Mio nipote (anni ventuno), simpatizzante del PD, mi ha chiesto: non ti sembra che alcune proposte dei Cinque Stelle siano giuste? Per esempio il reddito di cittadinanza non dovrebbe far parte di una politica di sinistra? Vedi – ho dovuto rispondergli (ma non so se l’ho convinto) – il problema non è cosa si vuol fare ma come si fanno le cose. Il “come” è importante perché costringe a considerare le conseguenze.
Un liberale, come credo di essere, non può negare che, al di là delle forme bizzarre che caratterizzano la loro azione politica, il movimento fondato da Grillo e Casaleggio porti avanti anche alcune ragioni e battaglie in cui i liberali non possono non riconoscersi. Dove si resta perplessi (e talvolta sconcertati) è nelle soluzioni proposte dai Cinque Stelle, quasi sempre confuse e incerte, spesso approssimative fino al limite di un dilettantismo demagogico. Sembra sempre che Di Maio sia attento soltanto al mantenimento di un consenso che, provenendo da motivazioni diverse e contrastanti, è destinato a modificarsi ogni volta che il movimento dovrà compiere delle scelte di governo. Per esempio:

a) – pubblica moralità
I partiti che hanno governato fino a ieri hanno molto sottovalutato l’importanza di questo aspetto per un’opinione pubblica stanca degli scandali continui che si sono succeduti. Il successo dei Cinque Stelle è in parte fondato su questa indignazione, probabilmente esagerata rispetto alle reali dimensioni del fenomeno, ma considerata invece nella percezione di molti giunta a livelli di guardia (come già avvenne vent’anni fa con “Mani pulite”). Certe arroganti difese di privilegi inaccettabili (come i vitalizi dei parlamentari), certi abusi visibili a tutti (come l’uso di auto e aerei “blu”), certi condannati che impunemente restavano alla ribalta, certi processi conclusi con prescrizioni scandalose, hanno alimentato la protesta come benzina sulla brace.
Un maggiore rigore morale non può dunque che essere accolto con favore dai liberali, ma non deve trasformarsi nel suo contrario cioè nel venir meno dei principi di garanzia di ogni stato di diritto. Quando si sospende “sine die” la prescrizione dopo il giudizio di primo grado si agisce frettolosamente e demagogicamente e si rischia di peggiorare la situazione facendo venir meno il diritto di essere giudicato in tempi certi. Anche la sospensione dai pubblici uffici prima di una sentenza definitiva appare in contraddizione con la presunzione di innocenza stabilita dalla Costituzione. A fronte quindi di un problema reale come quello di evitare che la prescrizione divenisse – come talvolta è avvenuto – una tattica utilizzata per ottenere assoluzioni per decorrenza dei termini bisognava agire diversamente: mettere in piedi una riforma complessiva della giustizia penale in grado di eliminare molte procedure dilatorie che oggi consentono troppo spesso l’impunità. Tempi lunghi? Non necessariamente se c’è una volontà politica e una capacità di condividere anche con le opposizioni una riforma così importante.

