tempo; non a caso il libro è stato scritto a quattro mani con Luigi Vicinanza, giornalista di formazione comunista poi passato a incarichi prestigiosi nel gruppo editoriale di Repubblica.
Il saggio contiene molte annotazioni di buon senso, alcune denunce condivisibili, ripete preoccupazioni che tutta la cultura liberale (anche nella sua versione social-democratica) analizza da tempo; per andare a parare dove?
La democrazia liberale è sempre stata – sin da quando è divenuta “moderna” con Benjamin Constant – una procedura che regola i conflitti politici attraverso la mediazione di una èlite che elabora i progetti di governo su cui chiede la “fiducia” popolare. La partecipazione si esprime, soprattutto nei paesi di cultura anglosassone, attraverso corpi intermedi diversamente organizzati che, pur non identificandosi mai con l’intero corpo sociale, sono in grado di operare un processo di sintesi che trova nella rappresentanza il suo momento decisionale. Dare alla democrazia altri significati è sempre stato un modo di avvilire e comprimere le procedure che della democrazia sono l’indispensabile motore; quando è in buona fede è un’illusione se non illiberale quanto meno “a-liberale”. Tali procedure sono in crisi? Certamente, perché l’avvento dell’era digitale, a cominciare dai nuovi mezzi di comunicazione, impone cambiamenti profondi, perché la globalizzazione moltiplica i soggetti attivi sui mercati (facendo venir meno le posizioni di rendita dei paesi più sviluppati), perché le nuove tecnologie modificano profondamente il lavoro manifatturiero (e non soltanto); un fenomeno complesso che investe ogni aspetto della vita umana (economia, comunicazione, appartenenze religiose, idee ed ideologie, ambiente, sicurezza) nei cui confronti la politica non è stata ancora in grado di dare risposte convincenti. Anche perché a fenomeni globali non si possono dare risposte parziali.
Da qui nascono e prosperano i nuovi populismi che – come quelli vecchi che li hanno preceduti – suggeriscono soluzioni semplicistiche a problemi complessi (salvo poi non sapere come affrontarli quando giungono al potere). Il loro successo è direttamente proporzionale all’incapacità delle sinistre europee di proporre soluzioni accettabili ai loro stessi elettorati tradizionali, traditi da illusioni troppo a lungo coltivate, e impauriti da cambiamenti che, in quanto ineluttabili, vanno governati e non esorcizzati.

La domanda è: le trasformazioni in atto nel mondo del lavoro sono tali da mettere in pericolo la stessa democrazia, come sembrano suggerire gli autori del saggio? Non ne sono convinto, anche se mentre è certamente condivisibile il traguardo finale (lavorare meno, lavorare tutti) non sono affatto chiare le strade da percorrere per raggiungere l’obiettivo pagando costi sociali sopportabili.
La retorica del “dover essere” non rappresenta mai una soluzione, serve tutt’al più a ricordarci le difficoltà che i sistemi liberal-democratici stanno attraversando nel contenere e indirizzare un’opinione pubblica innervosita e preoccupata, ma non assente. Non esistono scorciatoie: è all’interno della democrazia (liberale) che va cercata la soluzione; ogni altra strada conduce a derive autoritarie che senza risolvere il problema si limiterebbero ad occultarlo.
Le procedure democratiche funzionano anche quando vengono utilizzate per un rovesciamento radicale delle nostre convinzioni culturali e politiche, almeno finchè resta inalterato il patto regolativo che garantisce ogni possibile ricambio. Stiamo vivendo un momento in cui nuovi soggetti politici premiati elettoralmente da sensibilità popolari diverse dalle nostre stanno cercando di sostituire le precedenti classi dirigenti. Non ne condivido né i presupposti culturali né le modalità di governo, e men che meno le prospettive fondamentaliste a cui una parte almeno di essi sembra ispirarsi, ma in ogni caso non si può dire che la democrazia non abbia funzionato.
Essa, intesa come procedura di verifica e di sintesi della volontà popolare, non ha alternative in Occidente; può perfezionarsi, cambiare le classi dirigenti, ma la possibilità che il disagio sociale possa innescare processi autoritari simili a quelli che generarono i regimi totalitari tra le due guerre mondiale mi pare per fortuna remoto.
Prima o poi la maggioranza dei cittadini elettori si renderà conto che la strada da percorrere non è quella che conduce a chiudersi dentro la fortezza in cui molti cercano salvezza dalle proprie paure, all’interno dei propri confini (non soltanto territoriali ma anche culturali e sociali), ma piuttosto la capacità di riprendere quel filo dei rapporti multilaterali che l’Occidente a guida americana aveva faticosamente dipanato dopo la seconda guerra mondiale e che la vittoria di Trump ha spezzato spingendo gli egoismi nazionali a una guerra di tutti contro tutti. Non si possono contrastare gli effetti della globalizzazione più di tanto; ma è possibile immaginare interventi coordinati che senza comprimere i vantaggi dei processi spontanei indotti dalla rete interattiva e intermodale degli scambi (economici, sociali e culturali) riescano a contrastarne gli effetti negativi che essa produce (per esempio – per restare al tema di fondo del libro – sulle distorsioni del mercato del lavoro che producono il dumping sociale).
C’è un passaggio del libro in cui si afferma che della democrazia il mercato globalizzato può fare a meno. Non ne sono affatto convinto: senza il “rule of law”, senza la certezza del diritto, il mercato non funziona e genera mostri incontrollabili destinati a trasformarsi o ad implodere, ed è proprio questo il punto debole della crescita cinese (di cui peraltro parleremo magari in un’altra occasione).

 

Franco Chiarenza
9 marzo 2019

 

Ernesto Paolozzi e Luigi Vicinanza – Diseguali: il lato oscuro del lavoro – Guida editori (Napoli 2018) – pag. 133, euro 12.

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