Dal discorso di insediamento di Trump c’erano poche sorprese da attendersi e infatti così è stato.
Il nuovo presidente ha confermato – nei suoi tratti essenziali – la sua linea politica tutta orientata sui problemi interni della sicurezza, sia intesa come difesa dalle minacce del terrorismo sia come mantenimento dei posti di lavoro e della centralità della classe media (prevalentemente ma non soltanto bianca). “America first” non è soltanto uno slogan ma una precisa strategia che comporta alcune rilevanti conseguenze.

La prima – di cui si sono già viste le prime avvisaglie – è una forte pressione sui produttori industriali a non delocalizzare gli impianti anche attraverso disincentivi fiscali penalizzanti che rappresenterebbero una prima grave violazione della filosofia dei mercati aperti che gli Stati Uniti hanno perseguito sin da dopo la seconda guerra mondiale. Ciò si lega perfettamente al blocco dell’immigrazione per impedire che il dumping sul costo del lavoro, bloccato all’estero si riproduca in patria.
La seconda parte della strategia di Trump è fondata su una riduzione drastica della pressione fiscale soprattutto al fine di favorire i grandi capitali i quali verrebbero indotti attraverso misure incentivanti di vario genere a effettuare nuovi investimenti produttivi in patria. Ciò comporta tuttavia una riduzione degli introiti federali che andrà in parte a incidere sulla riforma sanitaria di Obama (che infatti si vuole sopprimere o comunque ridimensionare) ma resta in contraddizione con la politica di espansione della spesa per il rinnovamento delle infrastrutture.
Gli investimenti sulle infrastrutture (di cui gli Stati Uniti hanno certamente bisogno) rappresentano infatti il terzo pilastro della strategia di Trump. Per effettuarli senza aumentare il debito pubblico Trump conta su un massiccio afflusso di risorse private da reperire sui mercati anche tramite l’offerta di titoli di Stato a tassi convenienti e opportune riduzioni fiscali.
La quarta conseguenza di tale filosofia produttivistica e protezionista è il “via libera” alla eliminazione dei vincoli ecologici e alla riduzione di ogni ingombrante obbligo sociale per le imprese.

“America first” significa anche che le scelte di politica estera dovranno essere rigorosamente subordinate agli interessi americani, non considerati in una prospettiva di lungo raggio ma nel calcolo di convenienza a breve termine. In termini concreti ciò comporta un rovesciamento dei fondamenti che hanno caratterizzato (sia pure con evidenti variazioni) la continuità della politica estera di tutti i predecessori di Trump, da Truman in poi (compreso Reagan, a cui spesso Trump si riferisce) in quanto di fatto essa diventa esplicitamente subalterna alle esigenze di politica interna. Quindi:

  • dichiarazione delle ostilità alla Cina, considerata pericolosa per gli interessi dell’industria americana e denunciata per le manipolazioni valutarie (che peraltro avevano già suscitato preoccupazione nell’amministrazione Obama).
  • ricerca di un accordo globale con la Russia, vista come un mercato potenzialmente rilevante per le esportazioni americane, anche se ciò può comportare un sostanziale abbandono delle posizioni finora sostenute in Medio Oriente e nell’Europa orientale.
  • decisa avversione a ogni forma di integrazione europea, considerata pericolosa per gli interessi economici americani. Quindi non soltanto blocco definitivo del TTIP (già in crisi per l’opposizione che aveva suscitato in alcuni settori dell’opinione pubblica europea) ma pure incoraggiamento alle spinte disgregatrici dei movimenti populisti europei (in piena consonanza con le ambizioni strategiche della Russia di Putin). Trump preferisce un’Europa divisa e priva di sostanziale potere contrattuale per motivi prevalentemente economici, Putin per ragioni politiche (riaffermare l’egemonia russa sull’Europa orientale).
  • attenuazione del deterrente militare e strategico della NATO, ritenuto costoso e sovrabbondante rispetto alle esigenze di difesa del territorio americano e delle ricadute sulla politica interna.
  • rinuncia a qualsiasi pretesa di guida politica e ideologica del mondo occidentale. Il gigante americano imporrà la sua volontà in base alla forza che saprà esprimere attraverso un’economia rafforzata senza alcuna condivisione collegiale che abbia altro significato di quella di certi consigli d’amministrazione aziendali dove ci si scambiano opinioni ma chi decide è l’azionista di maggioranza.

Naturalmente questi propositi (che hanno peraltro una loro coerenza intrinseca) non sono facili da realizzare per le resistenze che incontreranno ovunque e soprattutto negli Stati Uniti.
Trump sconta infatti una realtà inoppugnabile: quella di essere un presidente eletto da una minoranza della popolazione (arrivato alla Casa Bianca per le caratteristiche particolari delle norme costituzionali che regolano le elezioni presidenziali) e di avere contro, o, nel migliore dei casi in posizione di attesa, una parte consistente dell’”establishment” e dell’apparato militare e industriale che hanno sempre avuto come punti fermi la solidarietà atlantica e il contenimento della potenza russa.
Trump inoltre si troverà contro un’opposizione molto agguerrita consapevole di rappresentare la metà maggioritaria del paese (e comunque la parte più urbanizzata e culturalmente avanzata) che ha già dato segni di insofferenza e di rifiuto della presidenza Trump, e sarà guidata per di più dallo stesso presidente uscente Obama, il quale, forte di una popolarità ancora rilevante, non sembra avere alcuna intenzione di ritirarsi nelle “riserve” dorate che fino ad oggi hanno ospitato gli ex-presidenti. Una presenza ingombrante che probabilmente prelude a una candidatura di Michelle Obama alle prossime elezioni presidenziali.
Trump inoltre sconta un’avversione (peraltro ricambiata) della maggior parte dei mass media, cosa che negli Stati Uniti non è mai stata senza conseguenze. Il rapporto con l’opinione pubblica, anche con la sua parte più rozza, non può limitarsi ai tweet.
Trump infine sa di avere i suoi peggiori avversari (perché meno visibili) nel suo stesso partito. Alcune posizioni – soprattutto di politica estera – saranno fortemente contestate nel Congresso.