b) – la casta
Uno dei bersagli preferiti dai Cinque Stelle è la cosiddetta “casta”. Con questo termine essi si riferiscono in realtà alla classe dirigente, in particolare a quella politica, che a loro avviso si rinnova per cooptazione, è insensibile a qualsiasi promozione sociale dal basso, ed esercita una sorta di egemonia totalizzante non soltanto nella politica ma anche nei giornali, nell’economia, nella finanza, nell’università, ecc. Il problema è reale e nessuno più di un liberale può essere sensibile al mancato funzionamento dell’ “ascensore sociale” (che è poi anche una delle cause della “fuga dei cervelli” a parole tanto deprecata, nei fatti incoraggiata per lasciare spazio ai figli dei soliti noti).
Ma, ancora una volta, la soluzione non può essere cercata nel trionfo dell’incompetenza. Per progettare il futuro mantenendo i piedi per terra nel presente servono competenze politiche (non soltanto tecniche) che non si improvvisano; per evitare gli inevitabili ostacoli occorrono esperienze maturate nei poteri locali, pubbliche relazioni durevoli, capacità di contemperare – quando si può – interessi diversi, pur mantenendo come una stella polare le idee e le ragioni per le quali si è chiesto il consenso dei cittadini. L’idea balzana che chiunque dall’oggi al domani possa governare realtà complesse come quelle che caratterizzano la politica contemporanea, che cioè si possa esercitare il potere su mandato fiduciario di poche migliaia di individui (siano essi iscritti ai partiti o a una piattaforma digitale poco cambia) è non soltanto velleitaria ma anche foriera di esiti catastrofici; lo abbiamo già visto in passato con i partiti fondati su ideologie totalizzanti, da quello fascista dopo la prima guerra mondiale a quelli comunisti dopo la seconda. Lo slogan “uno vale uno” è giusto se attiene ai diritti (e ai doveri) di cittadinanza non se riguarda le competenze di ciascuno di noi: faresti aggiustare l’impianto elettrico a una persona qualsiasi o ti faresti difendere in tribunale da chi non esercita come avvocato?
La democrazia è fondata sul pluralismo delle idee e sul confronto civile che vanno esercitati nel contesto di una carta fondamentale che ne regola le modalità; minare la rappresentanza parlamentare basata sulla responsabilità di ciascun deputato o senatore di fronte al Paese (e non al partito che lo ha fatto eleggere) è estremamente pericoloso. La prima repubblica cadde anche per le degenerazioni della partitocrazia che avevano quasi svuotato i poteri del parlamento. La politica non è una partita di poker in cui chi vince prende tutto il piatto, e dove le campagne elettorali si trasformano in tifoserie che si scambiano insulti incitando all’odio; è invece una competizione fondata sul confronto tra progetti di governo diversi (e talvolta anche opposti) dove si discute e si decide in base a una delega che andrà verificata alla fine del mandato e non giorno per giorno in base ai sondaggi. I bilanci di casa si fanno a fine d’anno, quelli della politica a fine legislatura.
Quanto conti la competenza, l’esperienza, lo dimostra l’esperimento di Virginia Raggi a Roma: ha impiegato sei mesi per crearsi una giunta stabile, ha affrontato i problemi più scottanti in modo superficiale, ha peggiorato le condizioni di vita della città già rese precarie dai suoi predecessori. Per non parlare di alcuni ministri (come l’ineffabile Danilo Toninelli) ormai oggetto di quotidiano sarcasmo su quegli stessi “social” che avrebbero dovuto rappresentare la forza dirompente del movimento.
Questo non significa che qualcosa non si possa fare, anche in termini di ingegneria istituzionale: per esempio stabilire alcuni limiti al rinnovo del mandato, come si è fatto – con ottimi risultati – nell’elezione dei sindaci. O anche adottare forme di recall (già sperimentate negli USA) che però sono possibili solo rendendo definitivo almeno per una camera il sistema elettorale uninominale (il che, oltre tutto, consentirebbe un legame organico e continuo tra elettori ed eletti). Misure che vanno studiate attentamente, concordate con maggioranze più ampie di quelle di governo, e attuate con regole chiare non suscettibili di interpretazioni distorcenti (come è avvenuto in passato per alcuni casi di incompatibilità stabiliti dalla legge, per esempio per i magistrati che scendono in politica).

c) – reddito di cittadinanza e pensioni
Sul fatto che fossero necessarie misure di sostegno per la parte più povera del Paese credo siano tutti d’accordo; già il governo Gentiloni si era mosso in questa direzione con il cosiddetto reddito di inclusione. Il problema è come realizzare tale legittima esigenza in presenza di un bilancio che dispone di poche risorse realmente spendibili (e su questo punto si è consumato il duro confronto con la Commissione dell’Unione Europea). La legge sul reddito di cittadinanza voluta da Di Maio si muove nella stessa logica assistenziale degli 80 euro di Renzi: una gigantesca operazione di voto di scambio. Le misure di contenimento e di controllo previste nel provvedimento rischiano di essere inattuabili e di produrre nella loro concreta attuazione un pasticcio confuso e indecoroso. In un paese come il nostro (e non soltanto al sud) il reddito di cittadinanza potrebbe incrementare il lavoro nero e produrre infiniti aggiramenti fraudolenti praticamente impossibili da scoprire e sanzionare.
Se è vero che la mancanza di lavoro costituisce il problema più grave da affrontare non è certo col reddito di cittadinanza che si risolve; anche ammesso (e non concesso) che – come prefigura Di Maio – l’incremento dei consumi dovesse aumentare la domanda fino a generare significativi aumenti della produzione (e quindi dell’occupazione) gli effetti si vedrebbero soltanto in tempi lunghi. Hanno quindi ragione gli imprenditori quando sostengono che i pochi mezzi disponibili (in gran parte derivati da un’ulteriore aumento del debito pubblico) dovrebbero essere utilizzati non per finanziare misure prevalentemente assistenziali dai dubbi risultati espansivi ma per facilitare attraverso la riduzione delle imposte gli investimenti produttivi in grado di generare occupazione.
Perchè il vero problema non è fare lavorare chi non vuole (e potrebbe accontentarsi del “salario di cittadinanza”) ma creare il lavoro che non c’è.

