Premesso che un terzo stadio a Roma non mi sembra francamente tra le priorità della Capitale, è molto significativo il modo in cui si è concluso il tormentone che per un anno ha angosciato la tifoseria romanista coinvolgendo in un crescendo inarrestabile larga parte dell’opinione pubblica nazionale. In un susseguirsi di stupefacenti contraddizioni (ci andremo a nuoto, sibila Grillo; le tribune del vecchio ippodromo vanno protette, scopre improvvisamente la Sovrintendenza; non consentiremo l’ennesimo regalo ai “noti” costruttori, affermano un paio delle cinque stelle, ecc.) lo psicodramma si è risolto con un tipico colpo di teatro all’italiana: ma come non pensarci prima? Basta dimezzare le cubature e il gioco è fatto. I Cinque Stelle possono dire (con un po’ di faccia tosta, ma quella non gli manca) che hanno impedito la “colata di cemento” in un’area che dal rischio di sommersione (vedi le dichiarazioni di Grillo) è improvvisamente diventata comunque edificabile per centinaia di migliaia di metri cubi, i romanisti portano a casa lo stadio, i costruttori sembrano anch’essi molto contenti malgrado il dimezzamento. E qui sta il punto, perché quando tutti sono soddisfatti c’è qualcosa che non torna.
Infatti è subito intervenuto l’ex-sindaco Marino, la cui giunta aveva approvato il progetto originario, a chiarire il mistero. Il nuovo progetto Raggi altro non è che la riedizione della prima proposta di Pallotta (presidente italo-americano della Roma) che la sua giunta aveva respinto per alcune inoppugnabili ragioni: la costruzione di uno stadio calcistico, tanto più se realizzata nella nuova formula di porlo al centro di un complesso multifunzionale (con negozi, mercati, uffici, parchi giochi, ecc. ) comporta spostamenti di ingenti masse di cittadini che richiedono adeguamenti strutturali rilevanti (metropolitana, strade, ponti sul Tevere, risanamento idro-geologico, messa in opera di parchi pubblici) che l’amministrazione comunale non ha le risorse sufficienti per realizzare. Il nuovo progetto Marino comportava sì un aumento rilevante delle cubature ma metteva a carico dei costruttori e della Roma la realizzazione di tutte le infrastrutture, e oltretutto prevedeva che le nuove cubature fossero prevalentemente concentrate sulle famose torri di Libeskind, un’opera urbanistica avveniristica firmata da uno degli architetti più famosi al mondo (è suo il progetto della bellissima Freedom Tower di New York) che avrebbe messo la città al centro dell’urbanistica contemporanea (insieme all’auditorium di Renzo Piano che mi pare l’ultima opera di pregio realizzata a Roma).
Ecco spiegato il perché del “tutti contenti”. Lo stadio sarà comunque costruito e i tifosi della Roma saranno contenti; come arrivarci sarà un problema ma basterà partire da casa qualche ora prima. La zona commerciale sarà fatta ma sulla natura dei negozi (non si parla pudicamente di centri commerciali per non urtare la suscettibilità dei “chilometrozeristi”) si pronunceranno gli abitanti; immagino un referendum se preferire una macelleria o un fruttivendolo. I costruttori sono contenti perché tutti gli oneri accessori che non producono reddito saranno a carico del Comune (almeno quei pochi che saranno realizzati). Gli appalti restano quelli previsti monopolizzati in gran parte con chiamata diretta da multinazionali edili americane. Il problema idrogeologico è scomparso come d’incanto, le perplessità della Sovrintendenza sembrano superate (e ci sarebbe da chiedersi come mai questa improvvisa attenzione per le cadenti tribune del vecchio ippodromo in una città dove il più grande patrimonio archeologico del mondo non trova tutela adeguata), e Grillo può “twittare” brava Raggi. Brava davvero, anche nel malore misterioso che l’ha colta e di cui nessuno è riuscito a conoscere le cause (con il marito che, intervistato all’ospedale, continuava a ripetere “ma sta bene, sta bene”), che probabilmente è servito a concordare l’ultimo accordo con il movimento da una parte e con la Roma dall’altra. Forse non ha ancora imparato ad amministrare ma sta imparando in fretta i trucchi della politica.

P.S. Le torri di Libeskind a Tor di Valle non si faranno; in compenso è già partita la costruzione della torre Libeskind a Milano nell’area dell’ex-fiera. Roma continua la sua lenta marcia verso l’impaludamento provinciale, Milano si muove velocemente in competizione con le metropoli europee. Il liberale qualunque vorrebbe invece un rilancio strategico della Capitale, anche con la realizzazione di grandi infrastrutture urbanistiche d’avanguardia; ma i romani hanno votato i Cinque Stelle (con qualche ragione) e dobbiamo accontentarci della loro filosofia minimalista: meglio le strade senza buche e la spazzatura riciclata con la differenziata che i grattacieli di Libeskind. Il fatto è che le strade continuano a somigliare a percorsi di guerra e la spazzatura domina incontrastata in cassonetti debordanti e indifferenziati.

 

Franco Chiarenza
28 febbraio 2017

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