Le nomine effettuate da Trump sono assai contraddittorie. Non soltanto perché sembrano riflettere concezioni politiche tra loro non compatibili e spesso non riconducibili alle affermazioni del nuovo presidente ma soprattutto per l’ambiguità di molti dei prescelti.
Rex Tilleson, designato Segretario di Stato, è un “top manager” attualmente amministratore delegato della Exxon dove ha svolto tutta la sua carriera di lavoro; in tale veste, come presidente della Exxon Neftegas (attraverso la quale vengono gestiti gli interessi energetici della compagnia in Russia e nel mar Caspio), ha avuto intensi rapporti con l’establishment russo. La sua formazione giovanile “politica” si è concentrata nei Boy Scouts (in America assai influenti nelle politiche giovanili) di cui è stato dirigente nazionale.
Steven Mnuchin è il nuovo Segretario del Tesoro, in pratica il ministro dell’Economia. E’ stato un banchiere di Goldman Sachs, ha raccolto i fondi per la campagna di Trump ma è stato legato in passato al finanziere Soros (nemico acerrimo di Trump) e ha avuto intensi rapporti con economisti più legati al mondo democratico. Si deve a lui tuttavia il piano sulla “deregulation” e sui tagli fiscali che è alla base del consenso raccolto da Trump. Negli ultimi anni ha lavorato nel complesso mondo finanziario che sostiene la produzione cinematografica di Hollywood, dove – ironia della sorte – ha prodotto film di contenuto ecologico molto apprezzati dagli ecologisti apocalittici (come quelli di Clint Eastwood). E’ considerato una persona senza scrupoli, perfetto “servitore” dei diversi “padroni” che via via hanno costellato la sua carriera. Uomo per tutte le stagioni, ormai miliardario per effetto delle speculazioni edilizie che – ancora ironia della sorte – in passato lo hanno visto anche in dura contrapposizione di interessi con lo stesso Trump.
Alla Difesa, altro settore centrale del governo, Trump ha nominato James Mattis, un generale dei “Marine” in pensione che ha partecipato a tutti gli interventi bellici in Medio Oriente, è stato comandante militare della NATO, di cui, a quanto risulta, è un fervente sostenitore.
Ce n’è quanto basta, tralasciando altre nomine significative nel suo staff anch’esse apparentemente contraddittorie, per restare perplessi. Nel migliore dei casi si può pensare a un team in grado di seguire e di correggere i cambiamenti di direzione che di volta in volta potrebbero rendersi necessari anche in considerazione del pragmatismo e del cinismo che il nuovo presidente ha ampiamente esibito (e talvolta persino rivendicato).

In conclusione: Trump ha intercettato le preoccupazioni di una parte importante dell’elettorato americano ma le sue “ricette” appaiono semplicistiche e trovano la decisa opposizione di un’altra parte dell’America che non intende rinunciare al ruolo di guida non soltanto economica ma anche politica e morale dell’intero Occidente democratico. Trump peraltro è figlio dell’ondata populistica provocata anche in Europa dalla globalizzazione che ha messo in moto flussi di emigrazione, di trasferimenti industriali e finanziari inarrestabili ma percepiti come un pericolo per il tenore di vita acquisito nell’ultimo secolo dalla “middle class”. I populismi appaiono sempre all’orizzonte della storia quando equilibri consolidati vengono modificati: ma non hanno mai prodotto risultati positivi, anzi hanno contribuito a peggiorarli. Determinano isolazionismo e protezionismo che però, essendo reciproci, finiscono per danneggiare tutte le parti in causa, come hanno dimostrato le frequenti guerre commerciali degli albori dell’industrializzazione. Inoltre spesso finiscono per sfociare in conflitti armati in base al principio – enunciato da Frederic Bastiat – che “dove non passano le merci passano gli eserciti”. Dietro i grandi conflitti militari dell’ultimo secolo ci sono quasi sempre ondate di emozioni popolari fortemente irrazionali che li hanno spinti e incoraggiati: basti pensare alle due guerre mondiali, agli interventi americani in Medio Oriente dopo l’abbattimento delle “twin towers”, ecc.
La presidenza di Trump quindi, almeno a giudicare dalle prime mosse, non preoccupa tanto noi liberali per ciò che potrebbe avvenire all’interno degli Stati Uniti (una sterzata protezionista potrebbe anche produrre risultati positivi, almeno in un primo momento) ma piuttosto per la scossa che imprime agli equilibri internazionali: tutti conoscono l’apologo dell’apprendista stregone.

Franco Chiarenza
22 gennaio 2017

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