Anche per le pensioni vale lo stesso ragionamento. A prescindere dalla retorica anti-Fornero cavalcata spregiudicatamente (e secondo me infondatamente) da Salvini, si tratta di capire se sia utile impiegare ingenti risorse per consentire ai pensionandi di anticipare l’uscita dal lavoro (oltretutto in presenza di un fenomeno come l’allungamento delle aspettative di vita, in sé positivo, ma foriero di un appesantimento dei conti previdenziali). Si tratta infatti di una misura assistenziale che non genera sviluppo né nuova occupazione; e nemmeno garantisce quel ricambio generazionale auspicato da Salvini se non accelerando di poco quel che sarebbe comunque avvenuto (nella pubblica amministrazione, perché nel settore privato è molto improbabile).

Entrambe le riforme poi presentano anche un lato oscuro non sufficientemente valutato. In un paese come il nostro dove l’economia sommersa ha dimensioni gigantesche (e occupa non meno di tre milioni di lavoratori) si rischia di aumentarne l’estensione con l’immissione sul mercato del lavoro reale di migliaia di soggetti ancora validi che, avendo la pensione o il reddito di cittadinanza, andranno a costituire una forza-lavoro retribuita in nero a basso costo. Spesso, soprattutto nel sud, per le piccole imprese marginali il lavoro nero, con l’evasione fiscale e contributiva che l’accompagna, è una condizione di sopravvivenza; ed è questa la ragione vera per cui tutti, politici, sindacalisti, mezzi di informazione, fingono di non vederlo. Di Maio minaccia per costoro fuoco e fiamme; ma vivendo a Pomigliano d’Arco non può non sapere qual’è già oggi la realtà sotto gli occhi di tutti e la difficoltà di applicare le leggi (anche quelle che già ci sono) per contrastare l’economia sommersa. Lui e il suo compagno Di Battista hanno “scoperto” che i rispettivi padri nelle loro piccole imprese utilizzavano il lavoro nero! Che sorpresa!!!
In tale contesto le sanzioni minacciate da Di Maio rischiano di fare la fine delle “grida” di manzoniana memoria. C’è una vecchia storiella messa in giro per dimostrare il carattere pragmatico degli inglesi: se in una sala affollata dove è proibito fumare i trasgressori sono pochi puoi cacciarli fuori, ma se sono la grande maggioranza è meglio togliere il cartello di divieto. Noi di solito facciamo peggio, manteniamo il cartello e fumiamo lo stesso.
Per noi liberali dunque su una questione tanto importante e condivisibile negli obiettivi bisognava intervenire diversamente: con misure di sostegno transitorie per i disoccupati potenziando seriamente i centri per l’impiego, mettendo in atto percorsi individuali differenziati (e ci vorranno molti mesi); con un’assistenza familiare mirata nei casi di esclusione irreversibile, cercando nel contempo di riorganizzare in maniera efficiente tutto il settore dell’assistenza pubblica oggi caratterizzato da provvedimenti parziali e incongrui e dalla confusione delle competenze, fonte di sprechi e corruzione (ricordi i ricorrenti scandali dei falsi invalidi? Ciechi che giocano a calcio, zoppi che corrono la maratona, ecc.)

d) – rapporti con i mezzi di comunicazione
L’Ordine dei giornalisti, creato dal regime fascista per controllare la stampa ed esistente quasi esclusivamente in Italia, non va riformato; va semplicemente soppresso. Costa molto, serve soltanto a creare barriere corporative all’accesso ai mezzi di informazione, potrebbe essere sostituito da organismi più flessibili concordati tra editori e sindacato dei giornalisti senza veste istituzionale. Lo ripeto (insieme a tanti altri) da anni attirandomi l’ostilità della corporazione. Se il movimento Cinque Stelle lo farà i liberali non potranno che essere d’accordo, anche perchè la soppressione dell’Ordine dei giornalisti fu sostenuta a suo tempo pure da Luigi Einaudi.
Lo stesso vale per i finanziamenti pubblici all’editoria contro i quali i liberali si battono da sempre. Se un giornale non riesce a farsi finanziare dai suoi lettori e dalla pubblicità deve chiudere; farlo sovvenzionare dallo Stato costituisce un’inaccettabile violazione del principio di libertà dell’informazione, anche a prescindere dalle modalità sostanzialmente discrezionali con cui lo si realizza. Tanto più oggi che l’informazione transita assai più su internet che non sulla carta stampata e le minoranze dispongono di infiniti mezzi per fare conoscere le loro opinioni..

e) – difesa dell’ambiente
Si tratta di un problema della cui importanza tutti sono consapevoli. In Italia la questione è vitale per la particolare natura del territorio, unico al mondo non soltanto per ragioni idrogeologiche ma anche e soprattutto per gli assetti urbani e paesaggistici che la sua storia ha lasciato. Ciò però non significa fermare tutte le opere necessarie a facilitare la produzione di beni e servizi, i quali hanno bisogno di grandi infrastrutture ben funzionanti nei trasporti, nell’edilizia urbana, nella comunicazione. Spetta alla politica naturalmente valutarne la convenienza di volta in volta ma le decisioni devono essere trasparenti nelle loro motivazioni, adottate in tempi certi, rese definitive rapidamente, evitando che ogni progetto si incancrenisca in passaggi burocratici e decisionali che non finiscono mai dando luogo a contenziosi che durano anni. Abbiamo opere pubbliche per 500 miliardi sostanzialmente ferme; basterebbe riavviarle per creare un volano per la ripresa economica e l’occupazione.
La preoccupazione dei Cinque Stelle che le grandi opere pubbliche progettate siano talvolta inutili o comunque sproporzionate in una corretta logica costi-benefici, e che spesso siano fonte di corruzione e di malversazioni, ha un indiscutibile fondamento. Le tante opere incompiute, le “cattedrali nel deserto” che punteggiano le regioni meridionali, stanno a dimostrarlo. Ma si tratta di inconvenienti che si contrastano con leggi appropriate (a cominciare da una revisione di quelle che regolano gli appalti), con una attenta vigilanza che deve partire dalla pubblica amministrazione prima ancora di finire nelle aule giudiziarie. Non fare le opere pubbliche perchè generano corruzione è come non costruire automobili perchè provocano incidenti.
Invece i Cinque Stelle si attardano in battaglie di retroguardia a fini puramente ideologici, come nel caso della TAV, del TAP, del traforo del Brennero, dell’alta velocità ferroviaria, delle linee metropolitane nelle grandi aree urbane. In qualche momento (e in qualche dichiarazione improvvisata) sembra quasi che auspichino una società modellata su quelle comunità quacchere americane dove per evitare la corruzione e fare prevalere i buoni sentimenti ogni comodità moderna viene bandita, vengono riesumate le carrozze a cavalli, e il governo è affidato a saggi anziani che lo esercitano con modalità patriarcali.

In conclusione un po’ di pragmatismo e di gradualità non guasterebbe. Per esempio la questione dei termovalorizzatori (definiti sprezzantemente inceneritori e “tumorifici” da Grillo) andrebbe affrontata come si fa in paesi che in tema di ambientalismo possono darci delle lezioni, come quelli scandinavi. A Copenhagen (e altrove) nuovi impianti assolutamente sicuri non soltanto hanno risolto il problema dei rifiuti (assorbendo a caro prezzo anche rifiuti altrui come quelli napoletani) ma producono anche energia elettrica consentendo l’illuminazione di interi quartieri (lo hanno fatto anche a Brescia). In sostanza accade che noi siamo costretti a portare (sempre a caro prezzo) i nostri rifiuti ai termovalorizzatori che l’indegna gazzarra incosciente di Grillo vorrebbe distrutti; il povero Pizzarotti, divenuto sindaco di Parma coi voti dei Cinque Stelle si è subito reso conto dell’assurdità della situazione ed è stato cacciato dal movimento (non dalla sua città che lo ha trionfalmente rieletto). E’ mancato poco che la Raggi dirottasse i rifiuti romani proprio nell’impianto di Pizzarotti. Certo, il ciclo integrale costituisce una soluzione ideale, ma per farlo funzionare occorrono una diffusa coscienza civica e organizzazioni efficienti che da noi sono molto carenti e per venirne a capo ci vogliono tempi molto lunghi. L’idea che intanto dobbiamo tenerci la puzza così impariamo più presto a fare la raccolta differenziata mi ricorda la pedagogia staliniana; manca solo la Siberia.
Lo stesso discorso vale per l’energia. Una delle ragioni della ridotta competitività del nostro sistema industriale è notoriamente il costo dell’energia; avere escluso drasticamente e precipitosamente l’opzione nucleare ci è costato caro. Un’opinione pubblica allarmata, disinformata, ha deciso con un referendum senza rendersi conto che le centrali francesi, austriache, slovene ci circondano; il rischio è rimasto uguale e spesso abbiamo dovuto comprare l’energia dalla Francia. Le ragioni degli anti-nucleari erano parzialmente fondate, ma bisognava muoversi in maniera graduale, d’intesa almeno con i partner europei (come poi si è fatto con decisioni comuni sull’incremento delle fonti energetiche rinnovabili). Avremmo risparmiato qualche miliardo e non ci saremmo ridotti a dipendere totalmente dall’estero.
Ora tocca al gas. Ne avremo bisogno ancora per molti anni e, a quanto affermano gli esperti, ne abbiamo in quantità nei mari che ci circondano; ma il solito oltranzismo ideologico si oppone alle trivellazioni. Finirà che il nostro gas lo tireranno fuori gli albanesi e i greci (i giacimenti, come le radiazioni nucleari, si diffondono senza passaporto) e poi ce lo rivenderanno (sempre a caro prezzo).
Si tratta soltanto di alcuni esempi; altri se ne potrebbero fare. Sembra di scorgere una strategia di fondo ostile alle grandi industrie, agli investimenti strutturali, alla stessa economia di mercato, con la finalità di favorire il “piccolo è bello”. Il problema non è se sia giusto o sbagliato (per noi liberali è sbagliato) perchè tutti hanno diritto alle loro opinioni, ma se davvero i tanti che hanno votato i Cinque Stelle sono consapevoli di tali obiettivi e delle conseguenze che la loro strategia comporterà nell’economia del Paese.

Preoccupa però noi liberali qualunque – al di là di una ideologia non condivisibe – l’assetto politico che si cerca di configurare. Ci domandiamo se insistendo in modo quasi maniacale nel condannare gli errori e le degenerazioni del passato per avere via libera nel buttare l’acqua sporca, il vero obiettivo non sia quello di buttare con essa il bambino che richiedeva soltanto di essere lavato. Fuor di metafora se l’intenzione non sia quella di eliminare la democrazia liberale coi suoi equilibri istituzionali, un sistema politico che ha consentito più di ogni altro in ogni epoca della storia di assicurare il massimo di libertà in un contesto economico che ha liberato dalla fame e dall’indigenza milioni di esseri umani. Non ci sarebbe da stupirsi; le ideologie si trasformano spesso in fondamentalismi e questi ultimi – sempre richiamandosi a una superiore legittimazione popolare – rifiutano ogni confronto e, prima o poi, reprimono il dissenso.
Ci preoccupa per esempio l’allergia ad ogni confronto pubblico che vada oltre gli slogan elettorali, una discutibile democrazia interna nel movimento, i rapporti poco chiari tra il gestore del portale Rousseau e la dirigenza politica, la diffidenza per ogni corpo intermedio che si frapponga tra la “volontà popolare” espressa in modo plebiscitario e il potere, l’ignoranza elevata a valore di eguaglianza sociale, un certo “giustizialismo” vendicativo che raccoglie gli umori più negativi della “pancia” del Paese, il disprezzo per le forme istituzionali. E infine un’idea di “democrazia diretta” che eliminerebbe ogni possibilità di mediazione costruttiva, una forma di plebiscitarismo che – anche senza scomodare i totalitarismi di Mussolini, Hitler e Stalin – ha sempre prodotto governi sostanzialmente autoritari anche quando formalmente fondati sul consenso popolare: ieri i Bonaparte, oggi le “demokrature” di Putin, Erdogan, Orban, Kazinski, ecc.
No grazie. Noi italiani abbiamo già dato.

 

Franco Chiarenza
24 gennaio 2019

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